Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivi per il mese di “giugno, 2012”

«Elioforo a tradimento»

Ancora un vecchio racconto, scritto nell’estate del 2004, ma – strano a dirsi – non era assolutamente prevista la sua pubblicazione sul blog proprio oggi. Ma, che dire, mi sono reso conto rileggendolo che parlava d’estate e figurine, e quindi pare molto adatto a seguire il post che trovate più sotto. Spero sia di vostro gradimento.

Come sono finito qui, a mollo nelle acque eridanee, con i piedi a grattar la schiena ai pescigatto?
È presto detto.

Pigro e rilassato, semidio nel mio mondo, non mi opponevo allo scorrere del tempo, scandito da ghiaccioli e CD. Vivevo di piccole libidini quotidiane: una fetta di sole o un rutto dirompente.

Vuoi per le voci noiose di chi non mi riteneva capace di grande impresa, vuoi per l’emula di Afrodite di turno, in sei e sei dodici ideo, progetto, e porto a compimento un gran furto, uno di quelli che ti sparano negli album delle figurine.
Aspetto che Selene sia in cielo a ispirare lupi e innamorati e subito, scaltro come un ratto, mi calo oltre l’orizzonte con una scala di corda, sacco dell’immondizia alla mano e coltello in bocca.
Padrone della metis del cospiratore, maschera nera sulla faccia e sguardo cattivo, inforco l’ingresso dei bastioni di Elio e gli ciulo il sole, infilandolo nel sacco. E me la rido.
Poi via, scavalco l’orizzonte e mi confondo tra gli innamorati che salutano Selene, piangendo per finta all’arrivo dell’alba, sospirando a tutto andare i loro “addio”.

Nessuno mi vede, nascosto nel mio garage a righe verdi e arancio, mentre modifico la possente Ritmo Abarth adattandola al suo nuovo alto (altissimo) utilizzo, ma tutti restano abbagliati dal mio fulgore quando finalmente posso gridare: Io albeggio!
Da domatore di cavalli, sprono verso il cielo i 200 della Ritmo, diversi dai due stupidi fienivori del carro solare. Guardo il mondo, dalla terra degli iperborei fin verso quella delle esperidi: ah, nani lontani, ora mi vedete nel mio splendore, ora mi ammirate, ora stupiti volgete gli occhi a guardar… no, forse in effetti non mi vedono, anzi, sembrano più interessati a vestirsi sempre di più.
No, ostia, sono troppo in alto! Perdi quota, diamine, maledetto sole, che se no non ci vede nessuno!
Scendo sempre più, sorvolo il mare che quasi tocco, e viro verso l’alto. Appena il tempo di accendere l’autoradio e sento un tipo che grida ed ali in fiamme vola in mare. Maledizione, ero troppo basso, vero, ma mica per tanto. Pazienza: negherò tutto e dirò che era lui a volare troppo alto, troppo vicino a me. Niente testimoni, sono in cassaforte.

Ma no che non è vero. Un testimone c’è, e figurati se si fa i cazzi suoi. Mi avrà preso col multavelox, che ne so, fatto sta che, quando sono ormai a due passi dalla terra d’occidente, una gragnuola di fulmini mi centra l’ipotalamo, facendomi finire con un carpiato nel Po. Vedo la Ritmo schiantarsi contro il cielo di cartone, scrollando le stelle che sembra il 10 agosto, gettando il sole al suo posto, oltre l’orizzonte.

Si, sono qui per una cazzata, come tanti. Pigro e rilassato, non mi oppongo al mesto scorrere del tempo, scandito da schiuma gialla e pescigatto. Vivo di piccole libidini quotidiane, come le eliadi tramutate in pioppi che cantano per me, o come un sorso d’acqua meno amaro degli altri, un sorso che forse sì, davvero, arriva diretto dal Monviso.

Annunci

#23. Figurine.

Avendo – e avendolo più volte ribadito – l’animo del collezionista, anch’io da giovine sono caduto più e più volte nel malvagio mondo delle figurine.

A questo proposito, il reperto più vecchio che ho (non completo, purtroppo) è uno splendido album della formula 1 del 1979 (la constatazione che all’epoca dell’uscita avevo solo due anni e mezzo mi fa sorgere qualche dubbio sul fatto che fosse proprio mio, o un più probabile maldestro tentativo di qualche familiare di mascherare una propria voglia di figurine per un «lo prendo per il bambino», ma tant’è). Vedere oggi le figurine di Villeneuve (quello forte, non il figlio scemo), di Arnoux, di John Watson, della Lotus nera e oro, delle piste di Kijalami, Watkins Glen e Brands Hatch, sì, lo dico, fa un certo effetto, e mi spiace davvero che non sia completo.

Poi vennero gli albi degli animali, quelli che davvero facevo su io, e scambiavo le figurine con gli amici (un luccio per un canguro, il ghepardo per la parte sopra del rinoceronte nero), e soprattutto a conoscere parecchi animali, e ad amarli. Okapi, ocelot, gelada, irbis, carpa a specchio, panda rosso, mamba verde, suricati… sì, esistono. Se aveste preso l’album degli animali lo sapreste anche voi.

Arrivarono le medie, e lì fu la volta dei calciatori. Se fino a poco prima avevo solo una vaga idea dell’esistenza del calcio, e di Baresi, Hateley e Wilkins, fu con le medie che diventai ben più cosciente dell’esistenza di qualcosa chiamato scudetto. Anche grazie al fatto che la mia squadra, il Milan, finalmente riuscì a vincerne uno. E così, ecco gli albi Panini! Van Basten, “celo”. Vialli, “celo”. Gullit, “celo”. “Celavevano” tutti, del resto, con tanto di treccine. E anche Maradona, Careca, Brehme, Matthaeus. Sono i vari Rui Barros, Adriano Piraccini, Notaristefano, o lo scudetto del Como, o la mascotte del Pisa su vinile trasparente, o Hugo Maradona dell’Ascoli, i rari.

E ricordo poi anche la disgustosissima serie degli Sgorbions, quei mostriciattoli rivoltanti, ributtanti, rigettanti, vomitosi, brufolosi, catarrosi, smerdolosi, ruttofoni, scoreggiomani, mutilati nelle maniere più incresciose. Tutte quelle cose che fanno ridere un bambinetto scemo. Provate: «Caccole». «Ahahahahahah».
Ecco, furono un grande successo.

E naturalmente la cosa non si è fermata lì, nel corso degli anni ogni cartone animato, serie TV, ridicolo fenomeno di costume produsse una serie di bustine colorate assiepate in scomodi espositori piazzati nei posti più difficili da raggiungere dell’edicola all’angolo.

Fino a quando, e siamo alla fine dei tempi del liceo, la figurina muta. Richard Garfield ha la grande idea: il gioco di carte collezionabili. Così si stabilisce un doppio criterio per il valore di una carta (di per sé risibile): rarità ai fini collezionistici e utilità ai fini del gioco, che produce tesaurizzazione e ulteriore rarità per i collezionisti. Nasce Magic The Gathering, ed è un bestiale successo planetario. Si crea un nuovo standard nei giochi, un nuovo fenomeno di massa. Qualsiasi professore scopre in ritardo un nuovo nemico, ed è quel corposo multiverso di Angeli di Serra, Vampiri di Sengir, Draghi di Shivan, Vassalli di Gea e Geni Mahamoti, e quantaltrocazzo, che si diffonde e si radica sotto i banchi. Il paradiso dei collezionisti. Il paradiso dei giocatori. E io sono entrambe le cose.
Ma tutto passa e passa anche la MagicMania. Arrivano gli emuli di Magic per mocciosi frustrati, e quelli ce li possiamo risparmiare. Sì, direi che ce li possiamo davvero risparmiare.

E arriviamo, partiti da quell’albo del 1979, a ieri sera. Quando in un locale cremonese io e 4 amici ci troviamo a giocare. Non a Magic, è un po’ che non lo si gioca, ma a un grazioso gioco di carte (non collezionabili) chiamato 7Wonders. Non mi dilungherò sul gioco, ma posso dire che l’argomento mi è quantomeno congeniale (vedi #11. Meraviglia.), e i disegni nient’affatto male, sufficientemente evocativi. In breve tempo, e per la fermentazione nella panza degli zuccheri della coca-cola, ci si trova a fantasticare. In primis su una lista di meraviglie tratta dalla letteratura fantasy (Minas Tirith? La Barriera di A game of thrones?), poi su un’ipotetica collezione di figurine di personaggi storici… Così come da giovane mi sono appassionato agli animali anche grazie alle figurine, non potrebbe essere interessante produrre figurine anche su un tema appassionante come la storia dell’uomo? O meglio, gli uomini della storia.
È chiaro che non dovrebbero essere disegnati tipo i vecchi inserti de Il Giornalino, ma devono essere opere di tutt’altro spessore, tipo appunto i disegni delle carte di Magic. E corredati da brevi descrizioni che possano appassionare, far capire quanto cazzo era interessante quel personaggio.

Ed eccoci così, alfine, giunti a quello di cui volevo parlare.
Ipotizzando di fare un album di figurine dei personaggi dell’antichità, chi ci vorreste dentro?
Ne butto giù qualcuna…

Cleopatra. Una bella donna. Cioè, “una bella donna”? Semplicemente? Stiamo parlando di una ragazza molto giovane che ha fatto innamorare gli uomini più importanti di Roma. Cesare. Marco Antonio. Stiamo parlando della giovanissima regina del popolo che già allora vantava tremila anni di storia, al cui cospetto i grandi di Roma dovevano apparire come un macellaio arricchito al cospetto di un Asburgo. E al contempo un personaggio drammatico: risoluta, volitiva, disposta alla guerra civile contro il fratello, disposta ad andare a Roma, ma da regina, non da schiava. Ambiziosa abbastanza da toccare il potere sull’intero Impero, e disperata abbastanza da togliersi la vita. No, non semplicemente “una bella donna”, ma probabilmente una delle persone più affascinanti della storia.

E Sargon di Akkad, il primo imperatore di cui la storia certa ci parla. L’uomo che fonda Akkad, e unisce la Mesopotamia, fino all’Anatolia, fino al Mediterraneo. Millenni di civiltà si rifanno a quest’uomo come prototipo del grande re venuto dal nulla (il padre era giardiniere), e divenuto prima coppiere del re di Kish, poi egli stesso re, unificatore dei sumeri, fondatore di Akkad (da cui la lingua accadica prende il nome) fino a dominare i quattro angoli del mondo. Il re giusto, eppure conquistatore. Simbolo di tutte le doti del buon governo.

Poi metterei una bella coppia, in figurina doppia: Akenathon e Nefertiti. Lui, il faraone eretico, che in opposizione ai troppo potenti sacerdoti di Tebe del culto di Amon istituì una nuova religione, monoteista, sul culto del sole Aton. E costruì una nuova capitale, e un nuovo stile nell’arte, con la rappresentazione realistica, e non più idealizzata e senza difetti, dell’essere umano. Lei, la saggia e bellissima regina, la donna perfetta che nonostante le modifiche intervenute nell’arte amarnita è rappresentata comunque splendida.

E poi la schiera dei “nemici” dell’impero romano, romantici come solo i grandi sconfitti sanno essere. Interessante da questo punto di vista la regina Zenobia, che arrivò a costruire un vasto regno in oriente a partire dalla sua capitale Palmira, e combattè l’Imperatore Aureliano, fino a quando venne sconfitta, catturata mentre cercava col figlio di scappare attraversando l’Eufrate, e portata a Roma come bottino di guerra in catene d’oro. E Boudicca. La rossa figlia del re degli iceni, alla morte di questo essa stessa regina, reagì duramente all’occupazione romana, che trasse i nobili celtici in schiavitù e confiscò i beni, e per risposta (ce lo dice Tacito), venne umiliata, frustata in pubblico, e le sue figlie stuprate. Boudicca divenne così la più feroce e determinata oppositrice ai romani dell’intera Britannia. E organizzò una grande rivolta che arrivò a incendiare e radere al suolo Londinium (Londra). La ritorsione romana non si fece attendere, e Boudicca si avvelenò.

Ah, naturalmente c’è anche il più grande di tutti: Alessandro. Inutile parlare delle sue gesta e della sua vita, sono arcinote anche tra i meno amanti della storia. Ma sarebbe difficile davvero da rendere con un disegno il suo sguardo, buttarci dentro la determinazione di chi è arrivato ai confini del mondo, dalle colline malciucciate della Macedonia fino al tetto del mondo, alle vette dell’Hindukush. Buttarci dentro l’incapacità di fermarsi, le mille Alessandrie. Quella sì che sarebbe una versa sfida, rendere Alessandro un’immagine reale. Troppo scarso quello di Colin Farrel nel film di Oliver Stone.

E poi i grandi rivali, sempre in figurine doppie: Cesare e Pompeo, Scipione e Annibale, Marco Antonio e Ottaviano, e andando più indietro Ramses II e Muwatalli II, con il “grande pareggio” della battaglia di Qadeš, a seguito della quale fu firmato tra egizi e hittiti il più antico trattato di pace di cui ancora possediamo una copia, conservata all’ONU.

E Hammurapi, il re babilonese che ci diede il più antico codice di leggi scritto ancora conservato, e il suo ideale continuatore, Giustiniano, con il Corpus Iuris Civilis. Li metterei anche loro in doppia figurina, così, per vicinanza “tematica”.

Avete altre idee? C’è qualcuno che non può assolutamente mancare? Io ne potrei citare ancora mille, e mille mila. E non farei altro che rendere ancora più stridente il contrasto con un ipotetico album di figurine dei potenti dei nostri giorni. Perché oggi di certo non so chi vorrebbe una figurina di Monti, Holland, Draghi, Tsamaras, o peggio ancora della Merkel. Si riuniscono a gruppi alterni ogni dieci giorni e non risolvono una fava. Nella loro vita non faranno quello che fecero in dieci giorni gli uomini e le donne delle figurine sopra citate. Figuriamoci unire l’Europa. Bah. Il vertice del 28-29. Bah. Baaaaah. Baaahaahahaaaa. Humpf.

«Il giorno del labirinto»

Alla fine mi sono deciso. Con una sola voce contraria – ma con argomentazioni che un po’ condivido, se erano le stesse che mi facevano essere dubbioso! – ha vinto il sì, e quindi posterò d’ora innanzi anche racconti. Quello che segue non è un testo nuovo, l’ho scritto nel 2005, ma trovo che accompagni perfettamente il post che l’ha preceduto su questo blog. Buona lettura!

L’alba esplode improvvisa, scagliando ovunque fotoni eccitati. Impossibile reggere la vista di tutti quei raggi che mi si schiantano sulle cornee. Chiudo gli occhi. Il giorno del labirinto è appena cominciato.
Accartoccio involontariamente il vecchio biglietto da visita con l’indirizzo e respiro a fondo, fino alle lacrime. Il giorno è arrivato e lo voglio respirare tutto. Salto sulla mia Ritmo, adesivata a linci e leopardi, e la faccio correre come piace a lei, inebriato dall’aria che sfonda i finestrini falciandomi i capelli con un urlo.
Arrivo presto. Il parcheggio è vuoto, ma piazzo la Ritmo lontana, nascosta. Non farò come Teseo. Entrerò da una porta secondaria, come un tombarolo, come una supposta. Niente ingresso con insegna luminosa o fanciulle che gettano petali.
Entrerò senza la consacrazione della nobile impresa, senza cavalcare speranze da giovane ateniese. Non ho i consigli di Dedalo né l’aiuto della pura Arianna. Non so neppure cosa mi spinga a entrare.
A volte è così, si va con l’istinto, come a cercare qualcosa. Non è necessario avere uno scopo alla partenza, sarà il viaggio a rivelarlo. Il viaggio è l’anima del mondo, il movimento crea la vita. L’uomo, per diventare uomo, se ne è dovuto andare dalla
gola di Olduvai. Non aveva quell’obiettivo, ma non l’avrebbe mai raggiunto se non fosse partito. Il cucciolo non se ne va dalla tana per diventare adulto, ma non lo diventerebbe se restasse.
Così faccio anch’io. Me ne sono andato, sono entrato nel labirinto attraverso una fenditura e mi trovo in un non-luogo. Non posso più fermarmi. La strada non è un luogo. La vita non è un quando. M’incammino tranquillo, la mente gira a vuoto, e mi
guardo intorno, perché le scene dipinte sulle pareti sono la fine del mondo. Lotte di dei e titani, amori di donne, Prometeo che porta agli uomini il fuoco divino: visioni che rapiscono. Sembra di non poter scegliere la via, sembra che basti camminare,
seguire i dipinti, facile dimenticare la strada, e perderla. E perdere se stessi.
Ma i dipinti chiariscono le idee. Da un segno, forse dalla bellezza stessa, si può essere ispirati. Teseo non guardava i dipinti. Sapeva esattamente dove andare e una volta ucciso il minotauro sapeva come uscire, complice Arianna. Uno scopo e una donna: due luci. Due fari: abbagliato, non ha visto il mare.
Io lo guardo, il mare. E quei dipinti, che mi hanno portato fuori strada quando li guardavo attonito, ora mi illuminano: non devo raggiungere il centro, lo devo spostare dentro di me! Lo grido come un pazzo, ridendo, saltando, fino a quando una vena sul collo mi costringe alla prudenza.
– Il centro è in me – sussurro, pacato.
Buio. Apro gli occhi: una stanza. Un faretto mette in luce una carcassa. È il minotauro, la bestia nel cuore del labirinto. Il volto è scarnificato, un teschio riconoscibile solo per le grandi corna. Mi sembra di sentirlo parlare.
– Teseo? – chiede.
– No rispondo – Teseo se ne è andato. Ti ha ucciso.
– No, Teseo ha ucciso il suo minotauro, io sono il tuo. Se sono morto o no, dipende da te.
Non gli rispondo. Rapido e deciso prendo il cranio e lo indosso come elmo. Mi porto un po’ di minotauro.
Ora, ora trovo la via del ritorno. Nel mio labirinto non ho ucciso e non ho perso nulla, anzi, mi ritrovo con un cranio, raro, di minotauro. La via, prima ingarbugliata, ora si scioglie davanti a me come un enigma. Sento di conoscere i tracciati dove prima
brancolavo. Non ho in mano i segreti di Dedalo l’Artefice, non ho guide, non ho gomitoli. Da solo, trovo la mia strada. Vedrò il tramonto: un’autentica lussuria, da scardinarmi le mascelle per la meraviglia.
Ma forse c’è ancora qualcosa da fare. Il giorno del labirinto è quasi finito, è vero, ma finché c’è carburante nell’anima si può andare avanti, e io ne ho da vendere.
Guidiamo a turno, io e il caso, e insieme finiamo per arrivare a Dia, un posto quasi sconosciuto dove Teseo è convinto di aver abbandonato Arianna. In realtà l’ha persa.
Ha ucciso un mostro violento, fatto di solo istinto, l’ha soffocato in nome della civiltà. Ma Arianna e il minotauro erano fratellastri. Purezza e istinto lo sono spesso.
Con un solo colpo l’idiota ha perso entrambi.
– Chi sei? – mi chiede la ragazza, mentre ancora piange.
– Ti porto da bere. Sorridi. Hai perso solo mezzo uomo.

#22. Toro.

Le corna del toro si levano dal branco
e si infilano nel culo del pirla che legge.
[Pensilina dell’autobus di Persichello, anni ’90]

D’accordo, d’accordo. È con ogni probabilità la citazione più scadente che abbia piazzato finora a far da introduzione ad un pezzo. Ed è un peccato, perché il «toro», oltre a essere uno dei simboli più importanti di tutta la storia antica della civiltà, è anche il soprannome di un mio vecchio amico noto per la bontà d’animo ma anche per la notoria peculiarità di annodare le braccia a chi gli manca di rispetto (del tipo «i droidi non sono famosi per staccare le braccia agli avversari quando perdono»). Anche per questo, quindi, urge introdurre una seconda citazione, possibilmente erudita e di spiccatissimo valore, per far da contraltare alla precedente.

Tagliare la testa al tor…
Ehm, no.
Prendere il toro per le corn…
No, neppure.

Niente da fare. Non trovo una citazione decente. È evidente che per questa imponente e magnifica bestia non c’è più il divino rispetto che l’umanità tutta (o pressoché) nutriva in tempi andati.

Sì, perché il toro è rispettato e divinizzato fin dai primi segni che l’uomo ha tracciato.

Le grotte di Lascaux, in Francia, e quelle di Altamira, in Spagna, sono due siti (entrambi patrimonio dell’umanità dell’UNESCO) di epoca paleolitica, e tra i vari animali raffigurati in quelle due meraviglie pittoriche dell’antichissimità figura l’uro, oggi estinto, progenitore gigantesco dei bovini attuali. I dipinti, che ci riportano in un’età compresa tra i 18.000 e i 14.000 anni fa, ritraggono molti animali, probabilmente prede dell’uomo cacciatore.
Ma a togliere dal mucchio delle prede il bovino arriva la rivoluzione neolitica, che porta agricoltura e allevamento, peggiora lo stato dei denti, e porta soprattutto alla suddivisione del lavoro, alla città, e forse anche ad un’evoluzione della lingua, introducendovi un sacco di termini nuovi (e perdendone chissà quanti legati alla vita del cacciatore/raccoglitore) che, chissà, forse sono alla base dei termini architettonici e urbanistici che usiamo ancora oggi.

Per inciso, esiste una teoria linguistica, la teoria del nostratico, che fa risalire all’epoca una lingua ipotetica – il nostratico appunto – che sarebbe alla fonte delle famiglie linguistiche indoeuropee, uralo-altaiche, kartveliche, elamo-dravidiche, e financo il nostro amato sumerico. Questa teoria ha goduto di straordinario successo in Unione Sovietica, e il proto-nostratico venne ricostruito in maniera ipotetica similmente a quanto fatto per le radici indoeuropee. Possiamo farci guidare dal sapore di grano macinato grossolanamente, dal profumo di fango dei mattoni crudi, dal fascino di simboli come l’ascia bipenne o la testa di toro, e immaginare il suono di una lingua primigenia, che potremmo anziché nostratico anche semplicemente definire “umano”, e leggere questa poesia del nostraticista russo Vladislav Illič-Svityč:

K̥elHä wet̥ei ʕaK̥un kähla
k̥aλai palhA-k̥A na wetä
śa da ʔa-k̥A ʔeja ʔälä
ja-k̥o pele t̥uba wet̥e

La lingua è un guado nel fiume del tempo,
ci porta alla dimora dei nostri antenati;
ma non vi potrà mai giungere,
colui che ha paura delle acque profonde.

Ma torniamo al nostro toro. All’epoca in cui – secondo i nostraticisti – veniva parlata una lingua simile a quella che vedete scritta poco sopra, in Anatolia si imboccava la grande strada che porta alla città. Il centro neolitico di Çatalhöyük è, finora, la città degna di questo nome più antica che abbiamo ritrovato (grazie al fatto che venne distrutta da un incendio, sciagura per l’epoca, enorme colpo di culo per noi vivi), con le sue case costruite addossate le une alle altre, senza strade a dividerle, e gli ingressi dal soffitto raggiungibili tramite scale. In questo sito sono state trovate delle grandi sculture a testa di toro, veramente bellissime e straordinariamente moderne nella loro stilizzazione.
Il toro, per l’allevatore, emergeva tra le altre bestie, per la sua forza con la quale dominava e difendeva il branco, e per la sua potenza generatrice, simbolo di fertilità. Potenza che porta vitelli e latte.
Al contempo, a fianco della forza virile generatrice, il toro porta le corna che ricordano la forma a falce della luna, e quindi si legano al ciclo femminile e alla dea generatrice, la terra, simboleggiata poi dalle veneri simbolo a loro volta di fertilità, nonché espressione della ninfa, la donna nell’età fertile, funzione divinia corrispondente alle categorie dell’amore, della generazione, della sessualità.

Il toro è il centro delle cosmogonie di molti popoli. I culti misterici mitraici fanno risalire all’uccisione del toro primigenio da parte di Mitra la nascita del mondo. Il vitello d’oro dell’antico testamento è in realtà il culto del toro come simbolo di El adorato dai patriarchi ebraici, vietato poi nella terra promessa da Mosè. Il toro compare ancora nelle insegne del faraone Narmer (primo faraone della prima dinastia) e per gli egizi è comunque un simbolo importante: tiene tra le sue corna il disco solare ed è allo stesso tempo simbolo di fertilità e simbolo funerario, legato ad Osiride e alle sue rinascite. Il toro fa bella mostra di sé sullo stendardo da guerra della città mesopotamica di Mari, ed è rappresentato in statuette di rame sumeriche del terzo millennio avanti Cristo.

Il toro è al centro della simbologia cretese, ed è un tema sul quale – ne sono certo – l’amico Topus farà un corposo ed affascinante intervento nei commenti. E sono sicuro che una volta che l’avrò letto non potrò esimermi dal leggere il libro sulla civiltà minoica che ho già comprato e che aspetta solo uno stimolo potente per farsi leggere (e il fatto che io spesso legga sul cesso non deve comunque gettare ombre su quale sia lo stimolo che attendo).

Per ora Creta mi interessa di sponda. Mi interessa soprattutto per un mito greco ivi ambientato, e per un sintomo, di cui parleremo dopo.

Il mito è ovviamente troppo famoso per star lì a descriverlo minuziosamente, ne faccio, come si dice oggi, un turboriassunto.
Il re di Creta, Minosse, riceve in dono da Poseidone uno splendido toro bianco da sacrificare. Minosse fa il furbetto del quartierino, occulta il toro bianco fico e sacrifica un altro bovino, probabilmente un po’ bolso e cicciotto, col quale viene bene la grigliata dopo il sacrificio. Poseidone se ne accorge, che mica è dio per niente, e decide di vendicarsi in maniera originale: fa innamorare Pasifae, moglie di Minosse, del toro bianco.
Ora, per quanto Pasifae si riveli vacca, e per quanto il toro sia simbolo della fertilità, la regina ha oggettive difficoltà ad accoppiarsi col toro, epperciò chiede aiuto a Dedalo, geniaccio ateniese in esilio, il quale costruisce una vacca di bronzo (o di legno, a seconda della tradizione) nella quale Pasifae si adagia e tramite la quali si accoppia col toro. Senza porci questioni sulla capacità di produrre prole di due specie piuttosto dissimili, accettiamo il fatto che la regina resta incinta, e partorisce un mostro: il minotauro Asterione (stellazza?), che viene chiuso in un gigantesco labirinto costruito ancora una volta da Dedalo (che evidentemente non sa stare lontano dai guai). Dedalo, tra l’altro, visto che ormai sa troppe cose, viene chiuso nel labirinto col figlio (le colpe dei padri ricadono sui figli). Dedalo e Icaro se ne vanno in volo con ali di cera, ma il giovane intemperante si avvicina troppo al sole e muore.
Passa il tempo, e gli ateniesi fanno uno sgarbo a Minosse (l’uccisione di un figlio, il più delle volte) e sono costretti a pagare un tributo altissimo: 7 fanciulli e 7 fanciulle da mandare a morire nel labirinto ogni tot anni (variano da tradizione a tradizione) sbranati dal minotauro, che a causa dello scombussolamento genetico risulta un carnivoro stretto.
A un certo punto Teseo, eroico figlio del re di Atene Egeo, decide di mischiarsi ai fanciulli sacrificandi. Arriva a Creta, fa il filo ad Arianna, figlia di Minosse. La poverina ci casca, e lo aiuta. Teseo si infila armato, nottetempo, nel labirinto e fa secco il minotauro, e riesce poi ad uscire dal labirinto grazie allo stratagemma del filo legato al piede, poco dissimile dalle briciole di Pollicino.
Teseo uccide il minotauro (fratellastro di Arianna) e si porta dietro la principessa, salvo poi piantarla in Nasso (la abbandona sull’isola con quel nome, Dia secondo altre fonti).
Sulla via del ritorno dimentica di cambiare le vele come promesso al padre (per fargli sapere della vittoria) che credendo così che il figlio sia morto si butta in mare.

Ora, credo proprio che il suddetto mito sia uno dei miti più belli in assoluto. Per gli studiosi di mitologia più interessati a leggere nel racconto una parafrasi degli eventi storici (come Robert Graves), qui c’è tutto lo scontro di civiltà tra i micenei e i minoici, con il prevalere dei greci continentali che si ribellano ai tributi nei confronti dei cretesi dei quali causano la caduta della civiltà, evidenziata dall’uccisione del toro nel suo labirinto (il palazzo di Cnosso).
Per gli studiosi di psicologia e sociologia, invece, questo è uno dei miti più farciti di archetipi fondanti per la civiltà occidentale. Dall’artefice Dedalo, primo esempio di scienziato inventore, fino al giovane privo di esperienza che se non ascolta gli insegnamenti finisce per bruciarsi. Dalla mancanza nei confronti della divinità che s’incazza, all’insana follia amorosa che conduce la regina alla rovina. E per finire il labirinto, la mente dell’uomo, che si pone come un ostacolo che contiene un mostro, e l’uomo deve affrontarlo, altrimenti quest’ostacolo (rappresentazione dell’inconscio) continuerà a riproporsi (il tributo dei fanciulli). E Teseo, l’uomo maturo, decide infine di affrontarlo, con l’aiuto di Arianna, la donna che rappresenta la realtà, gli affetti a cui l’uomo deve aggrapparsi per tornare dal viaggio dentro se stesso, una volta affrontato e sconfitto il mostro.

Il problema, però, è che uccidere il mostro significa sì superare la condizione di bestialità e arrivare all’uomo civilizzato, ma anche cercare di sopprimere una parte di sé che, volente o nolente, l’uomo ha dentro di sé: il suo cervello da rettile. L’uomo deve quindi affrontare il minotauro, senza sottrarvisi, ma deve davvero ucciderlo? O solo rendersi conto che al centro del labirinto un minotauro c’è davvero? Quale delle due è la mossa giusta?
Io ho provato a dire la mia con un racconto, che pubblicherò (visti gli esiti del sondaggio) nei prossimi giorni.

Nel frattempo, ci è rimasto in sospeso un sintomo: il toro, decadente, muore nel labirinto. E da lì non sarà più quello di prima. Il vitello d’oro viene spaccato da Mosè, un altro sintomo. Il sintomo di una civiltà che sta finendo, la civiltà mediterranea della dea madre, della fertilità, della natura, del medio oriente.
Una civiltà che sta lasciando il posto alla visione indoeuropea, patriarcale, guerriera, e alla visione ebraica monoteista, di un Dio invece che di una dea.
E dall’unione di queste due civiltà/filosofie/religioni, con san Paolo, al cristianesimo, e alla sua società basata sul senso di colpa, e della porta del labirinto sigillata. Ma al di là di quella porta il minotauro c’è ancora, ed è vivo.

Ci sarebbe molto da citare, ma mi limito, per ora, a consigliare ancora una volta il Dizionario dei simboli di Chevalier-Gheerbrant, e aggiungo “I miti greci” di Robert Graves

#21. Montagna.

Sarà perché finalmente qualche giorno di vacanza, meritato o meno che sia, comincia a comparire all’orizzonte.
Sarà perché le pappardelle al capriolo costituiscono un’esperienza che permette di trascendere la grezza materia ed apprezzare gradi di realtà altrimenti preclusi.
Sarà che precedentemente avevo toccato l’argomento solo di sponda, e quindi mi era rimasta, in fondo, un po’ di insoddisfazione latente.
Sarà che in questo post ho di nuovo la possibilità di parlare di sumeri, e dovreste ormai aver capito che è argomento ben in grado di titillare la mia lussuria intellettuale, e per non mi lascerò sfuggire l’occasione di mettere un’altra tag appropriata.
Sarà anche che nell’ultimo anno, da Tremonti a Monti di poco altro si sente parlare.
Sarà che sarà quel che sarà, come dicevano i Ricchi e Poveri, e ricchi e poveri sono sempre argomento attuale.
Sarà tutto questo e molto altro ancora, ma come già nel post #15. Prospettiva sono ancora qui a parlare di Montagna.

Cominciamo col considerare che l’idea di montagna come luogo di turismo sportivo è recente, ma allo stesso tempo ha radici antiche. Fin dalla preistoria gli uomini si spinsero in alta montagna con motivazioni legate alla sussistenza (caccia, allevamento, raccolta) o a particolari riti, oppure a viaggi/traversate. L’uomo del Similaun, Ötzi (la cui salma “riposa” in una speciale sala/ghiacciaia del Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano) in un periodo compreso tra il 3200 e il 3300 a.C. (più di 5000 anni fa, dunque), attraversava un ghiacciaio a quota 3200 m s.l.m., e morì perché assassinato, non certo per le condizioni ambientali. Forse è il più antico “scalatore” di cui abbiamo traccia, ma ci interessa di più il fatto che in epoca romana abbiamo notizia da Erodoto e altri storici di diverse imprese alpinistiche: questi sono i primi uomini di cui abbiamo una qualche informazione, che decisero di misurarsi con la montagna, come dire, di misurarsi con i giganti, e con il cielo stesso.

Certo, perché da sempre la montagna appare come una scala verso il cielo. Ma ne parleremo dopo.

Perché nel frattempo, saltando il medioevo (nel quale abbiamo comunque notizie di sporadiche imprese alpinistiche, come la salita di un monte di poco meno di 2000 metri in Provenza da parte di Petrarca e di suo fratello), arriviamo alla fine del ‘700, e precisamente al 1786, quando con la prima scalata al Monte Bianco viene fatta coincidere la nascita dell’alpinismo, pratica che prende il nome dalle montagne che per prime sono state teatro delle imprese: nell’arco di un secolo tutte le vette principali delle Alpi vengono raggiunte.

Ma se il misurarsi con la montagna è un misurarsi col gigante, col cielo, e in fondo infine con se stessi, non poteva passare molto tempo prima che nuove imprese venissero tentate. E così abbiamo la prima scalata dell’Everest, il monte più alto del pianeta, e poi del K2, e poi di tutti gli 8000 (sono 14, e prima del 1935 alcune di queste vette, come il K2, l’Annapurna e il Nanga Parbat, avevano una percentuale di decessi durante i tentativi di scalata davvero impressionanti, addirittura il 77% per il Nanga Parbat).
E poi riprovarle tutte in stile alpino, senza bombole di ossigeno. E poi tutte in inverno. Ecco, a questo proposito sappiate che ci sono ancora tre vette sul pianeta terra che nessuno è mai riuscito a scalare d’inverno fino alla cima. Si tratta del K2, del Nanga Parbat e del Broad Peak. Se ci volete provare, avete l’occasione per sfidare il vostro gigante. E perdere, probabilmente.

Reinhold Messner da Bressanone, un uomo che è sinonimo di montagna, di impresa, è stato il primo a riuscire nella scalata di tutti gli 8000. E poi non si è fermato, perché un uomo del genere non è che poi lo puoi mettere a fare l’impiegato, o a gestire un troiaio in un posto di villeggiatura per vips debosciati. E così nel 1990 è stato con Arved Fuchs il primo essere umano ad attraversare l’Antartide a piedi, senza motoslitte o cani, passando per il polo sud. E nel 2004, a sessant’anni, ha attraversato il deserto del Gobi a piedi. Come dire attraversare il parco Po in bici per me. Per dire, ecco.
Ho avuto l’occasione di fare una piccola escursione con lui, e cercare di carpire come un uomo può essere così in sintonia con la montagna, e soprattutto così in sintonia con il concetto di sfida. Purtroppo quel giorno in albergo c’era la carbonara, e nell’indecisione ho optato per sfidare gli spaghetti, facendo sfumare l’occasione. Ma devo confessare che spesso ho la sensazione di aver fatto una minchiata di rara proporzione. Di quelle che possono cambiare la direzione di una vita. O forse è proprio da questo che mi hanno salvato gli spaghetti.
Già. Perché la montagna ti dà tantissimo, ma è un’amante esigente che pretende davvero molto. A Messner ha preso molto. Dita. Vita. Anche dei fratelli. Ma deve avergli reso davvero tantissimo se ne è ancora così innamorato, se le dedica ancora tutto se stesso.

E del resto, quando vedete le foto di montagne come il K2, ma anche come il Cervino, non sentite d’improvviso l’aria farsi più sottile, un leggero peso al petto, e d’improvviso la sensazione che se non l’affronterete non avrete mai davvero superato un ostacolo? Io sì. A volte, almeno. Ed ho ben chiaro che quelle vette mi saranno precluse per sempre, perché già non sfiderò nemmanco traguardi più semplici. E poi tra l’altro sfidare traguardi più semplici sapendo cosa c’è dietro da affrontare… che dire, sarebbe quasi umiliante. Resterò mesto mesto in trattoria, ordinando ancora una porzione di canederli.

Ma le montagne da sfidare non sono solo quelle di pietra e neve. Quelle sono solo l’espressione più immediata, che ci dà la natura, di scale verso il cielo. Se toltechi, maya e aztechi si sono sentiti in dovere di edificare montagne di pietra per avvicinarsi agli dei, vuol dire che questo moto è antico. Vuol dire che è insito nell’animo umano, se dall’altra parte del pianeta i greci, il popolo che ha detto tutto prima di noi, posero i loro dei sull’Olimpo, il monte più alto della Grecia. E se è su una montagna che Dio si manifestò a Mosè dandogli le tavole della legge.
E soprattutto, se i sumeri e i loro vicini, in assiria, susiana, e nella zona di Jiroft, costruirono montagne di pietra a più livelli. Come se ogni livello fosse al contempo un traguardo e una base di partenza. Come se raggiunto l’obiettivo di una certa altezza, si fossero resi conto di non essere ancora arrivati al cielo, di non essere ancora al livello degli dei. C’è anche una teoria che vede nell’abitudine di costruire Ziqqurat una presunta prova dell’origine montana e non autoctona dei sumeri, ma sinceramente non mi convince, visto il vasto areale sul quale la costruzione di montagne di pietra è diffusa.
Alla più famosa di queste torri/montagna, a Etemenanki di Babele (Babilonia, o secondo alcuni autori in realtà si tratterebbe di Eridu, e questa seconda ipotesi, che ci volete fare, mi affascina…) è legato uno splendido mito, quello per il quale Dio, vedendo che gli uomini edificano una torre per raggiungerlo (una torre edificata però anche per riconoscersi e non disperdersi sulla terra, una torre per acquistare nome e fama), decide di abbatterla e di disperderli sulla terra, confondendo le loro lingue. E sempre su un monte, l’Ararat, l’uomo scende dall’arca per quella che appare una seconda creazione.

E del resto sono molte, moltissime altre le civiltà che pongono dei, paradisi, luoghi epocali sulle cime delle montagne. E moltissime le civiltà che ricostruiscono montagne di pietra e vi pongono i loro idoli. Procedendo verso oriente: musulmani (e in modo particolare i sufi) induisti, le genti cambogiane di Angkor Vat, buddhisti, taoisti. Addirittura la montagna sacra Kun’Lun dei cinesi, altro non è che la testa, il luogo apicale del corpo, dal quale poi, salendo in vetta, si trascende questo mondo.

E cosa c’è di più ovvio, quindi, della ricerca della trascendenza del proprio spirito dalla propria materia, e quindi in definitiva di se stessi, attraverso l’ascesa, la scalata, i silenzi, la fatica, la sfida della montagna?

Consiglio sul tema simbolistico della montagna nelle culture e nelle religioni, per avere un punto di partenza da cui partire per approfondire temi che ho solo accennato e banalizzato, di leggere la voce corrispondente sul “Dizionario dei simboli” di Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, pubblicato in bella e pratica edizione da BUR – Rizzoli.

Rimando al bel sito del Museo Archeologico dell’Alto Adige per ulteriori informazioni circa Ötzi.

Qui, invece, il sito del Museo della Montagna, uno dei lavori di Reinhold Messner che può dare una dimensione della sua passione. Se capitate nei dintorni di Bolzano, può essere un’idea interessante farci un giro.

Inutile che vi dica un’altra volta di leggere “Sumeri”, di Pettinato. Anzi, no, non è inutile. Leggetelo.

Per concludere, sondaggione:
Sto valutando se inserire nel blog, oltre alle mie deliranti elucubrazioni, anche i miei deliranti racconti. Che ne dite?

#20. Defunti.

“Del manipolo di Mynyddog io ho grande rimpianto,
tutti i compagni più veri li ho perduti.
Dei trecento guerrieri giunti a Catraeth
sventura: eccetto uno, nessuno è vivo”
[Aneirin, “Il Gododdin”]

Cosa resta? Cosa resta di un eroe dopo la morte?
Non mi sto chiedendo cosa c’è oltre la vita, non mi sto chiedendo se esista un’anima e se questa si tuffi tra le braccia di qualche divinità, nei tormenti della punzione, o in un ciclo di rinascite, o venga semplicemente rissorbita dalla natura.
Mi sto proprio chiedendo cosa resta sulla terra. Tra noi vivi.

Un albero cade in una foresta. Nessuno lo vede. È caduto lo stesso? No. O meglio, sì. Per l’albero, l’albero cade. Per la foresta, l’albero cade. Ma per tutto il resto del mondo non è probabilmente nemmeno mai esistito.

Il Gododdin è un testo speciale, forse il primo testo eroico del medioevo occidentale, con i suoi versi in lingua antico-gallese che risalgono al VI secolo. Ci parla di un gruppo di eroici guerrieri brittonici che da soli si contrapposero a romani, sassoni e pitti, alle pendici meridionali della Scozia. E vennero sterminati. Uno solo sopravvisse, Aneirin, il poeta. E nei suoi versi rivivono i suoi compagni, in un’elegia commovente, in un racconto straziante ed eroico che ci strugge di morte e guerra tramite il contrasto con quello che fu la vita. Aneirin ci parla dei suoi amici, i suoi compagni d’arme, i suoi vicini di casa. Le loro gesta e la loro vita rimase in Aneirin, e da lui a noi.
Cosa resta di Ywain, istinto gravoso, giovane guerriero; cosa resta di Gwefrawr, lupo della furia, di Tudfwlch incitatore di guerrieri, di Erf, mai inconcludente o codardo, mai disertore di bevute? Resta solo il Gododdin.
E se il Gododdin fosse andato perduto, più nulla resterebbe. Alberi caduti in una foresta deserta.

«Dimmi come è morto»
«Ti dirò invece come ha vissuto»
[Tom Cruise / Nathan Algren, in “L’ultimo samurai”]

Anche nel buon film in cui Tom Cruise fa Tom Cruise, e Watanabe fa il film, ci si ripropone il tema dell’elegia: il samurai Katsumoto è morto, la sua vita è stata determinante per la gente che ha avuto intorno, il suo gesto finale è eroico anche e soprattutto perché vano e disperato (“Come è finita alle Termopili?” “Tutti morti”). Eppure è necessario, e anche catartico, il momento in cui si arriva a parlare della sua vita.

«E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire».

Roy Batty in Blade Runner è all’opposto. Lui ha visto cose che noi umani non potremmo nemmeno immaginare, al punto che la celeberrima frase è volutamente oscura, e mai ci sono accenni nel film a cosa diavolo siano i bastioni di Orione o Tannhauser o i raggi B. Perché noi siamo umani e non ce le possiamo immaginare. E lui muore. E nessuno ce lo dirà mai, e tutto verrà lavato come lacrime nella pioggia. È tempo di morire, come un albero caduto in una foresta deserta.

Nella saga di Ender – scritta da Orson Scott Card – il protagonista, tosto sterminata una civiltà aliena, e per questo soprannominato “lo xenocida”, finisce per diventare “l’araldo dei defunti”: in pratica viaggia nella galassia di funerale in funerale per fare discorsi funebri. Per far sì che qualcuno sappia che è caduto un albero nella foresta deserta.

Tutto questo lungo e variegato preambolo, l’ho scritto solo per un piccolo motivo.
Di tanto in tanto muore qualche personaggio importante. Si sa, anche le persone importanti talvolta hanno questa spiacevole abitudine (come dice la danza della morte).
E regolarmente si scatena un corsa all’elegia, e regolarmente c’è pieno di gente che critica questo comportamento.
Io non sono d’accordo. Steve Jobs, Ray Bradbury, per citare il più famoso e l’ultimo dei morti celebri degli ultimi anni. Gente che ha scritto, ha inventato, ha agito, ha guadagnato. Gente che ha fatto il bene dell’umanità, o forse solo il proprio.
Gente della quale l’araldo dei defunti di turno ci narrerà la storia, e noi l’ascolteremo. E tutto ciò che resterà di loro è solo la storia che ne verrà tramandata, e le storie che loro stessi hanno raccontato.

Dove sono Bert e Tom
il primo ucciso in una rissa
e l’altro che uscì già morto di galera.
E cosa ne sarà di Charley
che cadde mentre lavorava
dal ponte volò e volò su una strada.
Dormono, dormono sulla collina
dormono, dormono sulla collina.
[Fabrizio De André, “La collina”]

E che ne sarà di me, se non ci sarà una storia che ho scritto da lasciare in mio ricordo, e se nessuno racconterà la mia storia?

Il Gododdin, Poema eroico antico-gallese, è pubblicato in Italia a cura di Francesco Benozzo nell’ambito della più bella collana di testi medievali con testo a fronte che esista, la Biblioteca Medievale, passata nel corso degli anni da Pratiche Editrice, a Luni, a Carocci.

Blade Runner, splendido film di Ridley Scott, è tratto da un romanzo di Philip Dick, edito in Italia talvolta come Blade Runner, talvolta come Cacciatore di androidi, talvolta come Anche gli androidi sognano pecore elettriche?

L’ultimo samurai è un film di Edward Zwick del 2003, che a me personalmente è piaciuto molto, e che almeno in parte si rifa al romanzo Shogun di James Clavell, che a me personalmente è piaciuto fuori misura.

La saga di Andrew “Ender” Wiggin, è composta di moltissimi romanzi, dei quali solo 5 sono pubblicati in Italia. Il gioco di Ender, Il riscatto di Ender, Ender III Xenocidio, I figli della mente, sono i 4 che costruiscono la figura dell’Araldo dei defunti.

#19. Unioni.

Qual è il parassita più resistente? Un batterio? Un virus? Una tenia intestinale? […] Un’idea. Resistente, altamente contagiosa. Una volta che un’idea si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla. Un’idea pienamente formata, pienamente compresa si avvinghia, qui da qualche parte.”
[Dom Cobb / Leonardo Di Caprio, in Inception]

Premetto che l’idea di un’unione politica dell’Europa mi è stato impiantato fin dai tempi delle elementari. Avevo una maestra anziana, una donna d’altri tempi, che con la mia classe ha chiuso la sua carriera. Questa donna di ferro ha vissuto la guerra, ha vissuto il tentato suicidio dell’Europa. Aveva un fratello giornalista a Bruxelles che le inviava un sacco di materiale, tra cui adesivi dell’Unione, e ricordo che vissi quasi come una vittoria l’ingresso nell’allora CEE di Spagna e Portogallo, nel 1986, per quella che diventò l’Europa dei 12. Anche perché ho sempre percepito che quella era la strada giusta per due obiettivi: 1) mai più guerre sul suolo europeo; 2) più peso nel mondo, per spezzare la logica della guerra fredda e della paura dell’inverno nucleare.

Anche se ho avuto momenti di alti e bassi, e un calo di intensità di questo amore europeista negli anni del crollo del dualismo USA-URSS e della rinascita delle ideologie iper-secessioniste in tutta Europa (sulle ali della libertà delle repubbliche baltiche, per esempio), devo dire che in fondo sono europeista da sempre.

Ho esultato nel 92, ho esultato per Maastricht, per Schengen. E sono stato felice fin quasi alle lacrime per l’Euro. Se c’è una sola moneta, ci sarà presto un solo stato, mi dicevo, stolto che non ero altro. Anzi, illuso. Illuso che i popoli della civilissima Europa avessero capito che la divisione porta conflitto, che l’unione dovuta alla sopraffazione porta rivolte, e che invece la condivisione democratica di diritti e doveri porta lontano, lontanissimo, alle stelle. Ero convinto che i passi sarebbero doverosamente seguiti, uno in fila all’altro, da Comunità Economica Europea a Unione Europea, e da Unione Europea ad Europa.

Ero un illuso, non uno stolto. Stolti sono stati i politici europei, che hanno seguito le paure dei loro popoli, o le hanno sfruttate, per una fetta di torta in più. Invece di dipanarle, di spiegare ai popoli cos’è l’Europa. Più facile accusarla dei problemi che riconoscerle i meriti. Più facile affossare il progetto di Costituzione per il mancato inserimento di radici religiose o per non voler “cedere sovranità”. Che è poi una stoltaggine impressionante, perché non si cede una sovranità a qualcun altro, dacché si eleggerebbero gli organismi europei, e quindi si continuerebbe a votare chi poi gestisce quella sovranità.

Un dubbio, però, mi è venuto.
Di fronte alla critica sulle troppe differenze tra gli stati per poterli unire, un dubbio mi è venuto. Di fronte all’ingresso nell’Unione di un sacco di stati prima che l’Unione facesse grossi passi avanti verso l’unificazione dei sistemi economici, legislativi, giudiziari, sociali, prima dell’unificazione della diplomazia e della difesa.

Il dubbio è: è meglio procedere con un’Unione in tantissimi, cercando di andare tutti d’accordo da zero, oppure procedere attraverso Unioni successive?

Non sarebbe stato meglio per esempio che Belgio, Olanda e Lussemburgo si unissero in un unico stato per parlare con un’unica voce e un unico rappresentante? E Spagna e Portogallo? Germania e Austria? Paesi centroeuropei? Repubbliche baltiche? Scandinavia?

E quale sarebbe stata la pre-unione ideale per la nostra Italia?

Ora, lo so, mi prenderete per pazzo. Ma io credo che il nostro partner ideale siano i tradizionalmente e scambievolmente odiati cugini transalpini. Vuoi per la bandiera simile, vuoi per la maglia della nazionale simile…
Ma soprattutto perché siamo due popoli neolatini, e straordinariamente più affini di quanto entrambi desiderebbero ammettere. Non credo sia un caso se Italia e Francia sono entrambe celeberrime nel mondo per la moda, l’arte, per i vini, i formaggi e la cucina in genere. È perché ci piacciono le stesse cose, siamo originali, fantasiosi, sappiamo vivere bene e abbiamo stile. Tutte cose che ci differenziano dai tedeschi, per esempio, e che renderebbero più facile un’unione coll’Oltralpe. Spesso abbiamo avuto interessi in conflitto: la sponda meridionale del Mediterraneo, per esempio, e il ruolo di paese di spicco nel campo dello spazio (la Francia gestisce le basi di lancio dell’ESA a Kourou, in Guyana; l’Italia è stato il terzo paese dopo russi e americani a mandare satelliti in orbita, e ha prodotto la maggior parte delle parti abitabili della ISS).
Francia e Italia hanno straordinarie similitudini anche in altri campi: hanno isole di lingue diverse dalla madrepatria (Corsica e Sardegna) che pure sono parti fondamentali e importanti dei rispettivi stati. Italia e Francia sono state sedi imperiali (romano e franco) e papali (Roma e Avignone).
E hanno anche problemi simili: hanno le macchine burocratiche statali più grosse e invasive d’Europa, e le mafie celebri (siciliani e marsigliesi sono personaggi stereotipati dei film di gangster americani).
Hanno porti importanti sul Mediterraneo.
Hanno le due corse ciclistiche a tappe più importanti, e i circuiti automobilistici più storici.
E l’Abbagnato è étoile a Parigi. E la Fennech è stata abbastanza stellazza in Italia…

E in fondo abbiamo mire di grandeur militare eccessive per i nostri bisogni, se consideriamo che siamo i due paesi rispettivamente con la portaerei più grossa (la Francia) e con più portaerei (l’Italia) d’Europa.

Troppe le similitudini per non riconoscerci, e capire che forse è più facile unirsi tra noi in primis, per poi ridurre le differenze con popoli più lontani come i germanici o gli scandinavi.

Forse è davvero tempo che ci unisca qualcosa di più di una controversa ferrovia, o qualche coppia celebre (Sarkozy-Bruni, Cassel-Bellucci, Accorsi-Casta… per dire, francesi e italiani forse già si piacciono in fondo).

E ho anche già una doppia capitale pronta.

Aosta, città italiana ma bilingue e autonoma, città di montagna tra le vette più alte del continente, e vicino al tunnel più celebre. Città in cui i politici possono concentrarsi sulle prospettive più alte, senza le distrazioni della Ville Lumière o della Dolce Vita.

E Nizza, per gli orizzonti marini e mediterranei. Città francese ma che fu italiana e diede i natali a Garibaldi, e tramite la cui cessione ai transalpini si diede il via all’unificazione italiana.

Troppo tardi per una strada europeista a blocchi. Ormai è stata seguita un’altra strada. Ma chissà se sarebbe andata meglio così.

Vive l’Italie, evviva la Francia!

Nota: secondo post nato da un input, stavolta dal Foggio, che mi ha esortato a spiegare più dettagliatamente un provocatorio messaggio che ho lanciato su un social network.

#18. Dominio.

«Chi può vincermi?»
«Io, He-Man!»
[Da una nota pubblicità di giocattoli degli anni ’80]

Dominatori dell’Universo. Mica pane e albicocche cotte. Mica latte coi cereali scaduti. Mica mucche lilla contraffatte.

Travolto da una becera vena di archeologia personale infantile – agghiacciante pratica tremendamente comune tra i 30/40enni della mia generazione – vi parlerò di qualcosa che proviene direttamente dagli anni ’80. L’era dei cotonati. L’era di The final countdown degli Europe. Oddio, anche quella d’oggi è l’era del conto alla rovescia finale dell’Europa, ma questo (apparentemente) non c’entra.

Non perdiamo altro tempo.

Nei primi anni Ottanta, quando ero ancora un cucciolo di blogger, un bel dì vidi una strana réclame, come si diceva allora. Uno spot pubblicitario. Con un contorno tremendamente cupo, alla Conan, con un castello a forma di teschio, che faceva sempre un po’ Conan. In una piana brulla con alberi rinsecchiti. Alla Conan.
Un figuro azzurro muscoloso vestito di ossa viola, con un bizzarro scettro, millantava dominazione sul castello di Grayskull e su tutto l’universo. Dettaglio non secondario, il figuro aveva un teschio in luogo della faccia, e una voce sinistra.
Mentre enumerava le sue credenziali e si chiedeva tronfiamente chi nell’universo poteva sconfiggerlo, sopraggiungeva un tizio vestito poco, assai muscoloso, con un’espressione torva e una zazzera bionda, a cavallo di un’incazzosissima tigre verde. Questo tizio, dotato di una voce che definire impostata è poco, subissava poi l’uomo scheletro di cabanni al titanio.
Così iniziava l’epopea dei Masters of the Universe, i Dominatori dell’Universo.

Incuriosito da quella pubblicità così intrigante (… avevo una mente semplice) non potei far altro che andare a vedere dal vivo quei maravillosi giocattoli nel negozio del paese (sì, a quell’epoca nei paesetti c’erano ancora i negozi, e sì, avevano anche giocattoli nuovi appena usciti). E scongiurare santa Lucia di portarmeli al primo giro di posta. E li portò. Seguiti da altri negli anni successivi.

Ora, va detto che questi giocattoli venivano venduti con dei minicomics anche discretamente disegnati che narravano storie relative a quei personaggi. Da queste storie emergeva un mondo barbarico, semi disabitato, popolato da strane figure. Alcuni erano guerrieri, altri stregoni, altri specie di raffigurazioni di spiriti naturali (il signore delle bestie, quello dei pesci), il tutto condito con i resti di un’antica tecnologia evolutissima.

Solo in seguito la storia e l’ambientazione vennero stravolti. He-Man, che era un barbaro selvaggio partito per salvare il suo villaggio, educato da un vecchissimo drago ed aiutato da una strega, divenne così l’alter-ego superpippico e buono di un principe… Sì, Adam, una montagna di muscoli di 130 kg abitata dallo spirito di Dolce e Gabbana. Un principe in grado di fare poco più che girare per Eternia vestito in calzamaglia color glicine (e con lo smalto in tinta alle unghie dei piedi, probabilmente), e di trasformarsi a comando in He-Man (sì, a comando, usando la spada… quella che nei giocattoli si agganciava a quella di Skeletor sottintendendo che bene e male sono due facce della stessa medaglia, idea ovviamente elisa nei banalissimi cartoni animati). He-Man, naturalmente, era assolutamente identico ad Adam ma da nessuno veniva riconosciuto.
E per tacer di Teela, che era nel fumetto una sanguinaria guerriera, con tanto di abito da sacerdotessa della dea-serpente, e diventa nel cartone animato sciccosissima capitana delle guardie griffate, tanto patinata quanto acconciata con quintali di lacca, che probabilmente ha offuscato il sottotesto pagano originale.
Ovviamente i cattivi, troppo cupi nei fumetti, diventavano dei ridicoli cialtroni nel cartone. Beast Man, stupido fin dal principio, ma fortissimo, quasi più di He-Man, diventa il servitore di Skeletor, paragonabile a un rubizzo e poco profumato maggiordomo. Mer-Man diventa un buffone picchiato anche dall’ultimo dei bamba, quando nei minicomics viene dipinto come signore dei mari, una specie di mostro della laguna intelligente.

Com’è, come non è, a vincere fu la versione del cartone animato, e le storie dei minicomics divennero linee apocrife alternative rispetto al dogma.

E naturalmente, uno come me decise di non seguire nessuna delle due linee nei suoi giochi. Intanto per me i buoni e i cattivi erano di volta in volta ri-determinati. Anche perché non mi piaceva che i miei due preferiti, i malvagi Clowful e Whiplash, perdessero ogni volta. Quindi erano dalla parte vincente.
E poi mi piaceva il mondo barbarico dei minicomics, e quindi ambientavo lì le mie storie, e attribuivo dominî e poteri ai vari personaggi, che finivano in un modo o nell’altro per scontrarsi. Chi perdeva, finiva nel borsone. Così, tra l’altro, quando avevo finito di giocare avevo anche finito di metterli via.

C’erano anche altri modi per giocare coi Masters: la loro corporatura li rendeva perfetti wrestlers. E in quegli anni in tv folleggiavano Hulk Hogan, Macho Man, The Ultimate Warrior, Jake the Snake Roberts… I combattimenti nell’arena di casa mia determinavano l’assegnazione di fantasiose cinture, con telecronaca by young-cestinante.

Un altro modo per giocarci era dividerli in due squadre e fare una partita di calcio. Purtroppo i masters avevano il difetto di non stare in piedi da soli, quindi dove c’era la palla c’erano giocatori in piedi a fronteggiarsi, tutti gli altri in terra.

L’adattare i giocattoli a giochi diversi, però, toglie sacralità al plot eterniano. Se sono wrestler, calciatori, guerrieri tamarri e quant’altro, non sono più i Dominatori dell’Universo. Sono solo… bamboli. Bamboli: è questa l’illuminante definizione che ha coniato per loro una mia amica. E chiamando le cose col loro nome, si finisce per sfrondare rapidamente tutto il di più e il finto mito intorno.

E non posso fare a meno di vedere un clamoroso parallelismo tra i Masters e i politici. È un po’ come la fiaba dei vestiti nuovi dell’imperatore: finché non c’è un bambino che dice “ma quali vestiti?”, tutti li vedono. Così, come i Masters, i politici di questo periodo si credono dominatori dell’universo. E invece sono bamboli.
Credono di avere in mano il dominio del pianeta, delle nazioni, degli eventi, e invece non sanno nemmeno quello di cui parlano. Alle prime vere difficoltà mondiali si scopre che i politici non hanno idea di cosa fare, di come fare, di dove intervenire. E ogni loro intervento che dovrebbe risolvere il problema finisce per generare nuovi eventi che sballottano i politici come, come… bamboli!

Ecco perché siamo passati da The final countdown degli Europe a The final countdown dell’Europa.

Per informazioni o interessi sul mondo dei Masters of the Universe consiglio con assoluta rutilanza il sito www.he-man.org.

Una nota: breve dedica agli amici talamax, foggio ed elena, coi quali stasera non sono uscito, tenendoli in ballo troppo a lungo. Alla fine sono rimasto a casa. E ho anche finito di scrivere questo post.

#17. No.

Ci sono talmente tanti modi in cui potrei risponderti: mai, neanche tra un milione di anni, assolutamente no, scordatelo, toglitelo dalla testa, niet, negativo, mmhm, naa, noo, e naturalmente quello che preferisco in assoluto, l’uomo che cade nel burrone: NOOOOOOOOOOOOOoooooooooo… puf…
[Scrubs, Medici ai primi ferri]

“No” è davvero una paroletta piccola.
Una consonante, una vocale. Punto.

Ma quante volte ti salva il culo? Andiamo a fare la spesa? No. Vieni alla festa dei nostri cugini di quinto grado? No. Ti va di fare un lavoro a guadagno zero? No. Voti per me anche se ho cercato di fotterti a ogni pie’ sospinto e non nego che lo farò ancora e con gusto? No. Hai voglia di andare al matrimonio del pro-cugino di tua moglie del quale non ricordi il nome (ma l’hai mai davvero saputo?) ipotecando il pancreas e le cornee per fargli un regalo? No. Sostieni ancora questa giunta che ti ha messo multavelox nascosti dietro la tendina del bagno per vedere se caghi troppo alla svelta? No. Ti va di ascoltare i drammi mestruoesistenziali di un semi-sconosciuto che ti si avvicina mentre, seduto all’ombra di un frassino, sei giunto al momento clou di un romanzo che – finalmente! – ti sta coinvolgendo, dopo che per mesi hai letto merdaccia stampata? No.

E così via. Senza bisogno di aggiungere altro.

Altre volte, però, il no è la parola che ti trafigge come una pugnalata piantata nella cistifellea. Pugnalata con il coltello grosso della mortadella. Coltello non lavato.
Tipo quando immagini già di uscire con quella tipa che secondo te chiaramente ti sta facedo il filo da mesi, e nella tua testa hai già tutto pronto. E lei, alla tua richiesta, reclina leggermente il capo da un lato – come i cani quando vedono qualcosa che non capiscono – fa un mezzo sorriso, e dice un no che però suona stranamento come un OVVIAMENTE no. Ed è quell’ovviamente, maiuscolo eppure non detto, che dimezza istantaneamente la tua autostima, ti fa decrescere di 4 centimetri, ti fa cadere i capelli, venire una carie, aumentare tre chili e pensare che oggi, in fondo, se prendi una multa te la meriti. È quell’ovviamente che fa di colpo impennare lo spread fra chi sei e chi vorresti essere (… ci sono parolacce, come spread, che a un certo punto si insinuano nel senso comune, e non possiamo far altro che pregare il padre-tempo di essere galantuomo e farle cadere nell’oblio dizionaristico).
Oppure quando sei appeso a un precipizio e il no assume la forma di un sergente dei marines che ti pesta le dita con l’anfibio ridendo grassamente.
Allora, l’assicurazione copre questo tipo di incidente? No. Allora, mi assumete? Ho tutte le carte in regola? No.

No, no, no. Quanti no.

E i no vanno capiti subito, perché farseli ripetere è umiliante, e spalma merda su merda.
E per essere capiti subito, non so se ci avete fatto caso, i no sono molto simili in tante lingue: NO in italiano, inglese, spagnolo, NON in francese, NÃO in portoghese, NIET in russo, NEIN in tedesco, Nahīṁ in hindi, e anche in arabo e in armeno, traslitterati, suona NA / NO, e NYT in hiddish,  Sempre con quella consonante “N”, seguita da vocale. Certo, è vero che le lingue indoeuropee, imparentate tra loro, hanno molti vocaboli che si richiamano (già l’arabo sarebbe fuori dalle lingue indoeuropee, e pure l’hiddish). Eppure il “sì” non ha tutta questa simiglianza nelle stesse lingue, e si è sparpagliato più rapidamente e in modo più evidente. JA, DA, YES, SÌ (presente con varie accentazioni in Italia e penisola iberica), HAM (in hindi), e poi c’è il caso dell’OUI francese, con i suoi due progenitori, l’OIL della langue d’oil (antico francese) che veniva parlato nella parte nord della Francia (la lingua in cui nascono i romanzi cavallereschi) e l’OC della langue d’oc, parlata nella Francia meridionale, la cosiddetta Occitania (una lingua, una regione, un popolo che prendono il nome dal loro particolare modo di dire di sì), la fascia di lingua simile che dalla catalogna procedeva attraverso la provenza fino alle alpi occidentali, la lingua dei trovatori. Tanti sì diversi, che iniziano per J, D, Y, S, H, O, mentre tra i no la N è di gran lunga la più comune.
Mi dà quasi l’impressione che il no si debba capire bene, anche con genti venute da lontano. Se arrivi in un posto che non conosci, la prima cosa da capire è quello che non puoi fare, in pratica saputo quello sei al sicuro. Il è meno importante, conta poco. E questo fin dall’antichità.

E lo posso accettare. È triste, ma lo posso accettare.
Al giorno d’oggi, però, stanno dilagando due usi del no che mi infastidiscono oltremodo, causandomi inusitato detrimento.
E arrivano tutti e due dalla commistione e dal confronto tra politica e giornalismo.

Il primo è il “no da sintesi / titolo“, e funziona secondo lo schema: «[Qualcuno]: NO a [Qualcosa]».
Ecco qualche esempio: “No agli eurobond”; “No alle unioni di fatto”; “No alla tecnologia in campo”; “No al ribaltone”; “No alla violenza”; “No alla criminalizzazione”; “No alla strataminchia complessata connaturata all’esigenza dell’informale quotidiano”. Irritante intanto perché ci fa capire che invece di proporre qualcosa si fa muro contro qualcosa, e questa è cattiva politica. Poi perché è un’insopportabile sintagma predefinito, che fa capire che il giornalista non ha alcuna voglia di sbattersi per ottenere una buona sintesi del suo articolo. E allora, tra l’altro, chi mi vieta di pensare che magari non abbia avuto voglia di sbattersi nemmeno quando ha scritto l’articolo stesso? Quindi ché lo leggo a fare? E inoltre, se ab origine il politico ha espresso il suo bel “No a”, anche lui/lei fin dall’inizio non aveva voglia di sbattersi con una proposta interessante, quindi sono davanti a un titolo ad cazzum, che apre un articolo ad favam, che parla di un discorso ad minchiam. Morale: etichetta fallimentare, non mi fa venire voglia di aprire il barattolo.

Il secondo, meno icastico nelle intenzioni, ma ancora più fastidioso nel risultato, è il “no del coccodrillo“.
È un no che include e comprende i vari “sono stato frainteso”, “non ho mai rilasciato questa intervista”, “non è vero”, “non l’ho detto”, “gne gne gne” eccetera. E credetemi, sono tutti riassumibili nel “gne gne gne”, perché purtroppo viviamo in un periodo mediocre, fatto di gente mediocre e, purtroppo di giornalisti e politici mediocri, e spesso non sanno fare molto di meglio.
In pratica, siccome abbiamo politici mediocri, questi trovano particolarissimo giubilo dal dire clamorose buffonate sgradite tanto agli dei superni che a quelli inferni. E questo fa sì che irrimediabilmente finiscano per insultare/infastidire qualcuno anche in questo mondo. E siccome sono persone mediocri che non pensano/credono quello che dicono, non si fanno alcun problema a ripudiare una loro tesi (ovviamente dando la colpa a qualcuno che l’ha male riportata o capita) detta il giorno prima, perché è meglio recuperare qualche voto che sostenere un’idea (che non era loro e nemmeno hanno capito, in fondo).

Ecco, passi l’era del no. Passi che non si ha voglia di dire di sì perché si ha sempre il dubbio che ci vogliano fregare.
Ma questi due tipi di negazione, davvero, vorrei proprio che sparissero immediatamente dal pianeta.

Nota: l’idea che linguisticamente e antropologicamente si sia affermato un “no” più facilmente comprensibile di un “sì” non è supportata da studi scientifici, è solo una mia impressione data da un campione di lingue assolutamente non esaustivo e da un lacunoso, se non inesistente, bagaglio di conoscenze di evoluzione linguistica. È molto probabile che sia dimostrabile, magari, un esatto contrario. Resta però il concetto di fondo cui questa idea empirica fa da supporto, ovvero di un “no” più importante nella vita comune rispetto al “sì”.

Un’altra nota: questo è il primo post che pubblico “a richiesta”, giacché il buon blogger talamax, che ogni giorno deturpa amabilmente le nostre giornate coi suoi lavori su Rondini HF, opportunamento sollecitato con domanda del tipo “di che cazzo scrivo”, mi ha risposto con «negazione». Non so se negasse la volontà di darmi risposta, oppure se volesse un post sul no… alla fine ho ritenuto di agire come se si fosse riferito alla seconda ipotesi.

Visitate l’Indice, l’ho molto rinnovato, con una specie di sommario.

#16. Festa.

Chissà se davvero esiste qualcosa come la sindrome post-festa. Se esiste, io ne soffro.

Quella sottile, liquida mestizia che a tre quarti di serata comincia a infilarsi tra i sorrisi, furtiva e non vista, e poi esplode più tardi, in macchina verso casa.

Quella sensazione che una cosa bella stia ormai per finire. Quell’atmosfera che cambia sapore quando il primo giro di amici se ne va, e si capisce distintamente che ormai l’estate sta finendo.

E saluti se vai via tra i primi. E raccogli bicchieri di plastica se sei tra gli ultimi. E gratti la griglia e riporti dentro le sedie se hai organizzato tu. Ma alla fine, docciato, stanco, senti il fresco delle lenzuola, e quel sottile magone al pensiero che domani non sarà festa. Che è andata.

La gioia agrodolce del natale, dei regali scartati, delle facce felici, delle persone cui vuoi bene riunite con te a tavola, e il pensiero dei natali futuri che forse non saranno così belli.

Ecco, questa la chiamo sindrome post-festa.
Perché se ogni grandezza contiene già il seme della rovina, se ogni altezza comprende il concetto di caduta, ogni bella festa comprende il ritorno alla normalità, del giorno qualsiasi.
Se non altro una volta mi bastava una qualsiasi festa o cena o uscita divertente per essere permeato dal fàntasma tramontizio, oggi mi serve un fine settimana come quello appena finito, con un addio al celibato che in realtà era una grigliata tra amici, con una seconda grigliata per un compleanno, e con gran finale con matrimonio di un amico che definire di vecchia data, ma anche che definire semplicemente amico, pare un po’ poco.

Può non esserci a questo punto un po’ di magone? No, non può.

Quindi perdonate il titolo fuorviante, che prometteva lazzi e svolazzi, e invece vi regala una bottiglietta di aranciata amara, una sdraio, una veranda, un tramonto, e qualche piatto di plastica per terra con gli avanzi per il cane.

Dissolvenza su suono di armonica.

Navigazione articolo