Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivi per il mese di “maggio, 2012”

#15. Prospettiva.

“Dopo l’istante magico in cui i miei occhi si sono aperti nel mare, non mi è stato più possibile vedere, pensare, vivere come prima.”
Jacques-Yves Cousteau

“… un certo modo di scalare che non è sport, è un’altra cosa. È una filosofia, sono valori, è un pensare a tutto”
Reinhold Messner

Adoro il mare, e adoro la montagna. Non solo perché per me, incallito abitante della pianura padana, sono sempre stati sinonimo di vacanza. E non solo per saraghi e caprioli.

Amo il mare. Non le sale giochi, le sdraio, la gente in costume, i tuffi, la coca-cola ghiacciata o le biglie che corrono sulla sabbia. Amo il mare, proprio lui, amo fissare a lungo quel blu illimitato. Calmo o in tempesta, al mio occhio il mare è come una finestra sull’infinito, un contrasto stridente con la finitezza umana: travalica il limite insito nella nostra condizione.
E va rispettato, perché è pericoloso: non puoi trattarlo da pari, ti ci devi avvicinare con prudenza. Di più: con riverenza.
Il mare è un piano blu. Le onde disegnano mille ostacoli, mille valichi, mille traiettorie. E mille volte mille sono le rotte che si possono disegnare. Alzare gli occhi, guardare l’orizzonte: un gesto non banale, per chi è abituato a vivere la città. Un esercizio quasi pesante per la mente, che si affatica a comprendere la vastità degli spazi e delle prospettive.
E nel rumore delle onde, il suono primigenio della vita, la voce dei primi organismi, l’uovo da cui tutti proveniamo.
Slanci verso l’infinito spaziale, echi dall’infinito temporale. Prospettive.

Amo la montagna. Non intendo le piste da sci o gli eventi mondani dei “posti da vips” con tanto di Casino, e neppure i “posti da shopping” ai piedi dei monti oltrefrontiera. No.
Amo salire. Cercare il sentiero, calpestare aghi di pino o roccia, uscire dal bosco. E vedere man mano l’ambiente che cambia intorno a me, il mondo che si schiude diventando cielo, le pareti di roccia che si aprono rivelando paesaggi nuovi dopo ogni curva. Le prospettive ingannano, a volte, ma quando le sai padroneggiare sai anche porti un traguardo e raggiungerlo.
E quando superi una salita e ti si apre un altipiano cintato di vette, e sai che dovrai passare quelle vette per arrivare a un nuovo altipiano, non riesci a pensare ad altro che a tutta la bellezza che hai davanti, al mare verde orizzontale che ti riempie gli occhi, e a quello bianco verticale che lo segue, nelle lingue del ghiacciaio che lambiscono i laghi.
Verde, e poi grigio, e poi bianco, e poi solo il cielo. Prospettive.

Perdersi guardando le immensità del mare, o le alpi da un rifugio. Ecco un esercizio che dovrebbe essere obbligatorio, di tanto in tanto, per la gente di città.
E a maggior ragione per i politici. Una settimana di mare e una di montagna, ogni anno. Ma non in mare su uno yacht da dodici metri con due puttanoni in costume leopardato. Mare ascetico, in un faro, o semplicemente sugli scogli, a guardare e riflettere.
E montagna, a faticare e arrancare sulle salite, per guadagnare la cima.

Perché i nostri politici, e con nostri non intendo solo italiani, perché è una triste condizione diffusa, mancano di prospettiva, e hanno bisogno di ritrovarla.
Mancano della capacità di guardare lontano, e si fermano alle prossime elezioni. Si fermano al negozio all’angolo. Guardano solo il truogolo, come i maiali. E invece devono imparare a spaziare con lo sguardo in lontananza, come guardando il mare. E capire che le distanze sono importanti. E guardare verso l’alto, verso la vetta, l’obiettivo, e imparare a cercare strade per raggiungerlo.

Perché ho davvero tanto la sensazione che in questa crisi non sappiano che accidenti fare, e proseguano di giorno in giorno mettendo un cerotto qua e uno là. Convinto di aver fatto un passo avanti raggiungendo un punto che regolarmete i mercati hanno superato da giorni. E tengono fermi punti granitici che sono capisaldi solo nelle loro menti ottuse.

Ed ho davvero la sensazione che questa Europa l’abbiano ereditata da gente che le prospettive le vedeva eccome, ma loro non sanno che farci. Non hanno deciso dove portarla eppure ogni giorno camminano a cazzo, come chi va in montagna senza mappa e senza conoscere il posto, e rischia la vita a ogni pie’ sospinto (la sua e quella di chi dovrà soccorrerlo).

E ho la sensazione che anche tutta questa antipolitica serva solo a dirci che i politici sono cazzoni (come fosse difficile da intuire), ma nelle proposte, pur spesso sagge nella loro banalità, manca sempre la prospettiva, quella che permette di segnare un punto lontano, e trovare rotte o sentieri per raggiungerlo.

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#14. Catastrofe.

Morire non è una catastrofe, la catastrofe risiede nel dover dormire affamato.
[Proverbio etiope]

Si sa che i nostri amati mezzi di informazione tradizionali hanno la catastrofe in bocca. È talmente sotto gli occhi di tutti che ripeterlo getta tutto il blog nella banalità, ma ormai una settimana di pioggia è una catastrofe, un giorno a 30 gradi e si passa ad allarme-caldo.
D’altra parte devono pur vendere per campare, direte voi. Il fatto è che, se continuano ad alzare l’asticella, tra un po’ diventeranno catastrofe anche i miei calzini dopo il calcetto, dico io. E forse lo direbbe anche la mia compagna. Ma questo è un altro discorso.

Il problema (dell’informazione catastrofica, non dei miei calzini) risiede proprio nel vendere per campare. La notizia non è un servizio reso alla comunità, ma una merce, e come tale deve essere “venduta”, sottostare alle leggi del mercato, e produrre un utile, tanto più consistente quanto più è elevato il numero di persone che ne fruisce.
Una notizia è quindi madida di interesse economico. E un interesse economico si traduce giocoforza in un interesse politico. Per cui se da un lato i mezzi di informazione vivono nella meno liberista delle situazioni, per cui devono passare le notizie di politica esattamente nel modo in cui vengono gradite dal loro editore – spesso politico – dall’altro per attirare compratori/inserzionisti pubblicitari devono tenere ben alta la soglia della paura, che fa sempre vendere, devono tenere la gente in ansia (che fa crescere l’attesa per altre notizie), senza che questa cosa degeneri, producendo distacco. È un po’ lo stesso principio dei film de paura, per cui la tensione deve essere sempre elevata, ma non troppo, per non scollare lo spettatore per la troppa tensione.

A seguito di questo modo di fare informazione, negli ultimi anni paure latenti sono state ad arte rinfocolate e riesumate, come la sicurezza in periodi in cui calava il numero dei reati, o il rincaro delle zucchine che influivano in maniera irrilevante sul paniere ISTAT, o l’invasione di tipo biblico di milioni di immigrati che si riduceva a una media di cinque arrivi per provincia. Hanno tenuto la gente impegnata in discussioni (e in intenzioni di voto), mentre paure più incombenti e reali venivano occultate, che tanto se ne occupavano loro.

Tra le paure “fomentate” ci sono ultimamente anche catastrofi personali, che sommate tutte insieme costruiscono una notevole catastrofe collettiva. Mi sto riferendo ai famosi suicidi degli imprenditori per la crisi. Pare infatti che i numeri non siano in aumento quanto vogliono far intendere certi mezzi di informazione. In questo caso, però, considerando che i piccoli imprenditori, gli artigiani, non hanno mai avuto una voce, e non hanno Confindustria o i Sindacati a battere i pugni per loro, tutto sommato questa ingerenza dei mezzi di comunicazione, per quanto probabilmente politicizzata perché fa comodo in questo momento, non è mal posta, e viene a sanare un vulnus realmente presente.

Comunque, in questo mare di catastrofi da operetta o da tragedia personale, raccontate dalle immagini patinate della tivvùggeneralista (come dicono gli azionisti Mediaset, intendendo tv della minchiata) però, negli ultimi anni ce ne sono state anche alcune gigantesche.
Penso a quelle epocali, nel senso che hanno segnato un’epoca, come lo tsunami dell’oceano indiano del 2004 – talmente gigante da aver portato il termine tsunami da vezzo di nicchia meteogiappo a parola d’uso comune nelle lingue occidentali – con 230.000 morti in 9 stati, 2 continenti. Catastrofi che ci sono arrivate in casa con le immagini a bassa risoluzione dei cellulari o delle telecamere di sorveglianza, con le voci di stupore e paura di sottofondo. Immagini che sono entrate nella memoria collettiva. Alla pari con Armstrong che scende sulla luna, o con la bambina in fuga in Vietnam, o il ragazzo davanti carrarmato a Tienanmen. Dalla diretta NASA, al grande reporter, alle televisioni, all’ultima frontiera, il report frazionato dei cellulari.

E poi c’è stato il terremoto dell’Aquila del 2009, l’alluvione del Veneto del 2010. E il disastroso terremoto del Giappone del 2011, con l’allarme nucleare. E le tante accuse al governo di aver nascosto la vera proporzione del rischio atomico, e l’enorme battage sul nucleare sì/nucleare no che ne è conseguito. I tempi cambiano, ma la frase precedente, da punto a punto, si può tranquillamente mettere in un articolo che parla di Černobyl’ 1986… Ma perché diavolo non facciamo mai passi avanti? Sono passati 25 fottuti anni e siamo ancora al punto di partenza, non si riesce a prendere una decisione, una direzione, un obiettivo, per una grama volta?

Poi abbiamo il terremoto dell’Emilia, di pochi giorni fa, e la notizia che si evolve, muta ancora, e torna notizia, informazione, diffusa dal social network. L’informazione arriva prima, in tempo reale, e dà immediatamente la misura di quanto successo, tempo prima del vecchio web, e drammaticamente prima dei mezzi di informazione tradizionale. E soprattutto, arriva dalla voce di chi c’è in mezzo, non mediata e immediata. Su twitter, in pratica, sei dentro la catastrofe.

Concludo questo parallelo tra catastrofe e notizia parlandovi di un libro. Si tratta di una vecchia antologia di racconti fantascientifici, pubblicata negli Oscar Mondadori negli anni Ottanta, dal titolo, pensa un po’, di Catastrofi!
Curato dal buon vecchio Asimov, da Martin Greenberg e Charles Waugh (in italiano da G. Lippi), questo tomo ci presenta una serie di bei racconti in salsa fantascientifica sul tema della catastrofe, con un andamento top-down per quanto riguarda la scala (dalla distruzione dell’universo alla distruzione della civiltà come la conosciamo) e, curiosamente, un andamento bottom-up per quanto riguarda il pathos. È infatti davvero interessante notare come i primi racconti, pur interessanti e ben scritti, come L’ultima tromba dello stesso Asimov, o Stelle volete nascondermi di Ben Bova (nel primo abbiamo una sorta di giudizio universale, nel secondo siamo alla fine dei tempi a causa dell’entropia), pur in un’atmosfera di distruzione immensa, quasi infinita, risultino meno drammatici, per il lettore, di quelli che presentano scenari di portata minore. Qui le cui tematiche sembrano più vicine, i rischi si percepiscono probabilmente più reali, come ne La benedizione oscura di Walter Miller Jr., in cui una malattia mette a repentaglio la sopravvivenza dell’umanità (uno dei migliori racconti su questo tipo di scenario apocalittico, scenario che peraltro adoro… sullo stesso tema consiglio anche il romanzo La città poco tempo dopo, di Pat Murphy). In questo racconto tra l’altro si intreccia alla vicenda principale un’appassionante storia d’amore, e anche se state gonfiando i bicipiti dicendo «Haaa! Roba da donne!», niente come una storia d’amore rende ancora più drammatica una vicenda che già lo è. Ma l’antologia va avanti, e si arriva al classico Il magazzino dei mondi di Robert Sheckley, in cui in una civiltà ormai in rovina un negozio permette – in cambio di dieci anni di vita – di trascorrere un po’ di tempo nella terra che fu… ed ecco che davvero si sente la vera angoscia di un futuro non troppo impossibile, non troppo lontano.

Come mai ci sia questo rapporto inverso tra dimensione della catastrofe e angoscia generata, io non lo so. Anche se forse il proverbio etiope posto all’inizio del post ci può dare un’indicazione…

Riporto i due testi di fantascienza che consiglio:
Isaac Asimov, Martin Greenberg, Charles Waugh (a cura di), “Catastrofi!”
Pat Murphy, “La città poco tempo dopo”

Il proverbio etiope è tratto da Wikiquote, che cita come fonte AA.VV., “I Proverbi dell’Africa Nera”, Giovane Africa Edizioni

#13. Spezia.

Chi controlla la spezia, controlla l’universo.
[Dune]

Da poco ho una casa, e ci vivo con la mia compagna. Ora, non ci crederete, ma una delle cose che vedevo l’ora di possedere era uno spazio dove tenere le spezie. E ora me ne sto qui, a rimirare pepe nero e sale affumicato, coriandolo e bacche rosa, chiodi di garofano, zafferano, maggiorana, noce moscata e cannella. E altre. E altre ancora.

Che fascino può avere una vetrinetta di spezie?

Intanto un fascino estetico: sono belle. Hanno colori meravigliosi. Ci vedi i gialli dei tessuti dell’India, con il sole dentro. E i rossi densi della sabbia del deserto, o cupi come l’argilla. Neri opachi come le pietre dei vulcani, che sembrano assorbire la luce come buchi neri, o neri lucidi o marmorizzati, come il pepe di Cayenna. E il grigio ecrù del coriandolo, e bianchi come cenere, e cristalli di sale dai colori vitrei. E i verdi! Quanti verdi dati dalla diversa essicazione delle erbe aromatiche!
Nelle loro boccette si mostrano come tesori, in ordine per colore, o per tipo di bocceta, o per genere di sapore, o anche a cazzo. E sembrano i pigmenti d’un pittore fiammingo.

Poi hanno il fascino della magia che compiono, trasformando – su usate in modo appropriato – piatti insulsi in capolavori. Un po’ di paprika ravviva i sapori, il peperoncino calienta anche il più moscio dei secondi. E il profumo limonoso del coriandolo. E la cannella, deliziosa sul cedro col miele di castagno, o sull’ananas cotto alla griglia. E il delicato sapore dello zafferano, il re del risotto. E per tacer dei semi: finocchio, sesamo e papavero, ad esempio, rendono divina l’odiosa pagnotta abituale.

E poi, naturalmente, c’è il fascino del collezionista. Finché ci sarà una spezia che non risiede su uno dei miei ripiani, finché mancherà un colore, finché ci sarà un profumo che non allieta il mio piatto, ci sarà sempre spazio per aver voglia di procurarmi una spezia. È una sensazione ben nota a chi ha questo “animo”. Se possiedo una cosa, e so che ne esistono almeno altre sette o otto, è quasi sicuro che prima o poi ne prenderò una seconda. E una terza. E una quarta. Potrò aspettare anni, ma poi ne prenderò una quinta. Con le spezie sta accadendo piuttosto rapidamente, del resto erano anni che aspettavo di iniziare…

E per finire, c’è il sapore più forte. Il fascino più sottile, ma anche quello che mi cattura di più.

Quello della storia.

Le spezie hanno mosso oro a fiumi, e con l’oro hanno mosso vite, guerre, grandi imprese e grandi bassezze. Hanno mosso ingegno e coraggio.
Per le spezie Vasco da Gama per primo ha circumnavigato l’Africa per raggiungere le Indie. Sempre per le spezie Cristoforo Colombo ha provato la nuova via, con l’idea di buscar el levante por el ponente. I portoghesi costruirono di porto in porto la loro rotta delle spezie (seconda in fascino solo alla via della seta), poi gli olandesi, favoriti dal concatenarsi di eventi in Europa, si sostituirono ai lusitani dall’Europa alle Molucche, e istituirono la Compagnia Olandese delle Indie Orientali che per un secolo dominò la rotta e il commercio delle preziose essenze. Oh, ho detto la Compagnia Olandese delle Indie Orientali: immaginate navi colme di spezie e di cannoni che navigano al largo della costa, guidate da piloti arditi che affrontano tempeste e monsoni e sfuggono ai pirati, non piccoli barconi carichi di modelli e modelle che cazzeggiano facendo la doccia, pubblicizzando shampoo e controllandosi la messimpiega. Cose diverse.

Ecco, quindi. Ogni singolo chiodo di garofano profuma di giungla e galeoni, vele, mare, oriente, racchiude bellezze esotiche e pirati della malesia, bocche di cannone e spade, risuona di tempeste e spari, e fatica e paura, e è costato scorbuto e sudore, pianto e morte, e vedove e orfani, e tradimenti e rovine. Ogni singolo chiodo di garofano ha un peso immane, sulla storia, un peso in grado di curvarla, strapparla. Non va sprecato: va annusato, va assaporato, va usato nel migliore dei modi.
Perché porta bellezza, pagata a caro prezzo.
Come una meraviglia.

#12. Tramonto.

I’ve seen things you people wouldn’t believe,
attack ships on fire off the shoulder of Orion,
I watched the c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gates.
All those moments will be lost in time,
like tears in rain. Time to die. »
[Rutger Hauer / Roy Batty, in Blade Runner]

Il tramonto è una condizione dell’anima. È quello stato del pensiero romantico, disposto al declino, che si strugge per una rovina.

Il tramonto chiude una storia. E ne apre un’altra.
È la partenza degli elfi per l’occidente, la fine del libro rosso dei confini occidentali, e l’inizio dell’era degli uomini. È il ritrovo dei cavalieri dopo la quest del graal, che prelude alla fine della leggenda e all’inizio della storia: non ci sono più magie e meraviglie, solo guerre. È il crepuscolo degli idoli, il Ragnarok. È la fine dell’era mitica. È la morte dell’ultimo drago. È il crollo dell’impero romano, la fine dell’antichità, che dà il via alla nascita dell’Europa moderna.

La voglia di guardare il tramonto è un racconto dei tempi della scuola, è il desidero di restare attaccati a quell’età dell’oro in cui tutto è possibile, quell’età della giovinezza che scivola via, con i suoi sogni e le sue folli speranze. Gli occhi restano fissi sul disco solare, che diviene arco, che diviene sottile striscia e poi sparisce. E ci lascia un presente buio. E ci lascia uno sguardo fisso verso un punto in cui non c’è più niente.

Il film più tramontizio che mi sia capitato di vedere è Un mercoledì da leoni, di John Milius. Qualcosa di più di un film sul surf: è un film su una generazione, quella dei giovanissimi dei primi anni ’60, quella che ha cantato Will you still love me tomorrow (che dice non a caso: “ok, stanotte è tutto bellissimo, ma domani mi amerai ancora?”… come dire che questo periodo scanzonato di ragazzi che si divertono in spiaggia è splendido, ma come sarà il domani?). La generazione che poi si è svegliata partendo per il Viet Nam, che ha sofferto la perdita dei miti giovanili, e si è poi trovata poi adulta, sulle stesse spiagge da cui è partita, per cercare di far pace con la voglia di aggrapparsi al tramonto.

Ma nel tramonto c’è anche il sottile piacere della rovina, il vedere che in fondo è bello anche se va tutto a rotoli. C’è Into the wild, c’è la fine più “romantica” – nel senso originale del termine – che si possa immaginare, e che pure ci sta così bene. C’è il non-lieto fine di King Arthur, con i funerali. E che pure ci sta così bene.

E se ci sta così bene è forse perché in fondo la nostra è stata una generazione che è vissuta al tramonto. Abbiamo visto il tramonto del comunismo, ora il tramonto del capitalismo occidentale, e – gli dei non vogliano – anche il tramonto del sogno europeo. Forse ce l’abbiamo dentro che le cose non possano poi funzionare, in fondo in fondo. Forse ce l’abbiamo dentro il germe della rovina, essendo creature che alla fine, dopo tutto, pur con tutte le rabbie, lotte, paure e disperazioni, sono destinate a morire.

#11. Meraviglia.

Meraviglia. Come quella che si può provare di fronte a qualcosa che proprio non sembrava possibile. O a qualcosa che sapevamo benissimo possibile, eppure ci stupisce lo stesso.

La prima è la meraviglia dell’incredibile che si fa realtà, il manufatto che va al di là di quanto fa parte dell’esperienza in virtù di misure, proporzioni o bellezza. È la meraviglia di fronte all’opera splendida, o colossale, o inaspettata.

La seconda è la meraviglia di fronte a qualcosa che hai sempre visto, eppure non manca di scioglierti il cuore. Come quande verso le sette e mezza tutti se ne vanno un po’ a strafanculo a prepararsi per l’happy hour e per la prima volta nella giornata vedi il mare. L’hai avuto sotto gli occhi tutto il giorno, ma non importa, hai appena scoperto quanto cazzo è bello. Oppure la cascata che hai appena raggiunto dopo 4 ore di camminata, deve essere bella per forza dopo tutta ‘sta fatica, ma così bella, eh no, non eri pronto, davvero. O il manto di una pantera, ma è davvero così bello? Ma ha davvero quegli occhi? Non è la prima volta che capita nel raggio d’azione dei tuoi dispositivi visivi, eppure…
Ma più ancora, questa è la meraviglia che si prova di fronte a una vita che sboccia, che sembra ogni volta impossibile si possa fare davvero. Sembra una di quelle azioni da divinità, da libri di mitologia, e invece quella donna che hai davanti è la dea che ha compiuto l’impresa, e tu ti senti così inadeguato e trascurabile, e ogni tua impresa non ha più valore al cospetto dell’atto creativo della dea.

Ebbene, non siamo qui per occuparci del secondo tipo di meraviglia, ma del primo. Non dell’atto della divinità, ma dell’uomo.

Da piccoli, tra le prime cose da imparare per esercitare la memoria, ci sono i sette giorni della settimana. Le sette note musicali. I dodici mesi. L’alfabeto. La formazione del Milan.

Io preferisco le sette meraviglie del mondo antico. La piramide di Cheope, i giardini pensili di Babilonia, la statua di Zeus a Olimpia, il tempio di Artemide a Efeso, il Mausoleo di Alicarnasso, il colosso di Rodi, il Faro di Alessandria. Nomi sospesi tra la storia e il mito.

La grande piramide, accompagnata dalle due sorelle e soprattutto dalla sfinge (potremmo in effetti dire che l’intero complesso è un’unica, stupefacente meraviglia) è in effetti l’unica  che, pur soggetta a uno scorrer di tempo maggiore, è ancora lì nel deserto a far mostra dello splendore e della grandezza della quarta dinastia egizia, e dell’abilità del suo artefice, l’architetto Hemiunu cui è tradizionalmente attribuita.
Due meraviglie sono andate perdute, e di esse nulla ci rimane, tanto che ci si chiede ancora se fossero mito o realtà. Il colosso di Rodi, una gigantesca statua bronzea del dio Helios posta all’ingresso del porto dell’isola, dopo 56 anni dalla sua costruzione venne abbattuta da un terremoto, e ancora per 800 anni rimase sdraiata nell’acqua, fino a quando fu fatta a pezzi e “deportata” dagli arabi. I giardini pensili di Babilonia sono stati assorbiti dal tempo e dal mistero. Molte teorie sono state avanzate, e diversi edifici negli scavi dell’antica capitale sono stati identificati con la base dei giardini. Ma al giorno d’oggi gli studiosi non concordano praticamente su nulla, se non sul re babilonese Nabuccodonosor II, sotto il cui regno vennero edificati, a dispetto della tradizione che li attribuisce al volere della regina assira Semiramide.
Solo vestigia ci restano delle rimanenti 4 meraviglie.
Il Mausoleo di Alicarnasso, tomba del satrapo Mausolo, voluta e fatta erigere dalla moglie-sorella Artemisia, doveva suscitare un impressione grandiosa se ancora oggi il termine mausoleo si applica per i monumenti funebri. Il Mausoleo, alla cui realizzazione lavorarono gli artisti più importanti dell’epoca, come Prassitele e Skopas, venne abbattuto da un terremoto. La struttura in rovina venne definitivamente distrutta dai crociati, gente per bene rispettosa del culto e della storia.
Sempre in Asia Minore, ma nella città di Efeso, sorgeva l’Artemision, il grande santuario della dea Artemide. Venne edificato da re Creso, al quale la pecunia non mancava, e poi distrutto da un mitomane nel 356 a.C.… avete capito bene, venne distrutto da un mitomane, che desiderava passare alla storia, e il cui nome non riporterò per non contribuire nel mio piccolo alla perpetuazione della fama di quell’immenso idiota. Possa essere per sempre dimenticato, lui e la sua stirpe. Circostanza piuttosto curiosa, gli dei ci fecero la grazia di un evento in grado di offuscare il misfatto persino tra gli eventi salienti di quel giorno. Infatti in quelle stesse ore nasceva Alessandro Magno, l’uomo che avrebbe riscritto la geografia, la storia, la cultura e quantocazzo altro dell’Occidente e dell’Oriente.
Fidia, forse il più grande scultore greco, fu l’autore della statua di Zeus nel santuario di Olimpia. Un’immensa opera di avorio e oro, che rimase al suo posto per 800 anni prima di trovare l’ennesimo cazzone: in questo caso con buon proposito di conservarla, il funzionario bizantino eunuco Lauso la deportò nella sua collezione di arte pagana in un palazzo di Costantinopoli, che venne distrutto da un incendio portando con sé l’opera.
E finisco questa carrellata, che intendevo più rapida di quanto è stata, con il faro di Alessandria. Anche in questo caso si tratta di un’opera che ha finito per dare il proprio nome a tutta una categoria di oggetti, dacché il faro prende il nome dall’isola di Pharos su cui era posto. Anche qui il colpevole della distruzione fu un terremoto, come per il mausoleo e il colosso, e se parte della sua struttura venne utilizzato per la costruzione di un forte, molte pietre e statue sono state “conservate” per noi dal mare.

Ora, intanto possiamo dire che le sette meraviglie vennero codificate relativamente tardi nella sequenza che poi si è affermata, tanto che in precedenza molti altri elenchi di questo tipo erano stati tentati e mai ebbero una fortuna culturale come l’elenco classico. Possiamo dire che queste furono le meraviglie che erano in piedi tra il 250 e il 226 a.C., dacché solo per quei 25 anni furono tutte in piedi contemporaneamente, e questo è un dato davvero curioso, se pensiamo invece alla durata e al successo dell’idea di “sette meraviglie” e dell’elenco delle stesse.
Nel mondo antico ben altre e molte furono le meraviglie andate distrutte prima o edificate dopo quel venticinquennio, oppure che videro la luce in zone del pianeta troppo lontane. Penso alla porta di Ishtar di Babilonia, alla stessa Etemenanki, poi identificata con la torre di Babele. E poi la ziqqurat di Ur-Nammu ad Ur, le moschee di Samarcanda, Santa Sofia a Costantinopoli, i templi di Abu Simbel, Stonehenge, i moai dell’Isola di Pasqua, il complesso di Chichen Itza, le piramidi del sole e della luna a Teotihuacan, Macchu Picchu, Petra, il colosseo, la muraglia cinese, la città proibita a Pechino, Angkor Vat, il Taj Mahal, San Pietro, la cappella Sistina, i dipinti rupestri delle grotte di Altamira, il palazzo di Cnosso, il tempio di Salomone… tutte opere che destarono chissà quale riverenza e rispetto negli uomini dell’epoca, se ne destano ancora così tanto oggi. E chissà quante altre dobbiamo ancora identificarne, se le fortezze indo-arie dei Veda sono state localizzate solo nell’ultimo trentennio nell’area dell’Oxus.
Negli ultimi anni, poi, il desiderio di codificare altre liste di meraviglie è rispuntato, al punto che in occasione delle Olimpiadi di Atene 2004 fu l’Unesco a proporre una specie di sondaggio globale per scegliere una nuova lista.

Ma cos’è in definitiva una meraviglia? È un’opera che finisce per caratterizzare da sola 3000 anni di civiltà, come la piramide, oppure è semplicemente qualcosa che stupisce, costringendoti a sgranare gli occhi?
E quali opere moderne, degli ultimi centocinquant’anni, insomma, potrebbero a ben diritto essere definite meraviglie? Io vi do una mia lista, di sole sei meraviglie, con motivazioni. Gradirei vostri pareri e proposte, se volete. Perché il concorso dell’Unesco era ancora rivolto al passato, e quello che invece voglio capire io è quali delle opere del nostro tempo saranno ricordate tra duemila anni come le meraviglie dei nostri secoli.

1) La ISS. Di sicuro la Stazione Spaziale Internazionale si presta più di tutte le altre ad entrare nell’elenco. Intanto si tratta di una meraviglia che staziona in cielo, e questo le fa dare della merda a tutte le altre. E poi rappresenta lo spirito di comunità internazionale che permette di raggiungere traguardi incredibili. Poi si tratta di una meraviglia con scopi scientifici. E poi, accidenti, da lassù sì che la vista spacca il fiato.

2) La Tour Eiffel. Niente a che vedere come stupore in grado di suscitare e come meraviglia tecnica con la ISS. Ma è un simbolo. Cosa che la ISS non è riuscita ad essere, anche per questioni puramente estetiche. Rappresenta da sola una città e una nazione, e forse, fuori dall’Europa, è uno dei simboli più riconoscibili dell’intera Europa stessa.

3) La Statua della Libertà. Vale tutto quanto detto per la torre parigina, con in più lo spirito che rappresenta (una gemellanza di intenti e di obiettivi che le democrazie occidentali delle due sponde dell’Atlantico dovrebbero condividere, e non parlo di figa e petrolio).

4) Le Twin Towers del WTC. È vero, non ci sono più. E non erano poi nemmeno tanto belle. Torri alte, torri grosse, moderne, va bene. Allora sono più belle quelle di Kuala Lumpur, e di sicuro nei prossimi anni ne faranno di ancora più belle. Difficilmente, però, esisteranno mai due torri in grado di influenzare più di quelle del WTC, per la loro storia, la loro fine e quello che poi ne è conseguito, la storia del pianeta.

5) Il Nido d’uccello e il Cubo d’acqua. Con i giochi olimpici di Pechino 2008 la Cina, da paese emergente, ha iniziato ad affermarsi come potenza di primo piano del pianeta, iniziando di fatto la rincorsa agli Stati Uniti. Lo stadio e il centro acquatico, con il loro aspetto straordinario, hanno comunicato al mondo che la Cina ha soldi, ha potere, ha forza, ha stile, ha gusto, e non è disposta ad avere un ruolo secondario.

6) La Sagrada Familia di Gaudí. Iniziata a fine Ottocento e ancora in costruzione fino probabilmente al 2026, per un totale di 150 anni, è un’opera d’altri tempi. Anche perché cattedrali, ed opere religiose in generale, che siano state costruite nel nostro tempo e si mettano a sfidare opere di 400 anni fa, che ne sono poche.

Per le sette meraviglie antiche, vedi:
Peter Clayton e Martin Price, “Le sette meraviglie del mondo”

#10. Primati.

Quattro o cinque anni fa sono andato a Berlino. Allora era solo una città splendida, abitata da un sacco di gente giovane, soprattutto nella testa. Una città che non definirei multiculturale, ma berlinese, anche se abitata da gente proveniente da ogni dove. Una città sobria, certo, ma di quella sobrietà creativa, una sobrietà per scelta di linee estetiche pure ed essenziali, non la sobrietà data dalla mancanza di inventiva e dall’appiattimento mentale.

Berlino.

Berlino non era ancora percepita come la fredda e cinica, grigia e nera capitale tecno-burocratica dell’Europa delle banche. Era una città cui guardare per trovare scelte nuove, scelte originali, scelte impossibile. La città capace di unire – in modo armonico – in una chiesa imperiale devastata dalle bombe, lo stile antico e il moderno in vetro e ferro per la ricostruzione delle parti distrutte. La città che iniziava ad ottenere i primi grandi risultati nel campo dell’ecosostenibilità, con i suoi complessi residenziali energeticamente autosufficienti. Era la città dell’orsetto Knut, la mascotte del pianeta terra, se ci fosse un sistema solare in cui ogni pianeta ha una mascotte.

Knut nel frattempo è morto, e sembra che con lui sia morta la vivacità di Berlino. Sembra che il disincanto sia calato su una città, e un paese, che è tornato ad occuparsi di ferro e acciaio e carbone, e soprattutto soldi. E la città cui guardavamo in attesa delle impossibili riconciliazioni dei contrari, la città filosofale, è diventata quella che ci dice: «Non esistono soluzioni creative. Dovete sputare sangue (e merda, aggiungo io)».

Ma io mi sono innamorato dell’idea della Berlino che ho visto allora, e non dell’idea che, forte della sua pressione osmotica, sta passando le mie barriere celebrali e si sta a forza, nonostante la mia resistenza, installando nel mio sentire.
E così, in questi giorni, ho ripensato ai ricordi di quella città, alle ardite architetture del museo ebraico di Libeskind, all’insuperabile e sovrechiante fulgore della porta di Ishtar, conservata al Pergamon Museum, alla magnificenza dell’altare di Pergamo, alla sensazione indescrivibile di antico, di forza e di mito che sprigiona dalle mura di Uruk, alla gentile eleganza del busto di Nefertiti e alla fierezza di Pericle. Chissà se Pericle, Nefertiti, Enmerkar o Nebukadnezar, oggi, saprebbero fare meglio di frau Merkel e dell’eterogeneo miscuglio di ministri europei che sinceramente mi fanno una tremenda impressione.

Forse no, forse il mondo era estremamente più semplice allora. Eppure, secondo il mito sumerico, l’ingegnoso Enmerkar trovò una soluzione semplice e geniale, una soluzione creativa, a un problema di non inferiore complessità. Il sovrano di Uruk, alle prese con la diplomazia internazionale, prima di scendere in guerra con la civiltà di Aratta, instaurò un fitto dialogo tramite messaggeri. Ma arrivò ad un punto per il quale la complessità del messaggio e dei dettagli, nessun messaggero era in grado di ricordarlo e ripeterlo correttamente. La soluzione a noi sembrerà disarmante nella sua facilità, ma per il mondo dell’epoca non lo era, per niente: Enmerkar inventò la scrittura. Ora, è chiaro che si tratta di un mito, ma la mia sensazione è che se avessimo un Enmerkar all’apice delle gerarchie europee, ovvero qualcuno in grado di guardare il problema dall’altra parte, avremmo più possibilità d’uscita. E la soluzione sarebbe dura, forte, incisiva, come la scrittura cuneiforme.

La parola detta ha forma di chiodo, la sua struttura trafigge.
[“Enmerkar e il signore di Aratta”]

Ma dimentichiamo per un attimo la crisi, e, a fatica, dimentichiamo persino i sumeri, che paiono un leit motiv costante di questo blog, finora.Torniamo alla Berlino dei miei ricordi. E a Knut.
O meglio, a quella che per un po’ è stata casa sua, il gigantesco zoo di Berlino (e no, la droga non c’entra).
In questo superbo giardino zoologico (e giardino è una parola quanto mai azzeccata, visto che di gabbie se ne vedono davvero davvero poche) si possono incontrare animali che altrimenti vedreste solo in documentari. Il rinoceronte indiano. Il formichiere (da vedere: un cucciolo giocava con un inserviente dello zoo come fosse stato un cagnolino). La nutria (ok, quella è facile da vedere sulle sponde dei fossi della pianura eridanea).
Ma soprattutto, e qui finalmente diamo un senso a quel dannato titolo, scimmie, primati.

Da piccoletto non amavo le scimmie. Volevo un libro sulle malattie, e invece me ne regalarono uno sui primati, e fu un po’ una delusione.
Però lo zoo di Berlino ha dato un calcio in culo a quella miope prospettiva, e oggi vorrei sapere dove è finito quel libro.
Perché trovarmi faccia a faccia con Orango, Scimpanzé e Gorilla è stata per me un’esperienza traumatica: in definitiva sono troppo umani per vederli lì.
Vedendoli, guardandoli negli occhi, osservando i loro atteggiamenti, le loro mani (le loro mani! mani, non zampe), vedendo una scimmietta porgere la manina con un gesto tale e quale a un uomo che ti chiede l’elemosina, non ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un animale in gabbia, ma a un umano detenuto ingiustamente, senza colpa.

Ho sentito un richiamo genetico, vedendo un giovane orango fare degli scherzi a un vecchio “uomo dei boschi”, e letteralmente tirandolo scemo, vedendo il vecchio bussare alla porta degli inservienti pregando per un aiuto contro i lazzi del giovani intemperante, vedendo un gorilla in mezzo a un prato su una stuoietta, assiso come un maestro yogi, indicare se stesso con mistico e misterioso gesto.

C’è qualcosa di tremendamente sbagliato nel cacciare questi nostri simili, e credetemi c’è gente che lo fa. E qualcosa mi disturba nel vederli in uno zoo, ma questo mi è più facile da accettare, se può servire a capire le loro dinamiche sociali, comprenderle, e forse comprendere qualcosa di più sulle nostre. E c’è qualcosa di assurdo nel non credere che siamo parenti, perché basta guardarli. E chissà quale effetto potremmo provare di fronte a un neanderthaliano, o un homo erectus, creature con le quali la condivisione del patrimonio genetico era tale e tanta che oggi, trovandoceli d’innanzi, ci troveremmo di fronte al problema di dover riscrivere le nostre convinzioni circa la natura umana. Un impaccio dal quale forse nemmeno Enmerkar potrebbe trarci.

Colgo l’occasione per invitarvi a visitare il Museo Paleantropologico del Po, di San Daniele Po (CR)
questo il suo indirizzo internet: http://www.museosandanielepo.com/
e il blog The missing link

Infine vi segnalo l’esistenza del Great Ape Project, che porta avanti una battaglia per il riconoscimento di diritti umani per le grandi scimmie (e che ha già portato a risultati in alcuni paesi come la Nuova Zelanda, o regioni dotate di una certa autonomia legislativa, come le Baleari), in particolare:
1) Diritto alla vita

2) Protezione della libertà individuale

3) Proibizione della tortura
http://www.greatapeproject.org/

Chiudo con una fonte di tutto rispetto, per quanto concerne il mito di Enmerkar e il signore di Aratta, cfr. uno dei miei libri di archeostoria preferiti:
G. Pettinato, “Sumeri”.
Non vedevo l’ora di ascrivere (del tutto indegnamente) il professore tra le mie fonti.

#9. Luna.

Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna.
[Ludovico Ariosto, “Orlando furioso”, canto 34]

And if your head explodes with dark forebodings too
I’ll see you on the dark side of the moon.

[Pink Floyd, “Brain Damage”]

Un mio amico qualche giorno fa si era lamentato di alcuni post senza citazione iniziale, quindi per portarmi in pari qui ne ho messe due, provenienti da campi completamente diversi (letteratura rinascimentale e musica rock), da periodi lontani (quattro secoli e mezzo), ma in qualche modo legati.

Legati, esatto. Intanto perché si nomina la luna. E poi perché la si nomina collegata alla follia: nell’Orlando Furioso– peraltro opera alla quale il fantasy moderno deve molto, molto e ancora un paio di molto – infatti sulla luna finiscono le cose che vengono smarrite sulla terra, e il prode paladino Astolfo, lì si reca, grazie a un ippogrifo e al carro di Elia, a recuperare il senno perduto da Orlando (uscito di sé per gelosia).
La canzone dei Pink Floyd, invece, fa parte di The dark side of the moon, concept album del 1973 dedicato a tutte le cose che possono condurre alla follia, tema caro al gruppo toccato dalle vicende del primo leader Syd Barrett (vedi il mio post #3. Diamante.). In particolare da notare il titolo della canzone, Brain damage, che dice già tutto.

Ma come si è arrivati ad un collegamento così persistente tra luna e pazzia, se dopo 4 secoli e mezzo dei personaggi centrali della produzione artistica del loro periodo lo avvertono come un paragone naturale e condiviso?

Partiamo a monte. La luna nelle culture antiche è collegata alla fertilità, il suo ciclo è infatti identico a quello femminile, e non è un caso se la gran parte delle divinità lunari è donna (Selene, Artemide, Diana), spesso connessa alla prima età della donna, ovvero alla prima funzione della dea-madre: la vergine cacciatrice intoccabile.

In altri casi, in virtù del ciclo lunare che porta l’astro, in cielo, a comparire, crescere, e poi calare e scomparire, la luna è stata collegata alla morte, e divinità lunari come il dio frigio Men sono anche divinità dell’Oltretomba.

Nel folklore medievale, poi, il ciclo lunare è responsabile di quelle che sono viste come bizzarrie o maledizioni, come il sonnambulismo e la licantropia. In quest’ultimo caso forse per l’abitudine dei lupi di ululare alla luna… e anche qui ci sarebbe molto da dire, visto che questa idea del lupo che ulula alla luns piena fa parte dell’immaginario collettivo di moltissimi popoli anche lontani tra loro, eppure non è ancora stata chiarita dalla scienza. Davvero i lupi ululano alla luna? Gli esseri umani ne sono convinti, ma pare sia solo una leggenda.

Ma andiamo avanti, che c’è altro da dire: la luna ha rappresentato e rappresenta molto altro ancora. È stata una delle prime frontiere extraterrestri, una volta esaurite quelle terrestri: lo è stata per Verne, con i suoi romanzi Dalla terra alla luna e Intorno alla luna, lo è stata per Georges Méliès con il suo film Voyage dans la Lune. E lo è stata soprattutto per russi e americani negli anni ’60 del Novecento, fino a quando il 20 luglio del 1969 Neil Armstrong (no, non quello che suonava la tromba) ne calpestò il suolo, primo terrestre a farlo.

E, forse, un po’ folli bisognava esserlo davvero per lanciare il mondo all’inseguimento di un sogno così grande e lontano.

E poi arriviamo al futuro, da quello immaginato (penso a Spazio 1999 –il telefilm in cui una grande esplosione nucleare sposta il nostro satellite dalla sua orbita facendolo diventare, per gli abitanti della Base lunare, una sorta di gigantesca astronave a bordo della quale esplorare il cosmo – ma anche a La luna è una severa maestra, romanzo di Heinlein tra i miei preferiti che costruisce una ribellione degli abitanti della Luna contro la madrepatria terrestre, opera eccellente, davvero), a quello reale o verosimile, con la nostra Luna che potrebbe venire sfruttata come miniera di elio-3, isotopo dalle mille proprietà, come nel romanzo Limit di Schätzing, o nel film Moon, ma anche come recentemente i cinesi hanno dichiarato di voler fare per combattere una ventura crisi energetica.

Luna da venerare, luna da temere, luna come simbolo, e infine luna da esplorare e sfruttare.

E luna da disegnare, anche, come ha fatto il buon talamax nel suo blog RondiniHF, in un disegno in cui immagina allunare un nostro amico, un ingegnere abile nei giochi di strategia ma dalla drammatica tendenza a dilatare all’infinito la durata delle sue mosse…

E per finire, Luna da rispettare, e giacché il dio sumerico della luna si chiamava Nanna, e io lo rispetto, visto che l’ora è ormai tarda e non sono folle mi precipito a rispettare il comandamento insito nel suo nome.

Non prima, però, di aver avuto la possibilità di indulgere in un ricordo d’infanzia:
Se pensi al tuo regno sulla Luna che non c’è più
Sul tuo bel viso una lacrima vien giù.
[I Superobots, “Starzinger”]

Per l’evoluzione della divinizzazione della luna, consiglio i primi capitoli di:
G. Filoramo, M. Massenzio, M. Raveri, P. Scarpi, “Manuale di storia delle religioni”

#8. Alieni.

Sono atterrati duecento milioni
di Gothamiani, Blue Noah.
[I Superobots, “Blue Noah”]

Qui non troverete né risposta, né tantomeno domanda, sulla possibilità o meno dell’esistenza di alieni. Non troverete testimonianze, e nemmeno sbucherà improvvisamente Giacobbo con un filmato girato a Caracas con un cellulare che mostra un alieno di caucciù che cerca di ghermire dei passanti. E non troverete nemmeno un malassortito gruppo di modelli e modelle della Compagnia delle Indie che, con verve da settimana santa – e con la guida difficilmente intelligibile di Raz Degan o Paola Barale – cerca di dissertare di teorie parascientifiche con lo stesso sguardo competente che potrebbero vantare dei fisici nucleari al minchiacesimo giro di uischi parlando di cicli di lavastoviglie.

No, niente di tutto ciò.

E quindi mi par già di sentire quelli che sono capitati qui per caso, sfruttando le tags che wordpress infila in google, dopo che io le ho infilate a tradimento in lui. Mi par di sentire quelli che dicono «Ecco, un altro sito stronzo che mette tags di roba di cui non parla per attirare qui i gonzi». E li vedo che stanno già cambiando sito. E sbagliano.

Sbagliano.

Sbagliano innanzitutto perché questoqquà è un signor blog, e il bloggante medesimo qui sottoscritto (sempre alla ricerca di alternative umanamente audibili dei neologismi a matrice bloggistica) si fa in quattro pur di cavar fuori sempre un argomento interessante su cui pontificare ad minchiam. E sbagliano perché poi, alla fin fine, davvero in questo post si parlerà di alieni, e davvero nel senso di creature senzienti provenienti da altri mondi. Solo che gli altri mondi sono quelli della fantasia.

Intanto possiamo notare come più l’inventore di alieni è autorevole, più l’alieno inventato è interessante. Per cui se si parla di cazzoni in preda ad allucinazione e manie persecutorie l’alieno è quasi sempre umanoide (quasi che l’universo non avesse abbastanza fantasia per trovare forme diverse, ma forse è l’essere umano che non può concepire niente di intelligente e molto diverso da sé…) e soprattutto dimostra di aderire sempre a una buona serie di cliché. Che sia perché esistono davvero e quindi gli alieni vengono descritti così perché sono così, oppure se l’immaginario collettivo ha elaborato questi archetipi, lo lascio dire agli ufologi e ai [loro] psichiatri. Qui mi limiterò a descriverne qualcuno.

Il “grigio”, ovvero l’ometto ignudo magrolino coi grandi occhioni neri, da “Roswell”, diciamo. Ovvero quello che si vede nel famoso filmato “Santilli” (dal nome della persona che disse di averlo acquistato) mentre viene sottoposto ad autopsia dopo il millantato incidente di Roswell, New Mexico. A scanso di equivoci, prima di far sbrodolare gli appassionati, diciamo subito che il filmato è un falso, per la stessa ammissione dell’autore, girato a Londra nel ’95. Il grigio è anche detto nell’ambiente degli ufologi “reticuliano”, da Z Reticuli, loro mondo di provenienza.
I grigi compaiono in molti film di fantascienza. Sono presenti in Incontri ravvicinati del terzo tipo, tanto per dire. E sono molto somiglianti agli alieni di Signs. A questo proposito, in questo film gli alieni sono una razza avanzatissima tecnologicamente pronta a razziare il pianeta terra, che fa cerchi nel grano per segnare i punti di atterraggio (eh, queste razze avanzatissime che non hanno Google Maps), caratterizzata da un piccolissimo difetto: sono maledettamente allergici all’acqua. E attaccano un pianeta ricoperto per 2/3 d’acqua. Senza neanche una tutina isolante, così, gnudi come mammaliena li ha fatti. Cioè, con un monsone era un genocidio. Probabilmente era allergico all’acqua anche lo sceneggiatore, e per questo era dedito ad un abuso compulsivo di liquidi fermentati ad alto tenore alcoolico. Altre spiegazioni io non ne trovo.

Oltre ai grigi sono diffusamente riportati incontri con alieni detti “nordici”. Provenienti dalle Pleiadi, questi alieni ricordano molto gli svedesi, o gli elfi, e i loro avvistamenti sono molto comuni in Europa (in Svezia, direte voi… e lo direi anch’io, e invece pare li vedano spesso in Gran Bretagna). Voglio dare una coltellata agli amici che hanno letto con interesse i post su sumeri e età del bronzo: siccome non ci facciamo mancare niente, Zecharia Sitchin, complottista russo, sostiene che gli Annunaki (gli dei sumerici Anunna, passati poi in accadico) altro non sarebbero che alieni nordici provenienti dal pianeta Nibiru. Che s’ha’dda fa pe’campà.

Tra gli alieni più avvistati ci sono anche i rettiliani. E siccome ibridi uomo-rettile ci sono un po’ in tutte le mitologie, ovvio che la spiegazione sia esogena per tutti i complottisti del pianeta. Che ci siano ibridi uomo-qualsiasi-altro-animale-di-cui-vogliamo-assorbire-le-caratteristiche, ovviamente, per i complottisti non sembra importante. Meglio pensare che su un altro pianeta si sia formata una razza intelligente casualmente composta da caratteristiche di due specie differenti terrestri. Tipo “suca teoria del caos”, ecco. E “suca statistica”. Del resto si sa che, appena si hanno due dadi in mano, la statistica è una puttana.

Devo però dire che tra gli alieni sauromorfi, in un racconto del buon dottore Isaac Asimov ne ho incontrati di interessanti. Si trattava dei “Kloro”, creature che, guarda un po’, venivano da un pianeta dove invece di acqua e carbonio i mattoni della vita erano cloro e ammoniaca. Almeno lo sforzo di immaginare una struttura molecolare di base diversa Asimov l’ha fatta. Del resto non parliamo dell’ultimo dei cazzoni, anche se non è famoso per le sue storie di alieni. In un altro romanzo, per esempio, dal titolo Neanche gli dei, Asimov – tra altre intuizioni basate sul fatto che si sta parlando di uno scienziato e non di un cazzone – immagina una razza aliena piuttosto eterea, composta da tre “sessi”, che si devono fondere per avere un rapporto sessuale, e quando si fondono definitivamente creano un “duro”, ovvero una creatura concreta, che unisce le caratteristiche diverse dei tre sessi (razionale, emotiva, paterno). Di sicuro più difficile da immaginare rispetto a un grigio, e forse proprio per questo molto più interessante.

Robert Anson Heinlein, un altro scrittore di fantascienza che ha fatto la storia del genere, ci presenta gli alieni insettoidi chiamati «ragni» in Fanteria dello spazio (romanzo che nel 1959 postula l’esistenza nel futuro di due blocchi: anglo-russo-americani e blocco cinese…), che svolgono un po’ la funzione di nemici alieni con cui non bisogna empatizzare, con caratteristiche di mente collettiva poi riprese – e approfondite assai – da O.S. Card con la serie di romanzi de “Il gioco di Ender” e la razza degli Scorpioni, in cui la regina è la mente centrale e i vari operai, guerrieri, eccetera, altro non sono che “appendici” sacrificabili. Col proseguio della serie incontreremo un’altra razza aliena veramente particolare, i pequeniños, che hanno un complesso ciclo vitale durante il quale attraversano lo stadio di larve, di piccoli esseri umanoidi simili a maiali, di vegetali di tipo arboreo, e che questo sistema sta in piedi grazie a un virus che agisce sul patrimonio genetico.

Tornando a Heinlein, molto più interessanti dei ragni sono di certo i marziani di Straniero in terra straniera, un libro che, secondo me, tutti dovrebbero leggere. Anche tu. E lo stesso protagonista, Michael Valentine Smith, è umano ma cresciuto su Marte, ed è forse l’alieno più interessante della letteratura, per il suo sguardo veramente alieno con cui guarda e cerca di capire il nostro mondo. Anzi, di grokkare il nostro mondo. Per cui assume una funzione che sempre la fantascienza di qualità tende ad assumere, quella di usare l’altro per capire qualcosa in più sul noi.

Ed eccoci alla fine di questo viaggio su mondi immaginati, talvolta da grandi scrittori, talvolta da oscuri psicopatici. Molti altri ce ne sarebbero da descrivere, ma per fare un testo che parla di così tanti libri servirebbe un libro a sua volta, e sarebbe decisamente poco pratico. E forse anche fuori dalla mia portata.

Difficile riportare fonti, stavolta. Ho tratto un po’ di notizie da Wikipedia, più che altro per non incorrere in errori circa le razze aliene identificate negli incontri ravvicinati. Per quelle di letteratura e cinematografia ho attinto dalla mia memoria, e non posso far altro che rimandare ai romanzi e film citati nel post.

#7. Guerra.

Un paio d’anni fa io e la mia compagna abbiamo fatto un viaggetto di otto giorni. La meta principale è stata la splendida città di Trieste. Ci tenevo in particolar modo a visitarla per il fatto che il mio nonno materno si chiamava proprio Trieste. Partendo da questo aneddoto familiare, quindi, ho scoperto la città più orientale del nord Italia, una città veramente meravigliosa, una città grande e nobile, come ti aspetti che sia una capitale mitteleuropea. Una città di incontro (curiosamente, e per caso, siamo capitati lì proprio nei giorni in cui sul canal grande che la attraversa e nelle vie circostanti si teneva un coloratissimo Mercato Europeo), di confine, e come molte città europee di confine una città che ha sofferto, e la cui sofferenza ha lasciato cicatrici che difficilmente saranno cancellate in breve tempo.

Ora, le vicende pre e post belliche legate alla Venezia Giulia e alla sua costituzione (con ampie zone di lingua e popolazione slovena e croata annesse all’Italia) e disgregazione (con altrettanto ampie zone italiane per lingua, popolazione e tradizioni annesse alla Jugoslavia, e foibe, e esodi, eccetera), con le famiglie separate tra gli stati, la gente eradicata che ha perso tutto, il tessuto sociale di intere regioni compleamente stravolto, sono note. Del resto è stato il marchio di fabbrica del Novecento europeo. Non solo Istria, non solo Fiume, Zara, ma basti pensare ai ripetuti cambiamenti di bandiera del blocco Alsazia, Lorena e Sahr, tra Francia e Germania, o al Sud Tirolo / Alto Adige, per non parlare dei territori ungheresi transilvanici. E soprattutto Berlino, con la profonda ferita del muro, e della divisione della Germania in tre. In tre, certo, perché un intero terzo di Germania venne ceduto alla Polonia (parlo di Slesia, Pomerania e Prussia, le nazioni in cui la Germania moderna nacque, e la cui capitale Königsberg è tutt’oggi russa!) mentre mezza Polonia divenne Ucraina. Tutti questi territori recano le ferite della pace oltre a quelle della guerra.

Ma se queste ferite vanno via via rimarginandosi, e occorre recarsi in appositi musei o parlare con gente piuttosto anziana per ricordarle, occorre spingersi in Croazia per correre il rischio di vivere un’esperienza in grado di far avvertire un po’ di più il peso della guerra, “grazie” al Tom Tom.

Molti di voi, sicuramente, possiedono un navigatore satellitare, e si saranno imbattuti prima o poi in situazioni in cui il diabolico marchingegno ha cercato con melliflue parole di convincervi a traversare un campo su miserrima stradina sterrata onde guadagnare un paio di dozzine di secondi preziosi.
Ebbene, sappiate che può andare peggio. Può capitare che, volendo evitare l’autostrada per godervi un po’ di panorama dell’entraterra croato, mentre lasciate la splendida costa ricca di alberghi, gamberoni e barche, per andare a vedere il parco di Plitvice (verso la Bosnia), il navigatore vi convinca a prendere vie traverse montane, che ben presto diventeranno non asfaltate, e inizieranno ad attraversare paesini in cui potreste sentirvi non proprio in Europa, o almeno non proprio nel nostro secolo. Paesi con le case non intonacate, e la vecchina col bastone che cammina con fascine di legno caricate sulla spalla buona.
Potrebbe capitarvi, infine, di attraversare ameni boschi con la strada costeggiata da strisce di nastro bianco-rosso e cartelli con un teschio e la scritta «Pozor». Ecco, sappiate che non è il nome di un noto pirata locale che ha seppellito lì il tesoro di Willy l’orbo, ma vuol dire «Pericolo», ed è perché in quei boschi ci sono ancora le mine delle guerre balcaniche, che hanno insanguinato le terre della ex Jugoslavia.

Basta questo fugace «pozor», attraversato e superato, per entrare in contatto con una realtà che i nostri nonni hanno vissuto, che è quella della guerra. Della guerra in casa. Delle mine nei boschi dove prima andavi per funghi, della tua casa sventrata da una bomba, della tua vicina saltata su una mina, di un tuo amico che una notte è sparito e non è più tornato a casa.

Forse basta davvero un piccolo tuffo come questo per non farti più pensare che la guerra è bella anche se fa male. E forse può anche bastare per renderti conto che una casa comune europea, una grande Europa Unita, che ci ha tenuto questi orrendi scempi fuori dalla porta di casa, vale di più della lira, dell’euro, delle fottute banche e del fottutissimo spread. E che un’Europa Unita in cui ognuno porta la sua ricchezza per costruire qualcosa di oltre, forse, è decisamente più importante di vecchi odi, vecchi screzi, vecchie invidie e rancori, che non potranno far altro che ributtarci in vecchie tragedie.

E forse ti farà capire anche che una settantina d’anni di pace in casa non sono, no, non lo sono per niente, un dono su cui sputare.

#6. Bronzo.

Oggi vi voglio parlare di un lungo periodo storico, e di una lega metallica che gli dà il nome. Intanto diciamo che mica si parla semplicemente di un miscuglio rame-stagno: sia chiaro. Il bronzo è molto di più.
Perché se una lega dà il nome a un’era che in Europa-Vicino Oriente dura 20 secoli, vuol dire che era una lega importante, mica roba che dura un ventennio, per dire… anche se in quest’ultimo caso ci sono forse più facce di bronzo che in quella vecchia era lontana.

La parte che ci interessa, di quella era lontana, corrisponde al secondo millennio antecristiano.
È un millennio che si apre con navi cretesi che solcano le acque mediterranee e atlantiche, che toccano le sponde della Spagna, abitate dalle genti delle antichissime culture autoctone mediterranee pre celtiche. È il millennio degli hyksos, e poi della rivincita egizia, del faraone eretico Akenathon, di Tutankamon e della sua bella sposa Anksunamun, che cerca di sopravvivere ai complotti – che lacerano il regno alla caduta dell’eresia di Akenaton e alla morte di Tutankamon – e che cerca persino l’aiuto degli eterni rivali hittiti. E poi di Ramses e della battaglia di Qadesh contro gli stessi hittiti, e del primo grande trattato di pace tra le due “potenze” dell’epoca, trattato che oggi è conservato all’ONU.
È il millennio di Abramo, e dei padri del popolo ebraico. Ed è quindi l’era dell’Esodo biblico, e dell’arrivo degli ebrei nella terra promessa.
In Mesopotamia è l’era dell’affermazione di Babilonia, e del codice di leggi di Hammurapi, il primo codice scritto, o almeno il più antico arrivato fino a noi.
Ed è poi l’epoca delle migrazioni dei popoli del mare, che spazzano via i grandi regni dell’epoca.
L’era del sacco di Troia ad opera dei micenei.
E spostandoci verso oriente, troveremo la favolosa ed enigmatica civiltà dell’Indo che nel giro di un secolo scompare nel nulla, una civiltà di stirpe probabilmente antica quanto i mediterranei di Spagna, i sumeri di Eridu o il re scorpione. Una civiltà che ci ha lasciato impressionanti resti architettonici ma quasi nulla di scritto, a fronte degli indo-arii che li rimpiazzano nell’India settentrionale, dei quali abbiamo una grande produzione letteraria e inesistenti resti archeologici.

Di tutto questo ci parla, in un libro straordinariamente coinvolgente, Geoffrey Bibby. Ce ne parla con esempi che fanno ben capire le distanze di tempo, spazio e memoria tra gli eventi. Ce ne parla con le conoscenze dell’epoca (è un’opera del 1961), quindi all’oscuro per esempio dei ritrovamenti della civiltà di Jiroft nell’Iran sud-orientale o del complesso archeologico bactriano-margiano, ma pure riesce a farci comprendere quanto spesso stupide siano le nostre convinzioni, per cui ci immaginiamo in quel millennio un mondo sostanzialmente vuoto, con le ‘antiche civiltà’ studiate a scuola collocate qua e là, come macchie colorate su una carta muta, mentre probabilmente l’uomo, e la civiltà, erano molto più diffusi di quanto preferiamo o riusciamo a immaginare. È un gran libro, che vi consiglio con tracotanza, è un saggio storico che travalica i confini della saggistica per diventare, narrativa, letteratura e quant’altro!

Uno splendido affresco del secondo millennio avanti Cristo:
Geoffrey Bibby, “4000 anni fa”

Per le recenti, sconvolgenti scoperte di “nuove” antiche civiltà, di cui Bibby poteva solo sospettare l’esistenza, consiglio anche solo un primo giro su wikipedia:
Il complesso archeologico bactriano-margiano
La civiltà di Jiroft
… e, per i più interessati, gli approfondimenti:
Notizie e immagini dei ritrovamenti in Turkmenistan su Discovermagazine.com (ingl.)
Un articolo sulla civiltà di Jiroft collegata alla Aratta dei miti sumerici, su Repubblica.it

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