Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

#41. Pubblicità.

“La pubblicità ha spinto questa gente ad affannarsi per automobili e vestiti di cui non hanno bisogno. Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non hanno veramente bisogno”
[Chuck Palahniuk, “Fight Club”]

Oggi la versione online del Corriere della Sera titolava: “Più di un giovane su tre non fa il lavoro che voleva”.
Il tema in realtà è molto interessante, al di là di quanto possa sembrare a prima vista.

La prima cosa che mi è venuta in mente, infatti, è stata una cosa del tipo: «sticazzi». Esattamente, proprio sticazzi. Perché penso che su 3 persone, di qualsiasi età, sia di gran luna inferiore a 1 il numero di persone veramente soddisfatte del proprio lavoro, e scende a una cifra risibile quello delle persone che fa il lavoro che voleva fare. Se poi pensiamo ad altre epoche storiche (anche recenti… tipo il 1939, o lontane, come il XIV secolo) questo numero diventa quasi imbarazzante. Imbarazzante per un giovane d’oggi insoddisfatto, intendo.

A una seconda riflessione, però, ho iniziato a considerare che in effetti in questo periodo è già tanta manna averlo, un lavoro, e quando lo trovi prendi quello che ti capita, e ti trovi a dover scegliere tra inseguire le tue aspirazioni di carriera, e restare magari senza niente da fare e alle spese dei genitori, e inseguire i bisogni della vita quotidiana e le aspirazioni sociali, tipo guadagnare un’indipendenza economica e un’affermazione personale a discapito del futuro e della possibilità di trovare il lavoro che hai sempre sperato.

Il passo successivo, però, mi ha portato a considerare la curiosa situazione per la quale nella nostra civiltà ci troviamo una grande massa di laureati, anche di buon livello e da buone università, costretta a lavori senza richiesta di professionalità, mentre chi non ha studiato si trova a partire presto in lavori sui quali possono costruire anche una carriera (da garzone a idraulico, elettricista, eccetera).

Dal mio punto di vista considero fondamentale un lavoro “creativo”, nel senso che il mio lavoro deve portare alla creazione di qualcosa, che può essere un disegno, un racconto, un’invenzione, ma anche la creazione di un’azienda – la mia – o di un prodotto. Si tratta in tutti questi casi di lavori che si traducono in un risultato in maniera immediata, e non mediata dal frutto del lavoro (il denaro). In poche parole, vedo il risultato del mio lavoro, e in più produco denaro, mentre se, per esempio, ho un ruolo anche importante ma non di tipo creativo, il prodotto del mio lavoro si traduce per me solo in stipendio. E la realizzazione personale non è solo una mera questione di denaro.

Detto questo, viene da chiedersi cosa abbia spinto le generazioni recenti a credere che:
1) tutti possono diventare dottori;
2) c’è bisogno di così tanti dottori.
Sicuramente la società. Il progresso. I genitori che vogliono offrire ai figli la possibilità di raggiungere un livello sociale più elevato.
E i giovani ci sono cascati.

Ma c’è un altro elemento che ha prodotto questi risultati, ed è la pubblicità. Una pubblicità che ha creato un clamoroso malinteso sociale, mischiando ciò che ti puoi permettere con il diritto di averlo. Un malinteso gravissimo, che da un lato ha fatto credere a tutti di poter diventare medici, scienziati e architetti, come fosse un diritto poi avere un posto di lavoro paritetico col proprio titolodi studio, e dall’altro ha creato la concezione di diritto di avere un iPhone, Sky, una BMW, la barca, eccetera.

Ho una brutta notizia.

Non sono diritti. Sono opportunità, sono aspirazioni. Sei libero di provare a diventare architetto. E hai anche l’opportunità di provarci. Non ti è garantito il diritto di farcel.

Non sono diritti. Sono beni di consumo. Lo vuoi? Te lo puoi permettere? Compralo. Non te lo puoi permettere? Fai senza. In culo alla pubblicità, si vive anche senza tutte quelle cose.
Se glielo spiegherai, lo capirà anche il tuo figlio adolescente. Capirà che non può avere un iPhone, perché non è un suo diritto averlo. In fondo sei tu che devi farglielo capire, fa parte del tuo dovere di genitore.

Grazie al cielo, poi, non tutte le publicità sono così efficaci. Grazie al cielo riusciamo ancora a provare disgusto di fronte a cagate impressionanti come la pubblicità della Sciueps con Uma Thurman. Che poi a me le bevande Sciueps piacciono pure, ma ogni volta che vedo quello spot ho un brivido di raccapriccio creativo. Vorrei frustare con un nove code tempestato di tappi del ginger ale il pubblicitario che l’ha inventata. O quello che costringe la Sandrelli (Dio l’abbia in gloria per Brancaleone alle crociate) a darsi delle pacche sui fiancotti reclamando la resistenza delle sue anche, dopo che ha fatto due scalini e recuperato un pallone. O quello che ci fa pensare ogni giorno a quanta cacca fanno Geppi Cucciari e la Marcuzzi. Probabilmente tantissima, peraltro, e mi hanno scatenato una mania competitiva.
E lasciamo perdere il genio della comunicazione che ha inventato lo slogan per la campagna di Bersani alle primarie del PD. «Si può cambiare qualcosa». Del tipo “per noi andrebbe bene così, ma se proprio volete cacare il cazzo, qualcosina cambiamo”. Dannazione! Tutto dovete cambiare! TUTTO! Avete capito? TUUUUUTTOOOOOOOOOO!!!

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23 pensieri su “#41. Pubblicità.

  1. Vero quello che dici sulle aspirazioni e sui diritti. Nel caso dell’università c’è un’autentica fregatura, però: quando devi iscriverti e con le tue tasse e la tua presenza servi a giustificare l’esistenza dei professoroni, ti convincono che è tuo diritto diventare medico, astronomo, archeologo … solo quando finisci, ti rendi conto che era solo un’aspirazione mentre il diritto era riservato agli amici e agli amanti …

    • Beh, quello è il compito dei pubblicitari, no? Venderti quello che vuole il loro committente, ma facendoti credere che stai comprando quello che vuoi tu…

      Purtroppo ci è stata propinata per decenni un’etica dello studio come via per affrancarsi dalle tribolazioni e dalle difficoltà che hanno afflitto i nostri genitori. Ci abbiamo creduto noi e ci hanno creduto i nostri genitori. Semplicemente non era vero.

      • aggiungerei che le tribolazioni erano più dei nonni che dei genitori, almeno nella mia area geografica. Siamo cresciuti pensando che fosse naturale migliorare il nostro status sociale ed economico perchè i nonni si sono fatti il culo, i genitori molto meno, quindi noi ancora meno. Invece no. E spesso i nonni non ci sono più a capirci, mentre i genitori ammutoliscono di fronte alle nostre difficoltà, che loro non hanno avuto.

  2. Mauro in ha detto:

    Gia che ci stavi potevi mettere una dissertazione sull’origine dell’universo 🙂
    Rispondiamo con ordine
    1) Pubblicità in parte hai gia risposto tu, è legittimo proporre tutto, sta noi decidere quello di cui abbiamo veramente bisogno.
    2) La gran massa di laureati “disoccupati/sottocupati/insoddisfatti” è al netto della crisi è un problema tipicamente italiano (la disoccupazione giovanile era alta anche quando la crisi era più debole o il resto del mondo non lo era), perchè questo per una serie di motivi ma il più grave è che il terziario (cioè il grande settore dei lavori ad alto tasso di conoscenza) è sempre rimasto “collaterale” all’industria e non mai cuore economico pulsante (al contrario di altri paesi), perchè in gran parte è statale o para statale . E questo per una forte miopia sia degli imprenditori (investire in conoscenza è più rischioso che investire in tecnologia che la incorpora) sia dei sindacati (è più difficile sindacalizzare persone con un alto tasso di istruzione) che dei politici (è piu facile trattare con un imprenditore e un sindacato per impiantare/salvare una fabbrica che creare “una macchina” che produca costantemente lavoro)
    Un esempio? Quali sono i “grandi”problemi dell’occupazione? Un miniera di carbone (carbonsulcis) , una acciaieria (ilva), un alluminificio (alcoa), una fabbrica di automobili (fiat), industrie dell’800 che in ogni paese ad economia avanzata sarebbero morte almeno venti o trenta anni fa. Alla fine chi viene tutelato? Il passato (anche se magari anagraficamente ha 30 anni) non certo il futuro (l’ingegneria elettronica, la biomedicina, la genetica etc)

  3. mi sembra che in realtà le istanze prese in considerazione trascurino una cosa. È vero che la pubblicità propina di tutto, ma non sono d’accordo con Mauro sul fatto che lo possa fare. Pubblicità implica che più persone possibili siano a conoscenza di un prodotto che vendo o servizio che offro. distorcere il messaggio nelle maniere più impensabili, utilizzando termini ambigui, messaggi velocizzati sugli effetti collaterali dei farmaci o sulle clausole capestro di contratti telefonici è truffa, ma nell’odierno mercato viene tollerato in nome di una stabilità che è tutt’altro che buona e sicura. L’esempio che Del fa del figlio teenager che scassa il cazzo per l’iphone è emblematico del meccanismo di funzionamento della pubblicità odierna. Prendo di mira un target non maturo e lo riempio di aspettative irrealistiche di modo che faccia pressione su chi i soldi può spenderli, ma non si lascerebbe abbindolare facilmente dai miei spot cazzoni. L’intera categoria dei teenager è nata dopo la seconda guerra mondiale, e sono quasi sicuro che anche i cavernicoli avessero una pubertà. ma agli uomini delle caverne non importava di venderti merda. importava la caccia, e quindi ad un certo punto eri uomo, da un giorno all’altro, con un bel rito di iniziazione. poi quelli più vecchi ti perculavano per anni, ma eri in quella categoria lì. gli adolescenti sono un’invenzione del mercato. È pure normale che questa categoria sia sfruttata anche per spremere ai genitori i soldi universitari.
    riguardo le debolezze strutturali del sistema paese italiano descritte da Mauro, temo di essere in linea di massima d’accordo.

  4. Mauro in ha detto:

    In realtà non cambia nulla Max, il rito di autoaffermazione e/o di accettazione all’interno di un gruppo è il medesimo. Che tu debba abbattere un daino, che tu debba possedere un i-phone nel momento in cui il tuo desiderio “primordiale” di auto-affermazione (sono fico se) o di accettazione (sono tra i fichi se) vuole essere soddisfatto sfrutterai le tue risorse per poterlo soddisfare.

    • L’iphone non è un rito di iniziazione, è una petulanza. È il “voglio il protocromatoplanone playmobil”, il “sarchinatozzo di benten”, il “pluccinasco dei pokemon”.

      • Mauro in ha detto:

        Non credo, si puo discutere del fatto che si sia passato dal “sei quello che sai fare” a “quello che possiedi” ma al di la di questa differenza, il desiderio di appartenenza fa parte di un bisogno di ognuno di noi. Su cui la pubblicità specula? Sicuramente ma non è l’unico bisogno su cui specula. Il bisogno di una sfera affettiva che sia allo stesso tempo “protettiva” rispetto al mondo “esterno” (meglio nota come famiglia) è anch’esso un bisogno umano, su cui speculano per vendere biscotti, pasta e carne in scatola 🙂

      • Quello che intendevo è che non è un oggetto per crescere ma un oggetto paragonabile a un giocattolo. È uno dei tanti. Non è la macchina di quando hai diciotto anni, riconoscimento al fatto che hai la patente (quello sì, invece, un rito di iniziazione verso l’età adulta).

      • Mauro in ha detto:

        Potrà anche essere un giocattolo, però questo non ha nulla a che fare con il “consumo responsabile” nel senso che comunque è “normale” desiderare beni “inutili” tanto è vero che per “distaccarsene” occorre una forte capacità introspettiva (presente i monaci? Ecco loro). Tuttavia si può indirizzare questo bisogno in maniera “sana” nel caso specifico (ipotizzando un budget famigliare in equilibrio) facendo capire che per avere una cosa dovrai rinunciare ad un altra, in questo modo verrà istintivo capire se il “prezzo” è conveniente. Ma questo deve essere chiaro e contrattato prima, è chiaro che si io compro iphone e poi gli dico “no” alle scarpe da 200 € il messaggio che passa non è tanto il “non può tirarne fuori 200 € dopo averne pagati 700 €” ma molto più probabilmente”ne ha tirati fuori 700 € ieri e mo mi rompe le palle per 200 €?”. Siccome il genitore è un monopolista “del denaro” per il figlio puoi fissare il prezzo dello scambio in maniera tale da influenzare molto la sua scelta. Questo partendo dal presupposto che conosci bene tuo figlio e sai per quale motivo nasce quella richiesta. Perchè comunque in qualche modo i bisogni non si possono reprimere più di tanto, se non si vogliono avere guai molto peggiori.

      • Ecco, quest’ultima parte del tuo commento è un punto importante che non era ancora emerso, e che fa parte delle difficoltà maggiori, secondo me, di gestione del figlio.

  5. “Se glielo spiegherai, lo capirà anche il tuo figlio adolescente. Capirà che non può avere un iPhone, perché non è un suo diritto averlo. In fondo sei tu che devi farglielo capire, fa parte del tuo dovere di genitore.”
    Ti stimo. Il calvario secondo me, per i bambini e gli adolescenti, è nato con i paninari, e non è più finito. Le generazioni precedenti erano molto meno esigenti, finchè non erano adulte…

  6. “Se glielo spiegherai, lo capirà anche il tuo figlio adolescente. Capirà che non può avere un iPhone, perché non è un suo diritto averlo. In fondo sei tu che devi farglielo capire, fa parte del tuo dovere di genitore.”
    Qual’è la percentuale dei figli che capiranno?
    Sono d’accordo sul fatto che deve essere il genitore a farlo capire, ma allora la nuova domanda è: qual’è la percentuale dei genitori di adolescenti che sanno che è loro il compito di far capire queste cose?

    • Non ho mai avuto figli, quindi potrei anche sbagliarmi, ma cerco di andare un po’ a logica. Se non ci riesci, considerando che un figlio non nasce adolescente ma ci arriva comunque dopo un percorso di crescita durante il quale i genitori sono la principale fonte di insegnamento, forse in questa fase antecedente hai sbagliato qualcosa.
      Di più: se tu per primo non sei in grado di gestire il tuo denaro e aggiungi rate su rate su abbonamenti a servizi (Sky? Telefonia? Internet? Chiedi al tuo direttore di banca quanta gente che fatica a passare la linea dei venti giorni ha questi servizi, magari full optional), difficilmente sarai in grado di capire ce avere queste cose non è un diritto, ma qualcosa che puoi acquistare se te lo puoi permettere, figurati se lo puoi spiegare ai tuoi figli.

      Quindi, in conclusione, credo che se gli adolescenti che girano con cellulari da 700 € in tasca sono molti, e i genitori ricchi pochi, ne consegue che molti genitori non sono più maturi dei loro figli, e questo va a discapito anche di quelli che lo sono, ma quando in una classe ce l’hanno in 24 su 28 si trovano, forse anche per orgoglio, in difficoltà a spiegare a un sedicenne perché fa parte dei 4.

    • In sintesi, qual è la percentuale di genitori che ha capito che avere tutte queste cose non è un diritto?

      • mi aggancio a quanto detto sopra per chiarire come la penso io in merito. I genitori di cui stiamo parlando sono stati cresciuti dalle aspettative di una società che preme sì tantissimo i loro figli ma ha premuto loro per primi e continua a premerli con messaggi mirati per la situazione (giovane adulto, lavoratore single sposato padre/madre, di nuovo single), ma fondamentalmente sempre uguali “consuma, afferma la tua individualità attraverso il possesso, dimostra a te setsso e a chi tieni che vali”. Mi viene difficile pensare che per come sono abituati a pensare (sempre in termini di raggiungimento di una méta), possano vivere la situazione educativa con parametri diversi. personalmente mi ci metto in questa categoria, anche perchè i figli adolescenti possono questionare la tua gestione del denaro anche se tu spendi 20 euri per i pantaloni e loro pretendono di avere quelli da 120 piotte. lo fanno anche perchè le loro aspettative nei confronti del denaro sono irrealistiche, anche a fronte di una mancanza di esperienza diretta nel suo guadagno/gestione. adesso mi fermo magari dopo continuo, se se ne discute ancora…

      • Beh, completa il discorso, via

  7. Pingback: GOLD, or how Icarus is a fitting metaphor for modern society. | rondini-HF

  8. E le pubblicità confidenziali sul prurito intimo? Ne vogliamo parlare?

    • Se necessario, parliamone. Per me fanno compagnia a: «Uh che puzza… ma la mamma ha un nuovo trucco» e alle onicomicosi, costanti “compagne pubblicitarie” dei miei pasti prima che decidessi di mangiare solo con Focus o DMax…

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