Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivi per il mese di “novembre, 2012”

Almanacco, XXXVII

Trentasettesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
30 novembre 2012

Siamo nel 1979, e nel giorno del 30 di novembre viene pubblicato uno dei dischi che davvero possono essere definiti mitici. La storia del rock non sarà più la stessa dopo il successo di The Wall, dei Pink Floyd, opera rock nella quale il gruppo diventa un meta-gruppo, e l’alienazione di un cantante diventa la base di uno spettacolo epocale.
Il film, con Bob Geldolf come protagonista, ottiene un successo analogo, e lancia un’iconografia inquietante e di successo, con il muro che si costruisce man mano, i martelli che marciano costruendo temi grafici svasticheggianti, i bambini messi nel tritacarne dal professore che si tramutano in vermi…

Quale altro disco può vantare un impatto del genere sull’immaginario estetico collettivo?
Quale copertina di un disco (a parte forse l’altro mito pinkfloydiano del prisma di The dark side of the moon) è più famosa e ha fatto più storia?
Ebbene, ditemelo: qual è la vostra copertina di disco preferita?

Almanacco, XXXVI

Trentaseiesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
29 novembre 2012

Per l’almanacco di oggi andiamo nel 1832, centottant’anni fa, quando, nel giorno del suo 33esimo compleanno, al filosofo Alcott e a sua moglie nasce la seconda delle loro quattro figlie, Louisa May Alcott, che diventerà famosa con la serie di romanzi per ragazzi di “Piccole donne”.

E la domanda di oggi è: qual è il romanzo per ragazzi che da piccoli amavate di più? Oliver Twist? David Copperfield? Pinocchio? L’isola del tesoro? Oppure Ventimila leghe sotto i mari, o qualche altra meraviglia di Verne?

#56. Zampe.

Un amico scrittore, una volta, scrisse in un forum: “Preferisco quando i gatti non tornano”. Si riferiva al fatto che piuttosto che vederli morire preferiva immaginarli lontani. Preferiva pensare sempre che da un momento all’altro, girando per la città, avrebbe potuto fare capolino da un angolo il crapone di un suo vecchio gatto scomparso da tempo, dopo aver vissuto chissà quali avventure.

E io gli risposi che, al contrario, preferisco quando tornano. Quando tornano, quando muoiono in casa. Perché un gatto che non torna, in realtà, il più delle volte vede l’asfalto da troppo pochi centimetri di distanza, e sente odore di sangue, e male ai denti, e odore di benzina. E sente un rumore assordante, e vede le luci rosse di un’auto che se ne va. E ha sempre più freddo, e non ha una carezza, e nessuno a fargli compagnia prima dell’ultimo viaggio. Non ha il suo cuscino, la sua ciotola, né quello strano animale scodinzolante che a volte gli fa paura ma non gli ha mai fatto del male, e che lui a volte si diverte a torturare.
E ha paura, non sa perché ma ha paura. Una fottuta paura.

E non è che la mia immaginazione non sia in grado di inventare avventure e strade da esplorare e gatti randagi da sopraffare. Ci riesco. Ma non mi convinco, e vedo l’asfalto. E sento l’odore delle gomme.
Quindi sì, preferisco quando tornano, e preferisco prendermi la mia parte di dolore per un piccolo compagno di viaggio con le zampe.

Ho cani. Ho un gatto. Ho un furetto. E ho avuto contatti con i criceti (la mia compagna li ha avuti per anni, l’ultimo ci ha lasciati oggi, ciao Pico!). Gli animali domestici hanno da tanti anni un ruolo non trascurabile nella mia vita. Con questo non voglio dire che sono uno di quei cazzoni che trattano gli animali come figli e le persone come animali. Non chiamerò mai un chihuahua Fifì e non gli comprerò un cappottino da trecentottanta euro. Ma mi piace avere gente intorno, e allo stesso modo mi piace avere animali intorno.

E quindi ho un occhio di riguardo per gli animali domestici nei film e nei racconti, nella letteratura e nella leggenda, nella storia. Esercitano in me sempre un certo fascino. Mi commuovo sempre con la storia del falcone di Federigo degli Alberighi, nel Decamerone. E trovo sempre esaltante la vicenda dell’animale “domestico” di Ivano, nientemeno che un leone.
E anche nella fiaba popolare, il gatto con gli stivali ha sempre goduto dei miei favori.
E non parliamo di Jack London! Anzi, no, parliamone, perché Zanna Bianca e Buck sono personaggi che sanno dare emozioni fortissime. Fortissime.

E mi piaceva assai Pip, serpente volante di Flinx del Commonwealth galattico, saga di fantascienza di Alan Dean Foster.

Passando poi alla cinematografia, che dire dei quattro bassotti per un danese del film Disney? E il gatto venuto dallo spazio? E poi da piccolo guardavo i film di Beniamino, un cagnolino estremamente intelligente che trovava soluzione a un sacco di problemi, e c’era un film Disney in cui un pastore tedesco, un gatto e un vecchio cane bianco riuscivano a ritrovare la via di casa con un viaggio di centinaia di kilometri attaverso le Montagne Rocciose (se qualcuno ne ricorda il titolo, mi fa un favore…). E di furetti ce ne sono almeno un paio, da quello di “Taron e la Pentola magica” a quello di Schwarzenegger in “Un poliziotto alle elementari”. Di criceto ricordo quello teledipendente in “Bolt”. E Caramello, in Meterra, romanzo di Andrea Cisi, che è poi lo scrittore di quel forum di cui ho scritto all’inizio del post…
Non sono mai stato, invece, un fan di Rin Tin Tin, Lassie o Flipper. Ma se vogliamo considerarlo una specie di animale domestico, beh, Gizmo, diamine, Gizmo sì.
E Garfield, e Isidoro, e Snoopy & Woodstock: eccellenti, sì, eccellenti, ma potrei adare avanti in eterno, così è tempo di fermarsi, di rallentare, di cedere il passo.

A voi, naturalmente. Qual è l’animale domestico che preferite, nella letteratura, nella storia o nella leggenda?

La novella di Federigo degli Alberighi è raccontata da Fiammetta nel quinto giorno, nona novella. Ovviamente mi riferisco al Decamerone del Boccaccio.

La vicenda del leone e di Ivano è narrata in Ivano o il cavaliere del leone, di Chrétièn de Troyes.

Almanacco, XXXV

Trentacinquesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
26 novembre 2012

Salto carpiato indietro nel tempo, all’epoca delle guerre civili che nell’arco di un secolo portarono Roma dalla Repubblica all’Impero. Dopo l’esperienza delle guerre tra Mario e Silla si decise che due uomini al comando inevitabilmente erano troppi, e finivano per gonfiarsi di botte, a discapito dello stato. Così, con astuta mossa, si decise di passare a tre, con i famosi triumvirati, nei quali il terzo non contava una fava. Nel primo triumvirato, accanto a Cesare (il divo Giulio, il primo, intendo) e Pompeo (magno), c’è Crasso.

Nel 43 a.C., il 26 di novembre, si forma il secondo triumvirato, che unisce Marco Antonio, Ottaviano e Lepido. Qualcuno dai tempi di scuola o dalle fiction ambientate a Roma ricorda bene chi fosse Lepido? (senza Wikipedia o Google, per favore).
E c’è qualche altro “secondario” che emerge dalle tenebre della storia e che secondo voi avrebbe meritato maggior considerazione? Che ne so, Asdrubale Barca, fratello di Annibale. O Anne Brontë, la terza sorella scrittrice, quella che non ricorda mai nessuno. Oppure Angelo Colombo, l’unico titolare del Milan di Sacchi caduto nell’oblio.

Almanacco, XXXIV

Trentaquattresima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
24 novembre 2012

Oggi è giorno densissimo di anniversari, ma sappiate che avrete comunque uno ed un unico almanacco. Fatevelo bastare, già.

L’anno che andiamo a rimembrare è il 1859, quando il giorno del 24 novembre escono, e vanno immediatamente tutte esaurite, le 1250 copie della prima tiratura de L’origine delle specie di Darwin. Sono passati 153 anni.

Oggi il fatto che le specie non sono immutabili, ma nascono come evoluzione di specie precedenti, si evolvono in nuove specie, o magari si estinguono, è un fatto accettato persino dalla Chiesa e dai pokemon. E quindi eccoci qua a porci la domanda quotidiana.

Dato che praticamente tutti hanno avuto da piccolo un dinosauro o un animale preistorico preferito, qual era il vostro?
E avete anche qualche predilezione per qualche animale estinto in epoca più recente?

Almanacco, XXXIII

Trentatreesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
23 novembre 2012

Oggi compie gli anni un oggetto straordinario, un oggetto che i ragazzi sui 25 anni di oggi non hanno praticamente mai visto nella sua forma classica. Un oggetto che, non ci crederete, ma ha la bellezza di 131 anni: il juke box.

E siccome il juke box conteneva dischi, ecco che vi lancio la domanda di oggi.
Dovete riempire un ideale juke box con:
1) il disco che va assolutamente salvato in caso di distruzione del pianeta terra;
2) il disco che avete acquistato che vi ha dato più soddisfazione perché “l’avete scoperto voi”;
3) il disco che avete acquistato in un momento di follia e di cui più vi vergognate.

Fiato alle casse.

Ecco i miei:
1) Pink Floyd, “The dark side of the moon”
2) Sonata Arctica, “Ecliptica”
3) 883, “La dura legge del goal” (non sfottete, che già mi vergogno)

Almanacco, XXXII

Trentaduesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
22 novembre 2012

È il 1718, in un arrembaggio perde la vita (anzi, schiatta, perché la gente come lui schiatta, mica perde la vita) il pirata inglese Edward Teach, famoso con il nome di Barbanera. E io non ho neanche la più vaga idea di chi minchia sia e di per quale strafava imperiale sia famoso.

Ma non importa assolutamente nulla, perché è solo la scusa per parlare di pirati, bucanieri, filibustieri e corsari, e chiedervi con questo almanacco fast & furious se c’è un personaggio piratesco particolarmente caro al vostro cuore, sia esso un personaggio storico, leggendario, o romanzesco.

Naturalmente mi riferisco a quelli classici, non ai pirati moderni che assaltano le petroliere nel golfo di Aden, e nemmeno ai pirati informatici o al partito berlinese.
Quindi avanti di Corsaro Nero, Sandokan, Bill Turner, Silver, Morgan, Francis Drake, Capitan Uncino…

Almanacco, XXXI

Trentunesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
21 novembre 2012

Il 21 di novembre sta per finire, ma sono ancora in tempo, pur sul filo di lana, per buttare in circolo sulla rete un almanacco.

Già, perché ieri sera sono andato con la mia compagna Fiore, e un amico, il Mucco, al cinema, a godermi un sontuoso concerto (sì, questa moda dei concerti storici riproposti al cinema non mi dispiace, a gennaio andrò a vedere i Doors): il live at Budapest del 1986 dei Queen, uno dei primo (o proprio il primo) concerti di una rock band occidentale oltre-cortina. E sentire cantare I want to break free da 80.000 ungheresi – che solo trent’anni pima avevano avuto i carrarmati sovietici per strada – mi ha fatto un certo effetto.

E oggi è il 21 di novembre, e si celebra il 37° anniversario di uno dei dischi più epici dei Queen, quell’A night at the opera che contiene anche Bohemian Rhapsody, una delle canzoni più geniali di sempre. Quindi, che dire, Freddie, non so se puoi sentirci, ma di sicuro possiamo ancora sentirti noi, e porcavacca se è un gran bel sentire!

E ora la domanda. E siccome mi ero dimenticato di scriverla e l’ho aggiunta post pubblicazione, faccio ammenda dei peccati della mia memoria porca e laida e dando il buon esempio rispondo io per primo. Visto che spesso la musica resta legata a dei momenti e a dei ricordi, avete qualche particolare ricordo legato ai Queen?
Il mio ricordo risale a quando da piccoletto andai coi miei alla Fier di Milano – Grafitalia, e c’era allo stand della Man Roland una macchina da stampa lunga dieci metriche andava al ritmo di A kind of magic.

#55. Giocavano.

Lo ricordo come fosse accaduto ieri, e invece era una mattina di parecchi anni fa. Ma parecchi, sul serio. Più di venticinque, più di un quarto di secolo.

È uno dei ricordi più vividi dei tempi delle scuole elementari. Insieme a una gomma bianca e grigia che avevo in mano mentre stavo piangendo ancora qualche tempo prima (non ho altri grandi ricordi di quell’evento, è un’immagine che ho in testa). Insieme a un adesivo della bandiera della CEE regalatoci dalla maestra (che aveva un fratello giornalista a Strasburgo). Insieme al primo giorno di scuola, quando dopo un paio d’ore volevo mangiare la merendina che mi aveva dato la mamma, perché avevo fame e nessuno mi aveva detto che c’era l’intervallo, per mangiarla, e all’appunto della maestra (“mangi dopo, con tutti gli altri”) mi chiedevo se dovevo aspettare che avessero proprio tutti fame.

Il ricordo in questione è un po’ più recente degli altri, è infatti legato a uno degli ultimi giorni della quinta, è legato agli esami. Che adesso, mi pare, più nemmeno esistono.

Ricordo che avevo un compagno di classe – che chiameremo Gianlupo – che aveva fin lì offerto un esame… come dire… poco brillante, e arrivati all’interrogazione gli venne chiesto che argomento aveva preparato. Lui rispose con una certa titubanza: «i romani». Quelle furono le ultime due parole di senso compiuto che disse Gianlupo in quella circostanza. Ma soprattutto, ricordo una maestra (non la nostra, non si usava che ti facesse gli esami la tua maestra) che per “aiutarlo” lo incalzava con domande che volevano sembrare amichevoli, del tipo «dicci qualcosa», «qualcosa saprai», «cosa ti piace dei romani», «che giocattoli usavano».
Ecco, lì si interrompono i miei ricordi sull’esterno, e si volgono interamente al mio interno, a quello che ho pensato io.

La domanda era interessante e apriva un mondo al di là del nozionismo del sussidiario: la storia poteva non essere solo una sequenza di guerre, di conquiste, di piramidi e papiri, ma anche vita quotidiana, cibo, vestiti, giocattoli. E poi, la ricordo bene, una sensazione di disagio, quella che ti dà una forte ingiustizia alla quale sei troppo piccolo per opporti. Come poteva Gianlupo rispondere a quella domanda? Non ne avevamo mai parlato in classe, non c’era sul sussidiario, non avevamo fatto alcuna gita in cui fosse comparso un giocattolo romano come per magia, a darci un’indicazione. Era un’autentica domanda del cazzo, alla quale forse nemmeno in un esame universitario, se non specialistico, e se non per culo, uno studente avrebbe potuto rispondere. Figuriamoci Gianlupo, che già non sapeva una mazza di niente di quello che c’era scritto sul libro.

La domanda era del tutto ininfluente. Ma il modo in cui si era chiuso l’esame mi aveva lasciato l’amaro in bocca, perché influente o meno era del tutto ingiusto. Chiudere dopo quella domanda sembrava una cosa del tipo «eh ma se non sai nemmeno questa puoi anche andare a casa», quando era l’unica domanda impossibile fatta fino a quel momento, mi faceva apparire quella maestra come una totale stronza.

Non so se scattò qualcosa nella mente del piccolo me di allora, qualcosa che mi convinse che se nella vita uno non sa un cazzo di giochi è fottuto, ma resta il fatto che nel corso degli anni mi appassionai sempre di più all’argomento, e in particolare ai giochi antichi. Quelli veramente antichi, intendo, non quelli da mercatino tipo le macchinine degli anni Sessanta o i bambolotti delle nostre mamme.
Quelli dei sumeri, invece.

Ricordo così che alle medie volli, volli, fortemente volli in regalo una scatola denominata pomposamente “grandi giochi riuniti”, che radunava grandi classici (tipo dama, scacchi, mulino) a giochi meno noti all’epoca, come la dama cinese, il pachisi, il bellissimo malefiz o gioco della barricata, il reversi, il gomoku/gobang. E volli tanto, ma tanto, al punto da comprarmelo con paghette messe via, una bellissima (beh, dai, bella) tavola di backgammon in valigetta in similpelle, e ci giocai tantissimo con mio padre.
Crescendo iniziai a leggere sulla storia dei giochi, e imparai che qualcosa di quasi identico al backgammon era già giocato dai romani (esistono il gioco della tavola, e il ludus duodecim scriptorum), e che il pachisi era un antico gioco indiano, giocato in grande stile dai maharajà con splendide schiave come pedine. Imparai che i giochi “di corsa”, come il gioco dell’oca o quello dei cavalli, ma anche come il backgammon e il pachisi, avevano illustrissimi antenati antichi nelle civiltà più ammirate: gli egizi avevano il senet, i sumeri il gioco reale di Ur.

Arrivò anche il momento in cui mi resi conto che i regolamenti di questi antichissimi giochi non potevano che essere “interpolati”, che è una parola magnifica per dire “inventati di sana pianta”, e questo mi causò un po’ di disullusione: avevo davvero a che fare con i sumeri o solo con un buontempone che aveva trovato un antico artefatto e non aveva resistito alla tentazione della scoperta completa, ovvero il regolamento, e aveva finito per inventarsi la parte mancante. Poco importa, in realtà, perché la sacralità del gioco reale di Ur (o di come diavolo lo potessero chiamare i sumeri) gliela diamo noi, per il suo appartenere a quell’epoca. Se penso alla sacralità che avrà un giochino da happy meal ritrovato magari tra 5000 anni mi vengono i brividi…

Resta il fatto che comunque quel gioco ci parla. Ci dice quanto l’idea di gioco sia antica (connaturata nella stessa essenza del mammifero, se consideriamo che moltissimi mammiferi giocano), e quanto sia antica la voglia di darsi delle regole nelle quali circoscrivere il gioco (e già questo è più recente), creando un sistema nel quale muoversi. E anche l’inclusione dell’elemento randomico, che probabilmente (questo sì) conferiva una certa sacralità, inducendo gli dei a prendere delle decisioni nel come far cadere il dado, per far sì che vincesse l’uno o l’altro, e quindi trarre l’auspicio di chi era veramente il favorito dagli dei, beh, lo trovo davvero affascinante.

Bene, considerando a questo punto che praticamente tutti i popoli antichi giocavano, qual è tra i giochi antichi il vostro preferito? Amate gli scacchi e in generale i giochi di cattura? Il backgammon e i suoi emuli basati sull’arrivare prima? I giochi di controllo del territorio, come il reversi o il go? Oppure i molti parenti del mancala, o wari, il gioco africano, praticato con sassolini e buche nel terreno, oppure vecchi telefonini Nokia?

Vi segnalo “Il grande libro dei giochi” di Paolo Pietrasanta, volume massivo che offre una buona panoramica sui giochi di carte e da tavolo. Per giochi da tavolo si intendono qui i cosiddetti astratti tradizionali, non i giochi in scatola tematici moderni.

Almanacco, XXX

Trentesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
19 novembre 2012

Buona settimana a tutti dal Canneto di Eridu. Stamane, galleggiando qua e là per le chiare acque del canneto, tra grilli e rane, ho visto i raggi del sumerico sole riflettersi su una bottiglia, e all’interno ho trovato un messaggio scritto da un marinaio a ricordo di quando, nel 1493, proprio il 19 di novembre, un notissimo europeo dopo aver tentato di buscar el levante por el ponente inciampò in un’isola che battezzò San Juan Bautista. Divenne poi Puerto Rico. Il fatto che proprio in questi giorni Puerto Rico abbia votato dopo anni per l’incorporazione come cinquantunesimo stato degli Stati Uniti d’America, mi ha fatto venir voglia di dedicargli questo post (e tra l’altro uno dei miei giochi in scatola preferiti si chiama proprio Puerto Rico).

Ora, la questione adesso è: come diavolo faranno a farci stare la cinquantunesima stella nella “Stars and stripes”, visto che 51 è numero primo e poco si presta alla scomposizione in linee?
E poi, vi piacciono le bandiere che richiamano nella simbologia l’originaria frammentazione del territorio? A me non molto, anche per l’Unione Europea preferirei avere un’unica stella dorata al centro, invece di dodici, per simboleggiare un unico grande paese… e anche per non dover aggiornare ogni anno le stelle…

Ma la domanda vera e finale di oggi è: qual è la vostra bandiera preferita? Valgono tutte le bandiere terrestri passate e presenti, anche di territori non indipendenti, ma non valgono fictional flags.

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