Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivi per il mese di “luglio, 2012”

#32. Traditori.

«Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,
disse ‘l maestro, «è Giuda Scarïotto,
che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
De li altri due c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
e l’altro è Cassio, che par sì membruto.

[Dante Alighieri, “Inferno”, in “Commedia”]

Siamo alla fine del nono cerchio, quello dei traditori. Un Dante quantomeno inquieto – e vorrei ben vedere – si trova dinnanzi a Lucifero in persona, che tradì Dio ed è quindi qui dannato. È alto come un palazzo, per metà conficcato nel ghiaggio, ed ha tre facce, e le tre anime che con le sue tre fauci maciulla sono i peggiori traditori in assoluto: Giuda che tradì Gesù, Bruto e Cassio che tradirono Giulio Cesare. E così Dante unisce perfettamente in una dissacrata foto di gruppo i due traditori di Dio (padre e figlio) e i due traditori dell’Impero (quasi altrettanto grave, essendo Dante ghibellino).
Il nono cerchio, peraltro, è pieno zeppo di traditori (e ci mancherebbe altro) presi dalla cronaca del tempo, dalla storia (ma è clamorosa l’assenza di Efialte, pastore che con il suo tradimento causò la morte degli spartani di Leonida… ma chissà quanto era nota la vicenda nel Trecento) e dalla mitologia. Anche dalla mitologia arturiana. E se fugacemente vi compare Mordred (ribellatosi contro il padre Artù), tra i traditori della propria famiglia o della patria, è vistosa, vistosissima, l’assenza di due personaggi che – per carità, per amore! – una certa esperienza in tradimento l’hanno messa in campo.

Mi riferisco a Lancillotto e Tristano, con le sodali Ginevra e Isotta.
E sì, stiamo per tuffarci in un altro post a tematica arturiana, ma questo l’avevate già capito.

Intanto diciamo che Dante ci parla di questa gente, in realtà. Non li dimentica. Ci parla di Lancillotto e Ginevra nella vicenda di Paolo e Francesca («galeotto fu il libro e chi lo scrisse», tipo «mortacci loro e di chi non glielo dice con la mano alzata»). Ma soprattutto mette all’inferno Tristano, anche se derubrica il tradimento nei confronti della famiglia (re Marco è suo zio), passandolo dal girone dei traditori ad un più lieve secondo cerchio (tra i lussuriosi, travolti da incessante bufera come in vita furono travolti dalle passioni). Ma vediamo di analizzare i due casi, per capire se i quattro amanti potevano anche fare una fine peggiore, o se sono stati ingiustamente accusati.

Tristano e Isotta

La vicenda di Tristano e Isotta è spesso inserita nel grande corpus della materia di Bretagna, ma ne è originariamente distinta. Nelle storie più antiche Tristano non è un cavaliere della tavola rotonda.

I fatti. Tristano è un giovane valentissimo cavaliere, figlio dei signori di Lyonesse/Leonois Meliadus ed Eliabel, oppure Rivalin e Blanzifleur (secondo Thomas e Goffredo di Strasburgo). La madre, avvertendo prossima la morte per le conseguenze del parto, gli dà il nome di Luke Tristano, dacché avrà un’esistenza triste. E non sa nemmeno quanto. Dopo esser stato educato al combattimento e alla musica dallo scudiero Governale, va a prestare servizio dallo zio, re Marco di Cornovaglia che, diciamolo, è un pezzo di merda. Agli occhi del lettore moderno questa già sarebbe una gigantesca attenuante, se non una giustificazione tous court, ma per il sapore antico non era così. Anzi. Più il signore era stronzo, più ci faceva bella figura l’eroe a prestar fede alla stupida promessa fattagli. Così Eracle fa bene a portare a termine le dodici fatiche invece di spezzare le corna a Euristeo per le sue richieste assurde, e Cu Chulainn fa bene a prestare servizio come cane da guardia a Culann per averne ucciso il cane precedente.
E così il buon Tristano aiuta re Marco, al punto che libera la Cornovaglia da un tributo umano dovuto all’Irlanda, uccidendo il fortissimo e gigantesco guerriero Moroldo (anche Morholt), come ogni anno venuto ad esigerlo (vi ricorda mica qualcosa? tipo Teseo?). In questo combattimento, però, rimane ferito, e l’arma avvelenata di Moroldo gli causa una malattia mortale, e quindi chiede di essere deposto su una scialuppa in balia dei flutti, e la scialuppa lo porta, per la legge del culo jedi destino, proprio in Irlanda, dove viene salvato da Isotta la Bionda, principessa d’Irlanda e pure maestra nell’uso di pozioni. Tralasciando una dozzina di capitoli intermedi, Tristano dopo qualche anno torna in Irlanda e vince, per conto di re Marco, la mano della principessa. La madre di Isotta, anch’essa pozionara, prepara un magicissimo filtro d’amore che farà sì che la figlia si innamorerà della prima persona che vedrà dopo aver bevuto, e le consegna il filtro perché lo beva dopo il matrimonio, in camera con re Marco. La sfiga fa sì che la giovane bevva il filtro in nave con Tristano, e scoppia il casino.

Ysot ma drue, Ysot mamie
en vus ma mort, en vus ma vie
[Thomas, “Tristan”]

A questo punto il bravo Tristano e la brava Isotta sono belli e fottuti, perché non possono fare più nulla per sottrarsi al loro amaro destino. Che li farà amanti incomparabilmente infelici, bastonati dalla sorte, scoperti, costretti a prove drammatiche. Tristano resterà sempre fedele alla regina. In esilio si sposerà con la sorella dell’amico Kahedin, chiamata Isotta dalle Bianche Mani, impegnandosi però a non toccarla per un anno. E l’anno non scadrà mai, perché un giorno Tristano resta avvelenato, e manda un messo a chiamare Isotta la Bionda per aiutarlo. Dà istruzioni al messo che, sulla via del ritorno, metta vele bianche se Isotta lo ama ancora ed ha acconsentito a venire a curarlo, altrimenti nere (vi ricorda mica qualcosa? tipo Teseo?). Guarda caso, Isotta accorre, ma il messo dimentica di cambiare le vele, Tristano vede le vele nere e muore di dispiacere. Isotta arriva, e muore di dispiacere pure lei. Come ci dice Maria di Francia nel “Lai del Caprifoglio”, se si tenta di separare il nocciolo e il caprifoglio, muoiono entrambi.

Mais ki puis les volt desevrer,
Li codres muert hastivement
Et chevrefoil ensemblement
— Bele amie, si est de nus :
Ne vus sanz mei, ne mei sanz vus.
[Marie de France, “Lai du chèvrefeuille”]

Il verdetto: per l’accusa di tradimento, Tristano e Isotta sono assolti perché il fatto è avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà. Per l’accusa di lussuria, Tristano e Isotta sono assolti perché il fatto è avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà.
Sia che prestiamo fede alla versione di Beroul, per la quale è stato solo il filtro a renderli schiavi dell’amore l’uno per l’altra, sia che si segua quella di Thomas, per cui già si amavano, è comunque il filtro a farli agire contro l’onore loro e di re Marco, non la scelta. Finché hanno libera scelta, infatti, seguendo il loro dovere stanno prestando fede ai giuramente fatti e stanno rispettivamente portando allo zio la sposa come promesso, e andando in moglie al re di Cornovaglia obbedendo ai desideri della famiglia. Non hanno ceduto alla lussuria e non hanno tradito. Fino a quando non sono stati costretti dall’elemento soprannaturale. Tristano, dimostrando nei fatti la sua indole di fedeltà, non tradirà mai neppure Isotta la Bionda, nemmeno quando esiliato si troverà a sposare Isotta dalle Bianche Mani.

Quindi possiamo dire che non solo la loro pena non andava commutata in “nono cerchio”, ma che anche il “secondo” è di troppo. E re Marco è comunque un pezzo di merda, e quindi un po’ se l’è anche meritato, e vaffanculo.

Lancillotto e Ginevra

La vicenda di Lancillotto – a prima vista assimilabile – è in realtà molto diversa. Intanto dobbiamo verificarne il contesto storico. La storia di Tristano è di derivazione molto antica (la storia si radica in similitudini con miti che vanno dalle vicende del ciclo celtico dell’Ulster fino alle antiche mitologie dell’antica Grecia e oltre). Al contrario la mancanza di riscontri antecedenti ci porta a ritenere Lancillotto un’invenzione di Chrétien de Troyes, ed è quindi databile al XII secolo. Chrétien scriveva alla corte di Marie de Champagne, una donna viva e brillante, amante delle arti e della letteratura in particolare, figlia di Eleonora d’Aquitania. Pare che Marie fosse una profonda sostenitrice dell’amor cortese (e lasciamo al lettore trarre le conclusioni su cosa questo significasse in pratica). Cosa si intende con amor cortese? Si parte dalla convinzione che l’amore nobiliti il cuore che lo porta, e lo nobiliti a causa della tensione causata dall’equilibrio tra profonda gioia e disperata disperazione, grande fervore, vicina intimità e distanza incolmabile. In pratica, l’amor cortese è impossibile all’interno del matrimonio, ed è adulterino per sua stessa natura. E radicale è la distinzione tra matrimonio e amore. Ovvio quindi che in questa corte nasca il personaggio di Lancillotto (o almeno che prenda la forma a noi più nota), e la relazione adulterina per antonomasia, quella tra il cavaliere e la regina Ginevra.

I fatti. Figlio di re Ban di Benoic, alleato di Artù nell’epoca in cui questi deve unificare il regno contro i baroni ribelli (tra i quali il più acerrimo è re Lot di Orkney, padre di Galvano e marito di Morgause o Morcadès, sorella maggiore di Artù), Lancillotto, a seguito della caduta e morte del padre, viene allevato e cresciuto da un’incantatrice, nota come la Dama del Lago, insieme ai cugini Lionello e Bohors.
La Dama è la stessa che dà Excalibur al re, in cambio della promessa che il re, un giorno, avrebbe esaudito un suo desiderio. E questo desiderio si presenta quando la Dama manda alla corte del re Lancillotto, cresciuto, perché sia armato cavaliere ed entro al suo servizio.
Artù nel frattempo ha unificato e consolidato il regno, ha nominato il suo primo cavaliere – il giovane Galvano, suo nipote (che è anche il primo in linea dinastica per una eventuale successione). Segnamoci questa cosa, perché è importante.
Lancillotto si presenta a corte, viene accolto, e deve essere fatto cavaliere. Nonappena lui e Ginevra si vedono, si innamorano l’uno dell’altra, e così il giovane fa di tutto per riuscire, con un escamotage, a farsi nominare cavaliere dalla regina anziché dal re, e riceve da lei la sua spada. Anche questo è importante, segnamocelo.
Lancillotto non è cavaliere molto presente a corte, tutt’altro. Preferisce camuffarsi e partire errante, e senza farsi riconoscere partecipare a imprese e tornei, nei quali ottiene grandi lodi e onori, e sparisce prima di ritirare il premio per non farsi scoprire.
Dalle Isole Lontane, però, cala Galehaut (Galeotto, lui, non il libro), “figlio della bella gigantessa”, con il suo esercito. Costui – identificato pseudo-storicamente come un invasore vichingo – ha deciso di sottomettere trenta re, e gli manca solo Artù per portare a termine l’impresa. Ma quando Galehaut sembra avere ormai in mano la vittoria, le imprese di Lancillotto cambiano le sorti della battaglia, e lo stesso Galehaut visto il grande coraggio e la prodezza del cavaliere decide di arrendersi a lui, diviene il suo più grande amico e consegna il suo regno ad Artù. Fa anche da internediario e organizza il primo incontro clandestino tra Ginevra e Lancillotto, ed è per insistenza della stessa regina che Galehaut, Lancillotto e il suo fratellastro Estor delle Paludi diventano cavalieri della Tavola Rotonda.
Tralasciando anche qui le mille imprese che costituiscono il corpus del Lancelot en prose e dei mille altri testi che ne descrivono la gloria, ricordiamo solo che è Lancillotto il cavaliere che salva Ginevra, caduta – per imprudenza del re – nelle mani di Meleagant il fellone.

Alla fine di tutta la vicenda, i due amanti vengono scoperti da Agravain, il fratello scarso e poco acuto di Galvano, e da questo si ingenera la fine della tavola rotonda. A seguito della formalizzazione dell’accusa alla regina – episodio al quale Galvano, pur di non prender parte a un’azione tanto orrenda, non partecipa – Lancillotto e il suo clan irrompono per liberare la regina, e in questa azione l’amante di Ginevra, non riconoscendolo, uccide alle spalle un disarmato Gueheriet, fratello di Galvano oltre che uno dei cavalieri più forti ed amati della tavola rotonda. Questa azione scatena l’ira di Galvano, e da qui partirà la guerra tra i due più forti cavalieri del mondo, guerra che condurrà alla fine dell’era arturiana.

Ora, riprendiamo un attimo quei due punti segnalati prima. Galvano e Lancillotto, i due cavalieri più forti, più nobili e più famosi della corte di Artù, non sono assolutamente due personaggi equivalenti o interscambiabili.
Galvano è un personaggio solare, la sua forza cresce all’approssimarsi di mezzogiorno, orario al quale diventa invincibile, non nega mai il suo nome e non si presenta mai sotto false insegne.
E come eroe solare è legato al re (è il primo cavaliere fatto da Artù, ed è anche primo cavaliere e difensore del regno. È il cavaliere del re.
Al contrario Lancillotto è un personaggio lunare, cede alla follia, si presenta spesso mascherando le insegne o nascondendo il nome, sia volontariamente che in episodi come quello della Carretta. E soprattutto è il cavaliere della regina, è da lei fatto cavaliere, da lei riceve la spada, in suo nome compie le proprie imprese e sempre in sua difesa si erge quando ella abbisogna di un campione per un giudizio di Dio.
Anche l’adesione alla tavola rotonda di Lancillotto è richiesta dalla regina.

Il verdetto. Lancillotto è scagionato dall’accusa di tradimento nei confronti di Artù per il cavilloso fatto che in realtà alla regina, e non al re, deve tutto, e della regina è cavaliere. I suoi feudi gli derivano per eredità paterna da Ban di Benoic che non era vassallo di Artù. Sarebbe colpevole di tradimento verso l’amico (Artù, ma anche Galvano), ma qui si va nel fumoso. L’amicizia con il re non è mai chiarissima, è più che altro una certa stima, e pare un po’ poco. E con Galvano c’è amicizia, ma non è Galvano che tradisce, in fondo, e cerca anche di evitare lo scontro finale.
È però colpevole per quanto riguarda l’accusa di lussuria: la passione lo travolge al punto di mettere a repentaglio tutto il regno di Logres. Diciamo che il piazzamento (anche se non direttamente, ma solo per nomina) di Dante è corretto, quindi. Potremmo anche accusarlo di falsa testimonianza, quando difende l’onore della regina in un giudizio di Dio.

Ginevra, viceversa, non è solo colpevole di lussuria, ma anche di tradimento. Lei non ha la scusante di Isotta, non ha bevuto alcun filtro. Decide deliberatamente del suo destino, e la sua scelta condurrà alla tragedia non tanto / non solo lei e Lancillotto (tra i pochi a sopravvivere alla fine di tutto, seppur ritirati in conventi), ma tutto il mondo arturiano

Ma quindi, Lancillotto la sfanga? Si becca solo le accuse minori, mentre Ginevra viene fregata? Eh sì, è furbo il ragazzo. Si è messo a posto la coscienza e con la legge attraverso i magheggi e i trucchetti sul fatto di essere cavaliere della regina, ma ha inguaiato la sua dama. Non sarà traditore, ma resta comunque un pezzo di merda, moralmente…

Il corpus della letteratura arturiana, riguardo i temi trattati, è veramente vasto.

Qui si è parlato delle tre opere su Tristano di Thomas, Beroul e Goffredo di Strasburgo.
La versione di Béroul (giullare normanno del XII secolo) – della quale ci sono rimaste poche migliaia di versi – è considerata la versione più aderente alla leggenda primitiva ed è matrice di molte traduzioni e versioni successive, tra cui il “Tristrant” tedesco di Eilhart d’Oberg e il “Tristano in prosa” (che comprende anche molte altre vicende oltre a quelle di Béroul. In italiano il Tristano di Béroul è pubblicato da Jaca Book.
La versione anglo-normanna di Thomas (anglo-normanno vissuto alla corte di Enrico II ed Eleonora d’Aquitania), altrettanto mutila di quella di Béroul (ne abbiamo sostanzialmente solo la conclusione), è considerata la versione “cortese”, quella che introduce più elementi rispetto al sostrato celtico. In Italia è pubblicato da Garzanti.
La sua versione della vicenda ci è nota anche grazie a Goffredo di Strasburgo, che nel primo decennio del Duecento ne compila una traduzione in tedesco. Anche il suo romanzo (edito in Italia negli Oscar Mondandori) ci è giunto mutilo, ma la benevolenza della sorte fa sì che la parte perduta sia in questo caso proprio il finale che manca in Thomas, per cui con i due testi riusciamo a coprire l’intera storia (peraltro ripresa anche in traduzione norvegese da Frate Roberto, 1226).

Si è poi parlaro si Lancillotto, e di Chrétien che gli ha dedicato il suo “Lancillotto o il cavaliere della carretta”, probabilmente il primo, il più famoso e il più bello dei romanzi che riportano l’intera vicenda degli amori di Lancillotto e Ginevra.
Altro opera fondamentale è l’anonimo “Lancillotto in prosa”, o “Ciclo vulgato”. Corpus estremamente complesso e intrecciato, con le vicende che scorrono parallele intrecciandosi le une alle altre come in un romanzo moderno – ma con un certo disamore verso una cronologicità coerente – il Ciclo vulgato è pienamente godibile per il pubblico moderno anche attraverso la rielaborazione moderna di Jacques Boulenger, versione che mi piace molto.

Un lavoro che prende tutte le storie e le mette insieme, Tristano incluso, è la “Storia di re Artù e dei suoi cavalieri” di Thomas Malory. Ma è opera più recente (XV secolo) e molto interpolata, e anche se bellissimo (e avente il merito di approfondire in maniera originale le vicende di Gareth (Gueheriet), fratello di Galvano, lo amo meno di altre opere. In Italia lo troviamo edito negli Oscar Mondadori.

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#31. Corte.

Campionato europeo di calcio, c’è di mezzo una partita dell’Italia. E partono gli inni.

Da che mondo e mondo gli inni nazionali sono uno dei momenti più emozionanti degli eventi sportivi. Il doppio inno tedesco e italiano che accompagnava le vittorie di Schumacher è stato il leit-motiv di un’epoca. Gli occhi lucidi dei campioni olimpici quando parte la musica che ti ricorda che una nazione esulta con te, e che una vita di sacrifici e allenamenti ti ha appena ripagato di tutti gli sforzi che ci hai buttato.

E il bello di sentire la maestosità dell’inno tedesco che porta la Germania sopra tutto, la nobiltà di quello inglese che parla di Dio e Regina, la popolarità della marsigliese che invoca il popolo contro la tirannia. E devo dire che è bello anche l’inno spagnolo. Sono dei precisini della fungia, ma hanno un gran bell’inno. C’è poi da dire che il crollo del comunismo ha cancellato uno dei miei inni preferiti, quello della vecchia DDR, la Germania est. E ha modificato il testo (che peraltro mi è oscuro) del mio inno preferito in assoluto, quello dell’URSS – ora della Russia. E poi c’è l’inno statunitense, che conosciamo tutti ed è bello. E molto americano.

E le pagine oscure, quando andava di moda da parte di cialtroni di ogni luogo del mondo fischiare gli inni altrui. Una merdata passata di moda, grazie agli dei di ogni ordine e grado. Era ora.
Purtroppo, però, è stata sostituita da un’altra moda, percepita peraltro come particolarmente edificante e patriottica. Sto parlando dei calciatori che cantano a squarciagola l’inno nazionale. Stonandolo. Storpiandolo. Stuprandolo. E danneggiando in primo luogo il mio udito, e in secondo luogo il mio godimento degli inni a inizio partita, parte integrante del più generale godimento che mi spinge a guardare una partita di calcio.

Campionato europeo di calcio, dicevamo. C’è di mezzo una partita dell’Italia, dicevamo. E c’è che stavolta sì, li vedo carichi, determinati, li vedo cantare l’inno con la veemenza di chi vuole entrare in campo e spaccare tutto. E per un attimo dimentico le loro voci ignobili, e l’ignobile idea che lo spettatore desideri ascoltarle e non preferisca vedere le immagini dei giocatori con la voce di tutto lo stadio che canta, molto epica e maestosa. Me ne dimentico.
Ma a un certo punto, eccolo lì. Già l’inno di Mameli non ha un testo degno della nostra letteratura millenaria, e vabbhè. Già la voce e l’andare a tempo sono indecorosi. Ecco la faccia di Buffon, che dal goal di Muntari in poi mi ispira la stessa simpatia di un centopiedi che mi cammina sulla spalla. Ma poi lo vedo, lo sento. Scandisce ben bene. «Stringiamoci a corte». «Stringiamoci a corte». Vaffanculo, a corte.

A corte un cazzo.

Anche se l’etimo è comune a “corte”, la pedantuccia retorica mameliana de “Il Canto degli italiani” parla di coorte. “Stringiam’ci a coorte”. Coorte. Un’unità militare. Mettiamoci gli uni accanto agli altri, armati, uniti, per liberare/difendere il nostro paese che ci chiama. Non è “stringiamoci a corte”, del tipo «uè ci sta un casino di gente a ‘sta festa, venite stiamo più stretti che magari riusciamo a pigliarci ‘na tartina anche noi».

E sì che non è così difficile. Prendi una “o”, la togli da “stringiamoci” e la metti in mezzo a “corte”, facendo “coorte”. Ecco fatto. Semplice semplice. Che cazzo ci vuole? CHECCAZZOCIVUOLE? Prendi tredici fottutiliardi di soldi all’anno, anche se il tempo è denaro puoi comunque permetterti di sprecare 4 minuti di merda per cercare il testo su internet e leggertelo, prima di giocare alla playstation?

Ora, vi chiederete giustamente: «Come mai ti viene in mente adesso, che gli europei sono passati da mo, archiviati nel cassetto delle sconfitte umilianti, e invece ci aspettano le Olimpiadi, dove in genere nessuno canta e ti potrai godere l’inno in santa pace? Donde ti proviene tutto sto livore?».
Il livore non proviene da nessuna parte, aleggia nell’aria. E tutto questo vasto cappello introduttivo mi sembrava l’ideale per un post che non parlerà assolutamente di calcio, di inni nazionali, di musica, di nazioni.

Infatti qualche giorno fa il buon TalaMax mi ha richiesto un post a tematica arturiana. E io che in quella tematica sguazzo come un porco nel fango non volevo certo tirarmi indietro. Èpperòvero che non sapevo di quale argomento di preciso parlare, e ho pensato di dedicare un pezzo ai cavalieri meno noti di Artù, a tutti quei personaggi, cioè, che pur comparendo in tutti i testi arturiani hanno raramente l’occasione di passare dal ruolo di scenografia al centro della scena. I gregari, i porta-acqua. La corte. E lì m’è venuto in mente dell’inno.

Cominciamo col dire che non parleremo di Artù e Ginevra, né di Lancillotto, Galvano, Tristano e Isotta. Di questo blocco di personaggi avremo modo di discutere prestissimo, in un altro post che sto già maturando. E nemmeno del gruppo del Graal: di Parsifal, Galaad e Bohors non è un gran divertimento discutere, in fondo. E neppure degli antagonisti, che i cattivi in genere durano una storia e fanno una brutta fine, e pochi sono davvero interessanti, a parte Meleagant il Fellone. Di cui parleremo, con Lancillotto e compagnia, oh sì. E qui non parleremo nemmeno del numerosissimo e folto sottobosco di grandi cavalieri ed eroi invincibili che sono in genere protagonisti di un solo romanzo, personaggi esaltati e spesso inventati dall’autore (e non frutto di tradizioni antecedenti) che in genere si confrontano – e sconfiggono, o più spesso pareggiano – con i più importanti cavalieri della tradizione (i succitati Lancillotto, Galvano, Tristano) utilizzati come paragone per misurare il valore del giovane protagonista. Del tipo “è inutile che ti dica quanto è fico Giantomassino, ti basti sapere che financo Lancillotto quando si è misurato con lui ha riconosciuto il suo valore e ha chiuso lo scontro con un onorevole pareggio”.

A questo punto, stabilito chi no, vediamo chi sì.

Keu il Siniscalco. Personaggio fisso della corte, compare quanto Artù, Ginevra e Galvano, e come loro fa parte della famiglia reale. Per sapere chi è occorre ricordarsi dell’origine di Artù, che appena nato viene consegnato a Merlino e da questi fatto allevare da un fedele vassallo, Antor, che fa affidare il figlio a una balia perché Artù abbia il latte della moglie (era credenza che con il latte si trasmettessero qualità, un po’ come i midichlorian per la forza). Quando Artù arriva alla famosa impresa della Spada nella Roccia e diviene Re, Antor racconta ad Artù che è figlio adottivo e che per allevare lui ha fatto allattare il suo vero figlio da una balia, e forse anche per questo è un cazzone avariato. Quindi Artù dovrebbe tenere il figlio di Antor, Keu, con sé, e perdonarlo se non è degno di corte. Artù che è personcina riconoscente e a modo si mette quindi in casa, come siniscalco, il fratello adottivo, un ciarlatano che fa il buzzurro con tutti (non gli è propria la cortesia e fa il grande con i pezzenti, e insulta i nuovi arrivati) ma non vince mai uno scontro (da che io mi ricordi, finisce sempre col culo in terra). Ma che se non altro è spesso buona spalla comica per stemperare i momenti di tensione, è sempre fedele al re e in fondo a volte è anche commovente per come ce la mette tutta.

Sagremor l’Impetuoso. Citato alternativamente come del casato del Re d’Ungheria, o dell’Imperatore di Costantinopoli, è un nobile giovane cavaliere quando arriva a Camelot attirato dalle voci delle imprese di Re Artù, e si pone al suo servizio. Viene subito battezzato “il morto di fame” da Keu perché, a causa di una malattia, se si mette a combattere o fare grandi sforzi senza aver mangiato, sviene. Da questo appellativo deriva grande onta a Keu, e Sagremor viene ribattezzato “l’Impetuoso” per l’ardore in battaglia. Prende parte a tutte le avventure di gruppo dei cavalieri.

Lucano il Coppiere. Personaggio sempre presente, fratello di Sir Bedivere. È uno dei due sopravvissuti – con Giflet – allo scontro finale tra le schiere di Artù e quelle di Mordred a Camlann (Salesberies, Salisbury, a seconda della compilazione). Alla fine della battaglia incontra Artù mortalmente ferito, e questi, felice finalmente di incontrare un suo cavaliere in vita, lo abbraccia, ma la stretta di Artù è fatale a Lucano. È davvero uno degli episodi più singolari della fase finale della vicenda, e probabilmente si è perso il significato di qualche allegoria nascosta nella vicenda.

Giflet figlio di Do. Cavaliere sempre presente della corte, è l’altro sopravvissuto allo “scontro finale”. Dopo la morte di Lucano, Artù gli ordina di gettare la sua spada nel lago. Dopo un paio di tentativi in cui ritorna fingendo di averlo fatto, e un paio di volte in cui Artù lo sgama, obbedisce al re e getta la spada, che viene afferrata al volo da un braccio emerso dal lago. Poi vede arrivare una barca, con a bordo Morgana, che porta via il re. I tempi mitici sono finiti, Giflet entra in monastero e morirà di lì a breve.
Secondo alcuni studiosi sarebbe da identificare con Jaufré figlio di Dovon, protagonista di quello che è probabilmente l’unico romanzo arturiano in lingua occitanica.

Sir Bedivere. Conestabile. Per Sir Thomas Malory è lui il sopravvissuto alla battaglia finale che riporta la spada di Artù alla Dama del Lago.

Dodinel il Selvaggio. Inizialmente un uomo abitante in una regione lontana, nei boschi, che vive una sorta di era antica-mitica, come accade a Perceval, ma anche ad esempio a Enkidu, diviene poi un cavaliere della Tavola Rotonda, presente stabilmente nelle avventure di gruppo come quella della Dolorosa Guardia.

A questi personaggi, che sono la corte in senso stretto, potremmo poi aggiungere i fratelli di Galvano (che vanno a completare quello che potremmo definire il clan familiare di Artù, essendo imparentati, visto che la loro madre è sorella di Artù, e visto che sono quelli che gli saranno fedeli nella fase finale della vicenda). Il migliore è di certo Gareth/Gueheriet, uno dei migliori cavalieri della Tavola Rotonda e involontariamente quello che darà il via al suo definitivo e tragico disfacimento. Poi abbiamo Gaheris/Guerrehet, il classico anonimo, e infine Agravain, colui che darà inizio, volontariamete, alla sciagura della guerra tra i cavalieri.

E poi i loro cugini, Ivano il Grande e il fratellastro Ivano il Bastardo.
Ivano il Grande, figlio di Urien, secondo a corte al solo Galvano per valore, e anche per linea di successione al trono (che cito anche se non sarebbe questo il suo posto, avendo alcune opere a lui dedicate tra i quali di certo non da ultimo viene il bellissimo romanzo “Ivano o il cavaliere del leone” di Chrétien de Troyes), cavaliere valentissimo e cortese, che vorrebbe passare più tempo con l’amica Laudine ma viene da Galvano spesso trascinato di avventura in avventura. Al primo Ivano, tra l’altro, è facile attribuire collegamente con un personaggio storico, Owein, figlio di Urien (anch’egli personaggio storico) presente nei racconti gallesi del Mabinogion. A uno dei due Ivano, alternativamente a seconda della fonte, è attribuito il compito di farmi venire il magone ogni volta che leggo la vicenda della sua morte per mano di Galvano al ritorno dalla cerca del Graal.

All’opposto del clan di Artù c’è il clan dei francesi, composto da Lancillotto e dai membri del suo lignaggio, provenienti dalla Bretagna. Tra questi l’impavido e tumultuoso Lionello dal cuore senza freni, un simpatico e valoroso cazzone da prima mischia, ed Estor delle Paludi / Ettore di Marès, fratellastro di Lancillotto.

A chi desiderasse provare il sapore della letteratura arturiana per la prima volta, non posso che consigliare “I romanzi della Tavola Rotonda”. Si tratta di un ottimo lavoro curato dal medievalista e scrittore francese Jacques Boulenger. Una riedizione del corposo ciclo vulgato in prosa francese del Duecento, sfrondandolo di rami secchi e contraddizioni, riproponendolo “tradotto” in una lingua più moderna ancorché con un certo sapore arcaico. In italiano, pubblicato negli Oscar Mondadori, è preceduto da un saggio ad opera di Gabriella Agrati e Maria Letizia Maggini che permette di capire quanto elaborato e stratificato è il sostrato mitico e letterario delle storie arturiane.

Nello scrivere questo post mi sono avvalso dell’aiuto del “Dizionario del ciclo di Re Artù” di Carlos Alvar, indispensabile carta nautica del mare arturiano.

Nel post ho citato i seguenti testi:
Thomas Malory, “Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri”, 2 voll., in Oscar Mondadori
Chrétien de Troyes, “Ivano o il cavaliere del leone”, in “Romanzi cortesi”, 5 voll., in Oscar Mondadori
“Jaufre”, a cura di C. Lee, in Biblioteca Medievale Carocci.

«Sogni da lasciar perdere»

La sequenza di commenti del “tema” #29. Fate., e in particolar modo un commento di Topus (i cui commenti sono sempre contributi che impreziosiscono i testi), mi ha fatto venire in mente questo vecchio, vecchio, vecchio pseudo-racconto, piuttosto particolare. Ve lo propongo, con un’avvertenza: risale ad un periodo in cui prediligevo una forma narrativa assai oscura, ermetica.

Una volta non esiste più. Eppure, una volta, una volta c’era.
Ora tutto è lì da vedere, da toccare, annusare. Ma allora cosa possiamo sognare se tutto c’è ed è lì?
Se quello che era una volta ora è tutte le volte che vuoi, che gusto c’è?
Non lo so.
Di sicuro so che un po’, in questa introduzione, mi sono perso e che mi farebbe sentire più sollevato sapere che vi siete persi anche voi. Ma provate ora a leggere cosa mi è successo, una volta…
Me ne girolavo in riva al Po in uno stato d’animo esattamente a mezza via tra il noioso e l’annoiato, come del resto vive gran parte della gente, spesso senza accorgersene. Il cielo era di un colore intenso, di quelli che si trovano verso la fine della scala cromatica. Un azzurro cartolina, di quelli talmente finti che quando li vedi non su stampe, ma lassù, non li riconosci o, più semplicemente, li ignori. Così almeno quando vedrai una cartolina potrai commentare acidamente: «Ah ma questi cieli non esistono».
Il caldo stava rapidamente disidratando i miei pensieri e cominciavo a delineare delirî sulle sfumature dell’azzurro. Faceva così caldo che le mie ascelle, godendo ormai di vita propria, sembravano pronte ad abbandonarmi. Faceva così caldo, ed ero così sudato, che se se ne fossero andate a fare un giro non mi sarebbe dispiaciuto poi molto.
Notai inoltre, con un certo disappunto, che stavo cominciando ad evaporare nell’intorno del mio confine corporeo.
« In effetti però che c’è di strano – dissi rivolto a me stesso ed ormai dissennato – ho sentito dire che evaporano anche i buchi neri, che evapora l’Amudarja, evapora il lago Ciad… perché non posso evaporare anch’io? »
Lasciai quindi proseguire il procedimento, fino a quando anche la mia coscienza fu evaporata: la sensazione fu incredibile. Non so dire se curiosa, sconvolgente, se sentivo un senso di libertà o di dispersione, un senso di disgregamento o di superiorità.
Completamente evaporato distesi sul fiume la mia pura essenza, ubriacandomi del moto dell’acqua sotto di me che rapiva non già i miei occhi, ma il mio autentico io, narcotizzandomi.
E mentre mi perdevo nel fiume, il fiume evaporava e si perdeva in me, creando uno stato nuovo.
Vidi formarsi una specie di umida coscienza di quello che aveva visto e trascorso l’acqua, un’occhiata geografica complessiva dei mille mondi dal Monviso in poi. Si tuffarono in me i vini piemontesi, i colli piacentini ed i loro castelli, le barche, le cave di sabbia. Si tuffarono in me le persone, le centinaia di migliaia di vite che scorrono come il fiume lungo il fiume, vite che non lasciano tracce, trascorse ad ascoltare come legge le parole di piccoli uomini luridamente assorti nel tentativo di male interpretare il Pensiero di Grandi Uomini.
Vite vissute intensamente, vite sprecate nei secoli, canzoni di organetti. Vite di coglioni patentati, coglioni alimentari, coglioni erotici, coglioni sdegnati… Vite uguali e contigue come le gocce di un fiume, ciascuna inutile come tutte insieme importanti.
Vidi sfumature d’esistenza, abbracciai briciole e brecce che alcuni forzatamente si ostinano, una volta impeciatele con l’abitudine, a chiamare vita. Quelle rotture di palle giornaliere su cui non si può costruire una vita… le vidi sfumare una nell’altra, quasi non avessero sufficiente brama di restare distinte, e non riuscii ad afferrare nulla dei ricordi delle sponde, tranne qualche misero fossile di emozione, il cui solo pregio è essere testimonianza di qualcosa che fu ma non è più ormai da tempo. Cercai di afferrare qualcosa di più tangibile, di meno evaporato: fu in quel momento che persi il contatto.
Staccai la vista dalla corrente del fiume e cominciai a condensare, tornando corporeo.
Forse non ero mai evaporato, forse ero sempre stato lì. Forse in realtà non faceva neppure così caldo e tutto era stato sputato nella mia mente dalla coercitiva ipnosi indotta dall’acqua che scorre.
Ma anche sognare è faticoso e dà soddifazione, per cui che importa se era una volta o se fu davvero in un tempo preciso e reale? Spazio ai peperoni a cena, mie gocce, e sogni ed incubi per tutti, e poi tutti a setacciare vite sul fiume, nel terrore che qualcuno si trovi davanti alla propria.

#30. Canederli.

Vi propongo in questa occasione un tema a richiesta. Il buon Mauro mi ha chiesto di parlarvi di canederli. Vediamo dove ci porta questa cosa, proviamo, dài.

I canederli sono un piatto tradizionale, costituito da polpettozzi di un composto di pane raffermo, latte e uova, cotti in brodo o acqua salata, e poi consumati in brodo oppure asciutti, con burro fuso. A seconda della variante si possono aggiungere ingredienti per insaporire e personalizzare la ricetta, come speck, formaggio, prezzemolo. Inutile star lì a sottolineare che io ho provato a farli e non mi sono venuti neanche male – seppure poco cedevoli alla forchetta – in variante con speck e pane senza glutine.

Ora, è chiaro ed evidente che sarebbe inutile, in un blog come questo che non ha certamente la cucina tra le finalità principali, il piantare qui una ricetta copiata su qualche sito mitteleuropeo. Quindi non lo farò.
Però sappiate che è un ottimo piatto, e se lo volete assaggiare fatto bene vi potete concedere un giretto in Trentino, una bella escursione verso un rifugio, e poi un piatto fumante di canederli. Allieta la giornata. Non come il capriolo, va bene, ma allieta la giornata.

Ma concediamoci qualche divagazione elucubrativa.

Cominciamo a considerare qual è l’areale di diffusione del canederlo. Con nomi diversi (il più noto dei quali è probabilmente “knödel”), il nostro gnocco di pane è cucinato e apprezzato in Trentino, nell’Alto Adige-Süd Tirol (e anche nel Tirolo austriaco, incluso l’est), nel bellunese, in Friuli. Praticamente tutta l’Euregio del Tirolo, anche se oggi come oggi l’Europa non ha tanto tempo da dedicare al tema delle Euregio.
Il canederlo è poi tipico anche in Austria, Baviera, Boemia, Slovacchia. Financo in Polonia. E anche se la cultura (e quella culinaria è una forma di cultura, nel senso di un insieme di conoscenze e gusto estetico che si legano) si espande per aree in qualche modo contigue, per vicinanza di territorio o di aspirazioni, ignorando i confini, l’areale dei canederli non può che farci ricordare (pur non aderendovi completamente, soprattutto nella parte orientale), una volta disegnato su una cartina geografica, il vecchio Impero Austro-Ungarico (col vicino Regno di Baviera).

L’Austria-Ungheria è stato uno dei primi due grandi stati multi-nazionali moderni, essendo l’altro il Regno Unito.
Nel Regno Unito convivono gli inglesi – cresciuti nella stratificazione di elementi romano-brittonici, anglo-sassoni, franco-normanni (sostanzialmente celti, romani, tedeschi, vichinghi, francesi, sovrapposti tipo lasagna) – con gruppi culturalmente più antichi e isolati: gli scozzesi (pitti e scoti sono sempre stati piuttosto refrattari alla mescolanza), i gallesi (le cui marcate origini celtiche sono tuttora riscontrabili nei gradevolissimi toponimi come Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch… no, dico davvero, c’è…), gli irlandesi dell’Ulster.

Ma in Austria-Ungheria convivevano austriaci, ungheresi, boemi, tedeschi, italiani, croati, sloveni, serbi, bosgnacchi, ruteni… qualcosa in più, diciamo. E se è vero che in un regime assolutista le minoranze etniche in genere non stanno mai benissimo (ma non è che avessero molti meno riconoscimenti che non le minoranze disomofone in stati assolutamente democratici come la Francia di oggi), è pur vero che, il canederlo insegna, una certa cultura di stampo austro-ungarico mitteleuropeo si andava diffondendo.
Cosa sarebbe successo senza la Prima Guerra Mondiale a distruggere il più grande stato dell’Europa centro-orientale? È stato lungimirante da parte delle potenze occidentali (Francia e Inghilterra) permettere la dissoluzione di uno degli stati più antichi d’Europa, e magari uno stato che avrebbe potuto stabilizzare una regione che invece ha portato avanti guerra e tragedia e sterminio fino all’altro ieri pomeriggio?
Avrebbe potuto l’Austria-Ungheria essere la gamba orientale dell’Unione Europea (mancante fino agli anni Novanta), magari addirittura l’esempio di come costruire uno stato sovranazionale?

A posteriori verrebbe da dire che no, non sono stati lungimiranti, e che peraltro no, non avevano grossi appigli per fare quello che hanno fatto. C’è da considerare che se a ogni popolo doveva corrispondere uno stato, l’Inghilterra andava smembrata e doveva rinunciare a tutto il suo impero coloniale prima di toccare la monarchia asburgica. Se le minoranze andavano tutelate, qualcosa per corsi, occitani, baschi, piccardi e bretoni andava fatta. E c’è da chiedersi come potessero ritenere perfettamente ingiusto avere italiani sotto il controllo dell’Austria, e invece giusto avere austriaci sotto il controllo dell’Italia (mi riferisco ovviamente alle zone germanofone dell’Alto Adige).

C’è anche da chiedersi se l’ascesa dei fascismi in Germania e Italia avrebbe (e probabilmente sì, avrebbe) contagiato anche l’Austria-Ungheria, creando anche qui una pericolosa terza gamba forse più forte che un nugolo di piccoli stati. O magari sarebbe esplosa sotto alle tensioni pro-naziste pro-comuniste pro-occidentali, deflagrando con 30 anni di ritardo in maniera ancora più clamorosa e roboante di quanto non sia successo. O magari sarebbe diventata uno stato fortemente anti-fascista, un potente Alleato in grado di aprire un fronte difficile a meridione tra la Germania e l’Impero Ottomano.

Ma sono domande che non avranno mai risposta, e le risposte che avranno saranno solo supposizioni oziose poco interessanti. Di certo c’è che ogni guerra porta con sé una catastrofe, e la conferenza di pace successiva raramente fa di meglio.

Le guerre è meglio non farle, che finirle.
I canederli è meglio mangiarli, che tirarseli.

«Epperò non ti porto indietro»

Nell’attesa che trovi il tempo di scrivere il prossimo “tema”, che ho già in mente, vi rifilo questo mio racconto, sempre a tematica mitologica, che ha goduto di un discreto riscontro. Spero lo gradiate.

Quattro del mattino. Merda, mi sono dimenticato di dormire.
È che ho troppe menate. Mi appisolo e si dividono i compiti: una attacca il cervello e mi sveglia. Un’altra salta nel cuore e mi metto a piangere. Prova te a dormire, poi.
Non è cattiva digestione. Mai avuto problemi: allo stomaco non ci arrivano. Ho sempre mangiato cinghiali vivi alle due di notte; poi, appena nel letto, occhi chiusi e via, a far solletico ai piedi di Ipno e compagnia.
Non è neanche stress. Tutta la mia giornata è andar per pioppeti suonando. Lo faccio bene. Fin troppo bene. E mi rilassa, arrivo a sera che sono più tranquillo di quando ho lasciato le lenzuola. Ma non c’è verso di chiudere occhio.
È che lei mi torna sempre in mente.
Chiudo gli occhi. Il suo viso. Li riapro, buio, cicale in lontananza. Chiudo. Il suo sorriso. Riapro. Buio, cicale più vicine. Chiudo. I suoi occhi. Penso che dopo una notte così sarò pronto a tirare portacenere di marmo in faccia alla gente. Ma non è vero, anche ieri è stata una notte così, anche se questa mi sembra peggio.
“Questa” mi sembra sempre la peggiore, non mi abituo mai.
Richiudo gli occhi, stavolta la vedo tutta, sembra che mi chiami, devi venire a prendermi, mi dice.
Facile. Basta trovare le porte dell’inferno, imbambolare Cerbero con la musica, entrare, rapirti e riportarti su, che ci vuole? Vabbhè ciao, adesso lasciami stare, devo dormire, davvero.
Invece mi richiama. Devi venire a prendermi, voglio tornare da te, vieni a prendermi.
Devi venire a prendermi, voglio tornare da te, vieni a prendermi. Devi venire a prendermi, voglio tornare da te, vieni a prendermi. Devi venire a prendermi, voglio tornare… Va bene basta.
Mi alzo, e adesso sono le cinque. Di che colore è il cielo alle cinque del mattino?
Ma appena alzato hai davvero voglia di guardare il cielo?
Non mi levo neanche il pigiama, che se me la cavo alla svelta rinforco il letto e dormo una settimana.
Via. Intanto a cercare un cane con tre teste. Non è difficile, che quando vuoi trovare un posto, quando l’inferno lo vuoi trovare davvero, l’inferno ce l’hai lì dietro l’angolo.
Svolto l’angolo. Bau bau Cerbero, come va? Gli tiro della carne avvelenata.
Musica? Suoni tu alle cinque del mattino abbastanza bene da far addormentare tre teste? Lascia perdere, meglio i metodi nuovi, da furto in villa. Funzionano meglio, soprattutto se hai fretta.
Le anime dei morti mi lasciano stare, vedono che sono più incazzato di loro.
Ade, me la devi ridare. Qui non si tratta, me la ridai e basta.
Alla fine mi convince (più con le cattive che con le buone) ad accettare almeno un patto: io me la riporto su, ma non devo guardarla. Non devo trasgredire gli ordini degli dei. Devo avere fiducia in lei. Devo tornare facendomi i cazzi miei.
Mi seguirà.
Sì, come no. Sembra facile, ma provaci. Cammini e dietro non senti niente: lei ci sarà? Ade mi avrà fregato? Vatti a fidare del dio dei morti. Ma no, che non sono nato ieri, non mi faccio mica fregare, io. C’è di sicuro, è che l’hanno insonorizzata per farmi voltare. Uno a zero per me.
Ci sono, mi dice lei, ci sono, non preoccuparti. Oh no, mi dice poi, mi rapiscono!
Mi riportano indietro! Aiuto! Ti prego aiutami! No bella, non ci casco.
Questa non è la sua voce, anche se ci assomiglia. Non è neanche corrotta dalla morte, perché in sogno era perfetta. Volevate fregarmi ancora, eh? Non mi volto, due a zero.
Avanti. Fanno anche scherzetti da assessore al traffico, con sensi unici a catena, per farmi voltare in un modo o nell’altro. Ma sono più scaltro di un impiegato in ritardo, brucio i sensi vietati che sembro la nemesi dei vigili urbani, per cogliere al volo il tre a zero. È quasi fatta. Vedo già l’uscita.
La riporterò su, c’è bisogno di lei. Senza giustizia il mondo non può stare, e io non posso dormire. Ecco la porta dell’inferno, l’uscita.
Belli. Gli scherzi di Ade sono davvero belli. Sei un simpaticone, Ade, chi l’avrebbe mai detto. Una porta a specchio: una grande idea. L’ho guardata, senza neanche bisogno di voltarmi. Boccia punto, briscola, settebello e partita tua. Ade, vaffanculo, va.

#29. Fate.

Ho visto un film d’animazione bello e poetico. Mi riferisco ad Arrietty. Il mondo sotto il pavimento, l’ultima opera dello Studio Ghibli arrivata in Italia.

Per chi stesse osservando un curioso punto di domanda arancione comparsogli una dozzina di centimetri sopra la crapa, urge una breve introduzione. Lo Studio Ghibli è uno studio cinematografico giapponese findato nel 1985 da Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Ecco, se non avete mai visto un anime in grado di stupirvi per la bellezza dei disegni, delle musiche, delle storie, è perché probabilmente non avete mai visto un loro lavoro.

Tra i lavori dello studio Ghibli che ho visto finora, ho avuto la sensazione di riconoscere due generi distinti. Da un lato film più complessi, affascinanti e per certi versi inquietanti, come il premio Oscar La città incantata, La principessa Mononoke, Porco Rosso e Il castello errante di Howl. Dall’altro storie semplici, fiabe raccontate con una delicatezza e una poesia non comuni, come Ponyo sulla scogliera, Il mio vicino Totoro e Kiki consegne a domicilio. E questo nuovo Arrietty.

Se davvero non ne avete visto nemmeno uno è ora di rimediare. La città incantata non va perso. Mi raccomando.

Ma torniamo ad Arrietty. La storia è ispirata ai romanzi della scrittrice londinese Mary Norton (editi in Italia per i tipi di Salani) ed è incentrata su una ragazzina appartenente alla specie dei prendimprestito, dei piccoli uomini che, nascosti nelle case degli umani, vivono delle cose che loro scartano o perdono. Centrale in questa vicenda è l’incontro con un ragazzo umano, Sho, e la storia di un’amicizia che travalica le grandi differenze tra i due e i problemi e i pericoli che dividono umani e prendimprestito.

Questo film riunisce, tra l’altro, due grandi passioni della mia compagna: il Giappone e il “piccolo popolo”, passioni che con il tempo mi hanno contagiato e che ormai condivido.

Intanto cominciamo col dire che il termine italiano “fate” è fuorviante, visto che fa riferimento sia, da un lato, alla fata delle leggende mediterranee (dalla mitologia greca al folklore italiano e francese) – ovvero la donna semi-divina dotata di poteri magici, emersa dal tardo medioevo con tanto di abiti da dame di corte e bacchetta magica – sia alle fairy, le creature celtiche o anglosassoni che costituiscono nel loro insieme il Sidhe, il piccolo popolo, la gente della dea Danu (i Tuatha de Danaan) quando i milesi invasero l’Irlanda e li spinsero a fuggire nel sottosuolo (o nell’Oltretomba, o comunque in luoghi irraggiungibili se non attraverso la smarrimento, attraversando un fiume, una foresta eccetera, comunque metafore della morte).

I nomi di tutte le creature che compongono questo eterogeneo mosaico suoneranno di certo familiari al giocatore di D&D, purtroppo non le loro storie e leggende.

Ci sono i tetri spriggan, guardiani dei tesori, ladri e mascalzoni che possono gonfiarsi fino a proporzioni mostruose. Ci sono le Gwragedd Annwn, fate delle acque cui si ispira anche la Dama del Lago madrina di Lancillotto nel ciclo arturiano. E gli elfi dei boschi, cui era attribuita la paternità delle punte di freccia in selce che venivano ritrovate. E poi c’è la leggenda dei changeling, i mostruosi bambini delle fate lasciati nella culla al posto dei bambini rapiti.
Il leprecauno è un industrioso elfo irlandese ciabattino, che conosce l’ubicazione di pentole d’oro. E dopo una giornata di lavoro se la spassa facendo casino nei greggi di pecore, ed è noto con il nome di cluricauno. I goblin sono ladri e dispettosi che raggirano gli umani, a volte con i fruttini proibiti del mondo delle fate. I molesti coboldi della tradizione germanica sono minatori, mentre i gallesi li chiamano Coblynau e in Cornovaglia picchiettanti.
I nani della mitologia norrena sono fabbri eccezionali, hanno forgiato Mjolnir, il martello di Thor, e Brisingamen, la collana di Freyja.

Se sei d’aria lascia che la nebbia grigia ti avvolga,
Se di terra lascia che la miniera scura ti accolga,
Affonda il tuo anello se sei un pixie
Cerca la tua sorgente se sei un nixie.
[Walter Scott]

Pixie, urchin, fuochi fatui e spiritelli sono i più piccoli membri del piccolo popolo. Phooka, o Puck, come lo chiama Shakespeare, cambia aspetto ed è un seguace del re degli elfi Oberon. Ci sono poi i molti spiriti che trascinano nelle acque gente incolpe per annegarla, come il kelpie. Le selkie, invece, sono donne che si mutano in foche.

Ci sono poi tutta una serie di elfi domestici – brownies – che aiutano gli uomini nel lavoro. Tra questi il più singolare è probabilmente il kilmoulis, un brownie mugnaio privo di bocca che si nutre cacciandosi il cibo nel naso.

Un’infinità di creature e leggende. Un’infinità di miti. Di storie locali. Create per educare i bambini a star lontani dai fiumi, o dalle miniere, create per spiegare fenomeni o consolare perdite inconsolabili.
Il piccolo popolo non è dissimile da tutte le altre forme che assume la fantasia umana, in questo.

Dissimile è la multiformità che ha assunto, dissimile la diffusione trasversale a qualsiasi barriera linguistica o religiosa, come se il mondo delle fate fosse un insieme i archetipi comuni all’inconscio dell’uomo, al di là delle sue divisioni linguistiche e culturali (basti ricordare che i temi delle fiabe sono ricorrente in tutto l’areale che va dall’Europa, all’Asia, all’Africa e alle Americhe, escludendo la sola Oceania – ce lo dice Kerenyi, in Miti e misteri).

Dài, dài.
Ora inventate una creatura fatata.
Vediamo se riuscite ad essere originali, o se è impossibile sfuggire ai cliché pre-programmati nel nostro encefalo.

Consiglio un libro davvero splendido, sul mondo delle fairy e sulle leggende che lo circondano: si tratta di “Fate”, di Brian Froud e Alan Lee, a cura di David Larkin, corredato da splendide illustrazioni.

C’è un buon film sulla leggenda delle selkie, ed è “Il segreto dell’isola di Roan”, del 1994. E attenzione: se vi venisse voglia di vedere “Changeling” con Angelina Jolie, vedreste un bel film ma che con i figli scambiati dalle fate c’entra solo a livello di metafora.

Di recente ho letto un romanzo davvero strano, dal sapore assai fiabesco, amaro, triste, poetico. Si tratta di “La ragazza dai piedi di vetro” di Ali Shaw.

«La festa della fine del mondo»

E dopo tutto questo parlare di millenarismo, di maya, millennium bug e fine del mondo, ho pensato che questo vecchio racconto è quanto di più “in tema” abbia prodotto.

Bella festa. Ben fatta. Più di metà erano donne. Sullo spiaggione saremo stati più di un migliaio. Cinquecento donne, in effetti, già basterebbero a dar senso a una festa, ma come unica nota non rendono giustizia a quello che sarebbe comunque stato l’evento di sempre, o meglio, di mai più.
Era infatti la festa della fine del mondo, la festa dell’ultimo giorno, un ultimo dell’anno ad infinita potenza, ed era qui, a due minuti di Ritmo Abarth da casa mia, sullo spiaggione del Bosco.
Gli organizzatori avevano piazzato verso est un grande schermo con le immagini di Al Jazeera in diretta dalla valle di Josafat. Fin dagli inizi della serata, quando da noi il tramonto arrossava il grasso crepitante degli spiedini sulle griglie, là si lavorava ordinatamente, per preparare il gran finale di tutto.
Dallo schermo si poteva vedere il cielo della Terrasanta infuocato dai primi diavoli, seguiti da angeli in oplitiche schiere alate. Altre inquadrature in tachicardica successione mostrarono un brulichìo di creature intente a sciogliere burocratismi, come la rimozione dei sette sigilli o lo scioglimento dei quattro angeli legati sulle rive dell’Eufrate.
Proprio un bel lavoro, quelli della sezione video… le immagini erano nitide e senza difetti di trasmissione. Molti si sedettero a seguire la diretta, invece di andare in giro con la sabbia nelle scarpe cercando l’ultima ragazza.
– Ciao… non guardi la diretta?
– La sto registrando a casa, magari la guardo domani.
L’idiota. Zonzai altrove.
Un enorme palco, affiancato da ben più enormi altoparlanti, era calcato con tracotante veemenza da una mezza dozzina di stuprastrumenti, con corde di basso elettrico che volavano come rondini centrate da una scarica di mitra.
Sudando in coro, un centinaio di giovani locali puzzava la propria da sempre ben celata vitalità, proprio il giorno in cui c’era di tutto, meno che vita, a disposizione, sui tavoli del buffet.
Un numero di ostica determinabilità (ma sicuramente eccessivo) di palloncini a basso costo, come in un profetico antinferno, correva a destra e a sinistra, seguendo ritmicamente l’alito della folla, spallonando in un’ebbra festosità altimetrica in attesa di un mozzicone mal spento, di una puntina, di un coglione bramante di calpestare qualcosa. Sembravano quasi persone.
Il caldo mi fece propendere per un rapido allontanamento, in direzione di alcuni facinorosi che avevano preso possesso di una piccola autocisterna dei pompieri, in zona perché non si sa mai, e si apprestavano a “fare gli scherzi”. Che bello.
Ben conoscendo l’esito finale (ovvero che sarei finito vittima, magari di rimbalzo, di qualche stronzata) frapposi tra me e loro un più che rassicurante intervallo, ripassando davanti allo schermo. Stavano convocando i primi per il Giudizio Universale, giusto poco dopo che la donna aveva schiacciato col tallone la testa del drago: che effetti speciali… altro che Matrix…
Appena un paio di unità di tempo dopo che un tale fu dannato per l’impronunciabilità del cognome, il cuoco della grigliata, votandosi al martirio, gridò:
– Gli spiedini sono cotti!
Venne assalito da un manipolo di esaltati che lo scuoiarono razziando mangiabilia e non. Cercai anch’io di rimediare uno spiedo ma i danni riportati furono di gran lunga superiori ai benefici.
Un mitomane, per chiudere in bellezza, gridando – largo a Belial! si diede fuoco e si mise a correre in mezzo alla gente, finendo poi ingloriosamente spento nel gabinetto mobile.
In una zona appartata, velata da una luce minacciosamente soffusa, ambosessi chiacchiericciavano risolinando in maniera vagamente beota, romanticosamente vicini. Veniva servita dell’anguria con vodka ghiacciata, secca. Ne favorii in abbondanza.
Voci sfuggite ad ogni guinzaglio portavano notizia di condanne di massa dalla valle del Giudizio, con inutili tentativi di corruzione nei confronti di giurie per nulla inclini al compromesso.
Fu il panico: vincitori e vinti, fottuti e fottenti, nessuno poteva sentirsi sicuro dell’esito finale, tutti cominciarono a contare le buone azioni a credito.
Nuove voci, nuove follie: amnistia di massa. Tutti con bottiglia in mano in una doccia di spumante leggermente aromatizzato alla triglia.
Quanto a me continuavo a godermi la serata, almeno l’ultima, osservando i miei simili che cercavano di divertirsi ed attendevano con angoscia l’ora in cui sarebbero stati chiamati.
Per raggirare il tempo qualcuno mise in piedi una partita di calcetto.
Gioco anch’io! Testa o croce. Testa, palla nostra. Ragazzi tre in difesa. Io gioco a sinistra! Passa, cerca di smarcarti. Ma no, come si fa a sbagliare così! Ma dai, sei un maiale!
Ad un tratto arrivò uno degli organizzatori:
– Piantatela che se mi perdete il pallone domani mio fratello si incazza.
A nulla valsero le proteste di chi gli ricordava che probabilmente il “domani” non sarebbe mai arrivato, così la partita venne rinviata a data non destinabile.
Ripassai davanti allo schermo.
– Marco Delmiglio!
– Merda… tocca a me…

#28. Duemila.

Il motore del 2000 sarà bello e lucente
Sarà veloce e silenzioso, sarà un motore delicato
Avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina.
[Lucio Dalla, “Il motore del Duemila”]

Blood rack barbed wire
Politicians’ funeral pyre
Innocents raped with napalm fire
Twenty first century schizoid man.
[King Crimson, “21st century schizoid man”]

Sono nato nel 1976, e quel numero mi pareva da piccolo tanto complicato e tanto difficilmente distinguibile da tutti gli altri.

Ho un flash della mia prima improvvisa presa di coscienza di qualcosa chiamato “anno”, ed è quando facendo il saputo, a sei anni, giocando sul divano con una macchinina (rappresentante un modello d’epoca) dico a mia madre: «Questa è una macchina antica, è del 1982». E lei mi risponde: «Siamo adesso nel 1982».
Prima di quel ricordo, non ne ho altri che riguardano direttamente una mia consapevolezza dell’anno in corso.
E poi, invece, ne ho. Come quando giocando con amici fingevamo di essere dei corridori di formula uno, e che fosse l’anno 2000, quando avrei avuto 24 anni e sarei stato grande. Nella mia mente si formò l’associazione di idea 2000 = adulto. E ho sempre percepito il 2000 un po’ come la data spartiacque. L’anno zero, il divisorio, tipo avanti Cristo / dopo Cristo.

In realtà il 2000 non ha avuto niente di speciale, anche se da un certo punto di vista è forse proprio dal duemila in poi, finito il servizio civile, con una morosa stabile, con una consapevolezza diversa del lavoro, che ho iniziato a scrollarmi di dosso un’epoca post liceale piuttosto confusa. Ma a parte il significato che ha avuto per me, il 2000 non è stato molto diverso dal 1999 o dal 2001.
Certo, dopo l’ondata millenarista dell’anno mille, con flagellanti, frustate, eretici, ricordatichedevimorire, eccetera, anche il duemila ha avuto il suo rigurgito di finedelmondismo. Non sotto la forma del millennio precedente, ma sotto la bandiera – un po’ ridicola – del Millennium Bug. E poi oggi c’è il nuovo millenarismo maya. Chissà, magari l’anno prossimo toccherà agli etruschi. O ai sarmati. Chissà quando hanno previsto la fine del mondo i pelasgi. Chissà da che pianeta provenivano i loro dei.

La verità è che il mondo non finirà tanto presto, e a meno di colpi di sfiga davvero epocali (una cometa gigantesca, che però vedremmo con un certo margine di anticipo), quando tra qualche miliardo di anni il sole esploderà, l’umanità avrà già lasciato in massa questo sistema solare. E chissà dove sarà diretta.

Ma torniamo a questo pianeta, che è tutt’ora vivo e vitale, come diceva De Filippo del teatro. Ormai, arrivati al 2012, superato il primo decennio del millennio, il decennio della moneta unica, il decennio delle torri gemelle, è giunto il momento di fare un po’ il punto della situazione.

Intanto, c’è da dire che siamo parecchio in ritardo. Tramite social network, smart phone con geolocalizzatore, diffusione capillare delle celle telefoniche e delle telecamere di sicurezza, ci stiamo avvicinando a “1984” di Orwell, ma non ci siamo ancora arrivati, e il ritardo è di 28 anni (manca poco, però). Per quanto riguarda la colonizzazione del sistema solare, rispetto a “2001 Odissea nello spazio” (un film che mi è nemico almeno quanto mi è nemico “Il signore degli anelli” come libro… i grandi classici che non sopporto… e non riesco a vincere) il ritardo di 11 anni difficilmente sarà colmato anche solo nei prossimi 40, anche se una base che orbita intorno alla terra c’è, e se non ci fosse stata questa crisi forse saremmo andati oltre. Stiamo a vedere.

Su altre cose, però, andiamo bene. Infatti siamo in ritardo anche sulle previsioni catastrofiste, da quelle sulla fine delle risorse a quelle sul clima. Petrolio ce n’è ancora, il clima si riscalda ma Venezia non è così vicina a sprofondare, i ghiacciai si riducono, ma tutto sommato tengono, e il mondo muore di fame non più di 20 anni fa, semmai un po’ meno. Molti paesi del cosiddetto terzo mondo ormai sono più ricchi di quelli del primo, ed è piuttosto probabile che la partita per il controllo del pianeta, spostatasi prima dal centro dell’Europa a USA e URSS, sia ormai in viaggio verso paesi ancora più – un tempo – periferici. L’Asia, il Brasile. Per l’Africa c’è ancora da aspettare, purtroppo, ma prima o poi ci arriveremo, arriverà anche il riscatto mondiale del continente degli egizi.

Mai, mai scorderai l’attimo, la terra che tremò,
l’aria si incendiò e poi silenzio
E gli avvoltoi sulle case sopra la città,
senza pietà
[Claudio Maioli, “Ken il guerriero”]

Le previsioni di una terza guerra mondiale nucleare fortunatamente sono andate per ora a strafanculo. Ci siamo andati vicini, con la baia dei porci, con la crisi dei missili a Cuba, e con parecchie altre minchiatelle. Ma quando comanda per tutti il soldo, ci saranno sempre guerre periferiche e mai sostanziali. Questo naturalmente se gli europei, che sono notoriamente cazzoni avariati, non decideranno ancora una volta di dimostrare la loro vera natura. Stiamo a vedere anche qui. Per lo meno è finito il boom dei rifugi antiatomici e dei film alla “The day after”. E questo è un peccato, perché lo scenario post-atomico mi è sempre piaciuto assai. In fin dei conti la generazione nata a metà anni Settanta non sarebbe la stessa senza “Mad Max” e “Ken il guerriero”, eccheccazzo.

I sogni, ma di questo si è già assai parlato, di un’Europa unita e dell’uomo su Marte, stanno conoscendo battute di arresto che, per chi aveva straordinaria fiducia nell’uomo, sono piuttosto dure da digerire, ma se ne può uscire, dài.

Con l’avvento degli smart phone moderni siamo arrivati, a mio parere, a un passo dall’umanità 2.0. Un gran numero di capacità vengono sempre più spostate al di fuori dell’essere umano: il sapere, la memoria, l’orientamento, l’esperienza, sono sempre più sostituite dalla capacità tecnica di trovare nello spazio condiviso della rete le informazioni e conoscenze richieste. Abbiamo quindi paradossalmente un essere umano che sa sempre di meno, ma ha a disposizione un numero di informazioni sempre maggiore.
Quando questo accesso sarà più trasparente (ovvero interno e non esterno, con un accesso diretto dal cervello e non a mano tramite uno schermo) arriveremo ad un tipo di civiltà completamente diverso, con prerogative completamente diverse e problemi/potenzialità che al momento diventa addirittura difficile immaginare. Ma potrebbe essere divertente provarci.

Più insetti? Più mente collettiva? Un po’ già sembra che accada, da un certo punto di vista. Il pensiero unico si va affermando sempre di più, e anche quando è contrario a quello di tendenza è un pensiero unico di controtendenza, con crociate lanciate attraverso i social network che hanno tanta più voce quanto più account vi aderiscono. Potremmo trovarci di fronte al non plus ultra della democrazia, una democrazia diretta e “immediata”, nel senso di “non mediata” dalla politica. Oppure potremmo trovarci di fronte alla fine dell’essere umano come individuo discreto, e alla nascita di una nuova forma sociale continua e fluida il cui comportamento potrebbe forse essere studiato come si trattasse di un unico individuo polinucleato. Tipo formicaio, tipo alveare. Tipo psicostoria di Asimov.

Per concludere, mi immaginavo a correre in formula 1, nel 2000, e invece mi viene da vomitare anche solo coi videogiochi di corse.

Immaginavo grandi passi avanti nella società, o grandi passi indietro: la fine della sofferenza oppure sofferenza in ogni dove, e invece non ci siamo mossi granché e forse la sofferenza è una grandezza fissa sul pianeta, che si sposta ma non muta in proporzione. Immaginavo astronavi, e invece siamo ancora alle automobili, e tendono ad assomigliare sempre più, da fuori, a quelle del passato. Immaginavo computer in ogni dove, ed è così, solo che sono molto più cool di come li credevo, e più piccoli, e più potenti, e più efficienti. Immaginavo i mezzi di informazione in grado di manovrare le persone, e siamo arrivati a vederlo, fino all’esatto contrario, con le persone che creano e plasmano giorno dopo giorno nuovi mezzi di informazione. Come accade con Twitter.

Nota: Così, incidentalmente, 2000 è anche il numero di contatti che questo blog ha raggiunto proprio in questi giorni, e per un blog solo testuale e con pezzi anche piuttosto lunghi, devo dire che è un bel successo, e sono contento, e andrò avanti.

Tra i libri citati, “2001 odissea nello spazio” di Arthur Clarke e “1984” di George Orwell sono i più famosi. Ma forse val la pena di leggere anche qualche romanzetto degli anni Settanta su un possibile olocausto nucleare. Tipo uno che avevo letto, “Non deve accadere”, di una scrittrice italiana di cui ho perso memoria e che avevo letto alle medie. Non era un granché, ma mi è tornato in mente. Il concetto di psicostoriografia – una scienza che studia su basi matematiche gli eventi storici e preconisce il futuro attravers equazioni – è stato introdotto da Isaac Asimov con il ciclo della Fondazione, attraverso lo splendido personaggio di Hari Seldon.

«Tre spade vestite»

Tempo fa, nell’autunno del 2003, quando per intenderci ancora non sapevamo della crisi, l’Italia doveva ancora vincere i mondiali in Germania e le barzellette sull’Inter facevano ancora ridere, scrissi questo strano pezzo, strutturato su tre mini-raccontini. Ciascuno dei mini raccontini ritrae un personaggio del folklore medievale europeo. Per la precisione un arciere, un cavaliere, un re. I temi sono molti, spesso esistenziali, e comunque ognuno ci trova un po’ la fava che gli pare.
Segnalo il buon compagno di viaggio nella blogosfera TalaMax, che nella sequenza “Megalomartire” ha ritratto una delle figure tratteggiate nel racconto.

Will Scarlett

– Little John, piantala di spaccare legna – gli grido una volta – o per sera siamo gli “Allegri Compagni della Radura”…
– Ohi Will – fa lui – mi serve legna per le trappole e la palizzata di Robin.
Metto giù l’ultimo bottino (un culatello) e mi sdraio tra le felci a tirare il fiato.
– Sai John, sono un po’ stanco di questa faccenda…
finisco per dirgli, e quello mi guarda come un mulo che non capisce perché cazzo lo vuoi spostare da lì, che ci sta così bene:
– Non avrai intenzione di tradire la fiducia di Robin… e la nostra!
– Potrei? Combatto insieme a voi da sempre, anche se non capisco ancora tutto bene – e stacco coi denti un trancio di bottino, per vedere se finché non è andato giù la vita torna bella – è solo che sono stanco di questa vita.
– Mi preoccupi. Non sarai diventato un vigliacco…
Gli faccio lo sguardo più truce che mi viene, di quelli che sai bene, e gli rinfaccio subito:
– Ho sfilato quel culatello dalla tavola dello sceriffo non più di quaranta minuti fa. Il mio coraggio è sempre quello di una volta.
– Capisco… allora hai solo bisogno di riposo. Fermati un paio di giorni, fai un giro al mare. Tornerai nuovo!
Ci avviamo verso la dispensa di Fra’ Tuc, dall’altra parte del villaggio.
– Non so, John. Mi sento fuori posto. Comincio a pensare di non essere fatto per questa vita. Forse non sono ribelle dentro.
– Sciocchezze – mi risponde – sei solo più fiacco del solito, ecco tutto.
A due rimbalzi di cinghiale dalla dispensa decide che non ne ho abbastanza e ritrova la parola:
– Senti: sei uno dei più tosti dopo me e Robin. Prendi esempio da noi, ritrova la voglia di combattere per gli ideali. Ritrova te stesso, il piacere di rubare a quei nobili schifosi! Robin non si abbatte, è la nostra bandiera, è lui che devi guardare nei momenti difficili. Robin non si siede in disparte, sgonfio come i pani dei preti, a dire che vorrebbe essere un altro: si alza e va a fare ciò per cui tutti lo ammiriamo e lo consideriamo il più grande, la nostra speranza!
Arriviamo alla dispensa, lì incontriamo proprio Robin Hood che si cala una birra.
– Sapete ragazzi – dice – sono un po’ stanco di questa faccenda.

Sangiorgio

– Muoviti, futura bresaola equina! Cammina, montagna di bistecche incollate sull’anima di un tacchino!
Tiravo per le briglie quella bestia di rara stupidità, sudando insulti in quaranta centimetri d’acqua e chissà quanti di melma.
Mi ero liberato di parte dell’armatura per evitare di diventare una tana di zanzare e rane, e dello scudo che pesava come mio zio, ma continuavo a trascinare cavallo, corpo e impresa verso la meta, verso lo scontro con il serpente.
La spada fremeva, fremeva la mano e anche la pelle, ma più che altro per le dozzine di sanguisughe che raramente avevano visto tanta carne. Qualche albero rinsecchito sembrava chiedermi di portarlo via, i rami come dita troppo fragili per afferrare una pagnotta e tirare avanti, le rughe della corteccia come ghigni da morto.
Il mio cavallo, Abarth, non ne voleva sapere di avanzare… non era morso dalla mia stessa rabbia: non aveva mai sentito i racconti di quello che aveva fatto il Drago, non aveva mai sentito di come dava fuoco ai campi, di come uccideva i bambini sbranandoli ancora urlanti, di come rapiva le giovani donne dei villaggi dopo averne bruciato speranze e sposi. Non sapeva, quel cavallo, quanti organi erano stati strappati alle guardie dalla bestia, e distribuiti come un quadro del diavolo sul giardino di corte, il giorno che aveva rapito la principessa, come non mancavano di raccontare i menestrelli del Re!
Non poteva sapere, quello stupido cavallo, come stavano veramente le cose! Era mio l’intestino che soffriva come stretto tra i ferri del boia, era mio lo stomaco che a ogni racconto di devastazioni del mostro veniva aperto dalla ruota dentata della macchina da tortura.
E così avanzavo, sbuffando e spezzando rami già spezzati, mentre del limo sterile prendeva il posto della cartilagine nelle mie caviglie, mentre il pugno bramava di infilare ferro nel Drago, come volevano i sacerdoti.
Potete quindi immaginare il mio disappunto quando nella caverna fronteggiai me stesso.

Re Artù

– Parsifal, putrido pezzo di grasso! Quanto diavolo di tempo è passato? Sapessi, ne sono successe di cose da quando sei partito! E tu? Ti vedo sbattuto.
Hai trovato il Graal?
Si lo cerco anch’io, ti sembra strano? Non può il re cercare la sua cura?
No, mi spiace, non ho notizie utili da darti su come trovarlo.
Eh si, lo so bene, non è una cerca facile.
Si ho già incontrato Galvano e Lancillotto, loro sono convinti di esserci andati vicini. Anche Ivano.
Mah. Chi ci crede.
Un calice? Può darsi.
Chi lo sa come è fatto il Graal.
Secondo me è diverso a seconda di chi lo cerca, sempre che esista davvero.
Su dai, non ti incazzare…
Ma quale bestemmia? Non crederai veramente alle balle su Giuseppe d’Arimatea!
Certo che non ci credo, io. Il Graal è qualcosa di molto più inafferrabile di una scodella da osteria.
È la risposta a un bisogno. È il colmare quella assenza che tutti sentiamo, il Graal è quella felicità che continuamente cerchiamo e non troviamo.
È un po’ come il domani: ogni giorno lo rincorri, verso mezzanotte ti sembra quasi di toccarlo… ed ecco che di nuovo è a un giorno di distanza.
Ovvio, la penso proprio così. Non so se lo troverai, di sicuro non sarò io a farcela.
Oh, taci! Ancora quella storia sulla purezza… ti prego! Anche i bambini sono tristi. Anche a loro è impedito l’accesso al Graal.
Si vabbeh, raccontami ancora del peccato originale. Taci! Cosa ha fatto di male un infante? Nulla. A parte nascere. Quindi non ha peccato né meritato alcuna infelicità: non deve pagare le tue colpe. Ci sono generazioni di peccatori che scaricano il loro letame sui campi della coscienza dei nascituri sotto forma di Peccato Originale!
Parsifal, lo sai, sei proprio un pezzo di grasso: a che ti serve un Graal. Ma vuoi che conti il tuo sforzo per me, per Artù? Oh no, no che non conta! Se voglio il mio Graal sarò io a dovermelo cercare, dovrò essere io a sanare le mie ferite. Taci Parsifal, non versare liquami nelle mie orecchie, non dire cazzate, taci!
– Veramente da quando ci siamo incontrati non ho ancora parlato…

#27. Politica.

Oggi non voglio di parlare di politica. Ed è davvero difficile. Perché la politica è un po’ tutto.
Da dizionario è l’occuparsi della polis, la città, lo stato, la comunità. E ogni giorno un poco facciamo politica, anche solo quando vediamo qualcosa per terra e lo buttiamo nel cestino, di fatto stiamo già facendo politica.

Lo stesso quando invece c’è qualcosa nella nostra tasca e lo buttiamo per terra.

Anzi, volendo ben vedere è forse proprio questo che oggi è più percepito come politica: l’occupare abusivamente qualcosa che non è nostro. Occupare risorse pubbliche mettendoci i nostri parenti, occupare soldi pubblici spendendoli per nostri interessi personali, occupare spazio pubblico per una festa organizzata da gruppi a noi vicini. E occupare un angolo di marciapiede pubblico con il pacchetto di sigarette appena buttato. O con una gomma da masticare. La politica è ormai vista come abuso.

È chiaro, quindi, che diventa difficile dire in giro cose come “io amo la politica”, oppure “la politica è la cosa più bella di cui ti puoi occupare”, o infine “la politica è il livello più alto cui può aspirare l’animo umano”. Si fa un po’ la figura degli zozzoni.
E invece si avrebbe abbastanza ragione. Difficile immaginare un compito più sacrale che occuparsi di quello spazio comune che nasce con la nascita stessa del patto sociale, della condivisione di forze e impegni, e beni, e volontà, che è lo stato.

Comprensibile, quindi, che chi si ritrova ad amare la politica intesa in questo senso non possa che provare una nausea forte, fortissima, esacerbante, quando vede la politica ridotta al malinteso e maledetto ruolo di sinonimo di abuso. È come omologare il sesso allo stupro, il cibo alla preda, la cacca con le scorie radioattive.

Ed è quindi normale, normalissimo, sentire il bisogno di parlare di politica quando la politica non è ben fatta. Quando è così vituperata e mal fatta.
Che poi, tra l’altro, chi crede di far politica onestamente, chi ci mette l’anima, è anche più pericoloso. Proprio perché ci mette l’anima, infatti, è portato dall’italico genoma a fare politica con spirito da tifoso, e a non cercare di portare avanti campagne per il bene della polis, ma del partito: sta facendo partitica. Se va in giro ad attaccare manifesti, se raccoglie fondi, non sta partecipando a una generazione di idee, sta solo portando legna per la squadra. E anche questa è malapolitica, la politica della parte. Quando proprio il termine polis ci parla di molti, e il termine partito invece indica una parte, pochi quindi. Una visione politica non può che essere, dall’etimo stesso, una visione molteplice, vasta, complessa. La visione dell’uomo che fa politica onestamente è dotata sì di onestà, ma è priva di complessità. Mentre il disonesto è spesso complesso, ma manca di onestà: sa pensare in modo politico, ma non in favore della polis.

Se, quindi, lo stato nasce come patto sociale, e la politica è l’occuparsi nel modo migliore possibile del bene della polis, senza pensare a noi stessi ma al bene comune, ne consegue che il livello successivo (ovvero l’organismo sovranazionale, composto da stati come soggetti) dovrebbe occuparsi del bene comune e non del bene del singolo stato.

Ne consegue che non esiste un vertice europeo in cui si sia fatta buona politica: ogni decisione, infatti, viene presa badando ai tornaconti e agli interessi dei singoli stati. Se volessimo davvero bene all’Europa non confideremmo ogni giorno nel fatto che vengano prese decisioni vantaggiose per il nostro singolo staterello, ma per il bene dell’Europa nel suo insieme, e quindi della prosecuzione del cammino di integrazione europea.

Per concludere, se vogliamo buona politica su base nazionale, dobbiamo affidarla a gente che si preoccupi del Paese e che si dimentichi dei propri interessi.

E allo stesso modo la buona politica europea deve essere affidata a gente che non rappresenta i vari stati, ma tutti quanti allo stesso tempo, gente che si presenta per essere eletta di fronte a tutti i cittadine europei, e a tutti i cittadini europei deve rendere conto. Finché le tappe della nascita dell’Unione sono affidate a gente tedesca eletta dai tedeschi, italiana eletta da italiani, francese eletta da francesi, di passi avanti per il bene comune non ne avremo, ma avremo solo un passetto per il bene italiano, un passettinino per il bene maltese, un bel passo per il bene tedesco… ma la somma di tutti i beni, in questo caso, è largamente, largamente inferiore al bene totale dell’Europa.

Ecco, lo sapevo, non ci sono riuscito.

Nota: ho riorganizzato un poco il blog. Le categorie, da mille mila che erano, in quanto riguardavano i temi trattati, sono diventate solo due. Ora indicano la forma espressiva, e sono Tema e Racconto. Tema comprende i post normali, strutturati a mo’ di diario, in cui si dibatte un tema a partire da qualsiasi spunto anche recensivo, o si fa un saggiobbreve, come dicono nelle scuole. Racconto comprende, ma pensa, i racconti, il materiale fictionale.

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