Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

#2. Tre.

È il mio secondo giorno da blogger (certo che ‘sta parola ha un suono tremendo) e mi sposto avanti di qualche migliaio di anni rispetto al post di ieri.

La letteratura medievale è uno dei miei più grandi amori. Un amore struggente, appassionato. Di quelli che a volte sanno anche far soffrire. E all’interno dello sconfinato mare che i bravi amanuensi ci hanno conservato, ho il vezzo di una predilezione superiore per la Materia di Bretagna.

Ne sont que trois matières a nul home antandant
De France et de Bretaigne et de Rome la grant

Così ci dice il giullare francese Jean Bodel (fine 1100 – inizi 1200), intendendo che se un uomo vuole occuparsi di qualche vicenda, o ascoltare una bella storia, in questi tre calderoni deve andare a cercare.
Questo non può che farmi pensare alle storture del diritto d’autore. Se fosse esistito qualcosa di simile ai tempi di Bodel, oggi non avremo la materia di Bretagna, quel corposo insieme di romanzi, poemi, lais, rappresentazioni, che dal basso medioevo attraverso i secoli si è strutturato così bene e così in grande, fino alle produzioni cinematografiche dei giorni nostri.
Non avremmo personaggi radicati nell’immaginario collettivo come Ginevra, Artù, Tristano, Merlino, e compagnia spadante e amoreggiante.

E inoltre, non potremmo vedere come i cambiamenti nei gusti dell’ambiente in cui le vicende venivano lette e raccontate, e i cambiamenti nella morale della loro epoca, hanno influito sulle alterne fortune dei personaggi.
Per esempio nei testi del 1100-1200 i personaggi più in vista sono spesso i cavalieri del lignaggio di Artù (perché lu re è pur sempre lu re), ovvero Galvano e Ivano, che altro non sono che quei Gawain e Owein di cui già si parla nelle leggende gallesi del Mabinogion. Personaggi quasi pagani, con doti ereditate di certo da mitologie anteriori (si pensi a Galvano come eroe solare, la cui forza aumenta all’avvicinarsi del mezzodì). Personaggi che amano smodatamente la patata, tanto da gustarla ovunque ella si trovi. Personaggi, per finire, soprattutto Galvano, difensore del regno, che anche a costo di incorrere nella sfiga suprema, fa vanto nel non aver mai negato o nascosto il proprio nome (e anche questo è un retaggio arcaico di una civiltà senza scrittura, in cui il nome e l’affermarlo – la parola orale – ha un peso enorme, retaggio forse solo ricordato all’epoca di Chretièn).

Ebbene, passano i decenni, passano i gusti, e le vicende cortesi diventano di certo più interessanti dell’onore del lignaggio reale, per cui Galvano è offuscato da Lancillotto. In Mallory addirittura Galvano diventa un personaggio meschino, un traditore.

E poi anche Lancillotto, l’eroe dell’amore cortese, cade in disgrazia, offuscato dai cavalieri del Graal, i casti, puri, immacolati (e anche un po’ tanto ottusi) Perceval, Bors, Galaad. Che è tempo di pensare a fare delle crociate, mica correr dietro a sottane e pastorelle, che tutti sti cadetti in giro a cazzo per l’Europa a piantar casino devono farsi templari…

Beh, com’è, come non è, tutto questo non lo si potrebbe vedere. E io non potrei commuovermi ogni volta che Galvano e Ivano non si riconoscono di ritorno dalla cerca del Graal, e Ivano muore, e io mi ritrovo ogni volta col magone.

Voi avete qualche punto, di qualche storia, che ogni volta sapete già cosa sta per accadere, eppure ogni volta vi magoneggia assai?

Per l’evoluzione del personaggio di Galvano, vedi:
Gabriella Agrati, M.L. Maggini, (a cura di), “Galvano, il primo cavaliere”

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4 pensieri su “#2. Tre.

  1. in realtà credo la questione del diritto d’autore (da me odiatissima) non abbia molto a che fare con la diffusione e il cambiamento dei personaggi, se come dici tu, deriva dal gusto e dalla necessità (di togliere i cadetti dalle palle, per dire) tutte evenienze facilmente abbracciate da un potere forte che detiene i diritti di un’opera e se ne batte di cambairla per esser fedele a chissàcosa.

    momenti emozione solo con Lo specchio nello specchio, di Michael Ende. praticamente ad ogni racconto

  2. Cestinante in ha detto:

    Il fatto è che ci sono centinaia di opere che narrano delle vicende della materia di Bretagna, in francese, provenzale, inglese, tedesco, spagnolo, catalano, italiano e in tutti i dialetti morti di queste lingue. Se L’Historia Regum Britanniae in latino di Goffredo di Monmouth fosse stata tutelata da diritti d’autore, Wace non avrebbe potuto farne una versione poetica normanna da diffondere nelle corti, per esempio. E le decine di continuatori non avrebbero potuto inserire nella narrazione i loro personaggi.

  3. Topus in ha detto:

    Parallelizzando rispetto ai tempi moderni, si guadagnava sugli eventi live e sul lavoro di corte; come ha già detto Trent Reznor, che non è uno scemo, non si guadagnerà più sulla vendita dell’opera in sè, ma sulla fama legata alla diffusione dell’opera o sulle proprie abilità di esecuzione (com’era un tempo appunto).
    Il problema è che questa cosa ha senso per produzioni dell’intelletto a basso costo (letteratura, musica), ma per un film, per esempio, è un bel problema andare a coprire i costi di produzione senza la vendita dell’opera stessa. Come si fa? Boh? Potresti applicare delle royalties ai diritti di sruttamento di immagine degli attori più famosi. Ah coso! Sei diventato un attore famoso grazie al mio film, e mo me dai qualcosina de quello che guadagni!
    Altrimenti alla fine tocca investire in film su cui si può fare del merchandising spinto, quindi diciamo nella categoria blockbuster.

    Le major dovrebbero decidersi a rendere disponibili i propri cataloghi a prezzi accessibili a tutti (se trovo un film, perfetto, senza doverlo cercare col p2p a un euro io me lo scarico subito).

    • Cestinante in ha detto:

      Sono assolutamente d’accordo. iTunes è diventato uno dei servizi di maggior successo al mondo, grazie alla musica a basso costo e a grande facilità di download.
      E comunque il cinema ha pur sempre lo spettacolo al botteghino, che è un tantino più riproducibile e raggiunge più persone rispetto al concerto live.

      Ma il vantaggio nella liberazione dal copyright non vuole essere nel costo / noncosto dell’approvvigionamento dell’opera (tra l’altro senza copyright l’originale di un Mondrian costerebbe né più né meno), quanto nella reiterazione / perfettibilità. Se sono in grado di mettere in scena un’opera migliore di quella che hai fatto tu usando gli stessi personaggi, perché non devo poterlo fare?

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