Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivi per il mese di “agosto, 2012”

«Rutilanza di un matto abbondantemente fuori tempo massimo»

Vivo un periodo di affanno, sempre un paio d’ore in ritardo su dove e quando dovrei essere. E in questa confusione spazio-temporale mi è riaffiorato tra le mani questo vecchio racconto, che mi dà la sensazione di essere estremamente simbolico e pregno, epperò neppure io a distanza di qualche anno riesco ad appianarne tutte le pieghe, a scioglierne i nodi, a capirci una semi-fava, insomma. A voi. Se vi garba. Se ci capite.

Rido! Erutto scagliando lapilli di tracotanza. Vomito sorsi di mondo contorto e distorto nelle orecchie di chi mi guarda. Ridete con me, non curatevi di chi vi flagella: vedrete, smetterà.
Non seguite come topi il suono dei miei campanelli, ma le parole, perché possano, in questo inverno fluviale, asciugare le vostre ginocchia, e il vostro capo possa volgersi al cielo e non solo al truogolo.
Dicono che ho lasciato cervello e fegato nel fagotto che porto legato a un bastone. Lì dentro tengo rinchiuse le stronzate dei maghi e dei mistici, la loro via, le loro formule e sante meditazioni: sentenzio per loro un’oscura cattività lontana dalla mia testa che, così, farfuglia molto meglio i suoi intendimenti.
Dicono che sono uno stolto, cui la favilla della ragione è fuggita urlando. Piuttosto che essere coccolato da soli altrui, preferisco crescere i miei sogni di nascosto, nella notte.
Non consegnate il vostro intelletto a chi vi spiega il mondo da una torre, sia essa incrostata di metallici lumi o fondata su libri e solti arcani. Guardate i miei piedi: cosa vedete se non scarpe come le vostre?
Cosa vedete se non la stessa acqua con cui il fiume lecca anche la vostra rogna?
Mille canzoni non fanno un padre, ma voi affidate i vostri figli a una canzone… e non dovrei ridere? Non dovrei torcermi i lineamenti in un riso deformante quando vi vedo dare ai vostri figli, che crescono storti, non un padre ma una canzone che puzza di candeggina, depurata dalle bestemmie del vostro tempo?
Rido di voi che mi guardate e non ridete, che pur immersi nelle mie confusioni non riuscite a capirle.
Rido di chi, con le caviglie bagnate, porta il suo sguardo sconsolato verso dio, accusandolo di malvagità. È proprio lì, nell’accusa, che la malvagità nasce e cresce: il povero uomo si contrista contorcendosi, temendo la malevolenza di tutti perché conosce la propria, e non può far altro che cercare goffamente di coprire con foglie sempre più grandi, sempre più spesse, le proprie abominevoli nudità.
Mi accartoccio in una risata che lacera lo stomaco e straccia le interiora, pensando a chi si guarda intorno gridando che il mondo è impazzito. E rido di chi reclama aiuto, di chi prega il re di tendergli la mano… sei tu il re, sei tu il comando, la città, lo stato, il mondo! Dove vuoi che sia il re? È in casa tua, e quando dormi con tua moglie lei dorme con lui: allungati la mano quando non ne hai bisogno, non quando Caronte vuole il suo.
Pisciate in faccia agli alfieri che vi vogliono piantare sul cranio luminescenti vessilli, rifiutate di esser reclusi in scatole d’oro. Prendete badili, forbici, sassi e tibie, fate a pezzi ogni tassonomia che vi includa.
Che bello, poi, svoraginare gli occhi e lasciarsi invadere dall’immagine dei dottori che piangono le loro rovine di pergamena, sparse nel loro stesso detrimento.
Che bello deriderli, deridere le tessere, le maglie e i cappelli colorati che vi stavano imponendo a tradimento; e se, ridendo, finalmente avrete smesso di sentire frustate, non potrete, anche col più ottuso impegno, ignorare il fatto che vostra era la mano col flagello.
Cos’è ora quell’espressione inebetita?
I vostri occhi fissano l’acqua che sale e iniziano a farvi intuire la metafora, l’atterrente segreto: non è questa la vera acqua, non è questo il fango che abbatte le vostre case e si insinua nei vostri spiriti.
Correte a spostare i vostri amori, salvate le vostre poche idee! Rinforzate gli argini del vostro vecchio modo di pensare, prima che tutto sia spazzato via…
Non fate come me, che resto qui, mentre l’acqua sale e trasforma in bolle il mio inquieto ridere.

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#38. Sole.

Finché risplenderà il sole, non si potrà dire che è solo una palla di gas infiammabile.
[D.H. Lawrence]

Alzo gli occhi al cielo e vedo il sole. E penso alle civiltà al sole di Ceram. Penso agli egizi, col loro occhio di Ra, il dio-sole. Penso alle civiltà nate sotto il sole rovente della Mesopotamia, del Messico, dell’altopiano iranico. Penso ad Helios, e al suo carro, al suo viaggio nel ciele. E penso che se non distolgo lo sguardo alla svelta la mia retina è fottuta.

Ed ecco che nell’abbaglio completo, nel fantasma verde che mi obnubila la vista, sono colto da un’intuizione: ho appena sperimentato la perfetta comunione degli opposti. Il sole, ciò che ci permette di vedere, e quindi la luce, la vista, ma anche la verità, in questo momento è per me l’opposto: quello che abbagliandomi mi sta togliendo la possibilità di vedere, mi costringe al buio, intride i miei occhi di falsi bagliori verdastri e fantasmi inafferrabili.

Del resto Helios – il dio solare greco – porta il sole su un cocchio di cavalli bianchi, e il cocchio trainato da cavalli (ma neri) è simbolo attribuito anche ad Hades, il dio dell’oltretomba all’opposto del disco solare.

Ma cos’è il Sole?

Se rispondiamo con le parole della scienza, ci troviamo a descrivere la stella più prossima a noi, una stella giallo, di classe G (nella sequenza principale del diagramma Hertzsprung-Russell che mette in relazione temperatura, e quindi colore, con la luminosità), che sta al centro del sistema al quale dà il nome. Una stella come tante. Una grande sfera di gas ardente, con la sua fusione nucleare, il suo stato plasmatico con gli elettroni che sciamano indipendentemente dal nucleo (da quando ho imparato, al liceo, questa definizione, non ho mai potuto evitare di pensare agli elettroni come a una massa di folli esaltati e festosi in mandria, tutti in corsa sanza ragione e sanza meta). Con i suoi brillamenti e le sue macchie solari, la cui attività tanto intimorisce i nostri bravi ingegneri, sempre alla ricerca di una minaccia che giustifichi la loro presenza sul libro paga delle grandi aziende.

E se da un lato queste parole scientifiche sono comunque affascinanti e interessanti, siamo costretti a dare ragione allo scrittore inglese D.H. Lawrence (sì, quello dell’amante di Lady Chatterley) quando dice «è mera presunzione credere che noi vediamo il Sole così come lo vedevano le antiche civiltà». C’è la stessa differenza che c’è tra il vedere un ammasso di carne e sangue e tendini, e vedere tuo padre. Entrambe le cose sono vere. Chi vede il composto organico e tu che vedi tuo padre, avete entambi ragione. Guardate nello stesso punto, ma non vedete la stessa cosa, e lo stesso accade a noi o ai greci antichi guardando il sole.

Loro ci vedevano il padre. Ci vedevano chi aveva elargito energia e vita, e al quale rendevano offerte. Come dice Kerenyi: noi vediamo ancora il Sole, ma abbiamo perduto Helios (e infatti, nel momento in cui Helios e il Sole non sono più coincidenti, ecco che diventa accettabile persino per la Chiesa l’eliocentrismo, ché collocare una palla di gas qua o là fa pochissima differenza, mentre mettere una divinità pagana al centro dell’universo è un tantino pericoloso).

E così, per quanto noi possiamo essere naturalisti, animalisti eccetera, per quanto possiamo cercare di vivere in simbiosi con la natura e amarla e proteggerla, nel momento in cui abbiamo perduto la natura Madre e abbiamo solo l’insieme di animali e piante ed ecosistemi, non potremo mai più percepirla come gli indiani d’America, non potremo mai più esservi partecipi.

E il Sole, lungi dall’essere il padre, sarà il fuoco che ci abbronza e ci brucia, e ci riscalda, il terribile fuoco che arde al centro del sistema solare e che, se non avessimo un campo magnetico forte quanto quello che abbiamo, ci cuocerebbe non dissimilmente da poveri polletti in un forno.

Sto leggendo uno splendido – ma duro – testo, “Figlie del sole” di Károly Kerényi, e già il primo capitolo mi ha spinto a scrivere un post. E sì che l’attualità mi farebbe parlare d’altro. Ma non è escluso che ci arrivi nei prossimi giorni.

#37. Acidità.

Ultimamente sono molto pigro, lo so. In una settimana ho postato solo un racconto, e per di più vecchio.

E naturalmente in questo tema sto per accampare scuse. Come il caldo. Le molte cose da fare, il mal di testa. Il sudoriccio, la proliferazione batterica nei miei insaccati, la malainformazione che mi subissa di minchiate come il principe Harry nudo dopo uno strip-qualcosa, o di Hello Spread, il cartone animato di gran moda. Infine, la vessazione di cui sono vittima da parte di cherubini verdognoli con ali da pappatacio che mi compaiono all’alba prima del suono della sveglia dicendomi «e-he-heee-he adesso vai a lavorare, babbeo!», del tutto ignari dell’etica del lavoro, che nobilita. Nobilita una bella merda, peraltro.

E altrettanto naturalmente suonerò – ai vostri allenati orecchi – puerile, ridicolo. E babbeo, appunto, dacché i cherubini verdognoli con le ali da pappatacio mica sono degli stolti insultatori a vanvera. Ecché. Al contempo, vi dirò, al mio orecchio, a mia volta, stanno diventando qualcosa di più che puerili le scuse di politici, ciclisti e allenatori scoperti con le dita nella nutella fino all’omero, che ci inondano con gran pantomima. Sì, i riferimenti all’immediata attualità sono voluti.
Ma ciò che mi getta davvero nello sconforto è la pletora di cazzoni che finge di creder loro. Giornalisti. Militanti politici. Tifosi. Tutta gente che sa benissimo che sono palle, eppure continua a recitare la sua parte. Basta. Basta, davvero. Per favore.

Dignità. Dignità, ecco che ci vuole, per curare la mia acidità. La dignità di Maria Antonietta, che pur essendo una scemotta andò al patipolo con molta più nobiltà di quanti oggi si aggrappano a toghe e tifosi. Persino la dignità un po’ frignona del marciatore dopato, sarebbe già qualcosa. E invece niente: partono in contropiede aggredendo.

E ci vorrebbe coerenza. La coerenza di Socrate, che di fronte alla possibilità di salvarsi sbotta: «Eccheccaxxo, stiamo qua a farci le sgehe dicendo che le regole anche se sbagliate sono regole, e vanno rispettate, e io adesso per salvarmi il cluo scappo via rinnegando tutto quello che vi ho insegnato? Una bella mreda! Passami la fttuota cicuta, con ghiaccio.» (circa, ecco, qualcosa del genere). La coerenza di capire che non puoi parlare di onestà con le tasche insanguinate, e non puoi pretendere salvezza (impunità?) per il tuo idolo sportivo (ma abbiamo davvero ancora bisogno di idoli?) quando insulti il pizzicato altrui.

È un tempo difficile. È un tempo in cui non c’è bisogno di cialtroni, in nessun campo. C’è bisogno di calma. E di silenzio, e di riflessione, e poi di azione. Ma soprattutto di togliersi dalle palle una pletora di cialtroni che ha invaso tutti i campi dell’umana attività, perché questi cialtroni sono come l’erba che tagliata si avvinghia alle lame e agli ingranaggi del tosaerba, e finché non la togli niente sembra funzionare.

«Il volo del pollo»

Un incontro inaspettato nelle lande fluviali della piana del Po.

Un mattino freddo e nebbioso è un gran bel modo per iniziare una giornata di merda.
Quel giorno, invece, la visibilità superava il gigametro, il cielo era impareggiabilmente limpido, la temperatura era ideale per la nascita della vita e un soffio ridestante si insinuava tra i pori correndo a fustigare i recettori nascosti tra i sentieri delle impronte digitali: purtuttavia era una giornata di merda.
Sfogavo l’arrogante scuderia della mia Ritmo Abarth sull’asfalto, cercando orgogliosamente di dare il mio quotidiano contributo al deterioramento del pianeta, seguendo alterne muse.
Cercavo qualcosa in grado di impedirmi di pensare, perché in questo cupo neo-medioevo pensare è un’eresia. È un’attività che ti rende consapevole: poi va a finire che non te la spassi, ed è peculiarità delle giornate di merda quella di essere ricolme di cattivi pensieri e vuote di spasso.

Oltre il limite delle strade perenni, tra argini ignoti, vidi una cascina disabitata e cominciai, incuriosito, ad aggirarmi nell’aia, sotto i portici e nei pressi del torrione d’angolo, afflosciato dalla perdita di qualche pietra. Cercavo il motivo, nascosto nella natura stessa del posto, dell’abbandono.
Osservando vecchie falci, paganti pegno alla ruggine, e vecchi trattori silenti, mi sembrava di essere inseguito da voci di contadini di un secolo fa che si preparavano a mietere il grano. Mi sembrava addirittura solido lo stupore dei bambini che vedevano per la prima volta un mare d’oro, non avendo idea di cosa potessero fare i grandi per uno zampillo d’oro vero. Mi sembrava: sì, certo, perché nulla, né voci, né oro, né stupore, era rimasto, se non qualche attrezzatura che come un fossile pareva sforzarsi di raccontarmi il suo tempo.
Il mio lungo, e ben presto mesto, girovagare mi portò alla fine a piantare i piedi a una dozzina di decimetri dal pollaio.
Era anch’esso deserto, spopolato, ma anch’esso parlava, narrando di galline, pulcini, becchime, scagazzate, di un gallo, dell’occasionale incursione di una faina. Tutto questo ondulava però solo come un’eco nella mia mente e nel reale era solo, forse, un fantasma.
– Ciao!
Guardai il pollo che mi aveva appena salutato.
– Ciao! – ripeté il pollo – non è che mi aiuteresti?
Dovevo sembrare davvero un imbecille, in piedi a un metro e venti da un pollaio, completamente inebetito, mentre credevo di guardare un pollo parlante.
– Perché mi fissi così? È forse peggio un pollo che parla rispetto a un uomo che nemmeno sembra in grado di farlo?
Pareva vantare un diritto di proprietà sulla ragione, quindi mi impegnai nella produzione di fonemi accostati con vago ordine ed elementare coerenza:
– Scusami! Però converrai con me che non è comune incontrare un pollo parlante, quindi il mio smarrimento iniziale è giustificato.
– Vero… Però anche tu cerca di comprendere la mia impazienza: sono chiuso qui da tantissimo tempo e non riesco ad evadere… per di più la scorta di becchime sta per finire!
Avevo quindi un problema da risolvere: aiutare il pollastro. Questo avrebbe scosso la mia mente, finora troppo tesa a rincorrere ricordi inconsistenti, e mi avrebbe distolto dai miei metapensieri del tutto autodistruttivi.
Cercai di spaccare la rete metallica, ma essa si oppose alla mia azione con fastidiosa tenacia. Provai a forzare il lucchetto che chiudeva la porta, ma anche l’intelligente dispositivo di chiusura si rivelò un avversario insidioso.
Decisi di provare a costruire una specie di pontile per passare di là ed aiutare il pollo dall’interno. Il primo masso da spostare, che avrebbe costituito la base del mio terrapieno per accedere all’inarrivabile Masada del pollaio, oppose però una poco docile inerzia ai vettori applicati, consigliandomi una savia resa.
– Ehi pollo, la vedo bigia.
– L’hai detto. Che si può fare? Prova con la falce! Forse con quella riesci a rompere la rete!
Lo sforzo fu inutile.
– Prova con la macchina, magari riesci a sfondare la porta.
Lo sforzo fu non solo inutile, ma anche dannoso: danneggiò infatti irrimediabilmente l’antinebbia destro della feroce Ritmo Abarth.
– Prova a testate…
Lasciai rivoli di sangue sul lucchetto.
– Mi spiace – dissi allora al pollo – ma io qui da fuori non posso fare niente per te, non riesco proprio ad aiutarti. Non so cos’altro tentare…
– Parli bene tu… ma nei guai ci sono io…
Stizzito, anzi, incazzato mi rivolsi allo spiedabile:
– Senti pollo, sei un individuo? Pensi? Parli? Recita il tuo destino: solo tu puoi uscire da lì, solo tu puoi volare via!
Il pollo mi guardò con un’espressione da pollo che ti guarda.
Poi prese un po’ di rincorsa e spiccò il volo, superando il recinto e volando via.
Lo salutai agitando la mano, risorta dal vento tra i pori. Lo salutai un po’ più contento, con l’affetto dovuto a chi trova una nuova via di salvezza, con l’affetto con cui va salutato chi prende in mano la vita e non la usa per cantare proverbi dal profondo della sua cantina, ma vive!
Poi tornai a casa e presi una zuppierata in testa per l’antinebbia rotto.

#36. Agosto.

“Luke, scoprirai che molte delle verità che affermiamo, talvolta,
dipendono dal nostro punto di vista.”
Obi-Wan Kenobi, in “Guerre Stellari. Episodio V: L’impero colpisce ancora”

Sono nato in agosto, trentasei (anzi, #36.) anni fa tra due giorni. E mi è sempre piaciuto il mio compleanno. E no, non provo mestizia e tristezza e magone all’approssimarsi di un giorno in cui qualcuno mi dedica un pensiero o mi fa un regalo, e francamente fatico molto a capire perché dovrebbe. Già, perché? Eppure vi garantisco che per alcuni è così.

Si avvicina il loro compleanno e… kablam! si tuffano nella mestizia come uno stronzo si tuffa nell’acqua del cesso, cioè così, ci cadono, ci si lasciano cadere, senza nemmeno l’enfasi del gesto teatrale.
Alcuni per la terribile e atterrente consapevolezza dell’invecchiamento. Eppure si invecchia ogni istante. Alcuni invece approfittano del compleanno per fare tristi bilanci di periodicità annuale di tutto quanto non gli funziona, quando lo si potrebbe fare in qualsiasi altro periodo dell’anno tranne questo giorno, questo giorno in cui, per tradizione, per convenzione, gli si dedica un pensiero. E non vedo perché dovremmo pisciare sulla “convenzione”, dacché è una convenzione anche il linguaggio, e se disprezzassi la convenzione disprezzerei il linguaggio, e potrei quindi evitare di star qui a farmi sto blog di minchia.

Semmai, semmai, è quando il compleanno finisce che un po’ di mestizia inizia a illanguidire il mio spirito (vedi #16. Festa.).

Quindi, in definitiva, mi piace il mio compleanno, e tra pochissimi giorni lo sarà. E il mio compleanno è in agosto, e forse proprio per questo agosto mi è sempre piaciuto.

E fin da piccolo, con agosto, mi sono sempre piaciute tutte quelle cose ad agosto legate. Ad esempio le vacanze, e il mare. Il mare mi piace, sì (vedi #15. Prospettiva.).

Ma anche il numero 8, quello del mese sul datario. Quando a nove/dieci anni debuttai nel mondo del calcio (mondo che poi lasciai pochi anni dopo), lo feci con una bella maglietta lanosa, come si usava ancora, granata, con un bell’otto giallo sulla schiena.

E dopo la mia nascita, visto che ero del segno del leone, mia mamma comprò un leoncino di gomma, che fu anche il primo gioco, e che compare nel quadro che dipinse a festeggiare la mia nascita, e quindi anche il leone mi piace.

E mi piace il sole, e il caldo, e mi piacciono i colori del sole e del caldo. Mi piace da sempre l’arancione, che era il colore di agosto e del numero otto nei posterini in classe alle elementari (e la tigre che, arancione e nera, da piccolo era il mio animale preferito) e mi piace il giallo, che è il colore che scelgo sempre quando partecipo a qualche gioco in cui devi scegliere il colore delle pedine da utilizzare.

E il giallo è proprio un bel colore. Che poi, sarà anche vero che il colore più bello, il colore più forte, più violento e più leggibile sono tutti funzione del colore di sfondo, ma su sfondo nero (che è uno dei due più comuni) il giallo spacca di bestia.

E il giallo, l’arancione, il mare, il sole, il caldo, le vacanze, il gelato, il leone e la tigre, le sere calde in cui si esce tutti, gli amici, il compleanno, la festa e la gente che si ricorda di me, sono tutte cose fiche.

Agosto è come i girasoli, il mare, la pizza. Come il Natale.
Se li odi è colpa tua, non loro.

#35. Sport.

Oggi le Olimpiadi di Londra se ne vanno. E il campionato di calcio va a iniziare.
Mai una buona notizia.

Se ne vanno due settimane in cui si seguono gare di tutti gli sport, si vedono imprese magnifiche di gente che sputa sangue per anni inseguendo il sogno di un giorno di gloria. Se ne vanno due settimane di festa continua, perché ogni giorno c’è qualche stato che sorride, qualche tifoso che sventola la sua bandiera. Due settimane di record, di sorrisi e di lacrime. Due settimane in cui il numero di polemiche, rispetto alla quantità di gare, è irrisorio.

Ci aspetta un anno di polemiche per fuorigioco e goal non visti, e calcioscommesse e squalifiche non date, poi date, poi ritirate, poi ridate. Un anno di facce da culo che tutto hanno imparato dalle facce da culo della politica, un anno di presidenti che dicono (e fanno) cazzate e sportivi ricchissimi, viziati, sleali e di pessimo pregio. E tifosi pure peggiori.

Ci sono volute le Olimpiadi per spurgare il brutto della stagione di calcio, e come risultato non ho più un cazzo di voglia di fubal.

Alle Olimpiadi la festa, le vittorie, i campioni, il tifo per gli atleti della tua nazione, ma anche per i grandi campioni stranieri: Bolt, Phelps, la Felix… sono tutti fenomeni che non vedi l’ora di ammirare in gara, indipendentemente dal tifo.
E le bandiere, e gli inni.
E anche le squalifiche: ché lo spirito olimpico non è facile da descrivere, ma ci vuole un attimo a offenderlo, e chi lo offende va a casa.

E i sacrifici, il talento e la gloria.

E la vittoria. Perché alle Olimpiadi l’importante è vincere.

Ma ognuno ha la sua vittoria.

Ci sono atlete qualificate in paesi in cui le donne atlete sono viste malino, ed arrivare al villaggio olimpico è una vittoria grandissima.

C’è Phelps che è diventato l’atleta più medagliato di tutti i tempi, e se questo non ne fa l’Atleta con la “A” maiuscola, beh, che dire… che altro deve fare? Deve essere anche sportivo? Beh, lo è e lo dimostra, perde i 200 farfalla contro Le Clos e lo aiuta nelle procedure di premiazione, visto che è emozionatissimo e imbranatissimo.

C’è chi è un fulmine, e fa un record del mondo splendido, ma corre intorno come un cazzone facendo ridere uno stadio, senza tirarsela. Perché i grandissimi se la tirano solo se fa ridere.

E c’è la vittoria di Liu Xiang, fenomeno cinese dei 110 a ostacoli, che col tendine strappato, in lacrime, su una gamba sola porta a termine la gara, nell’assordante ovazione del pubblico che ha capito di trovarsi di fronte a una di quelle pagine che nella storia dello sport ci resteranno per sempre, più degli ori, più dei record. E ci mostra che i cinesi non sono un mucchio di numeri, ma persone, con una passione unica.

E ci sono anche i nostri splendidi azzurri, che sparano, tirano con l’arco e di scherma, e picchiano come dei fabbri. E c’è la Cagnotto che piange disperata perché ha fallito per un niente l’obiettivo di una vita.

E per rivedere tutto questo dovremo aspettare quattro anni… E nel frattempo abbiamo avuto con la supercoppa un assaggio della rottura di palle che ci scarriolerà addosso il campionato. E già mi vien male.

E poi c’è un giornalista, che di solito non mi dispiace nemmeno, ma che stavolta non mi è piaciuto per una fava.

Allora, ognuno ha le sue preferenze sugli sport olimpici. Un mio amico eliminerebbe il calcio. Un altro ha dubbi sugli sport il cui esito è determinato dai voti dei giudici.

Il giornalista – che è poi Gramellini, vicedirettore della Stampa – ha invece ipotizzato, gettandosi in un campo minato, che proprio non siano sport la ginnastica ritmica (paragonata a una cosa circense con nastri e clavette), la BMX (chissà poi perché invece il ciclismo su pista dovrebbe essere più sport, mah), il badminton (e anche qui è difficile stabilire perché dovrebbe avere minor dignità del tennis) e il nuoto sincronizzato (chissà perché non lo scherma o il pugilato, invece).

Ho trovato triste lo sminuire quelli che sono sport a tutti gli effetti, con dietro una dura preparazione e una classe notevole (non è che il primo stronzo che arriva fa la medaglia d’oro, per dire).
E ho trovato curioso il tentativo di dare sostegno a questa triste tesi col fatto che ci sono degli interessi dietro l’inserimento di questi sport, quando probabilmente il budget mondiale di tutte queste federazioni di tutte le nazioni sommate non arrivano allo stipendio di un Thiago Silva, ai guadagni di Federer o della Sharapova, o di Bryant, giusto per citare tutta gente presente alle Olimpiadi.

Io, al contrario di Gramellini, trovo fin troppo scarno il programma dei giochi. Ci vorrei innanzitutto il rugby, il golf, il baseball. E poi perché non il kendo, il cricket, il polo, il croquet, l’hockey su pista.
E non mi dispiacerebbero anche lacrosse e calciobalilla, e tamburelloe i salti da fermo, e il tiro alla fune.

E no, non lo troverei svilente per l’Olimpiade. Anzi, trovo questi atleti e queste atlete straordinariamente olimpici.

E voi, di quale sport sentite la mancanza ai Giochi?

«Bramosia»

E mentre i giorni di ferie scivolano troppo rapidamente verso sera, a fagiuolo ho recuperato questo racconto che vi piazzo lì, sperando di far cosa gradita, mentre medito il prossimo tema!

Non ho tempo. Non abbastanza. Lastricherei l’Asia se le cose che ho da fare fossero cubetti di porfido. Se fossero bambù il panda dominerebbe il mondo. Troppe, e non voglio farle di fretta. E non posso neppure accettare che la mia comprensione dell’universo si riduca a dare un’occhiata da una finestra e vedere una pioggia, una stagione, un anno o una vita. Bramo tutto: ho perso l’inizio, ormai è andato. Ma alla fine ci voglio, ci devo essere. Voglio vedere i titoli di coda dell’universo.

Obiettivo: diventare immortale. Poi avrò tutto il tempo. Abbatterò il concetto di limite. Ecco il senso della vita: renderla eterna. Ma qual è il punto di partenza di una simile impresa? Quale la strada?
Ci fu un re, Gilgamesh di Uruk, che, come me, voleva diventare immortale. Andò a Dilmun, oltre la foce dei fiumi, sul limitare dell’oltretomba sumerico. Là incontrò Ziusudra, il sopravvissuto al diluvio, divenuto immortale. Devo trovare Ziusudra.
Pochi preparativi, nessuna compagnia: mi lancio a capofitto tra secoli e deserti, nell’anima l’odore delle antiche gesta degli eroi. Riposo poco, solo per godere dell’ombra dei monti di pietra eretti dai discendenti di Gilgamesh. A Eridu bevo l’acqua dell’abisso, l’acqua della creazione. Infine energico il mio pugno percuote le porte di Dilmun, liberandole da cinque millenni di polvere e silenzio.
– Vattene – ecco la voce lamentosa di Ziusudra. Che avrà da lamentarsi, lui che è già immortale.
– Mi aprirai – rispondo arrogante – e mi dirai come diventare immortale!
– Non puoi diventare immortale, uomo. Lo sono gli dei.
– Tu non sei un dio, eppure sei immortale!
– È un dono degli dei, hanno scelto me. Vai via. Triste strada questa, che ti conduce contro un muro.

Non mi arrendo, Ziusudra. Se l’uomo deve morire non voglio più essere uomo. Me ne vado, devo cercare altre informazioni, non può finire così. Non può finire. Ma l’infinito (per diventare immortali bisogna farci l’abitudine) è tale in tutte le direzioni. Forse per essere immortali occorre esserci sempre stati, ecco perché l’uomo non può esserlo: essendo finito a ritroso, deve esserlo anche in avanti… a questo non c’è rimedio.
Devo approfondire. Animato da nuovo coraggio parto alla ricerca del primo uomo, ne saprà certamente di più. È fiducioso il passo che mi porta davanti all’oltretomba.
– Benvenuto – mi si rivolge uno con le ali di plastica – anche se non ti aspettavamo, non ancora.
– No, tranquillo, resto poco. Devo parlare con Adamo, poi me ne vado. Poche storie – e faccio per aggirarlo.
– Se entri non potrai più uscire. Non esiste ritorno. Quando entri è per sempre.
– Ma io voglio diventare immortale, non entrerò mai, allora!
– Ma tu sei immortale – dice – o almeno lo è la tua anima. Una volta finita la vita sulla terra qui ce n’è pronta per te una che non avrà mai fine.
– Lascia perdere. Non voglio un’altra vita, voglio questa. Non mi interessano mondi che non vedo, mondi del dopo. Voglio immortalità terrena. Chiama Adamo. Ne parlerò con lui, tu non puoi capire.
Aspetto Adamo. Si fa attendere… ha tempo, lui.
– So perché sei qui – dice – ma non troverai la risposta che speri. L’umanità è immortale, anche se ogni singolo uomo deve morire. All’inizio c’ero io, tu no. Non ci sarai neppure alla fine, la vedranno i tuoi discendenti. Puoi diventare eterno nella tua discendenza.
– Anche tu che sei mio avo non fai che gettarmi parole negli occhi per confondermi. Non voglio che qualcuno sia eterno al mio posto. Voglio esserci io, non qualche ignoto discendente. Io, vivo, di carne e di mente, davanti all’ultimo protone che annichilisce nell’entropia finale! Voglio gustarmi tutta la storia e tutte le storie, tutte le vittorie e le sconfitte, voglio vedere come ogni persona, ogni popolo, ogni sole, va a finire. Voglio essere io a chiudere il libro, a dire «per questo universo può bastare».

Il primo uomo non è una risposta, come non lo sono l’angelo e l’unico immortale. Perché l’uomo non dovrebbe essere immortale? Ma soprattutto, perché non dovrei esserlo io? Devo capire, serve calma, concentrazione. Speculazione. Non è più il tempo delle eroiche imprese. Invecchio: è tempo di un gradevole simposio con ospite filosofo e tartine da Antico Testamento. Qui troverò le tracce dell’immortalità e il mio intelletto, segugio astuto, seguirà la pista e stanerà la preda.
Intercetto il filosofo alla prima occasione.
– Voglio essere immortale – dico, con incipit perentorio, scardinando ogni forma di cortesia.
– Non puoi – mi risponde, ancora più secco.
– Perché gli dei possono e io no?
– Gli dei sono pensiero. Il pensiero può essere immortale, l’uomo no. Sii grande nel tuo pensiero, spingilo oltre i confini del tuo tempo. Solo così sarai immortale.

Non mi basta rendere eterno il mio pensiero. Per quanto grande sia non sarà mai completo, io voglio tutti i pensieri della storia. Non posso fermarmi. Ci vuole altra ricerca, c’è ancora speranza: non è finita, mi resta un po’ di tempo, scavando nell’affanno ho ancora voglia di farcela. Il ragionamento è figlio della calma, della meditazione. Al contrario, l’ispirazione è figlia del momento, è un’esplosione, deve essere scatenata, meglio se dalla pressione, dalla disperazione. Ormai sono al limite della pressione, guardo dall’orlo la mia fine. Ed ecco una grande ispirazione: devo sapere cosa cercavano i grandi uomini del passato, cercare nella loro gloria una scintilla di immortalità. Alessandro, il grande per eccellenza, il fulmine che ha incendiato il mondo. Ecco chi potrebbe dirmi qualcosa.
Cosa cercavi, Alessandro, nessun limite oltrepassato ti bastava, dovevi conquistare mondi, affrancarti dall’essere semplicemente un uomo! Immortale, dio, ecco cosa volevi essere, infinito nel tempo e nello spazio. Ma la tua frenesia si è spenta, i limiti sono risorti ad arginare la tua ispirazione. E fine di tutto: la morte.

E la vita finisce senza essere vissuta. Il senso estremo della vita non può essere funzione della vita stessa. “Eternizzare la vita è il senso della vita” è definizione ricorsiva, non si approda a nulla. E alla fine di una vita a cercare l’immortalità, l’unico approdo è la morte.

#34. Trittico.

Trentatrè trentini entrarono a Trento
tutti e trentatrè trotterellando [ad libitum].
[Scioglilingua popolare]

Se vi mancano i soldi per fare 40 giorni nella Polinesia francese. Se trovate deprimente passare mezze giornate a vedere gli yacht di gente per cui la crisi è solo nelle fiabe per mettere paura ai bambini, come l’orco o il lupo. Se mettervi in coda verso gli ombrelloni diomionnò proprionnò. Se Firenze, Venezia, Napoli, sticazzi, sticazzi e ancora sticazzi, sempre le stesse mete, sempre gli stessi monumenti. Se le grandi capitali europee questa volta no, che dare altri soldi a tedeschi, francesi e inglesi non pare il caso.

Ecco, se tutto questo, e magari qualcosa d’altro, epperò non c’avete voglia di fare proprio tutta tutta l’estate in piscina, allora vi vien buono questo post che vi consiglia tre mete per il fine settimana.

Tre città, nel triveneto, col nome che inizia per “tr”, tanto per insistere con questa trepidante consonanza. Tre città troppo belle per non essere viste, pur senza la tracotanza artistica di Roma o il truzzismo di Milano.

Sapete bene che questa non è la moltoamata wikipedia, e nemmeno una fottuta guida touring. Quindi non sciorinatemi la stratafava imperiale per voglia di rigorosissime informazioni psicostoriche. Vi rutterei in faccia. Accettate queste righe come impressioni e consigli dal canneto di Eridu direttamente a casa vostra.

Trento
Amo molto il capoluogo trentino. Ci sono già stato svariate volte. È una città bella, tranquilla, pulita e ordinata (che visitare una cittadina con nelle mari l’odore di ungulati decomposti non è mai piacevole). E ci sono alcune perle da vedere assolutamente.
Ad esempio non potete permettervi di non aver mai visto in vita il Castello del Buonconsiglio. Chi come me fin da piccolo ha giocato coi castelli di Lego imitando le vicende di Reartùdicamelot, con “l’Ancillotto” furbopiùdiungatto, beh, di fronte a castelli meravigliosi come questo non può che sbalordirsi a mascella divaricata e innamorarsi a prima vista. E tra l’altro tra le sue mura il Buonconsiglio spesso ospita mostre davvero interessanti. E non parlo di quelle minchiate che talvolta capita di vedere, quelle cose del tipo “l’arte catalana da Picasso a dalì” (che poi magari ti trovi un Picasso bruttino, un Dalí di attribuzione incerta, e ottocento crostacce da rigattiere imbrattate da ignoti rovinalenzuoli). Parlo invece di vedere l’oro dei sarmati, o mostre archeostoriche sui principi guerrieri dell’età del ferro, quella roba che a chi frequenta il canneto in genere ci attizza assai.
A Trento poi, mentre passeggiate sul lungo Adige con un occhio a montagne che forse solo i monaci tibetani potrebbero guardare con sufficienza, potete arrivare fino alla locale sede del MART, dove c’è una Venere al bagno con colombe da mettersi a urlare.
Poi andate in piazza, e il complesso del duomo e del palazzo vescovile – con quello stile da medioevo germanico che in Italia potete vedere solo da qui in su – vi lascerà senza dubbio soddisfatti. E non dimenticate una foto in posa col Nettuno della fontana.
E potrete concludere la vostra visita con Tridentum, uno degli scavi romani meglio gestiti e più facilmente visitabili e godibili che abbia visto finora, tutto nel fresco dei sotterranei della città, per dire che se trovi dei resti romani mentre fai un parcheggio, invece di inveire contro la sorte dovresti lodare Giove, Marte e Quirino, perché a far le cose a modino non sono un inghippo, ma la più splendida delle opportunità.
Che Trento, oltre ad essere città bella e tranquilla, vi possa anche offrire una cucina da gran ludibrio, è ovviamente cosa della quale non c’è alcun bisogno di far menzione. Vi dico solo così, in ordine sparso: carne salada, finferli, mirtilli, castagne, capriolo, canederli.

Treviso
L’acqua in città dà sempre un tocco in più. E di acqua i trevigiani ne habbo parecchia, con quegli splendidi canali che attraversano la loro piccola, incantevole città.
E i canali signficano ponti, viuzze, passeggi, e creano scampoli di grandissimo ingegno architettonico, creano suggestioni di balconi, sottopassi, archi e volte e mulini e portici. Una città per amanti della fotografia, per gente che una scalinata in sasso e un vaso di gerani sono una piccola gioconda.
E in più Treviso si è costruita una solida reputazione per le esposizioni temporanee, con le grandi mostre organizzate alla Casa dei Carraresi, con le ultime 4 (una ogni due anni) dedicate alla storia della cina (vi dico solo che ho visto alcune statue dell’esercito di terracotta e una riproduzione della Città Proibita). La prossima mostra sarà sul Tibet, e strafanculo, potete giurarci che io timbrerò il cartellino.
E poi Treviso è città ricca di curiosità, e al di là dei luoghi comuni legati alle scelte politiche deve essere una città che nutre sincero interesse nelle altre culture, se consideriamo queste grandi mostre, ma anche il fatto che potete trovare piccoli negozi di cose lontane, come uno che è il paradiso degli amanti del Giappone.
Una curiosità: l’area che si estende dall’est trevigiano al Friuli occidentale sta diventando una specie di piccola Provenza, grazie ad una intelligente riqualificazione agricola e artigianale del territorio attraverso la coltivazione e lavorazione in loco della lavanda.

Trieste
Per ultima, in questo viaggio verso oriente, viene Trieste.
È una città molto diversa dalle precedenti. È una grande città, con grandi palazzi, grandi viali. Città di mare, con una piazza che toglie il fiato, grande com’è ed affacciata da un lato sul mare. Roba da Atlantide, con tanto di alte colonne che delimitano il proscenio marino.
Trieste è una città splendida, le cui ferite sono troppo recenti per essere completamente sanate, e la cui posizione a cuneo in territorio slavo fa sì che forse sanate del tutto non lo saranno mai, almeno fino a quando il concetto di confine non apparterrà definitivamente a un passato oscuro e barbaro.
Trieste non dà l’impressionedi Treviso, della piccola città ben tenuta, del gioiellino. Né della città di montagna turistica e dalla vocazione europea.
Trieste è una capitale, a tutti gli effetti, e lo è in un modo mitteleuropeo, viennese, che fa pensare che tra le capitali d’Europa, le varie Strasburgo e Bruxelles, le città di confine tra mondo germanico e mondo franco, ci starebbe benissimo, col suo essere punto d’incontro di mondo italiano, slavo, austriaco e di là magiaro.
E tutti queste cose si respirano nell’aria di Trieste e dei suoi dintorni, nel castello di Miramare dei Thurn und Taxis, nell’orrore di Basovizza o della risiera di San Sabba, nel cuneo oltre il cuneo formato dalla cittadina di Muggia, nel delizioso tram che da Trieste sale sul carso di Opicina.
Si respira salendo a Opicina e guardado verso est: si vedono tre promontori vicini, ed appartengono a tre stati diversi.
Ma non si creda che Trieste sia solo una città austera e cupa, a mezza via tra i rimpianti per la provincia perduta e la severità dei suoi palazzi.
Nei giorni in cui l’ho visitata ho visto un allegrissimo e variopinto mercato europeo lungo il canal grande, e un matrimonio in kimono in un pub.

«Occhi a specchio»

Vista la scarsa vena scrittoria degli ultimi giorni, saluto il fine settimana postando un racconto a tematica mitologica che fa parte di una vecchia serie che mi pare stia tutto sommato piacendo, riproposta nella cornice del blog.

Stavolta si parla di qualcosa di particolare: la capacità di conoscere, anzi, di riconoscere se stessi, anche al di fuori di se stessi, e l’idea di una voce pura rimasta priva del suo padrone.

Adoro il mito. Il mito è una forma di risposta agli interrogativi più duri, e nella forma del mito le risposte, pur rafinate, appaiono evidenti.

Ora che l’acqua del fiume è più chiara, si possono intravvedere brume di creature lontane nel tempo. Immagini che val la pena di andare a stanare, anche a costo di pattinare con l’avantreno sugli argini ghiaiosi, coi crampi alle gomme, tra campi che solo qualche sera prima sembravano il Gobi, e oggi invece sussurrano «primavera…».
Vale talmente la pena che, sulla mia Ritmo che sussulta come il culo di un ippopotamo in direzione del fiume, vado a cercare una storia che muti in racconto.
Abbandonare il mezzo sul bordo dell’argine e scendere a piedi verso la sponda è un gesto sacro, è un rituale di passaggio in un altro mondo, un mondo dove il fiume è un dio cui tornare. Un ritorno alla terra madre.

Sono al fiume e lascio scivolare lo sguardo sulla corrente. Subito vedo un ragazzo colorato a pastello sull’acqua. Sembra sorpreso quanto me.
– Chi sei? – gli chiedo – libera la tua storia, ti prego: io la pescherò e come araldo del fiume la plasmerò in racconto. Parlerò di te.
– Mi chiamavano Narciso – risponde – ero il più bello della pianura. Non avevo bisogno di guardare il cielo perché le stelle si prendevano a gomitate per baciare per prime la mia fronte in ogni specchio.
Eco mi amava. Era una bella ragazza. Di più: una ninfa. E ho detto tutto. Non è un caso che i satiri, che la sanno lunga, vadano sempre in cerca di ninfe. E anche se Artemide (gran brutto carattere, come tutte le dee) ogni tanto si incazza e scortica i primi che le capitano a tiro, loro ci riprovano sempre.
Mi amava Eco e me ne importava poco. No, dico, vengono a cercarmi tutte le stelle e io mi gioco così, al primo colpo, con la prima ninfa? Non scherziamo.
Ma sai, quando c’è di mezzo una donna, un pensiero logico produce sempre reazioni illogiche, ed Eco soffriva più di quanto si sia mai vista una ninfa soffrire. Ogni giorno, andando a carpe, ero centrato da pianti e lamenti abbandonati al vento dei pioppeti. Mi faceva passare la voglia di pescare. Si consumava, e consumava ogni attimo della sua esistenza nel dolore che la mangiava. Fino al giorno in cui nessuno riuscì più a trovarla: ma la sua voce continuò a seguirmi. Non se ne è più andata.
– Poveretta… – aggiungo prendendo appunti, con le scarpe e il cuore nel fango della sponda.
– Poveretta? Una che sparisce ma non smette di lamentarsi? Poveretta? E io? Di quella stronza sarà pure sopravvissuta solo la voce, ma tanto è bastato per farmi fare una brutta fine, affogato nel fiume come un disperato qualsiasi. Ho scambiato la mia immagine riflessa nell’acqua per una creatura vera, la creatura più bella che ci fosse: non mi sono riconosciuto e cercando di abbracciarmi sono caduto. E crepato. Sai cosa vuol dire “affogato”?
– Sì, capisco, non deve essere un gran bel momento, ma lei che c’entra? – gli chiedo, mentre muovo nelle calze umide gli alluci, sbiancati dal freddo dell’acqua che, per niente ostacolata da larghe cuciture a vista, passa.
– È colpa sua. Sicuramente è andata a raccontare la storia agli dei, Artemide si è incazzata e mi ha ingannato. Altrimenti non avrei potuto non riconoscermi.
– Come se fosse strano – rispondo – non è forse piena la storia di uomini che non si sono riconosciuti? Mi hanno raccontato che gli spagnoli videro gli indigeni sulle coste delle isole caraibiche, e li scambiarono per animali. Gli stessi indigeni scambiarono per dei gli spagnoli, quando li videro scendere da grandi navi, con armature lucenti. Accecati da una missione troppo grande per loro, e senza una guida, molti cavalieri si uccisero tra loro durante la cerca del Graal. Se un uomo incontra un altro uomo e non lo riconosce, come può riconoscere se stesso? E allo stesso tempo, se non è in grado di comprendere nemmeno se stesso, come può comunicare con gli altri?
Narciso mi guarda dall’acqua, occhi narcotici. Pensieri confusi? Freddo del fiume? Di nuovo voce nella mia testa:
– È quindi tutto qui? Non mi sono riconosciuto per colpa mia?
– Non hai mai riconosciuto nulla. Tra il mondo e il modo in cui lo pensi ci sei tu di mezzo. Lo personalizzi nella tua visione, nella tua mente. I tuoi occhi sono solo uno specchio, non è quindi il mondo solo un riflesso? Se non riesci a capirlo finisci per confondere te stesso con la tua immagine riflessa nell’acqua, ed è la tua fine.

Sorride Narciso, iniziando a svanire, trascinato dall’acqua. Ancora piange un’Eco lontana. Mentre qualche lacrima mischia i colori nei miei occhi ed io, cercando di aiutarlo, mi sporgo, allungo una mano. E non riconoscendomi cado nell’acqua.

«Stige»

Ho scritto questo racconto un sacco di tempo fa, agli inizi dell’invasione dell’Iraq nella seconda guerra del golfo. Oggi come allora provo tristezza nel vedere i paesi che al mondo più mi piacerebbe vedere (quello della mezzaluna fertile) insanguinati e sofferenti nel dolore. Lo ripropongo, nella speranza che le sofferenze per quelle genti finiscano presto.

Conoscevo bene la regione che faceva da sfondo alla mia passeggiata. Già quasi seimila anni prima avevo vissuto lì, a ridosso delle acque del fiume che, in ondate di piena impetuose, spargeva il suo seme. Le valli brune erano sia nei miei occhi che nei miei ricordi, pur dopo sessanta secoli di lento lavorìo snaturante da parte degli uomini e della natura. Ricordavo soprattutto, e questo non si dimentica nemmeno in centomila anni di etilene nel sangue, il fascino, insieme tranquillizzante e misterioso, di quel serpente lento e sinuoso.
Anche in quell’età antica amavo sedermi in riva al fiume, cerebrando forsennatamente, rapito dal movimento dell’acqua. Stavo lavorando ad un’invenzione che avrebbe piantato alla storia la giusta frustata per cambiarne il destino: il concetto era trasformare uno strumento, al servizio solo dei mercanti, in qualcosa di più efficiente ed elevato, qualcosa di talmente esplosivo da far sprigionare, dal germe dell’uomo, il concetto stesso di civiltà, in maniera eternizzante.
Quello sì che sa­reb­be stato un mattone solido e fermo sul quale costruire la storia! Non potevano di certo esserlo quei gettoni d’argilla che i mercanti usavano per misurare merci e mercimoni, ma il figlio illegittimo del loro strumento: la scrittura.
Non mi curavo delle migliaia di vite che sguazzavano, sprizzando infelicità, tra la paglia dei mattoni, non mi curavo dei re-divinità, dell’oro e del grano dei mercanti: formiche di polvere, con le loro finte vite quotidiane, con la loro capacità di ricondurre i maroni al loro scopo naturale, quello di essere rotti.
Il mio lavoro avrebbe dato eternità ai popoli, non di certo il loro.
Così procedevo sulla linea del tempo, studiando e codificando termini, regole, simboli, alternando l’opera alle passeggiate sulle sponde del fiume, per dissetare la mente e rinfrescare l’ingegno. Speravo che presto la diffusione di quella grande idea potesse creare una cultura stabile e solida, potesse incidere nella pietra i valori nei quali credevo, le storie che parlavano all’uomo e che altrimenti sarebbero state spazzate via dal vento del deserto insieme alla mia vita, alla fine dei miei giorni. Così pensavo, guardando scorrere le acque di quel grande fiume. Quattromila anni dopo, un cristiano ne avrebbe parlato come di un luogo sacro e maledetto insieme: lì erano legati i quattro angeli da liberare nel cuore dell’apocalisse.
In effetti, ora che ci penso, la mia invenzione ha fatto strada. In tutto questo tempo è stata raffinata, resa più agile e snella. Diventando più semplice, e res­trin­gen­do­si il numero di simboli, si è diffusa, per­met­ten­do alla ci­vil­tà di allargarsi a macchia d’olio. Dalla mia complessa scrittura, che assegnava ad ogni termine un simbolo, si è passati ad indicare non più un significato, ma un suono, rendendo semplice per chiunque la lettura. In questo modo molte vite sono uscite dal limbo, servendosi di quello che apprendevano. Altri ci sono rimasti, purtroppo, e molti altri ci sono dentro tuttora, ma grazie a ciò che leggono sono convinti di brucare nei pascoli degli dei, sono convinti che il loro mondo trasudi oro fin dai fantasmi sui quali è costituito, senza sapere che tali fantasmi non esistono.
Il più grosso salto in avanti c’è stato poi quando il numero dei simboli si è ridotto solo a due, lo 0 e l’1, tanto semplici che persino un sasso può impararli, e su quei due simboli può costruire (con la testardaggine e l’ottuso impegno che solo i sassi possono avere) calcoli e castelli che nessun uomo aveva mai immaginato.
A conclusione di tutto sono ancora qui, su quel grande fiume, che ora non si tuffa più direttamente nel mare, ma si incontra con l’altro fiume molto più a valle del punto dove un tempo c’era la costa, dove un tempo sorgeva Ur. Sono ancora qui e respiro la stessa aria, anche se la gente è diversa. Vedo lo stesso fiume, anche se l’acqua che vi scorre non è più quella. Piango le stesse lacrime, anche se le vite che non riesco a togliere dal limbo oggi non sono le stesse che non potevo salvare allora.
Sono qua, e presto concluderò l’opera, riportando ai mercanti ciò che era loro, sacrificando ai loro scopi tutto quello che servirà sacrificare, compresa la terra che produsse, partorendomi, quella bizzarra invenzione.

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