Il canneto di Eridu

Un blog che potrebbe risvegliarsi

#67. Maledizione.

“Non esiste una maledizione in Elfico,
Entese o nelle lingue dell’uomo
per una tale perfidia.”

[Barbalbero ne “Le due torri”]

L’attualità, la storia, la narrativa e la mitologia ci hanno consegnato ogni genere di orrore. Siamo talmente assuefatti all’orrore che possiamo pranzare tranquillamente sentendo e vedendo gente decapitata, torture, morti sezionati, delitti. E non ci viene nemmeno un po’ di nausea. Giusto un po’ quando compare un politico, ma è più un istinto pavloviano: sappiamo per esperienza che quello che dice si trasformerà in una nuova tassa, in una nuova legge in qualche modo repressiva, o comunque in qualcosa di nuovo che non ci darà piacere. Quindi ci sentiamo a disagio, e ci gira la testa.

Ma stavolta non ho alcuna intenzione di occuparmi di quei cicciobelli scadenti che guidano il nostro paese. No.

Se sono tornato a scrivere sul blog è perché mi sono sentito come Barbalbero ne “Le due torri”. Ho visto lo scempio delle antichità assire nelle immagini di questi giorni. E l’orrore che ho provato vedendo quelle opere perse per sempre mi ha sopraffatto. Non sono riuscito a esprimere tutta la rabbia che ho dentro, ho avvertito distintamente la limitatezza dell’italiano, dell’inglese, dell’elfico e dell’antico entese di fronte a quegli atti.

Non è andata in scena la rottura iconoclasta della rivoluzione, che vuole cambiare il mondo e lo fa col gesto violento della distruzione del passato per aprirsi al futuro. No. È piuttosto un odio che viene dal passato contro tutto ciò che è più antico, più moderno, contemporaneo, futuro, altrove, altroquando, altrocazzo. È il non plus ultra dell’autoaffermazione attraverso l’autoannientamento: io non conto nulla ma conto solo io. Il principio della creazione di una singolarità superiore che io credo e quindi creo e in nome della quale mi distruggo e distruggo il mondo. È il paradosso dell’ignoranza che si crede sapienza, della violenza che si crede pace, della menzogna che si crede verità. E distrugge tutto ciò che dimostra che è, appunto, ignoranza, violenza, menzogna.

Barbalbero non trova, in quella scena, di fronte allo scempio portato in essere da Saruman, nulla da dire. Urla, chiama i suoi, parte in guerra distruggendo forsennatamente. Ho provato lo stesso tipo di sensazione: non ho trovato nulla di sensato da dire, ho urlato, ho invocato gli dei, gli uomini, le civiltà a ribellarsi contro questi gesti. Ho provato sete di vendetta contro quelle facce di cazzo (non le percepivo come persone, non desideravo capire alcunché) che spaccavano con martelli pneumatici, mazze, corde. Ho provato persino orrore di me stesso, perché quell’orrore vi faceva desiderare nuovo orrore.

Ora, più lucido, mi sono calmato.
Non urlo, per dire.
Ma continua a interessarmi poco o punto capire. Per tutti esiste un limite oltre il quale l’intelletto decide di lasciar perdere. Oltre il quale il cervello umano e quello mammifero si rendono conto che se abbiamo ancora un cervello da rettile, in fondo, un motivo ci deve pur essere. E mi ostino a dire che non si può permettere che quell’orrore continui.

PS: grazie a Ishtar, ma soprattutto a Koldewey (gli sia tributato onore), la porta di Babilonia è al sicuro a Berlino.

M5 – la stretta di Reykjavík

La stretta di Reykjavík
E mentre leggo oggi che – a seguito della crisi in Ucraina e Crimea – missili (forse atomici) russi sono puntati su Berlino, mentre la crisi in Ucraina arriva a livelli allarmanti, come posso non dedicare un piccolo spazio nel mausoleo dell’umanità, sotto forma di una fragilissima scultura di cristallo con due mani che si stringono, a un evento occorso quando ero davvero giovincello (dieci anni compiuti da poco), l’11 ottobre del 1986.

Sto parlando del vertice di Reykjavík tra il presidente americano Reagan e il segretario del PCUS Gorbačëv (o Gorbaciov, come si traslitterava all’epoca), che aprì la strada alla ratifica del trattato INF che abolì gli euromissili, e inizio a chiudere quella porta aperta dal dopoguerra, dal blocco di Berlino, dalla crisi dei missili di Cuba, dalla guerra fredda che spaccò a metà l’Europa. Sì, quella stessa Europa che oggi ci pare carta straccia e che vogliamo buttare via, quasi non fosse una conquista, quasi non fosse un elemento chiave nel mantenerci in uno stato di non guerra così lunga che mai ve ne fu uno simile in Europa occidentale dai tempi di Ottaviano Augusto.

Ben ricordo quanto mi sembrò bella, allora, la possibilità che una situazione tetra come una guerra atomica potesse essere allontanata dalla volontà di leader politici, sospinti dalla loro gente. Tanto quanto mi sembre agghiacciante oggi che quell’eventualità possa invece oggi riavvicinarsi ad opera di leader evidentemente meno saggi, sospinti da popoli evidentemente più folli.

E quindi sì, una stretta di mano di cristallo, bellissima, ma, ricordiamolo, fragilissima.
Perché giocare alla guerra fredda sperando di rilanciare l’economia alzando il tasso di paura, è un gioco pericoloso. E il cristallo è facile da rompere.

M4 – la luce di Enkheduanna

La luce di Enkheduanna
Non voglio perdermi in ciance su “da quanto tempo manco dal blog” e sul perché e il per quanto mancherò ancora dopo questo post. Né tantomeno su eventuali propositi di rimanenza.

Voglio solo ricordare che oggi è la Giornata mondiale della Poesia e, per quanto sia allergico alle giornate mondiali di stocazzo e staltraminchia, essendo stato folgorato in questi giorni da nozione che giaceva assopita da qualche parte nella mia memoria, ed essendo tale nozione particolarmente adatta ad oggi, eccomi qua che scrivo.

Dedicherò infatti, nel Mausoleo dell’Umanità che su queste virtuali pagine andavo edificando, uno spazio a un grande personaggio. Sì. Perché forse non tutti sanno che intorno al 2300 a.C. visse una donna che a tutt’oggi risulta la più antica (e quindi la prima) autrice di testi poetici, innici, epici, firmati. Non la più antica autrice donna, ma la più antica autrice umana. La prima scrittrice.

Si tratta di Enkheduanna, figlia del grande Re Sargon di Akkad, il primo a costruire un grande impero unificato in Mesopotamia, il primo a unire i paesi del sud (Sumer) e del nord (da qui in avanti Akkad). E la figlia era personaggio importantissimo, sacerdotessa della dea Inanna (nome sumerico di Ishtar), alla quale dedicò un famoso inno, e scrisse – tra l’altro – in una lingua che non era la sua lingua madre: infatti era di stirpe semitica, e il sumerico – nel quale scrisse – era la lingua della politica, della religione, del potere. Quindi, donne, se e quando qualcuno dice che la scrittura è diventata appannaggio delle donne in epoca relativamente recente, avete tutto il diritto di asportargli il fegato con agile mossa.

Qui, nel mausoleo dell’umanità, visto che considero la scrittura la luce della civiltà, vorrei per la prima scrittrice un’eterna luce a ricordarla.

«A volte ritornano»

Sono mesi che manco dal mio blog. Il canneto di Eridu è pieno di erbacce, e in parte interrito, in via di desertificazione. Uno stato pietoso. Certo, non come l’Italia, questo è vero. In fin dei conti alla guida del Canneto non c’è stato nessuno per mesi, e quindi nessuno ha potuto far danni.
Come mai non ho più scritto? Ho provato a domandarmelo. Ci sono tante risposte, naturalmente, ma significherebbe addentrarmi in una serie di pippe autobiografiche più adatte a tutt’altro genere di blog.
Per cui non vi tedio oltre e vi propino qualcosa. Un racconto. Un racconto che fa parte di un progetto di Tapirulan denominato “Tranci“, una serie di minilibretti, ciascuno ispirato al gusto di una pizza, ciascuno contenente come ingrediente un unico racconto. Il mio è dedicato ai peperoni e ha un titolo straordinariamente adatto al mio ritorno all’attività bloggara.
Seguiranno altri aggiornamenti. È una promessa, quindi non contateci.

La luna spunta a fatica dal condominio verde coi balconi arrugginiti e si arrampica di stella in stella, sbuffando, rossa per la fatica e per gli anni. O almeno così farebbe se tu fossi un animo romantico. E invece no, sei gretto, e quella che vedi è solo una palletta rosa nel cielo.

Nel frattempo ti stai, finalmente, coricando nella tua grettezza e nel tuo letto. Ah, il tuo letto. Caro, caro letto! Lenzuola fresche, lisce. E un cuscino magnifico. Che lo sai bene quanto ci è voluto a farlo diventare veramente tuo, a fargli prendere la forma giusta, la consistenza, la cedevolezza giusta. A ficcargli in quella testa di piume che no, no, no, non deve cadere dal letto dopo appena quattro minuti dalla serrata delle palpebre.
E ora, posato l’orecchio su quel guanciale amico, finalmente, nel silenzio (che bello il silenzio!), provi quella sublime sensazione di stanchezza liquida, che dilava da una sponda all’altra del corpo e infine scivola, rifluendo da tendini e muscoli tirati da una giornata nervosa. Finalmente sei disteso.
Non credevi che il paradiso fosse solo a 35 centimetri da terra.

E infatti non lo è. Venti minuti e sei ancora lì, che ti rigiri come un arrosto nella casseruola, l’alloro sotto l’ascella. Girarti ancora non servirà a granché: non è servito le trentaquattro volte precedenti, e non pare che “trentacinque” sia un numero cabalisticamente rilevante nel quale riporre speranze particolari.
Il cuscino chiede pietà. Le lenzuola oppongono un irritante attrito al tuo sudore. Sono fresche? Sì, come le uova che hai buttato nel bidone, quelle che ieri pigolavano.

Mezz’ora. Un’ora. Un’ora e venti. Un’ora e venticinque. Un’ora e ventisei. Un’ora ventisei e trentaquattro secondi. Ogni minuto che passa la situazione peggiora. E ne continuano a passare, di quei maledetti minuti.
E cominci a pensare con orrore a quel punto preciso della sveglia dove tra cinque ore passerà la lancetta, scatenando un trillo malvagio e inarrestabile che martellando sul tuo cranio segnerà l’inizio di una giornata di merda, con le palpebre di marmo e la testa di basalto e i maroni di ossidiana.
Quanto schifo potrà fare la giornata di domani se non riesci ad addormentarti più o meno, diciamo, adesso? Anzi, un secondo fa? Ecco, magari due secondi fa. Tre secondi. Quattro. Aaaaaaaah! Dannazione, e dannazione anche ai polli morti nel bidone!

Cerca almeno di capire la causa di questa insonnia. Magari ci possiamo fare qualcosa, no? Spremi, centrifuga, grattugia quel dannato encefalo. Ragiona, rimugina, elucubra.

C’è qualche pensiero legato alla giornata appena trascorsa? Eh, i pensieri contano, e a volte ritornano, sai?
Il lavoro. È sicuramente quello. Sei rimasto indietro. Capita. Così il senso di colpa e la paura per la prossima giornata non ti fanno dormire. Ascolta me, alzati. Prendiamo in mano quel dannato progetto
che devi consegnare, gli diamo un’occhiata, e vedrai che in mezz’ora torni a dormire. Come sarebbe a dire «No», cosa vuoi fare, restare lì a imitare il brasato? Muovi il culo. Ah, scusa non avevo capito, «No» nel senso che non è quello, il lavoro va benone e hai finito tutto per tempo. E vabbhè, capita di sbagliare, no?

Se non è il lavoro sarà una questione di cuore. Il cuore di giorno sembra sepolto sotto palate di occupazioni, impegni, hobby e invenzioni. Ma lì sotto, continua a lavorare, e produce pensieri sottili, striscianti, impalpabili, che di notte ti aggrediscono. Aspettano quando il lavoro è finito e gli impegni sono stati portati a termine, quando gli hobby ti hanno ormai rotto i coglioni e le tue invenzioni le ha già brevettate qualcun altro. È proprio allora, quando ti stai rilassando, che lo strato che ricopre i pensieri si assottiglia e infragilisce, e loro iniziano ad agitarsi. A scuotersi. A grattare, picchiare, spaccare il coperchio della bara, e poi sorgono e ti agguantano e ti mangiano il cervello! Ahahahah!
Come dici? Ah sì, hai ragione, quelli non sono i pensieri di cuore, sono gli zombie. Bhe, del resto lo sai, anche quelli, a volte, ritornano, no?

Ehi, un momento, cos’è stato? Come «cosa?», quel rumore, giù, al piano di sotto. Sst! Taci un momento!

Ok, niente, forse era solo… solo… Di nuovo! Presto, andiamo a vedere!
Anzi, vai avanti tu, imperioso ma con prudenza.
E che ne so, tu cammina disinvolto.

Dannazione, vecchio mio, adesso lo senti anche tu, eh? Grattano alla porta! Zombie! Se riescono a sfondare siamo fregati. Fa qualcosa. Non c’è quella scure giù in cantina? Ah no, è vero, te l’ho fatta buttare via ieri. Tanto non la usavi mai, compri legna già spaccata. Sei sempre stato pigro.
Pensiamo a un’altra arma, qualcosa di più efficace. Senti come grattano la fottuta porta, vedrai, adesso passano e puoi dire addio al televisore nuovo, al lavoro già finito e alla legna già spaccata. E anche alla vitaccia e all’insonnia.
Cosa stai facendo? Cosa stai facendo! No! Non aprire quella porta! Folle!
Ah, ok, era solo Blackjack. Non dare la colpa a me, bello, sei stato tu a chiudere fuori il cane. Facile prendersela con me, adesso. Quella degli zombie non era un’ipotesi campata per aria. Esistono, eccome! Anni fa ho anche avuto l’occasione di comprarne un lotto sottobanco dal console di Haiti. Ah, non te ne frega nulla. Hai sonno, ok.

Hai sonno. Facile avere sonno quando sei dabbasso, in piedi, con la porta aperta, il vento che soffia dentro le foglie e il cane che sporca il pavimento di fango (e speriamo sia fango). Facile dire: «Ho sonno, pulirò domani». Già più difficile è avere ancora sonno quando sei di sopra, nel letto, al buio, con gli occhi sgranati a guardare il nulla che turbina nel vuoto. Ah, uomo senza sonno, non rompere e goditi il panorama.
Un altro rumore.
Chi hai chiuso fuori stavolta? Il gatto, il furetto, il criceto, il cane della prateria, l’oritteropo rosso alato cornuto bitorzoluto dell’Honduras sub-sahariano asiatico?
No aspetta, bussano…
A quest’ora? Chi può essere? Assassini seriali? Rapinatori? Ehi, questo non è bussare, stanno sfondando la porta!
Sono entrati, senti che urla! Sono davvero zombie stavolta… Oh povero Blackjack, che sfiga, morire così, con le zampe sporche di fango (e speriamo fosse fango).
Salviamoci almeno noi, forza, fuggiamo in soffitta, vado avanti io stavolta, un po’ per uno, eccheccazzo. Eccoli, eccoli! Corri, corri, corri!

Troppo tardi, ti hanno afferrato. Dì un po’, curiosità mia, è spiacevole la sensazione di centinaia di denti marci che ti strappano brandelli di carne? Uhi… l’occhio… che impressione… t’ha fatto male? Come? Spiegati, per Giove!
Ah, «aiuto», scusa non si capiva bene. Sì, sì, ok, faccio il possibile, fammi ragionare… Uhm, l’estintore no. Il salame appeso a stagionare neppure. Il ferro da stiro ferma-porta di zia Luisa forse sì, ma no, no… e quella che è? … una motosega! E da quando hai una motosega? Ahahahahah, fantastica! Afferrala, muoviti, che iniziamo lo
scempio! Trasformiamo questi morti viventi in morti come Iddio comanda!

Bravo, bravo, ce l’abbiamo fatta. È stato un lavoro duro, ma abbiamo fermato i morti che camminano. Adesso vediamo di pulire, che c’è carne marcia ovunque e con questa puzza non riusciresti a dormire. Sì, sono ironico. E no, questo non vuol dire che puoi evitare di pulire. Avanti.
Veloce e in silenzio, che i vicini dormono. E mentre accumuli tranci di zombie in vezzosi sacchi fuxia per la differenziata, vedi che ti sfoghi. Alla fine ti fai un bel bagno bollente e col sudore spurghi anche le tensioni. Poi dormi come una triglia in freezer: senza dare segni di vita.
Bella vita, eh, avere uno come me che ti consiglia sul da farsi?
Sì, però non rallentare, veloce con quei sacchi, se no tra che finisci e ti lavi non ti resta tempo per dormire. Dai, veloce.
Ma cos’è questo odore di cane marcio? Alle spalle! Blackjack è diventato uno zombie, ci attacca! E poi dicono che è il migliore amico dell’uomo, basta un’infezione zombieficante, praticamente meno di un’influenza suina, ed è già pronto a morderti le chiappe, vigliacco! Oh, no, che casino, ti ha addentato alla giugulare, accidenti.
Per te è finita. Che schifo, sangue ovunque. E poi a dirla tutta stai morendo senza un briciolo di dignità. Urla, grida, pianto, stridore di lacrime, denti e sangue – sì vabbhè hai capito, dai – e poi ahia! No Blackjack buono! Ahia! Io che c’entro?
No! Noooo! Noooooooo!

Uhf… Azz… Anf… Che… Che notte, che sogno di merda!
L’ultima volta che ho fatto un sogno del genere infestavo la psiche di uno sciamano cimmero, ma era stato torturato per tre giorni da un boia assiro, altroché.
Ma che cazzo hai mangiato ieri sera, bestia?
Ah, peperoni, eh? Ecco, allora. Anche quelli a volte ritornano.
Senti che saporaccio in bocca.
E che strano fastidio dove una volta avevi l’occhio.

Almanacco, XCVIII

Novantottesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
22 luglio 2013

Il 22 luglio del 1209, nella vergognosa cornice della Crociata Albigese, fa mostra di sé una delle pagine più ignobili dell’intera storia umana. Sto parlando dell’epilogo dell’assedio di Béziers. I francesi e il papato uniscono le forze, e se la prendono con quella che è, per loro, una grave minaccia: la sempre più realistica possibilità che si formi uno stato occitano-catalano, sotto la guida della Contea di Tolosa e del Regno di Aragona, nel sud della Francia. Un’area linguisticamente continua, se non omogenea, che passa dal catalano ai dialetti occitani alpini, in quella grande famiglia di lingue che va sotto il nome di Langue d’Oc. Un’area estremamente coesa, e libera dal punto di vista religioso: trovano libertà d’espressione e predicazione le eresie pauperistiche che danno una risposta alla gente scioccata dal comportamento della Chiesa, e i catari trovano terreno fertile.

Nel 1209 abbiamo la prima ondata crociata, quella detta “dei baroni” perché non patrocinata direttamente dal Re di Francia, al comando di un uomo che non sfigurerebbe accanto ad altre celebri “avventurieri” quali Pizarro o Cortès: Simon de Montfort. Al suo fianco il legato papale Arnaldo Amaury. Ricordate questi due nomi, ricordateli quando dovete citare personaggi che non hanno esitato a sterminare un’intera città, 20.000 persone, passandole una ad una a fil di spada, dopo la resa, fossero soldati, civili, vecchi, donne o bambini, fossero catari o cattolici. Nessuna differenza. «Uccideteli tutti – esclamò Amaury secondo la leggenda – Dio riconoscerà i suoi». Sono assolutamente sicuro che se un Dio c’è, non ha accolto Amaury tra i suoi.

Le città e i nobili locali cercano continuamente la trattativa, il dialogo, e vengono sistematicamente catturati e uccisi. Una violenza e una assoluta mancanza di pietà e civiltà che non può che atterrire. Una crociata: una guerra in nome di Dio. Una crociata contro vicini, connazionali, correligionari. Una guerra di sterminio sul proprio stesso territorio. Forse solo Sarajevo, o il Kosovo, nel dopoguerra europeo, sono paragonabili a quanto accadde nel sud della Francia dal 1209 al 1229. Incidentalmente, oltre ad uccidere migliaia di persone, una religione e un popolo, uccide anche una cultura, portando al declino della lingua occitana che, fino a quel momento, aveva prodotto una delle letterature più alte e poetiche dell’intera europa post-romana.

Almanacco, XCVII

Novantasettesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
18 luglio 2013

Esattamente dieci anni fa moriva Sandro Ciotti, celeberrima voce radiofonica di Tutto il calcio minuto per minuto. Ora, io non ho mai amato quella fastidiosa trasmissione radiofonica, ma le figure dei commentatori sportivi mi hanno sempre affascinato, sorta di moderni aedi narranti il mito sportivo moderno. Se abbiamo sostituito Achille con Van Basten, abbiamo sostituito Omero con Bruno Pizzul.
“Cantami o diva del Pelide Achille l’ira funesta…” “… e il colpo di testa di Rijkaard ed è gol! E sono due”.

A questo proposito la domanda di oggi è questa: qual è il vostro cronista sportivo preferito? e quale il tormentone?
Meglio il “non va” di Piccinini o lo storico “campioni del mondo” di Martellini? Meglio la voce roca di Ciotti o le impreviste alterazioni tonali di Pizzul? Siete più legati alla narrazione affaticata e carica di enfasi di Galeazzi o lo stile sobrio di Paolo Valenti? Meglio le telecronache di Formula Uno di Mario Poltronieri con Ezio Zermiani, o quelle motociclistiche di Guido Meda?

Almanacco, XCVI

Novantaseiesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
17 luglio 2013

Trentotto anni fa avveniva qualcosa di storico. Per la prima (e unica, almeno per i vent’anni successivi) volta le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, collaborarono in una missione spaziale, con l’agganciamento in orbita di una capsula Apollo e una Sojuz (partite due giorni prima rispettivamente dagli storici Space Center di Cape Canaveral e Cosmodromo di Baikonur), e il passaggio degli astronauti americani e dei cosmonauti sovietici dall’una all’altra.
Tra l’altro la missione fu anche l’ultima di una capsula Apollo per gli Stati Uniti, che sei anno dopo ritorneranno nello spazio con le missioni di Space Shuttle.

Nell’occasione della missione ASTP (Apollo-Sojuz Test Program) ci furono anche le prime riprese trasmesse in tutto il mondo della partenza di un razzo sovietico con la capsula a bordo e dell’atterraggio della capsula nel deserto del Kazakistan.

La cortina ha cominciato a vacillare a partire dallo spazio, dunque? Verrebbe da pensare di sì, anche perché non pochi analisti attribuiscono a un costosissimo programma spaziale sovietico, il Buran (lo Shuttle russo) la colpa di aver dato una decisa spallata a un sistema economico già in evidente difficoltà, facendo precipitare poi la situazione e portando al crollo del comunismo.

La domanda per voi, oggi, è questa: fatta eccezione per l’allunaggio, che è di gran lunga il più grande traguardo simbolico raggiunto dall’uomo nello spazio, qual è la missione spaziale che preferite tra quelle compiute sinora?
E poi, quando eravate piccoli e giocavate con le astronavi (cosmonavi?) di Legoland Spazio, preferivate gli omini rossi o bianchi? O i successivi gialli/blu/neri?

Edito alla luce della piega presa dalla cosa sui social network: non voglio più solo sapere qual era il vostro colore preferito degli omini, ma proprio il vostro pezzo preferito di Legoland Spazio! Il vettore grigio? La base missilistica? Il cargo spaziale?
Potete aiutarvi cercando qui.

Almanacco, XCV

Novantacinquesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
15 luglio 2013

Otto anni fa moriva in un crepaccio sul Nanga Parbat (la nona montagna del pianeta per altezza) l’alpinista italiano – di Selva di Val Gardena – Karl Unterkircher, nel tentativo di aprire una via inviolata sulla parete nord. Ricordo come fosse ieri le notizie dal tg riguardo la missione italiana cercava di salvare i suoi due compagni di cordata.
Uno dei suoi compagni sopravvissuti, Walter Nones, di Cavalese, due anni dopo, nel tentativo di aprire una nuova via di sud-ovest sul Cho-Oyu (quinta montagna del pianeta), morì, probabilmente a causa di una valanga.

Non starò tanto lì a dilungarmi. Per quanto ami la montagna, sono un “montanaro domenicale”: sotto i tremila, al massimo escursionistico e senza ferrate. Roba facile, insomma. Ma pure capisco benissimo la frase di Unterkircher che spiega tutto e non richiede ulteriori parole: «se veramente non dovessimo più ritornare, sarebbero in tanti a dire: “Cosa sono andati a cercare là? … Ma chi glielo ha fatto fare? ”. Una sola cosa è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai! La montagna chiama!»

Almanacco, XCIV

Novantaquattresima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
11 luglio 2013

L’undici di luglio è una data interessante, sono accaduti diversi eventi di una certa rilevanza nella storia dell’uomo. Ma in questo almanacco non ci occuperemo di alcun evento epocale. E non pensate di cavarvela con così poco, perché su questo argomento ci torneremo.

L’11 luglio del 1920, nella città azera di Baku, nacque un personaggio notevole, tal Zecharia Sitchin. Autore di vari best sellers, è soprattutto noto come uno dei più famosi divulgatori della cosiddetta “Teoria degli antichi astronauti”, insieme a Peter Kolosimo, Erich von Däniken e Giorgio Tsoukalos (il primo a dispetto del nome d’arte è un modenese, gli altri due svizzeri), un corpus assolutamente non organico di teorie che mettono gli alieni al centro dei più grandi eventi della storia umana, fino a spingersi a considerare gli umani come creati dagli alieni attraverso ibridazione di loro stessi con homo erectus, a ipotizzare che gli antichi dei fossero alieni che ingravidavano donne umane, a credere che molti riferimenti nei testi sacri delle antiche civiltà siano chiare prove della loro teoria, e parlano anche di guerre atomiche nell’età del bronzo, distributori di microonde per navi aliene nascosti nelle piramidi, macchine del tempo e astronauti raffigurati dai bassorilievi maya. Sitchin, in particolare, arrivò a dire che la terra si era formata per lo scontro di due corpi celesti, Nibiru e Tiamat, nella zona della fascia degli asteroidi, evento “descritto” dai testi sumerici e babilonesi.

In questo periodo sto investendo del tempo guardando “Enigmi alieni”, trasmissione che punta tutto su queste teorie, e devo dire che ogni volta che credo siano arrivati al punto più estremo possibile, mi dimostrano che mi sbaglio.
Ora, senza ridere, fate la prova. Cercate di inventare teorie ancora più estreme, più clamorose. Non abbiate paura di esagerare, siate folli, siate tamarri. Vediamo se ci riuscite.
Io non ce l’ho fatta, per quanto mi sia sforzato di sparare alto arrivo sempre largamente al di sotto del loro livello, e quando mi sembra di averli superati scopro che la mia idea è già una teoria, un po’ edulcorata.

#66. Saltelli.

Oggi, dopo un periodo piuttosto consistente di lontananza dal blog, ho sentito il dovere di rimetterci mano. Curiosando tra i fatti storici accaduti il 9 di luglio – per buttar giù un almanacco – mi è capitato un episodio di quelli che sicuramente saranno capitati anche a voi, ovvero una serie di saltelli rimbalzini qua e là su wikipedia, di voce in voce, che ti porta ben lontano da dove eri partito. Non sarebbe una grande notizia, ma siccome stavolta questa serie di saltelli è stata particolarmente interessante, ve ne faccio un resoconto. Evidenzio in grassetto le principali voci che ne costituiscono le tappe.

Tutto nasce dal fatto che il 9 luglio del 1993 un ministro inglese ha annunciato che le ossa rinvenute in una fossa di Ekaterinburg appartenevano all’ultimo zar, Nicola II Romanov, e alla zarina Aleksandra Fëdorovna Romanov, nata nientepopodimenoche Alice Vittoria Elena Luisa Beatrice d’Assia e del Reno, e sua nonna era la regina Vittoria d’Inghilterra. La zarina, come la nonna, era portatrice sana di emofilia, e trasmisa la malattia genetica al figlio, lo zarevič Aleksej. Le condizioni di salute del figlio, sempre molto gravi, spinsero la zarina a rivolgersi a numerosi santoni e guaritori, tra cui un misterioso monaco siberiano la cui figura ha inseguito ispirato decine di romanzi, film e opere di saggistica: Grigorij Rasputin. Costui, grazie a buoni risultati nella cura del figlio, vide la propria popolarità crescere in seno alla corte di San Pietroburgo (capitale della Russia zarista, diventata Leningrado nel periodo Sovietico e tornata all’antico nome con referendum del 1991, ma attenzione, nello stesso referendum il nome dell’Oblast, la regione, rimase Oblast di Leningrado) fino a diventare un uomo di potere. Cercò di usare la sua influenza per impedire allo zar di far precipitare la Russia nell’inferno della Prima Guerra Mondiale, ma non ce la fece, e subì un attentato il 28 giugno del 1914. Che non è una data a cazzo: lo stesso giorno morivano a Sarajevo – per mano di un patriota nazionalista serbo-bosniaco – l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico dell’Impero Austro-Ungarico, e sua moglie, la contessa Sofia, precipitando gli eventi che portarono alla guerra. Curioso che i serbo-bosniaci siano anche al centro di uno dei più violenti e drammatici conflitti del secondo dopoguerra, la guerra di Bosnia, che comprende tra l’altro l’assedio di Sarajevo, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, il più lungo assedio della storia bellica moderna.

Tornando a Francesco Ferdinando, la storiografia è parecchio divisa sulla sua figura. Dipinto a tratti come un odioso restauratore, militarista, assolutista, amante della caccia fino all’eccesso. A tratti invece, soprattutto da analisti moderni, come un uomo con una visione politica straordinariamente lungimirante. Gli va dato atto, in ogni caso, di aver patrocinato un progetto di riforma dell’Impero – mai andato in porto a causa della guerra e della dissoluzione della potenza asburgica – in controtendenza rispetto al dualismo di Austria e Ungheria, volto alla trasformazione – proposta dal rumeno Popovici – dell’Impero negli Stati Uniti della Grande Austria, una potenza confederale di tipo moderno composta da stati costruiti su base etnica e linguistica che, forse, avrebbe retto per più tempo agli urti dell’indipendentismo locale e dell’irredentismo.
Come nel caso di molte altre ucronie non abbiamo idea di cosa avrebbe potuto succedere se l’Impero non si fosse buttato nel suicidio dissolutore della Grande Guerra. Di certo sappiamo cosa invece è avvenuto a queste terre, soggette all’Anschluss, all’occupazione dei Sudeti, all’esodo degli esuli italiani, ai regimi comunisti oltrecortina, ai carrarmati a Budapest, alla repressione della primavera di Praga, alla dittatura di Ceausescu, alle ferocissime guerre balcaniche perduranti fino ai giorni nostri. Sarebbe cambiato qualcosa? Uno stato vasto come la Germania avrebbe cambiato la sorte di quest’area d’Europa, lontana dai punti di potere del continente e sprofondata per un secolo nella divisione in minuscoli stati?

Questi Stati Uniti della Grande Austria sarebbero stati: Austria tedesca, Boemia tedesca, Moravia tedesca (tre stati tedeschi), Boemia (ceco), Slovacchia (slovacco), Galizia occidentale (polacco), Galizia orientale (ucraino, ruteno), Ungheria (ungherese), Szeklerland (ungherese), Transilvania (romeno), Trento (italiano), Trieste (con l’Istria occidentale, italiano), Carniola (sloveno), Croazia (croato), Voivodina (serbo-croato). Avrebbero potuto reggere insieme? Avrebbero potuto magari essere un banco di prova con 40 anni di anticipo dell’idea dell’Unione Europea? È facile chiederselo, oggi, mentre l’Unione attraversa una fase di stallo o arretramento nei suoi propositi, e mentre con l’ingresso della Croazia, il 1° di luglio, non si è ancora completato l’ingresso nell’Unione di tutti i territori che facevano parte della Corona Asburgica! Sono ancora fuori Voivodina, oggi in Serbia, e Galizia Orientale, oggi in Ucraina.

Incidentalmente, per concludere, questi salti wikipediani nascono in un momento in cui, come pausa semi-balneare tra un testo archeologico sugli stati a est di Sumer (che ho trovato sublime) e uno sui minoici, sto leggendo una gradevole trilogia (Leviathan il primo, Behemoth il secondo, Goliath il terzo) ucronistica di formazione, ambientata agli inizi della prima guerra mondiale in un passato alternativo in cui le potenze centrali, dette cigolanti, hanno sviluppato tecnologie che definirei quasi steampunk, mentre Gran Bretagna, Francia e Russia, dette potenze darwiniste, hanno sviluppato tecniche di manipolazione genetica in grado di creare mostri e creature utili a qualsiasi fine. Uno iuvenile carino, senza pretese letterarie, per far passare un paio d’ore d’ombrellone o di recupero post-escursionistico. Opera di Scott Westerfeld.

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