Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivi per il mese di “luglio, 2012”

#26. Speranza.

Ma la speranza è l’ultima a morire
Chi visse sperando morì, non si può dire
[Litfiba, “Gioconda”]

C’è molta speranza, ma nessuna per noi
[Franz Kafka]

Ecco, c’è davvero molto da dire, ma la voglia di farlo non è tantissima.

C’è che viene da chiedersi come è possibile che facciano ogni volta mille conti, mille tagli, mille tasse, mille operazioni per recuperare X miliardi di euro, perché ne servono X-1 e X è per la sicurezza, e poi dopo tre mesi ne servono altri X+5. Cosa è successo? Avete sbagliato i conti? Oppure c’è che, e a un certo bel punto occorrerà pure ammetterlo, non ci state capendo una beata gran fava imperiale decorata ambulante di nulla, e andate avanti dando calci in culo al buio sperando di trovare l’uscita del labirinto?
Lasciatevelo dire: così non funziona. Non ha funzionato in passato, remoto o recente che fosse, e non ha funzionato per la Grecia, nel presente. Prima di trovare soluzioni, occorre capire il problema, e se non ci state capendo la suddetta fava poliaggettivata, beh, lasciate stare.

C’è da dire che c’è stata una grande guerra. E dopo la grande guerra un grande sogno: quello di costruire una casa in cui stare tutti insieme e non fare mai più una grande guerra. E ci sono state le crisi economiche, che ci hanno fatto capire che non avremmo mai avuto una macchina come la volevamo, o che avremmo perso la casa che ci eravamo guadagnati, ma stavolta è la prima volta che una crisi ci fa capire che possiamo perdere anche un grande sogno.

C’è da dire che se nel 1994, quando dopo tangentopoli c’era la speranza di costruire un’Italia diversa, a pochi mesi dalle elezioni fossero saltati fuori Craxi e Forlani dicendo: «Uè, ci ricandidiamo, e la sapete l’ultima? Secondo i sondaggi prendiamo pure il 30%, tricchetricchetracche!», beh, la speranza sarebbe andata a dar via il culo ma proprio di gran carriera, eh. E invece stavolta succede così.
Ci eravamo convinti che per quanto di merda fosse ridotta la nostra politica, almeno non ci sarebbe stato più di mezzo un elemento di quel genere, che non voglio nemmeno citare per tema che mi porti sfiga, e invece eccolollì, a volte ritornano.
Solo che di solito gli zombie che ritornano non hanno su il cerone, e si può liberarsi di loro definitivamente, in un modo o nell’altro. Qui niente sembra funzionare.

C’è da dire che le agenzie di rating hanno rotto la minchia come e più dei centrocampisti spagnoli nella finale degli europei. Ok, a volte ritornano, ma c’è bisogno di grattugiarci subito i maroni? Magari nemmeno ritorna, alla fine, dai.

C’è che il bosone di Higgs è proprio una bella scoperta, un risultato scientifico straordinario, ma che dire. In primis è poetico ed immaginifico come un’equazione differenziale. E poi a mala pena pareggia la delusione della scoperta che i neutrini non viaggiano più veloci della luce. Era tutta una bufala. Come il tunnel Gelmini.
Bosone di Higgs, ok. Ma andare su Marte è roba di un altro pianeta. Spero che almeno New Horizon (la sonda in viaggio verso Plutone, che dovrebbe arrivare nel 2015) abbia la forza di affascinarmi che ebbe a suo tempo il Voyager 2, quando solleticò Urano e poi baciò Nettuno. Ricordo la serata di Urano, con la diretta su Quark preceduta da 2001 Odissea nello Spazio (un film di cui non ho mai capito una suddetta fava, un po’ come i politici di questa crisi).
Ma avevamo scoperto nuovi pianeti e poi l’Unione Astronomica ha cambiato idea, non erano pianeti, e per buona misura ci hanno tolto anche Plutone (astrologi puppate, peraltro).

C’è anche che «il popolo molte volte desidera la rovina sua ingannato da una falsa specie di bene» (Machiavelli) è una frase che i politici conoscono troppo bene, e i popoli troppo poco. E questo è un fottuto problema, perché non è una frase che fan studiare a scuola.

C’è crisi. Non c’è speranza. Rassegnazione, forse, non speranza. Convinzione che in un modo o nell’altro finirà, anche solo per sfinimento, non speranza. Speranza no.
Gran brutto circolo vizioso, quello sì.

Vorrà dire che ci distrarremo coi circensi. Tra un po’ ci sono le Olimpiadi, e potremo far finta che esiste un mondo di pace e fratellanza e sana competizione sportiva in cui in fondo l’importante è esserci, che è bello anche solo sentire tanti inni nazionali. Non costa niente. Più o meno.

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#25. Destino.

Chi fu l’eroe, dei chilometri e chilometri
a chi, però, il destino disse «no!»
ma il cuore è più potente di una macchina
e la paura non lo fermerà!
[Superobots, “Grand Prix e il campionissimo”]

Fu antica miseria o un torto subito
a fare del ragazzo un feroce bandito
ma al proprio destino nessuno gli sfugge
cercavi giustizia ma trovasti la legge.
[F. De Gregori, “Il bandito e il campione”]

Cominciamo col dire che se un uomo di 35 anni si emoziona con un passo di una sigla di un cartone animato, o è un babbeo o è perché una volta mettevano un certo impegno anche nelle fottute sigle dei cartoni.
Essendo costretto a sperare di non essere un babbeo, ammetto che le vicende del buon Takaya Todoroki – che da infante seguivo con passione, ricordo che d’estate ci si trovava con gli amici dopo Takaya per correre con le biciclette – erano introdotte da una signora sigla, e che il passaggio de «il destino disse no» ha il potere di dirmi ancora qualcosa.

Intanto mi dice che dopo un duro colpo del destino devi andare avanti, superare la paura, e soprattutto metterci tanto cuore. Oh sì. Perché non puoi lasciare che sia la paura a fermarti. E il cuore, la voglia, la rabbia, la determinazione, il sogno dell’impresa ti devono spingere a continuare per realizzare la tua impresa.
La paura non ti fermerà.

La paura no, perché ci penserà il destino, della cui decisione gli autori del testo della canzone, poc’anzi, hanno già provveduto ad informarti ma tu, preso dal cuore più potente di una macchina, te ne sei già dimenticato.
E la decisione era «no!».

Eh sì, «no!». Perché se è vero che Takaya supera le prove del destino e un grave incidente (l’anime viene realizzato in un periodo, dopo la metà degli anni Settanta, in cui i morti in Formula 1 erano una tragica realtà con una tragica frequenza) è anche vero che la realizzazione del suo sogno di gareggiare nella massima serie automobilistica porterà tante di quelle tragedie, e un epilogo così tragico da far sembrare i Malavoglia di Tristotristissimo Giovanni Verga un’antologia di gag di Spinoza.it (a proposito, se non lo conoscete fateci un giro).

Ma lasciamo l’auto a sei ruote di Takaya in garage e occupiamoci di bici. Francesco De Gregori portò al successo il brano “Il bandito e il campione” del fratello Luigi Grechi. Il pezzo dipinge ad acquerello la nota vicenda dell’amicizia tra il ciclista Costante Girardengo e il criminale Sante Pollastri. Romanzando un po’ la vicenda, Grechi immagina due ragazzini poveri che cercano riscatto nella passione per la bicicletta. Ma al proprio destino nessuno può sfuggire: nel cielo di Girardengo sta scritto “campionissimo”, in quello di Pollastri invece “fuorilegge”. E poco importa se a farlo diventare tale fu “un torto subito”, visto che il destino non gli farà trovare giustizia, ma la legge.

Ed è così che due fonti così lontane (il cartone animato giapponese e il cantautore italiano), puntando ad un immaginario tragico condiviso dall’antica Grecia al Giappone, ci presentano la corsa incontro al proprio destino fatale, previsto fin da principio.

Non farò qui una estesa trattazione sull’argomento, su come il destino, il fato, la fortuna possano essere più forti di tutto il resto, di tutta la voglia di contrastarlo.
Anche perché non è così. Il destino si può gabbare. La storia si può cambiare. E la tragedia da tuttovainmerda-comeprevistodallinizio è un bellissimo espediente narrativo e nulla più. Perché bastano già le tragedie che capitano giorno per giorno, nella vita, per abbatterci, non abbiamo bisogno di pensare anche che sono già scritte.

Ma, che siate credenti o meno, anche a voi sarà capitato prima o poi di chiedervi se il destino esiste, se davvero abbiamo il controllo delle nostre azioni, o se piuttosto Dio ha già previsto tutto e ci lascia solo credere di scegliere, o se dato il punto di partenza iniziale del big bang non si poteva far altro, necessariamente, che arrivare alla situazione attuale, con questo iphone che stringo nella mano sinistra mentre con la destra digito questo post.

E se ve lo siete chiesti con onestà, non potete che essere giunti quasi subito a un punto morto, a un bel «boh» grande almeno quanto il Brenta, ché gli dei o il big bang o chicchessìa ci hanno fatto almeno un grande, grandissimo dono: se esiste, il destino è inconoscibile. Alla faccia di maghi, divinatori, ciarlatani, analisti economici e commentatori sportivi.
E con l’immagine del Brenta citato poc’anzi, che domani (se il destino non è così ballerino) vedrò da vicino, vi lascio ad una buona notte.

«La trascrizione Olduvai»

Dai miei pochi giorni di ferie montani vi posto un altro racconto, perché mi spiace lasciarvi orfani del “canneto”. Questo pezzo è dell’autunno del 2006 ed è, se non ricordo male, l’ultimo testo fictionale che ho scritto (per ora). Vediamo se piace.

Si tratta di una vecchia registrazione vocale su nastro magnetico. Il suo inserimento nell’archivio Cheryukin risale ai primi anni Sessanta ed è probabilmente l’ultimo documento raccolto. Se prestiamo fede al registro, precede di pochi mesi la fine controversa dell’ufficiale Cheryukin a Kaliningrad.
La bobina è danneggiata; la registrazione, mutila dell’inizio, è in molti punti lacunosa, di bassa qualità e con aloni sonori causati da sorgenti magnetiche vicine al registratore.
Si distinguono due voci: la prima pone domande in un russo dall’accento orientale; appare insicura, stupita. Angosciata. L’altra, invece, calma e lenta, compiaciuta, è la voce di chi ha tempo e voglia di raccontare una storia, e gusta il piacere di svelare e nascondere.
Le analisi, basate sulla variazione della modulazione vocale, compiute da ricercatori universitari, propendono per la sincerità di chi parla: il padrone di quella voce o è un buon attore o crede davvero in quello che dice.

[manca la domanda]
– Si parla di tanto tempo fa. Di un tempo tanto lontano da non aver lasciato traccia in nessun vostro racconto. Ma non abbastanza per cancellare i miei ricordi. Naturalmente si parla di un’epoca anteriore alla decisione di limitare a una il numero di specie intelligenti per ogni pianeta.
– Per pianeta?
– Certo. È una legge fondamentale, e l’abbiamo decisa qui, sulla Terra. Non crederai che questo sia l’unico pianeta sul quale abbiamo lavorato.
[lacuna, forse manca una domanda]
– È un posto speciale. All’epoca era anche il miglior centro di prova dell’universo. Ogni nuova idea, un’osso più [lacuna], un’ala innovativa, un’escrescenza idrodinamica, prima di essere adottata su altri mondi, veniva provata sulla Terra. All’inizio era la fucina della vita, e ben presto ne divenne il campionario. Spesso procedevamo per tentativi, correggendo di volta in volta la rotta. Per esempio: alleggerire le ossa per far volare gli animali era stata una grande idea, ma all’inizio bastava il lieve colpo causato da una goccia di pioggia per provocare fratture [lacuna]. E poi sapessi quanti organi e organelli abbiamo introdotto solo per correggere errori precedenti. Quando però tutto funzionava per il meglio era una soddisfazione incredibile.
– Spiegami cosa accadde in quello che hai chiamato “episodio Olduvai”.
– È stato lì che abbiamo capito che c’era qualcosa di nuovo. Qualcosa che non funzionava. Uno degli animali più promettenti iniziò a ribellarsi agli schemi che avevamo predisposto. Non che fosse una cosa inusuale, a dire il vero. Molti esseri in fase sperimentale lo fanno, ma in genere si estinguono in poco tempo. Quell’essere invece stava migliorando i nostri schemi da punti di vista che non avevamo preso in considerazione. Apparentemente agiva senza ragione, ma il risultato fu sorprendente. Iniziò ad uscire dai nostri progetti, anche fisicamente: se ne andò dalla gola di Olduvai, e i suoi discendenti iniziarono a colonizzare habitat che non erano stati predisposti per loro. Loro si adattavano magistralmente a qualsiasi habitat.
– Molti animali lo fanno. Anche i topi.
– Faceva qualcosa di più dei topi. Aveva la capacità di cambiare l’ambiente. E lo faceva in un modo particolare, cercando soluzioni nuove, inventando, non ripetendo le operazioni in schemi prefissati (e in fondo progettati da noi). Da un certo punto di vista cominciava ad assomigliare a noi.
– A voi… cosa mi puoi dire di voi?
– Che da sempre ci piace provare, modificare, inventare. Non esistono limiti alla nostra fantasia, né alle tecniche che ogni volta perfezioniamo per realizzarla. Ci lasciamo trasportare e, talvolta, in questo impeto di entusiasmo creativo, finiamo per arrivare a risultati imprevisti.
– In tal caso?
[A questo punto il nastro è gravemente compromesso, si intuiscono sequenze di suoni sovraincisi che rendono impossibile distinguere più di qualche parola.
Poi riprende].
– Certo che era un progetto sperimentale! Contestato e modificato, per di più. Uno di quelli modificati più volte. Avete voi stessi trovato traccia di molti degli esperimenti e delle migliorie che abbiamo di volta in volta introdotto. È anche capitato di mettere diverse versioni di uomo in competizione nella stessa zona per vedere quale delle due risultasse più funzionale. L’ultima versione, la vostra, è stata quella più stupefacente: avete vinto la competizione con coloro che vi precedevano in modo schiacciante, adottando un ritmo evolutivo e di mutamento senza precedenti nei nostri esperimenti.
– Tornando al discorso delle razze intelligenti… quante ce n’erano… e che fine hanno fatto?
Moltissime. Dopo la decisione di limitare il numero di razze intelligenti per pianeta, vista l’eccessiva competitività dell’uomo, le abbiamo spostate. In posti adatti a loro.
– … gli alieni?
– Trapianti.
– Capirai che le cose che mi stai dicendo sono incredibili… ma d’altra parte, con quello che mi hai fatto vedere…
– Non è tutto. C’è qualcos’altro che devi sapere di noi. Siamo terribilmente felici quando le nostre idee funzionano, quando i nostri progetti si realizzano, ma non sopportiamo di perdere il controllo delle nostre creazioni. Soprattutto se scopriamo che cominciano ad avvicinarsi troppo alla nostra posizione nella realtà, al punto di non avere più bisogno di noi. Ecco perché, fin dai tempi della fuga da Olduvai, la vostra rapidissima evoluzione ha creato molto imbarazzo nelle nostre accademie. Non ti nascondo che qualcuno parla apertamente di voi come di un potenziale pericolo.
– Quindi?
– Non è improbabile che per voi venga decisa la soppressione del progetto.

La registrazione si interrompe. Nel dossier non sono riportati né i nomi dei dialoganti, né il luogo dove il nastro venne recuperato. Di certo la sua presenza nell’archivio Cheryukin è l’aspetto più inquietante della vicenda. I pochi documenti che ne sono usciti finora sono sempre stati delle rivelazioni illuminanti sulla storia dell’ultimo secolo.

«Tutti i doni degli dei»

In questo vecchio racconto (siamo nell’inverno del 2004) parlo di uno dei miei perdenti preferiti: Prometeo. Questo non è il mito principale che lo riguarda, quella legata alla nascita dell’uomo e al furto del fuoco, ma è comunque molto interessante.

Mai visto niente di simile. Quando l’hanno consegnata a mio fratello ci sono rimasto di sale. Hai presente quei quattro-cinque secondi di apnea, come un destro alla milza? Occhi sprangati, poi un sospiro: figata. Nient’altro. Non ho respirato per cinque secondi e già la faccia scivolava alla grande verso il blu.

A dirla tutta sentivo qualcosa di strano. Fin da piccolo ho sempre avuto una vista esagerata, tanto esagerata che riuscivo a vedere le cose prima che accadessero. E qui vedevo fosco.

– Sta calmo – dicevo e ripetevo a mio fratello – pensaci su. Se ti arriva un regalo da quelli c’è sotto qualcosa. Perché avrebbero dovuto fare un regalo a te?
Parole utili: non mi ascoltava nemmeno. I fratelli minori pensano subito che sei geloso. Ragionano meno di una cimice. Sì, perché almeno la cimice, tra una craniata e l’altra contro il lampadario, si ferma qualche secondo aggrappata al soffitto a pensarci su, perplessa, colta da improvvisa dismemoria del motivo degli attacchi. Sembra quasi umana. I fratelli minori invece no, loro si buttano. Basta dire stai attento e si fa solo in tempo a vedere che si sono già tuffati. Bestie.

Ricordo quando l’hanno consegnata. Mio fratello è corso da me che sembrava un bufalo cafro. Bam bam bam bam! Anche nel più profondo dei sonni riesci subito a capire che la tua porta non reggerà un altro colpo come quello. Conviene rotolare fuori dal letto.
– Apri! – mi urlava – Vieni a vedere, corri! È un regalo! Per me!
Prima di allora credevo fosse impossibile trovare uno così deficiente da accettare un regalo da chi lo vuole morto. Più tardi l’avrebbero rifatto i troiani, e sì che avevano Cassandra che sapeva vedere lontano. Capita sempre.
– Pensi sempre alle gabole tu! Pensa a divertirti!
Sì, io penso sempre alle gabole, ma non faccio casini.
– Devi vedere, dai corri!
Eh, sì, corri. Certo che corro. Ai ripari, corro.
Ma poi ci sono andato ed era davvero un regalo da non credere: una ragazza elegante, dolce, così bella nelle sue vesti intessute con fili d’argento. Così bella, con i capelli intrecciati in ghirlande di boccioli di campo. Con quegli occhi grandi e sognanti, diresti che racchiudono il mondo intero. Veniva proprio da pensare che tutti i doni fossero in lei. Ed erano per lui, e per una volta tutte le mie previsioni sembravano smentite, tutto chiaro come una notte di luna piena.
Amico mio, mi sono detto quella sera, stavolta ti sei proprio sbagliato. Hanno mandato davvero un regalo incredibile. Quasi mi pento di quel piccolo furto… quasi. Ero ancora un po’ sospettoso, ma, si sa, io penso sempre alle gabole…

Un giorno, però, la ragazza fece un casino, e si scoprì dove erano davvero tutti i doni degli dei, tutti i doni nascosti nel suo nome, Pandora: erano nel bel vaso di bronzo che gli dei avevano consegnato alla giovane. Il vaso che lei, donata dagli dei a mio fratello, portava con sé al suo arrivo e che presto aprì, vinta dalla curiosità. Eccoli lì tutti i bei doni: dolori, paure, tragedie, preoccupazioni, persino le cimici. Tutto è uscito da lì.

La luce delle notti di luna piena è la mia preferita. Per distinguere sei costretto a metterci un po’ del tuo, e vedi qualcosa di diverso, che di giorno non vedi. Vedi un po’ di quello che c’è là fuori, ma anche un po’ di quello che hai dentro. E non è la realtà ad adagiarsi su di te, ma sei tu ad andarla a prendere, a possederla.
Le mie previsioni non erano smentite, erano solo visioni di una notte di luna piena. Visioni lontane: nessun dono arriverà mai dagli dei senza un prezzo da pagare.

Il fratellino se la spassa. Certo, sono io che ho provato a correre per il mondo, insieme ai miei seguaci, per cercare di recuperare tutti i mali che la sua bella ha seminato. Abbiamo tirato a sorte, un male per ogni cercatore, a me è capitata la sfiga. Facile no? In giro ce n’è un sacco, sembra dappertutto. Ma appena sono convinto di averla presa, la stringo tra le mani come il collo di una gallina e subito vedo che poco distante c’è qualcuno che ne ha più di me. E la perdo.
La inseguo ogni giorno, penso di averla presa: foro una gomma della Ritmo, che sfiga, sì, stavolta l’ho presa davvero! E subito nell’autostrada di fianco un vomito di lamiere e sogni spaccati sorge dal nulla, e un cumulo di orfani me la sfila dalle mani.
Perdo una lotteria per un solo, schifoso, misero numero: che sfiga! Sì, stavolta è mia, la posso quasi accarezzare. Poi vedo chi nemmeno ha potuto comprarsi il biglietto.
Nemmeno della sfiga ci si può più fidare.

No, ragazzi miei, non vi posso più aiutare, è andata. I doni degli dei ormai sono dappertutto, li avete sotto il cuscino. Cosa volete da me, non posso recuperarli tutti io, in fondo. Tornerò a casa, e andrò a suonare il citofono di Zeus.
– Ehi! – gli griderò – Almeno fanne una per me, tutta mia! Dovrò mica rincorrere per sempre i mali di un altro!

#24. Sconfitta.

Bisogna saper perdere
Non sempre si può vincere
Ed allora cosa vuoi?
[The Rokes]

Solo ieri la selezione nazionale italiana di calcio ha perso la finale dei campionati europei con la Spagna. E l’ha persa male, nettamente, duramente, senza essere mai in partita. E l’ha persa pesantemente, sul piano del gioco e del risultato, ma anche sul piano fisico. Sostanzialmente una disfatta.

Ora, è vero che alla fine negli annali si ricorda il vincitore, al più il risultato, e poco rimane del come la vittoria sia maturata. Ma c’è sconfitta e sconfitta. C’è sconfitto e sconfitto. Anzi, a volte il fascino dello sconfitto, del “secondo”, supera enormemente quello del vincitore, entrando nella leggenda.

Qualche esempio, partendo proprio dal mondo del calcio, tanto per dimostrarlo immediatamente. 1974, Germania Ovest. Li vince la squadra di casa, capitanata da Beckenbauer, ma la squadra del mondiale è l’Olanda del calcio totale ideato dal tecnico Rinus Michels. L’Olanda di Johan Cruyff, Neskeens, Rep.
Quattro anni dopo, nell’Argentina della dittatura, vinsero ancora i campioni di casa guidati da Mario Kempes. E ancora una volta la squadra più bella e carismatica del mondiale è la seconda classificata, la sconfitta Olanda di Cruyff.

Un’altra sconfitta storica è l’Aranycsapat, la “squadra d’oro” ungherese del 1954. La squadra di Puskas, Hidegkuti, Kocsis. Era una squadra imbattuta da 4 anni, ed era anche la squadra che per la prima volta in novantanni aveva infranto l’imbattibilità casalinga dei “maestri inglesi”. Nella fase a gironi l’Ungheria incontrò la Germania Ovest e gli rifilò la bellezza di otto pere. Avete letto bene. Otto. Non quattro, otto. Pere.
Le due squadre si ritrovarono in finale, ma in una partita incredibile a vincere fu la Germania, in quello che viene ricordato come il miracolo di Berna. Gli ungheresi accusarono i tedeschi di doping, visto che l’intera squadra germanica venne ricoverata per problemi al fegato all’indomani della partita. Ma com’è, come non è, la coppa andò a una squadra tedesca fatta di giocatori dimenticati dalla storia.

Vinse sul campo, ma venne squalificato e quindi sconfitto, nella maratona delle Olimpiadi di Londra del 1908 il correggese Dorando Pietri. Squalificato perché sorretto dai giudici nel tratto finale della corsa dopo aver barcollato ed essere caduto. Non molti ricordano il vincitore, Hayes, mentre la storia di Pietri fece il giro del mondo e divenne leggenda. Citata anche in una celeberrima scena fantozziana, con il ragioniere che deve arrivare in tempo a timbrare il cartellino, senza aiuto dai colleghi.

Un pilota come Gilles Villeneuve in un mondo come quello dello sport è un autentico enigma. Lo sport è quel mondo in cui, alla faccia di De Coubertin, conta il risultato. Quel mondo in cui ci si affronta per contendersi la vittoria, l’elemento che divide il campione dal perdente.
Il pilota canadese non ha mai vinto un mondiale, ed anche le singole gare vinte non sono poi molte, eppure è difficile trovare un pilota – e un personaggio sportivo in generale – più amato dai tifosi.
E vale anche la pena di ricordare un gran premio in particolare: Digione 1979. Cercate, cercate su youtube il duello con Arnoux. Nessuno dei due vinse quella gara, ma se devo pensare all’essenza dell’automobilismo non posso che rivedermi quei 6 giri.

Quindi non è vero che nello sport conta solo vincere. Puoi passare alla storia anche senza vittoria. Puoi essere ricordato per sempre anche per un secondo posto, addirittura diventare il simbolo di uno sport, con quel secondo posto. Una sconfitta, ma nella quale hai messo qualcosa di particolare, di storico, può renderti persino più memorabile di un vincitore.

Ecco, bisogna saper perdere. Non come nella finale appena vista.

E bisogna saper vincere, perché a volte è anche il riconoscimento del vincitore che concede il giusto allo sconfitto.

Volete leggere un resoconto della finale? Come no… Ah, capisco, non volete perché è stata una partita deprimente… Bhè, leggete questo, alla fine anche il resoconto di una sconfitta può essere piacevole!

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