Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

«Stige»

Ho scritto questo racconto un sacco di tempo fa, agli inizi dell’invasione dell’Iraq nella seconda guerra del golfo. Oggi come allora provo tristezza nel vedere i paesi che al mondo più mi piacerebbe vedere (quello della mezzaluna fertile) insanguinati e sofferenti nel dolore. Lo ripropongo, nella speranza che le sofferenze per quelle genti finiscano presto.

Conoscevo bene la regione che faceva da sfondo alla mia passeggiata. Già quasi seimila anni prima avevo vissuto lì, a ridosso delle acque del fiume che, in ondate di piena impetuose, spargeva il suo seme. Le valli brune erano sia nei miei occhi che nei miei ricordi, pur dopo sessanta secoli di lento lavorìo snaturante da parte degli uomini e della natura. Ricordavo soprattutto, e questo non si dimentica nemmeno in centomila anni di etilene nel sangue, il fascino, insieme tranquillizzante e misterioso, di quel serpente lento e sinuoso.
Anche in quell’età antica amavo sedermi in riva al fiume, cerebrando forsennatamente, rapito dal movimento dell’acqua. Stavo lavorando ad un’invenzione che avrebbe piantato alla storia la giusta frustata per cambiarne il destino: il concetto era trasformare uno strumento, al servizio solo dei mercanti, in qualcosa di più efficiente ed elevato, qualcosa di talmente esplosivo da far sprigionare, dal germe dell’uomo, il concetto stesso di civiltà, in maniera eternizzante.
Quello sì che sa­reb­be stato un mattone solido e fermo sul quale costruire la storia! Non potevano di certo esserlo quei gettoni d’argilla che i mercanti usavano per misurare merci e mercimoni, ma il figlio illegittimo del loro strumento: la scrittura.
Non mi curavo delle migliaia di vite che sguazzavano, sprizzando infelicità, tra la paglia dei mattoni, non mi curavo dei re-divinità, dell’oro e del grano dei mercanti: formiche di polvere, con le loro finte vite quotidiane, con la loro capacità di ricondurre i maroni al loro scopo naturale, quello di essere rotti.
Il mio lavoro avrebbe dato eternità ai popoli, non di certo il loro.
Così procedevo sulla linea del tempo, studiando e codificando termini, regole, simboli, alternando l’opera alle passeggiate sulle sponde del fiume, per dissetare la mente e rinfrescare l’ingegno. Speravo che presto la diffusione di quella grande idea potesse creare una cultura stabile e solida, potesse incidere nella pietra i valori nei quali credevo, le storie che parlavano all’uomo e che altrimenti sarebbero state spazzate via dal vento del deserto insieme alla mia vita, alla fine dei miei giorni. Così pensavo, guardando scorrere le acque di quel grande fiume. Quattromila anni dopo, un cristiano ne avrebbe parlato come di un luogo sacro e maledetto insieme: lì erano legati i quattro angeli da liberare nel cuore dell’apocalisse.
In effetti, ora che ci penso, la mia invenzione ha fatto strada. In tutto questo tempo è stata raffinata, resa più agile e snella. Diventando più semplice, e res­trin­gen­do­si il numero di simboli, si è diffusa, per­met­ten­do alla ci­vil­tà di allargarsi a macchia d’olio. Dalla mia complessa scrittura, che assegnava ad ogni termine un simbolo, si è passati ad indicare non più un significato, ma un suono, rendendo semplice per chiunque la lettura. In questo modo molte vite sono uscite dal limbo, servendosi di quello che apprendevano. Altri ci sono rimasti, purtroppo, e molti altri ci sono dentro tuttora, ma grazie a ciò che leggono sono convinti di brucare nei pascoli degli dei, sono convinti che il loro mondo trasudi oro fin dai fantasmi sui quali è costituito, senza sapere che tali fantasmi non esistono.
Il più grosso salto in avanti c’è stato poi quando il numero dei simboli si è ridotto solo a due, lo 0 e l’1, tanto semplici che persino un sasso può impararli, e su quei due simboli può costruire (con la testardaggine e l’ottuso impegno che solo i sassi possono avere) calcoli e castelli che nessun uomo aveva mai immaginato.
A conclusione di tutto sono ancora qui, su quel grande fiume, che ora non si tuffa più direttamente nel mare, ma si incontra con l’altro fiume molto più a valle del punto dove un tempo c’era la costa, dove un tempo sorgeva Ur. Sono ancora qui e respiro la stessa aria, anche se la gente è diversa. Vedo lo stesso fiume, anche se l’acqua che vi scorre non è più quella. Piango le stesse lacrime, anche se le vite che non riesco a togliere dal limbo oggi non sono le stesse che non potevo salvare allora.
Sono qua, e presto concluderò l’opera, riportando ai mercanti ciò che era loro, sacrificando ai loro scopi tutto quello che servirà sacrificare, compresa la terra che produsse, partorendomi, quella bizzarra invenzione.

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