Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

#48. Missione.

Avevo in mente di scrivere tutt’altro, stavo – e sto – lavorando a tre pezzi interessanti. Purtroppo una discussione mi ha traviato, e dovrete aspettare per leggerli.

Prendo infatti spunto per il post di oggi da una serie di considerazioni scaturite da un flame su Facebook. Tutto nasce da un commento sarcastico di un mio amico scrittore sulla nota trasmissione televisiva Studio Aperto, e da alcuni commenti che si scindevano sostanzialmente in due idee di base: chi considerava tale trasmissione come una merda per la vuotezza dei contenuti, e chi invece sosteneva che la vuotezza dei contenuti era nella testa di chi la guardava, e che la trasmissione semplicemente forniva a quella gente ciò che cercavano.

A mio modo di vedere occorre fare una considerazione, che non ha alcuna attinenza con il reale ma solo con l’immaginario, il mio immaginario. Nel mio immaginario ci sono alcuni “mestieri” che si elevano sopra gli altri. Che hanno il compito non già di produrre reddito – che per il lavorante in questo caso non sarebbe primario ma collaterale – ma di elevare l’umanità.

Chiamo questi mestieri missioni.

Il nocciolo della questione sta tutto in quella parola che ho messo in italico all’inizio, “trasmissione”. Perché il vero problema è che Studio Aperto non si pone come semplice trasmissione, ma come telegiornale. E qui comincia a scricchiolare l’idea di dare alla gente quello che la gente vuole. E scricchiola in maniera molto rumorosa, perché non vale solo per il suddetto tiggì dei cciovani, ma per quasi tutti gli organi di informazione. Ma allontaniamoci un attimo e ragioniamo per assurdo.

Se il discorso sui giornalisti che seguono il loro target fosse generalizzato all’estremo ed esteso ad altre categorie, porterebbe alla conseguenza che il politico non deve fare il bene della nazione, ma fare quello che la gente vuole, e se la gente vuole legge razziali dovrebbe cavalcare le paure della gente e dargliele. Invece il politico per definizione si occupa della polis e non del mantenimento del suo stipendio. Il politico dovrebbe generare benessere e progresso, non consenso. Il consenso dovrebbe essere una conseguenza, invece inseguire il consenso immediato non provoca benessere. Chi non si occupa del bene del paese è un politico di merda, o no?
Quindi occuparsi di generazione del consenso all’interno di un movimento politico, significa fare politica o significa piuttosto essere lì a fare qualcosa che non è il nocciolo della questione?

Il discorso si può portare ai medici: conosco gente che non smetterebbe mai di fumare, e spera sempre di trovare un medico che gli dica: «dai, ragazzo, il fumo non c’entra, è colpa del latte che bevi, piuttosto che del tuo colore di capelli o dell’angelo custode che hai, o al più del tempo atmosferico. Continua così, vai benone, al massimo cambia angelo custode». E sicuramente sarebbe il loro medico preferito. E li porterebbe alla tomba.
È un medico di merda?

E parliamo poi degli insegnanti. Il compito di un insegnante è insegnare. Eh sì, banale, eh?
Potrebbe limitarsi a farmi leggere i miei amati paperback di fantascienza, ma invece mi fa leggere Dostoevski. Perché? Perché il suo scopo non è accontentarmi. Di un insegnante che mi fa leggere quello che già leggo non me ne faccio nulla. Un insegnante deve darmi qualcosa, deve aprire i miei orizzonti. Un burocrate che mi presenta un programma preconfezionato senza farmi aprire gli occhi, senza farmi spaziare su nuovi campi incolti, senza farmi conoscere, a cosa mi serve? È un insegnante di merda.

Quindi, infine, nel mio immaginario, che, lo ricordo, non ha alcuna attinenza col reale – sul quale forse non sono così informato – il giornalista ha un compito più alto che portare consenso a questo o quel politico. Per quello ci sono i pubblicitari, per quello ci sono i portavoce. Nel momento in cui i pubblicitari e i portavoce siedono sulle poltrone di direttori di telegiornali e giornali, il sistema crolla. Nel momento in cui si fa felice una parte del pubblico possibile, creando così un target, l’informazione resta parzializzata e non ha più alcun valore universale. Si volgarizza.

È come se un medico si preoccupasse di farmi star tranquillo con le mie sigarette, che a me fanno tanto bene, o se un insegnasse mi consigliasse di leggere quello che già leggo, che è la miglior lettura possibile. Non mi muoverei da dove già sono, e non mi servirebbero proprio a niente.
Il giornalista non mi deve far star tranquillo, ma a calci in culo mi deve far pensare su fatti di cronaca che non voglio leggere. Non mi deve rassicurare che le mie fobie, le mie bassezze, le mie grettezze sono giuste, mi deve mostrare come le cose possono andar meglio se evito di ragionare da idiota. Deve aiutarmi a crescere, come il medico, come il politico, come l’insegnante. Deve dare poderosi, violenti calci alle paratie che circoscrivono la mia visuale.

Questi sono obiettivi ambiziosi, sono missioni.

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6 pensieri su “#48. Missione.

  1. Toh! Durante tutta la lettura non ho potuto fare a meno di pensare al blog “Fiori&Foglie” del TgCom…

  2. Mauro in ha detto:

    Il sistema che produce merda è un buon sistema, significa che nessun organo di controllo si arroga il diritto di stabilire ciò che è merda da ciò che non lo è, questo compito è lasciato unicamente agli utenti/consumatori/usufruitori finali.
    Dopodichè sei un pirla che vuole solo ascoltare quello in cui già credi? Saranno un po un manica di cavoli tuoi. 🙂
    L’importante non è qualcuno che ti dice che il fumo fa bene, l’importante è che ci sia qualcuno che ti dice che il fumo faccia male. Lo stesso vale per il giornalismo, non me ne frega una emerita mazza per quale motivo scrivi (soldi, gloria, superego, servilismo ad un ideologia/azienda/partito, spirito di missione) l’importante è permettere a tutti di scrivere.
    Dopodichè i calci nelle palle in una democrazia te li devi andare a cercare tu, qualunque altro sistema non funziona, perchè ad un certo punto iniziano a darti calci nelle palle solo perchè non la pensi come il calciapalle ufficiale 🙂

    • Ma infatti io non ce l’ho col sistema in cui si può anche produrre merda, ma con i produttori della stessa, e con i consumatori.
      Sono d’accordo che è bene che ci siano, ma non quando diventano maggioritari, perché è indice che il sistema (inteso proprio come insieme di metodo e variabili in esso inserite) li favorisce, e questo non va a vantaggio del progresso sociale.
      E comunque alcune categorie, come i medici, applicano dei meccanismi correttivi che, per esempio, estromettono i ciarlatani dal sistema: questo è possibile perché i ciarlatani non sono maggioritari.

      • Mauro in ha detto:

        Questo perchè le competenze dei medici non sono garantire a livello democratico, tu hai il diritto di curarti come ritieni opportuno non di presentarti come medico.
        Ma se il 95% dei malati si curasse con i cristalli lo Stato democratico non può che adeguarsi (ci sarebbero corsi di cristalloterapia riconosciuti e le cure cristalloterapiche verrebbero passate dal sistema sanitario nazionale.) L’importante è che si continui a “preservare” il 5% (garantendo quindi l’esercizio della professione medica scientifica e l’accesso a questo tipo di servizi), in questo senso la missione di uno stato democratico è “servire” la maggioranza con l’unico vincolo di non “sopprimere” la minoranza.

        Nel caso dell’informazione invece questa si sovrappone al diritto di esprimere il tuo pensiero, poi ripeto se il sistema favorisce queste distorsioni è perchè l’utenza/mercato/fruitore va in quella direzione non il contrario, l’alternativa sarebbe dire che va in quella per poco discernimento dell’utenza/mercato/fruitore e serve quindi qualcuno che dica “alla massa” quello che deve fare, ma questo equivale a negare implicitamente la democrazia stessa.

      • Ma nel campo medico è stato istituito un limite, una linea rossa che divide i medici, capaci o incapaci, da chi abusa della credulità popolare (medegòon, ciarlatani, truffatori… e in Germania anche omeopati). Perché non si può fare questa cosa anche per i giornalisti?

  3. Mauro in ha detto:

    Perchè l’esercizio della “professione” giornalistica si sovrappone al diritto individuale della libera manifestazione del pensiero. Non puoi normare la professione senza andare a ledere il diritto della manifestazione di pensiero, diverso è il discorso “lavoro per un giornale” li puoi creare una serie di vincoli ma non tutti i “giornalisti” sono pagati per farlo, ma spesso il contributo alla professione dei secondi è maggiore di quelli che vengono retribuiti.

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