Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivi per il mese di “aprile, 2012”

#5. Eroi.

Senti ragazzo, nella tua stanza, tra i manifesti degli eroi
Lasciagli un posto, perché tu da grande di lui ti ricorderai!
[i Superobots, “Falco il superbolide”]

E così, alla fine, sono andato a vedere il diffusamente atteso The Avengers. Sono andato venerdì sera, in treddì, con un bel gruppo di amici: doveva essere una specie di addio al celibato-nerd, ma il decelibaturo ha tirato un pacco epocale, e a quel punto mica si potevano quietare le scimmie dei più infoiati. Si è andati.

Prima di parlare del film, però, va detto qualcosa su di me. Faccio outing: odio i supereroi. Tutti. Da che mi ricordi è sempre stato così. Ho una vaga reminiscenza subcosciente di un cartone animato di Lanterna verde che forse non mi dispiaceva da piccolo, ma veramente piccolo, tipo asilo. Ma mi pare troppo poco cui aggrapparsi.
Non ho mai amato l’individuo che con superpoteri (Superman) e/o marchingegni assortiti (Batman) combatte il crimine o il male. L’ho sempre trovato banale. E stupido. Con quelle ridicole calzamaglie, con quelle ridicole minchiaggini per giustificare i superpoteri (gente morsa da un ragno; proveniente da un altro pianeta, ma perfettamente uguale agli umani; gente che trova tute inspiegabilmente pseudo-magiche…). O forse è semplicemente un’antipatia che ho provato per i primi supereroi che ho visto, che si è poi estesa in maniera virulenta a tutta la categoria.
Al contrario mi sono sempre piaciute le storie con una squadra di personaggi, il team che risolve una situazione disperata.
E questo film è l’esatta unione delle due cose, anche per questo sono andato a vederlo, eliminando l’ipoteca dovuta alla mancata visione delle “puntate precedenti” (5 film) grazie a un amico dotato di prodigiosa capacità di sintesi e sconcertante memoria per le cazzate, che mi ha fatto un superturboriassunto durante i trailer.

Allora, intanto diciamo che il film mi è piaciuto e si porta a casa un bel sette e mezzo senza rubare nulla. Così plachiamo i fanatici dell’opera, che possono risparmiarsi di imbrattarmi la bacheca con insulti. Mi è piaciuto, dicevo, pur essendo a digiuno di supereroi, e pur non gasandomi assolutamente all’apparire di alcun personaggio (come invece facevano i nerd di cui ero circondato). Poi diciamo anche da qui in poi spoilererò a cazzo.

Detto questo, e soprassedendo alle merdate (che comunque ci sono, ne cito tre solo così, per fare il cagacazzo: la portaerei volante pur ricordando le varie Arcadia e Blue Noah è un non-sense; la trappola sulla portaerei sembra una cosa così drammatica escogitata per abbattere Hulk, peccato che Hulk cada dalla portaerei schiantando un capannone senza farsi una beata fava; infine Occhio di Falco che si riprende per una testata… tipo l’inizio di Trinità, sì, l’ho sentito dire anch’io…), arrivo a quello che secondo me è il difetto più grosso della faccenda, perché ci saranno quindicilioni di nerd-blog in questi giorni che tessono le lodi del film citandone sublimezze e fantastigliosaggini.
Il problema serio sono i Vendicatori. Non che siano brutti personaggi, si intende, anzi. Tony Stark è divertente, Capitan America che parla come un cinegiornale è notevole, geniali le stronzate di Hulk, se la cava persino Thor, anche se sembra uno degli Stratovarius più che un semidio. E il character design è fico.
Il problema è che non sono una squadra, nel senso che sono 4 doppioni. Alla fine le loro caratteristiche sono:
1) Hulk picchia e salta
2) Thor picchia e shvulazza
3) Iron Man picchia e shvulazza
4) Capitan America picchia e salta.
Alla fine, curiosamente, finiscono per risaltare molto nelle scene d’azione i due personaggi secondari, Occhio di Falco e Vedova Nera, che permettono al regista di creare una squadra un poco più variegata, se non nei protagonisti, almeno nei comprimari.
Per concludere, si vede molto e molto e molto che sono personaggi messi insieme per titillare la ghiandola della nerditudine dei fan più che perché abbia senso gestire una squadra del genere. Si vede ad esempio che, da questo punto di vista, funzionano molto meglio gli X-men.

Quindi mi trovo in una situazione strana, sono andato a vedere un film aspettandomi di vedere una bella squadra in azione purtroppo composta da supereroi, e invece ho visto degli ottimi supereroi che non funzionavano come squadra. Beh, che dire, mi son divertito, non mi lamento.

Infine, devo dire che ho visto soprattutto che tanta, tanta, tanta gente della mia età ha lasciato un posto tra i manifesti degli eroi, e si è ricordata del Ken Falco di turno…

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#4. Nave.

He’s in the best selling show
Is there life on Mars?
[David Bowie, “Life on Mars”]

Da piccolo adoravo le navi spaziali.
Intanto ascoltavo il disco della sigla del cartone animato Blue Noah in heavy rotation, e questo poteva già essere un indizio. E sulla valigetta coi dischi avevo incollato gli adesivi di Capitan Harlock. E poi adoravo anche Star Blazers, Starzinger, e mi piaceva molto anche Legoland Spazio.
Ricordo anche che avevo fatto tutta una serie di disegni di navi spaziali, che dovevano essere ciascuna l’ammiraglia della flotta di un pianeta del sistema solare. E siccome all’epoca il mio pianeta preferito era Nettuno, la “Arizona V2”, come avevo battezzato la nave più fica che mi era venuta, era la nave di Nettuno. Non ho idea di che fino abbiano fatto quei disegni, ricordo solo che la “Arizona V2” era una tamarrata colossale, con un cannone frontale stile Argo ma in foggia di testa di tigre, naturalmente tutta tigrata. Era l’equivalente spaziale di una 106 rally leopardata, ribassata, coi cerchi dorati e l’alettone.

Poi sono cresciuto, e ho cominciato a interessarmi dello spazio vero, di astronomia, e di esplorazione spaziale. E di Shuttle.

Come dice Paolini nello splendido spettacolo sulla tragedia del Vajont, esiste un’età in cui tutti i maschi guardano con gli occhi sgranati e ammirati una diga, una portaerei, una centrale nucleare, un qualsiasi prodotto della tecnologia, purché bello grosso. E per me l’età era quella, i dieci anni non ancora compiuti, gli anni in cui leggevo sulle riviste scientifiche di mio papà di shuttle e di acceleratori di particelle. Era l’età in cui avevo la più cieca fiducia nell’uomo e nel fatto che bene o male avrebbe prima o poi passato tutte le frontiere pensabili. E naturalmente restai scioccato il 28 gennaio del 1986, quando il Challenger si trasformò in una palla di fuoco in volo durante il lancio della sua decima missione (un altro duro colpo fu il 26 aprile dello stesso anno, quando i reattori nucleari di Černobyl’ sembravano preannunciare un possibile inverno nucleare, ma è un’altra storia e raccontarla oggi, che è l’anniversario, sarebbe davvero banale).

Sono passati 26 anni e qualche mese e quell’immagine, quei pennacchi di fumo, mi sono rimasti così impressi che ricordo ancora bene quel giorno, quel telegiornale a casa di mia nonna. Ricordo ancora che mi chiesi che cosa poteva significare essere disintegrati, come quegli astronauti (allora non sapevo ancora, l’ho scoperto da poco in verità, che la cabina degli astronauti resse alla rottura del serbatoio esterno e si schiantò, con tre astronauti forse ancora vivi, ma probabilmente incoscienti, a 330 km/h contro il muro d’acqua dell’oceano).

Ciònonostante, dopo un attimo di scoramento, non persi fiducia nella tecnologia e nelle capacità dell’uomo, anche se cominciai a pensare che forse qualche intoppo alla colonizzazione dello spazio prima poi avremmo potuto incontrarlo. Ripresi fiducia con lo splendido progetto della ISS, una stazione spaziale orbitale le cui immagini ancora oggi mi aprono il cuore (forse ho ancora 10 anni, da qualche parte dentro di me). E la ripersi nel 2003, con la tragedia del Columbia, distrutto dalla fallacia di una piastrella di ceramica. Ma confesso che gli ultimi 4 anni sono quelli che più mi hanno demoralizzato.

Soprattutto il 2011.

Soprattutto il 2011, con i cari vecchi space shuttle mandati in pensione, e con la soppressione del progetto destinato a sostituirli, per cui attualmente l’umanità si trova senza una sola navetta capace di raggiungere la sua stazione spaziale orbitante e fare ritorno, ed è costretta ad affidarsi alle provvidenziali, ma vetuste, navette russe Sojuz, che si rifà ancora, per quanto modificata, alla Sojuz 7K-0K del 1967…
Soprattutto il 2011, dicevo, con le continue finte allusioni di potenziali eligendi a cariche importanti circa future colonizzazioni (o almeno basi) lunari, o viaggi su asteroidi o su Marte, autentiche chimere che mi trafiggono il cuore, perché sì, davvero, invidio la generazione che ha visto Armstrong sparpagliare col tallone polvere di luna.

E non credo che togliere pacchi di soldi alla NASA o ai programmi spaziali sia il metodo migliore per organizzarci a piantare una tenda sul pianeta rosso. E che cancellare il Progetto Constellation (una nuova frontiera dell’esplorazione spaziale statunitense, che non vedrà la luce) sia stata una buona idea. E che la decisione del Senato di non seguire Obama nella cancellazione totale dello sviluppo delle nuove navette Orion sia sufficiente ad avere ancora fiducia. E che “tecnologia” sia un iPhone sulla terra e non un piede umano su Marte.

E non credo che costruire portaerei sia un così bel modo di spendere soldi. E che il pianeta migliorerà togliendo fondi ai sogni e alla scienza, per darli agli speculatori e alle banche.

Per approfondire sul disastro del Challenger, in inglese sul sito della NASA:
Il rapporto Kerwin sulla tragedia del Challenger

#3. Diamante.

Sfogliando a caso giornali virtuali senza alcuna enfasi, e senza alcuna brama, accanto a titoli del tipo “Torna a casa Messi” (con la sua spocchiosissima squadra di perfettini), negli ultimi giorni non ho potuto che incappare nella entüsiasmante querelle leghista, con l’ex tesoriere Belsito accusato ora di essersi intascato un diamante tra quelli acquistati con i soldi dei rimborsi elettorali.

Ora, di certo non potevo lasciar correre la fantasia sulla politica italiana, che di fantasia ne ha fin troppa e quindi lascia ben poco spazio a quella del povero blogger (che schifo di parola, davvero… urge trovare un surrogato moralmente e foneticamente accettabile). E così non ho potuto fare a meno che collegare la parola diamante a due elementi: Sudafrica e Pink Floyd. Visto che sul Sudafrica, posto meraviglioso e terribile, vorrei dire molto, ma mai ci ho messo piede, preferisco collegarmi ai Pink Floyd e parlare un po’ di musica.

Se escludiamo una momentanea follia di seconda media, quando ascoltavo cose come Faccia da pirla oppure le canzoni di Francesco Salvi, i Pink Floyd sono stati (grazie a Delicate Sound of Thunder, live onnipresente nel mangiacassette dell’autoradio di mio papà) il mio primo infatuamento musicale serio. Li amo forte, davvero. Li amo soprattutto nella loro incarnazione d’oro, quella famosa, quella del periodo di Roger Waters come leader, di The dark side of the moon, Wish you were here, The wall. Li amo facile, insomma.

Ma sul secondo disco che ho nominato, disco dedicato all’ “assenza”, c’è una canzone (divisa in due parti per un totale di 26 minuti, forse canzone è un termine inappropriato, ma suite mi fa stracacare) dal titolo splendido: Shine on you crazy diamond.

Remember when you were young
You shone like the sun.

Si parla di Syd Barrett. E chi cazzo è Syd Barrett, mi chiesi la prima volta, stolto, ingenuo, sacrilego, come solo un cazzone di 16 anni che crede di sapere tutto può essere. E così, siccome ero un cazzone sì, ma curioso, mi comprai un libello e iniziai a leggere la storia di questa persona.
Syd, anzi, Roger Keith (il suo vero nome) suscitò così in me un fascino travolgente, il fascino (per usare le parole del mio allora professore di filosofia) che la psicopatologia ha su chi ne legge, più che su chi la vive.
Roger Keith Barrett era un giovane studente che, con Nick Mason, Roger Waters e Richard Wright, fondò i Pink Floyd. Un giovane brillante, simpatico, geniale, un giovane che potremmo definire uno dei simboli viventi della Londra psichedelica di quegli anni. Divenne l’uomo immagine, con il doppio ruolo di cantante e chitarrista, nonché di autore di punta, del gruppo.
Purtroppo la sua fragilità, o forse una psicopatologia latente, o forse semplicemente l’abuso di LSD, ne fecero da un lato un personaggio maledetto – il folle sul lato oscuro della luna che trasforma in musica incubi e allucinazioni, il poeta pazzo protagonista di mille aneddoti a volte esaltanti, a volte agghiaccianti, a volte esilaranti, ma sempre amari – dall’altro ne fecero un personaggio scomodo e ingestibile per il gruppo, che si trovò così di fronte alla scelta: finire con Syd Barrett, o provare a continuare senza di lui.

Lo misero alla porta.

Fortunatamente, da un certo punto di vista, altrimenti quei Pink Floyd che amo alla follia non sarebbero mai esistiti. Niente lato oscuro della luna, niente muro, niente vorrei che tu fossi qua. Niente.
Ma mi sono sempre chiesto se i compagni, a cui nel frattempo si era aggiunto David Gilmour, hanno mai potuto perdonare loro stessi per quell’abbandono, e in fondo credo che la risposta sia «no», se ancora nel ’75, sei anni dopo, si sentirono di scrivere quella canzone, e se al Live 8, in quell’incredibile reunion, fu così commosso il saluto a quel ragazzo col quale suonarono solo qualche anno, e che nel frattempo oltre a loro aveva lasciato anche questo mondo per andare nel suo canneto di Eridu, tra gnomi, spaventapasseri ed elefanti effervescenti.

Sulla figura di Syd Barrett, cfr:
Luca Ferrari, “Tatuato sul muro”

Consiglio anche l’ascolto di un disco:
Syd Barrett, “Barrett”

#2. Tre.

È il mio secondo giorno da blogger (certo che ‘sta parola ha un suono tremendo) e mi sposto avanti di qualche migliaio di anni rispetto al post di ieri.

La letteratura medievale è uno dei miei più grandi amori. Un amore struggente, appassionato. Di quelli che a volte sanno anche far soffrire. E all’interno dello sconfinato mare che i bravi amanuensi ci hanno conservato, ho il vezzo di una predilezione superiore per la Materia di Bretagna.

Ne sont que trois matières a nul home antandant
De France et de Bretaigne et de Rome la grant

Così ci dice il giullare francese Jean Bodel (fine 1100 – inizi 1200), intendendo che se un uomo vuole occuparsi di qualche vicenda, o ascoltare una bella storia, in questi tre calderoni deve andare a cercare.
Questo non può che farmi pensare alle storture del diritto d’autore. Se fosse esistito qualcosa di simile ai tempi di Bodel, oggi non avremo la materia di Bretagna, quel corposo insieme di romanzi, poemi, lais, rappresentazioni, che dal basso medioevo attraverso i secoli si è strutturato così bene e così in grande, fino alle produzioni cinematografiche dei giorni nostri.
Non avremmo personaggi radicati nell’immaginario collettivo come Ginevra, Artù, Tristano, Merlino, e compagnia spadante e amoreggiante.

E inoltre, non potremmo vedere come i cambiamenti nei gusti dell’ambiente in cui le vicende venivano lette e raccontate, e i cambiamenti nella morale della loro epoca, hanno influito sulle alterne fortune dei personaggi.
Per esempio nei testi del 1100-1200 i personaggi più in vista sono spesso i cavalieri del lignaggio di Artù (perché lu re è pur sempre lu re), ovvero Galvano e Ivano, che altro non sono che quei Gawain e Owein di cui già si parla nelle leggende gallesi del Mabinogion. Personaggi quasi pagani, con doti ereditate di certo da mitologie anteriori (si pensi a Galvano come eroe solare, la cui forza aumenta all’avvicinarsi del mezzodì). Personaggi che amano smodatamente la patata, tanto da gustarla ovunque ella si trovi. Personaggi, per finire, soprattutto Galvano, difensore del regno, che anche a costo di incorrere nella sfiga suprema, fa vanto nel non aver mai negato o nascosto il proprio nome (e anche questo è un retaggio arcaico di una civiltà senza scrittura, in cui il nome e l’affermarlo – la parola orale – ha un peso enorme, retaggio forse solo ricordato all’epoca di Chretièn).

Ebbene, passano i decenni, passano i gusti, e le vicende cortesi diventano di certo più interessanti dell’onore del lignaggio reale, per cui Galvano è offuscato da Lancillotto. In Mallory addirittura Galvano diventa un personaggio meschino, un traditore.

E poi anche Lancillotto, l’eroe dell’amore cortese, cade in disgrazia, offuscato dai cavalieri del Graal, i casti, puri, immacolati (e anche un po’ tanto ottusi) Perceval, Bors, Galaad. Che è tempo di pensare a fare delle crociate, mica correr dietro a sottane e pastorelle, che tutti sti cadetti in giro a cazzo per l’Europa a piantar casino devono farsi templari…

Beh, com’è, come non è, tutto questo non lo si potrebbe vedere. E io non potrei commuovermi ogni volta che Galvano e Ivano non si riconoscono di ritorno dalla cerca del Graal, e Ivano muore, e io mi ritrovo ogni volta col magone.

Voi avete qualche punto, di qualche storia, che ogni volta sapete già cosa sta per accadere, eppure ogni volta vi magoneggia assai?

Per l’evoluzione del personaggio di Galvano, vedi:
Gabriella Agrati, M.L. Maggini, (a cura di), “Galvano, il primo cavaliere”

#1. Fine.

Cominciamo dalla fine.
Ovvero: quando un giorno avrò fatto una merdata di troppo, oppure il mondo l’avrà fatta a me, e me ne andrò.
L’uomo ha sempre amato la locuzione spaziale “andarsene”, al posto di morire. È tanto consolatoria. Dà l’idea che in fondo non è proprio finita, si va solo da un’altra parte, una bella gita.
Ah, qualcuno si ricordi di portare i tramezzini. I faraoni egizi, tutto sommato, facevano qualcosa di simile.

Ma torniamo a me.
Dove sarebbe quest’altra parte? Come vorrei che fosse il mio al di là?

Occorre una premessa, lunga e verbosa.
Si parte sei/settemila anni fa (per un lungo salto serve una lunga rincorsa, oppure buone gambe… io opto per la rincorsa).
Vicino al mare, alle spalle del deserto, nei pressi dell’estuario di un grande fiume, c’era una zona paludosa, ricca di acque sorgive, limpide e fresche, con un florido canneto (che in fondo il titolo del blog non posso averlo messo proprio a caso). In questo incrocio di ecosistemi così dissimili, persone altrettanto dissimili (gli agricoltori delle rive del fiume, i pescatori delle rive del mare, i pastori nomadi del deserto) crearono una comunità e poi una città.
Nacque così Eridu, la più antica delle città-stato sumeriche, quella su cui la regalità discese dal cielo (come dire, quella in cui per primo qualcuno disse “io sono lu re”), stando a quanto ci dicono le liste dei re che i sumeri, e più tardi tutti i popoli mesopotamici, hanno sempre così amato scrivere, copiare, ricopiare, ri-ricopiare, al punto che sono convinto che più di una testa-nera sorrida, nel suo aldilà, quando le liste vengono stampate ancora oggigiorno.

La città venne consacrata ad Enki, il dio delle acque sotterranee, il dio dell’Abzu (confronta “Abisso”), perché erano quelle acque sotterranee che sgorgando dal suolo permettevano l’irrigazione e la coltivazione, e la prosperità di Eridu. E ad Enki venne consacrata la grande Ziqqurat della città, e ad Enki si rivolse la sublime dea Inanna quando gli chiese di poter portare “la regalità” in Uruk (l’uomo ha sempre avuto bisogno di una giustificazione divina per dimostrare ai propri simili che se li prendeva a spadate sulle gengive c’era un motivo piùcchevalido).

Resta il fatto che fin dai primordi genti così diverse, come dicevamo, restarono affascinate da quella zona in cui sembrava che tutte le caratteristiche della terra dovessero riunirsi in un posto solo, e decisero che sì, quello doveva essere il luogo della creazione.

E allora, all’inizio di questo blog, financo nel titolo, non posso che mettere il canneto di Eridu, il punto della creazione per quella che è una delle civiltà più antiche tra quelle che possiamo chiamare madri. L’inizio.
E la fine, anche, perché se devo scegliere un posto dove passare l’eternità voglio che sia tranquillo, fresco e sereno, con un bel sole e i grilli, come doveva sembrare a tutti quei popoli il canneto di Eridu, un rifugio sicuro, se decisero che avrebbero trascorso lì il resto dei loro giorni.

Per la nascita di Eridu, cfr:
Gwendolyn Leick, “Città perdute della Mesopotamia”

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