Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

«Lete»

Quando l’estate finisce e si tuffa, come fosse in una zona di subduzione tra placche tettoniche, sotto il prepotente autunno, ecco, divento di cattivo umore. Quando poi mi rendo conto che anche l’autunno comincia a zoppicare, e patisco per il primo raffreddore, beh, mi viene addosso una spasmodica voglia di primavera, così spasmodica che sembra non possa crescere ulteriormente. E invece cresce, cresce fino a metà marzo. E così, rileggendo l’incipit di questo vecchio racconto, ho riprovato la sensazione del primo sole di primavera, e al pensiero di quanto è lontano mi è venuto il magone… Ma sì, diamine, c’è di peggio, ma quanto aiuta la primavera a sopportare il “di peggio”…

Camminare è bello, soprattutto in una giornata primaverile, con quella deliziosa fibrillazione delle molecole, nota come “calore”, che toglie dalla noia dei cappotti la nostra pelle.
Soprattutto se lasci da parte i pensieri e puoi concentrarti, in modo da apprezzare come i centri nervosi periferici siano piacevolmente solleticati dalla nuova stagione.
Soprattutto se la tua mente è serena e di indole ben disposta verso il mondo, se sei recettivo e sai cogliere l’animo nuovo che luccica negli occhi delle ragazze lungo il corso, finalmente allegre farfalle con nuovi colori e nuova voglia di essere vive.
Soprattutto se non hai ricordi di precedenti primavere e, così, riesci a stupirti come se fosse la prima volta per ogni nascita che vedi.
Soprattutto per i primi cinquanta metri, perché la primavera in genere per il fisico è una brutta bestia e perché, comunque, se non hai niente da fare, a continuare a camminare dopo un po’ o ti rompi i coglioni o ti senti un cretino. A quel punto inizi a teorizzare che forse camminare è faticoso e ti viene in mente che una panchina in riva al Po è la tua meta ideale. Non solo, ma non vedi perché perdere altro tempo allontanando il momento in cui graverai con la tua forza peso sul delicato sistema di leve e perni che una qualsiasi panchina oppone all’attrazione gravitazionale terrestre.
Rilassarsi è bello, soprattutto col suono dell’acqua che ti lava via i pensieri superstiti ed ogni raggio di sole che ti dipinge sulla pelle un punto interrogativo, tanto che la tua mente corre lungo il tuo corpo a cercare risposte per tutti quei punti interrogativi, dotandoti di una strepitosa vitalità pur nella quiete più assoluta.
Poco importa se l’acqua, lavandoti via i pensieri, ti ha donato un lascito di fango che rallenta il tuo cervello.
Poco importa se i raggi di sole, passandoti attraverso i vestiti, ti hanno lasciato più nudo e ridicolo di prima.
È proprio in quel momento che diventi un potenziale pericolo per la società, in quell’istante in cui assapori un assoluto assalto da parte della tranquillità.
Certo, perché in quel momento non te ne frega più un cazzo se la tua persona preferita non ti dà ciò che vorresti, se chi ti comanda non ti piace, se “altri” al mondo stanno lottando pro o contro i tuoi valori, sempre che possano definirsi “valori”.
Stai bene, a quel punto, e non solo te ne freghi del resto, ma proprio non ci pensi: non esiste più il resto, ma solo un po’ di fango. Per questo sei un potenziale pericolo, perché hai capito che in fondo in fondo tutto il resto è fango e se tutti seguissero il tuo esempio e ne portassero ricordo nel cuore non esisterebbero le stupide questioni su cui si fonda la civiltà umana nel suo insieme, una civiltà che, sorta cercando di risolvere i suoi due problemi iniziali (mangiare e non farsi mangiare da quel bastardo orso delle caverne) ha creato guerre, isolamento, frustrazione, abbandono, paura dei propri simili e altre mille iatture.
E soprattutto non ha risolto quei due schifosi problemi iniziali!
Cominci quindi a pensare che bisognerebbe mettere centinaia di migliaia di panchine lungo il Po, e che gente come te dovrebbe insegnare agli altri ciò che hai appena capito. Ed è qui ed ora, su questo pensiero, quando hai perso tutta la tua voglia di rompere i coglioni e sei piacevolmente cullato da un abbraccio di nulla e raggi di sole, quando ti rendi conto che tutte le limitazioni che pazientemente ti sei costruito intorno per tutta una vita sono una fumante montagna di letame, in questo preciso istante sei pronto per volteggiare in un cielo onirico alla ricerca della tua stella danzante, sei pronto a trasformare le tue baracche in castelli in aria.
Concepisci appieno la soluzione a tutti i problemi del mondo: è lì, chiara, semplice, quasi ovvia di fronte ai tuoi occhi, facile come una domanda (potresti quasi telefonarla ai topi di Douglas Adams).
Peccato che alla fine della giornata te ne sarai dimenticato e sarai per questo più nervoso. Tornando a casa insulterai un tale che ti ha tagliato la strada, che per questo sarà più nervoso e quando rincaserà se la prenderà con la moglie per la pasta non perfettamente al dente. La signora diventerà più nervosa e la mattina seguente al lavoro se la prenderà con una neoassunta, che poi per il nervosismo non la darà al suo ragazzo che, nervosissimo, romperà i coglioni a suo padre… suo padre: il tuo capoufficio…
E così, da una potenziale risoluzione di tutti i problemi del mondo finirai per crearne uno nuovo per te: ma che importa! neanche ti ricordi che esistono dei problemi al mondo… in uno stato vegetativo di certo non più evoluto di quello delle alghe stai lì a convertire ossigeno in anidride carbonica sulla tua bella panchina in riva al Po, dimenticando soluzioni.
E la tua stella danzante? Neppure vista.
E le tue baracche, i tuoi castelli in aria? Ma quali baracche, ma quali castelli…
Ti accorgerai che forse stare lì un’ora è stato non solo inutile, ma addirittura dannoso, e in quel momento cesserai di essere un pericolo per la società e tornerai a casa in tutta fretta, prima che qualcuno finisca per portarti via, durante la tua assenza, tutte le tue adorabili frustrazioni, le tue confortevoli malinconie, le tue tassative vogliuzze per il sabato e la domenica.

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Un pensiero su “«Lete»

  1. Mauro in ha detto:

    Un asceta e un economista si incontrano alle porte del paradiso…
    L’asceta: “Ho passato tutta la vita a meditare sulla vacuità del mondo, non ho mai prevaricato gli altri, ne recato offesa, ne rubato o mentito, ho chiesto solo quel poco che mi bastava per vivere: un pezzo di pane, un bicchiere d’acqua, il riparo per una notte. Ho sempre trovato chi mi dava quello che chiedevo, lo ricevevo senza sforzo e con gentilezza. Inseguire il benessere materiale è da folli, oggi sono qui senza alcun rimpianto e in pace con me stesso”
    L’economista:”Ho passato tutta la vita a meditare sulle scarse risorse del mondo, per poterle distribuire senza mai prevaricare, recare offesa, rubare o mentire, ho fatto in modo che tutti avessero quel che gli serviva per vivere secondo i bisogni di ognuno, il fatto che vi fosse qualcuno disposto ad offrire un pezzo di pane, un bicchiere d’acqua, il riparo per una notte, senza sforzo e con gentilezza fa si che oggi io sia qui, senza alcun rimpianto e in pace con me stesso”

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