Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

#45. Formazione.

“Canto l’arme pietose e ‘l capitano
che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo.”
[Torquato Tasso, “Gerusalemme liberata”, incipit]

Per un lungo periodo della mia vita mi sono molto interessato alle crociate. È innegabilmente un accadimento (una serie di accadimenti, e di secoli, invero) ricco di fascino. Intanto è medioevo, e questo porta una componente estetica (tra castelli impressionanti come il Krak dei cavalieri Ospitalieri in Siria, e stemmi dorati e vermigli, come le croci di Gerusalemme), poi porta in un solo periodo a confrontarsi tutte le culture e gli stati più potenti dell’epoca (da un lato l’occidente cristiano, con l’Impero, i francesi, gli inglesi, dall’altro gli arabi, e nel mezzo bizantini e mongoli).
Inoltre riunisce alcune tra le figure più importanti della loro epoca, in alcuni casi addirittura di ogni epoca. Penso ad esempio a un imperatore come Federico II chiamato «stupor mundi», un uomo eccezionalmente illuminato che aveva creato una corte di scienziati, medici, letterati, e che nella VI crociata ottenne Gerusalemme attraverso la diplomazia senza versare una goccia di sangue. Ma si sa che i papi dell’epoca non disdegnavano affatto il sangue e così Gregorio IX accettò molto malamente l’esito della cosiddetta crociata. E tra gli altri personaggi di un peso storico pesante come dimenticare il Saladino, che un po’ come Artù per gli inglesi è ancora oggi considerato IL condottiero, IL sovrano illuminato, e si attende un nuovo Saladino per una rinascita araba. E Riccardo Cuor di Leone, a dispetto delle cronache un efferato massacratore e tutt’altro che un re giusto. Insomma, ce n’è per tutti i gusti.
E poi alcune organizzazioni uniche, nate in quest’epoca. Come gli ordini monastico-militari (templari, ospitalieri e teutonici), o la setta degli assassini. E tutto quello che di misterioso e cialtrone ci va dietro, dal graal ai tesori, dalle droghe magiche ai poteri segreti. Roba che Giacobbo ci campa da una vita e andrà avanti a camparci ancora un altro paio di vite.

Potete quindi, infine, immaginare con quanta aspettativa e libidine accolsi la notizia di un venturo colossal di Ridley Scott sulle crociate.
E quindi anche la parziale delusione che ne seguì. E questa recensione/review che segue, un po’ amara, in fondo.

Sarò breve… e spoiler ve ne saranno, e molti. Ma il film è vecchio, non credo ne avrete a male.

Se l’estetica è potente, la veridicità storica dei personaggi è abbastanza corretta, il ruolo è spesso rispettato (quasi sempre) e la cronologia degli eventi pare non fare una piega e gli interventi dell’autore (ad esempio negativizzazione forzata dei templari) sono in ogni caso funzionali alla narrazione e non stravolgimento “ad minchiam”, il vero punto debole delle crociate è però, secondo me, la gestione “romanzesca” dei personaggi, soprattutto di Baliano, e l’inserimento di alcune vicende assolutamente evitabili.
L’eroe del film dovrebbe incarnare i valori cavallereschi, ma è un fabbro. Fin qui niente di male (e di nuovo, già Mallory inserisce un cavaliere di umili origini, Thor, nominato da Artù prima di Galvano, anche se Thor in realtà è di umili origini per finta, fino a che non viene rivelata la sua vera nobiltà, essendo fratellastro di Perceval e Lamorak). Solo che impara i valori cavallereschi praticamente in venti minuti dal padre (che muore di lì a poco) e da un cavaliere tedezko (ke parl tutt kozì) che muore MENTRE glieli sta insegnando. Ma ci può anche stare, se non fosse che tra gli ideali cavallereschi forse il più importante è l’amor cortese, e Baliano tosto lasciata la moglie morta sotto “n” metri di terra perché suicida, e tosto ucciso un prevosto che l’aveva violentata da morta (o almeno così ci lascia intendere Scott), Baliano – giusto il tempo di dire che Dio non gli parla – finisce tra le braccia di Sibilla. Costei è la moglie di Guido Lusignano e pare che un po’ tutti se la facciano passare, ma ella afferma di non essere tra le braccia di Baliano perché annoiata o lasciva.

Scott pare sbagliare i tempi, in questo caso. La scena di sesso non avrebbe dovuto esserci, la donna per l’eroe dovrebbe essere coronamento di un percorso di formazione (e del resto Kingdom of Heaven è una storia di formazione con tutte le funzioni di Propp tipiche delle fiabe al posto giusto), mentre qui la riceve subito. Questo secondo uno schema semplice e classico, ma Ridley Scott dimostra di conoscere molto bene la struttura del romanzo di formazione e della fiaba popolare. Baliano riceve un premio che non merita, in un momento in cui non dovrebbe riceverlo, ma lo prende. Segno che non è ancora pronto, non è ancora nobile al punto giusto? Verrebbe da dire di sì, in quanto POI affronta difficoltà e porta avanti il percorso, per cui la sua mancanza iniziale viene rimediata quando rifiuta di prendere Sibilla in moglie in barba a Guido di Lusignano, anche se questo potrebbe servire uno scopo più alto, in pratica non mente neanche in pericolo di vita e non viene meno al suo codice cavalleresco nemmeno quando questo venir meno (“un po’ di male” dice Sibilla) varrebbe a salvare l’Oriente cristiano (“in nome di un bene più grande”, dice sempre Sibilla, quasi voce narrante di Scott). Alla fine è l’eroe Baliano non solo a redimere se stesso, ma anche a redimere Sibilla, che se all’inizio è archetipo dell’elemento tentatore che fa decadere il protagonista mostrandogli il lato oscuro, la via più facile, poi viene dal protagonista redenta e deve a sua volta rinunciare al suo regno per avere Baliano. In questa chiave si potrebbe inserire anche il taglio dei capelli di Sibilla, che si inserirebbe anche nella nozione storica che ella partecipò all’organizzazione della difesa di Gerusalemme (ma quanto è più debole questa sequenza di quella di “Giovanna d’Arco” di Besson).

Tutto a posto, quindi? No. Quando dico che Scott sbaglia i tempi intendo che la narrazione mette in mano a Baliano fin dal principio uno scopo nobile e alto, che è quello di chiedere il perdono per la moglie suicida. Parte, con questo scopo nobilissimo, e subito lo perde di vista. Troppo breve è il divario temporale ed eventizio. Troppo poco il tempo che passa con Sibilla perché questo non venga percepito dall’osservatore come il segno che Baliano non è cavalleresco per niente. Carica troppo negativamente il personaggio, calca troppo la mano, ne consegue un distacco troppo immediato dal protagonista (e uno scarso interesse poi per le sue vicende emotive e perdita di pathos del film).

Sbaglia ancora i tempi, Scott, quando ci presenta un potenzialmente splendido gruppo di personaggi (il seguito del padre di Baliano) ma ce li toglie subito, senza darci il tempo di affezionarci e quindi senza farceli rimpiangere (altra occasione persa per caricare il film di pathos). Li sostituisce un nuovo gruppo, gli attendenti del padre in Terrasanta, che non regge il confronto. Chi ne ricorda facce compiti e ruoli?
Buona, invece, secondo me, la presentazione di Guido di Lusignano, mentre addirittura grottesco Reginaldo di Chatillon, che sfocia spesso nel ridicolo. Diventando ridicolo, e non un pericoloso figlio di amena porca, sappiamo subito che non è lui che può essere un pericolo per il protagonista, quindi c’è perdita di efficacia di uno degli antagonisti e nuovamente una perdita di pathos del film.
Personaggi come Tiberias e il re Baldovino V sono invece “aiutanti” interessanti, anche se il vero e incontrastato signore della scena, personaggio ricco di carisma, di fascino, di personalità in ogni singola, piccola scena in cui compare, è il Saladino. Finto antagonista, nel senso che è poi lui a far definitivamente crescere Baliano, a mettere la ciliegina sulla torta con la trattativa finale, e lo si capisce fin dall’inizio che sarà lui a farlo. Mi viene da pensare al ridicolo Dario di “Alexander”, “interpretato” da Ratz Degan, assolutamente patetico e credibile come una mosca fucsia (o come accidenti si scrive).

Concludo, quindi, criticando l’aspetto della gestione emozionale dei personaggi. “Il gladiatore”, “Braveheart”, ma anche un meno pretenzioso “King Arthur”, da quel punto di vista sono di un altro pianeta. Un pianeta migliore, beninteso.

Vi segnalo un testo (che mi sono già procurato ma devo ancora leggere) che potrebbe fornire un punto di vista interessante sulle crociate, o almeno su una di esse: “L’ indignazione di un poeta-crociato. I versi gnomici su Acri”, curato da M.G. Cammarota ed edito nella sempre fenomenale Biblioteca Medievale di Carocci, che raccoglie la testimonianza del poeta-crociato Freidank, particolarmente deluso da ciò che vedeva nella crociata degli scomunicati del 1228.

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17 pensieri su “#45. Formazione.

  1. Mi permetto di criticare la chiusura. Braveheart e Il gladiatore sono films dove la crescita dell’eroe è pari ad uno sputo nel lavandino, il nemico non sono mai i propri limiti ma sempre dei tamarri pezzentissimi e cattivi. King arthur è già molto meglio, ma secondo il canone di critica da te proposto, sti tre films non presentano lo stesso percorso

    • Con “gestione emozionale” mi riferisco alle emozioni che i personaggi suscitano nello spettatore. Da quel punto di vista, anche se meno approfonditi, Maximus e Wallace danno comunque parecchia merda a Baliano e Sibilla…

      • Topus in ha detto:

        Non ho visto le crociate, ma ho visto Braveheart e il Gladiatore. A mio parere questi film hanno con successo riproposto il genere epico (o parte di esso). Tieni conto, Tala, che non sono film che cercano di muovere un dibattito etico, non si muovono su confini morali sfumati e non cercano di enucleare nuovi e giovani concetti. Non sono film intellettuali, insomma. Sono opere epiche che si rivolgono a qualunque essere umano (e in particolare utilizzano meccanismi narrativi familiari al mondo occidentale). Braveheart ha pretese un po’ più storiche e porta l’emotività su un piano più collettivo che individuale; la libertà di un popolo, la reazione contro un’azione oppressiva, l’orgoglio identitario e quelle balle lì. Il personaggio di Wallace è forse un po’ troppo stucchevole nella sua positività (risente un po’ della sindrome dell’eroe perfetto alla Tom Cruise), ma non è creato per mostrare un percorso interiore del personaggio, è creato per veicolare un sentimento collettivo. Il film è comunque riuscito, certo molto condito di clichè, ma ben fatti, e tutto sommato in grado di soddisfare il pubblico generalista degli anni ’90.
        Il Gladiatore è un filmone, per me. La pretesa di storicità è pressochè nulla, ma come lo era per i grandi peplum del passato. E’ incentrato sulle vicende di un personaggio, Maximus, e veicola emozioni puramente individualiste. La storia di un eroe. Recitato in modo molto teatrale, alla vecchia maniera (con un doppiaggio di Ward di livello stellare). La storia di Maximus è forse semplice, ma non per questo manca di intensità. La colonna sonora è mostruosa. E il cattivo non è così pezzente come sembra. Commodo, è vero, è tratteggiato come un’attention whore, sfigato, perdente, non amato dal padre e disturbato, ma non è un bamboccio e agisce anche con decisione. Organizza con lucidità il complotto per prendere il potere ed eliminare, maximus. Fa leva su Domitilla, con una lucida spietatezza (ricordi la storia dell’imperatore Claudio e dell’apetta industriosa? Fa paura quando lo dice).
        Braveheart 6,5/7 (quando è uscito anche di più, ma il tempo è passato), il Gladiatore 8 (gran film e me lo guardo ancora volentieri), King Arthur 8, ma si tratta di un film molto meno epico per il grande pubblico, meno per tutti, insomma.

      • Cestinante in ha detto:

        Eh beh, se mi provochi sul discorso voti, non posso che abboccare come una carpa qualunque!
        Braveheart 7
        Le Crociate 7 (è inferiore come trama e gestione emozionale, ma visivamente resta magnifico)
        Il Gladiatore 8 (concordo su tutta la tua disamina, a parte il doppiaggio di nonsocchiccazzo che sinceramente mi era sfuggito…)
        King Arthur 8.5 (emozionante al livello degli altri, inoltre è la prima volta che un film del tipo “la vera storia dietro la leggenda” propone una storia interessante, plausibile, con colti riferimenti nascosti, insomma, come dici tu, non è solo un blockbuster).
        Ci aggiungo anche un bell’8 per Giovanna d’Arco di Luc Besson e un 6.5 per Tristano e Isotta.
        E un 6 per Troy, che è inaccurato e zarro ma ha qualche bel personaggio e qualche bella scena. E un 5 per Alexander di Oliver Stone che per quanto accurato è piacevole come un ragno violino infilato su per, uhm, per… beh, dovunque… Dario a Gaugamela mi fa venire ancora la nausea come se fossi incinto.

  2. Luca in ha detto:

    Le Crociate è stato un film così memorabile che ci volevi tu a ricordarmi di averlo visto al cinema! L’avevo rimosso… ^^’

  3. Mai fidarsi dei colossal americani! ^_^ Che si basino sulla storia o sull’epica o su qualche libro santo… è davvero molto raro che non si lascino prendere la mano dal bellone e dalla bellona di turno!

    • Mi viene in mente Troy, che è riuscito a far strappare i capelli dalla disperazione a una mia amica invasata di Omero.
      La cosa curiosa e che ogni volta mi suscita perplessità è che investendo quattro soldi in uno studente (neanche un professore) di storia o mitologia potrebero evitare almeno gigantesche troiate. Basterebbe così poco.

      • Luca in ha detto:

        Le troiate ci sono perché sono commerciali!
        Soprattutto dal punto di vista americano, un film non deve essere attinente all’opera originale, deve soprattutto essere vendibile (che poi venda è un altro par di maniche).

      • Ti pongo però un’obiezione che pongo a tutti quelli che mi dicono questa cosa. In “La mummia” ci sono due personaggi, interpretati da Rachel Weisz e Patricia Velasquez, che sono la reincarnazione rispettivamente di Nefertiti e Anksunamun. Storicamente la prima è la madre della seconda. Nel film la seconda è la moglie del padre della prima. Imhotep, invece, che nel film è il gran sacerdote del faraone, era un architetto vissuto 1300 anni prima delle due donne, famoso per essere (probabilmente) l’autore della piramide più antica conosciuta.

        Ora, è vero che il film da queste sparate non trae peggioramento, ma nemmeno giovamento. È vero che gli autori hanno messo in buona sostanza nomi che suonavano egizi e nulla più, la storia è inventata, ma perché fare questo pasticcio quando con due soldi a uno studente avrebbero ANCHE potuto mettere la cosa un po’ a posto SENZA peggiorare il film?

      • Sì ricordo Troy… andai a vederlo con un gruppo di amiche e… sembrava che stessimo vedendo un film comico… non smettevamo più d ridere! O_o
        No era fantastico… dai Lunghi capelli biondi di Achille e al segno dell’orologio sul braccio di non mi ricordo chi… alle lettere (su carta … e pure invecchiata) e le mappe scritte in inglese, e queste ultime stampate in Times New Roman… mah!

      • E poi le monete sugli occhi dei morti (gli achei ne mettevano una in bocca), e la proskynesis, la genuflessione, che era decisamente impossibile da vedere nel campo acheo, visto che i vari capi erano re, pari tra loro, di diverse città, e che ognuno poteva in qualsiasi momento cambiare idea, prendere e tornarsene a casa…

  4. Luca in ha detto:

    Sono nomi relativamente conosciuti, non per i personaggi, ma perché – anche di sbieco – ti capita di sentirli nominare… poi, a voler essere sinceri, con un film così, pensi che lo spettatore medio vada a documentarsi?

    Semplicemente, anche a costo zero, non vale la pena creare qualcosa di coerente con la realtà storica, praticamente è fuori dal contesto del film.

    • Vero. Ma se con 150 € in più (su un budget milionario) posso alla radice avere anche una affascinante verosimiglianza storica, è così inispensabile risparmiarli?
      Voglio dire, se la destoricizzazione è funzionale alla narrazione, ben venga, ma se non lo è, qual è il pro?

      • Luca in ha detto:

        Ecco, a te interessa la verosimiglianza storica… ma per un film che non ne ha credo che agli autori interessi più il fatto che il nome suoni bene.

        Immagino la scena:
        Autore 1: “come lo chiamiamo il cattivo?”
        Autore 2: “deve avere un nome che suoni bene per un sacerdote/mommione dell’antico Egitto, mica facile sai?”
        Autore 1 (digita “nomi dell’antico Egitto su Google): Imothep!
        Autore 2: “fico, suona imponente e subdolo allo stesso tempo!”
        Autore 1: “però era un architetto…”
        Autore 2: “ecchissene, suona BENE!”
        Autore 1: “cacchio, hai ragione, mica abbiamo usato basi storiche per il nostro action movie cazzone!”

        E vissero tutti felici e contenti, il pubblico ignaro è convinto che Imhotep sia stato un sacerdote, però magari col film cazzone si è divertito (io non l’ho retto tutto, sorry)

      • Tutti felici e conteti tranne me… e altri cazzoni come me, che con 15 € in più saremmo stati contenti come tutti gli altri

  5. Luca in ha detto:

    Il fatto è che questi “cazzoni” sono fuori target e contano meno dello 0,0001 % di quelli che vanno a vedere il film, il fatto è che si tratta di opere (La Mummia, non Troy che è semplicemente la riscrittura cazzona di un’opera esistente) che non pretendono di avere basi storiche, ma di appagare il mercato mainstrea di cui evidentemente non fai parte 😉

    Le possibili alternative sarebbero due: fai la ricerchina del sacerdote che meglio si adatta alla tua storia (magari trovandoti con un nome ridicolo del tipo Giggidalessiothep), oppure (e qua partono davvero bei soldi) riscrivere la sceneggiatura.

    Alla fine sai qual’è la soluzione (che poi è quella che pratico più di frequente)? Non guardo il film 🙂

    • Topus in ha detto:

      Nel caso della Mummia non ho trovato così fastidioso l’utilizzo fuori contesto di famosi nomi storici. La storia è palesemente pulp e non storicizzata, per cui l’atteggiamento alla visione si pone già molto meno critico. E posso immaginare il meccanismo dietro alla scelta dei nomi, secondo me non poi così alla cazzo. Ci vogliono nomi che suonino egiziani, i più famosi (per il grande pubblico) sono Ramses e Tutankamon, ma sono nomi da faraoni e soprattutto sono troppo legati a precisi personaggi storici, non van bene. Anche Seti e Tutmosis non vanno bene, non sono legati ad un personaggio specifico, ma sono comunque nomi da faraoni (e infatti il faraone della mummia si chiama Seti I, con un ordinale che ci riporta a tempi antichissimi, col meccanismo del “c’era una volta, tanti anni fa”).
      Prendiamo nomi non da faraone. Nella letteratura per il grande pubblico ci sono Taita (wilbur smith) e Sinuhe, però sono legati a personaggi specifici di romanzi. Non van bene. Prendiamo altri nomi, Horemeb (bello), Ay (troppo corto e sembra un’esclamazione), Imothep (bello). Horemeb o Imothep non sono male. Testa Horemeb, croce Imothep. Flip! Cling! Croce. Imothep. Bene.
      Per le donne? Un nome con Nefer e vai sul sicuro. Nefertiti o Nefertari? Flip! Cling! Nefertiti. Però per l’altra cambiamo nome, Nefertiti e Nefertari si confondono. Hatshepsut? Scherzi? Impronunciabile. Ank-sun-amun? Mmmm. Suona bene, molto egiziano. Bon, andata. (Che poi mi piace che nel finale Imothep la chiami Anek-sun-amun, con una pronuncia diversa dall’inglese, con poco ha creato un effetto antico egizio). In definitiva i nomi richiamano quelli di personaggi storici (non così famosi per il grande pubblico), però è anche vero che non sono stati gli unici a chiamarsi così. Nomi composti con Nefer (bella) sono piuttosto comuni e anche Ank sun amun è un composto che immagino sia stato utilizzato spesso (vita e amon saranno state parole utilizzate spesso, presumo). Inoltre durante il film si sente parlare in antico egiziano, che magari sono parole sparate alla cazzo, ma secondo me hanno investito due soldi per chiedere ad un filologo di tirar giù tre righe verosimili.

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