Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

#55. Giocavano.

Lo ricordo come fosse accaduto ieri, e invece era una mattina di parecchi anni fa. Ma parecchi, sul serio. Più di venticinque, più di un quarto di secolo.

È uno dei ricordi più vividi dei tempi delle scuole elementari. Insieme a una gomma bianca e grigia che avevo in mano mentre stavo piangendo ancora qualche tempo prima (non ho altri grandi ricordi di quell’evento, è un’immagine che ho in testa). Insieme a un adesivo della bandiera della CEE regalatoci dalla maestra (che aveva un fratello giornalista a Strasburgo). Insieme al primo giorno di scuola, quando dopo un paio d’ore volevo mangiare la merendina che mi aveva dato la mamma, perché avevo fame e nessuno mi aveva detto che c’era l’intervallo, per mangiarla, e all’appunto della maestra (“mangi dopo, con tutti gli altri”) mi chiedevo se dovevo aspettare che avessero proprio tutti fame.

Il ricordo in questione è un po’ più recente degli altri, è infatti legato a uno degli ultimi giorni della quinta, è legato agli esami. Che adesso, mi pare, più nemmeno esistono.

Ricordo che avevo un compagno di classe – che chiameremo Gianlupo – che aveva fin lì offerto un esame… come dire… poco brillante, e arrivati all’interrogazione gli venne chiesto che argomento aveva preparato. Lui rispose con una certa titubanza: «i romani». Quelle furono le ultime due parole di senso compiuto che disse Gianlupo in quella circostanza. Ma soprattutto, ricordo una maestra (non la nostra, non si usava che ti facesse gli esami la tua maestra) che per “aiutarlo” lo incalzava con domande che volevano sembrare amichevoli, del tipo «dicci qualcosa», «qualcosa saprai», «cosa ti piace dei romani», «che giocattoli usavano».
Ecco, lì si interrompono i miei ricordi sull’esterno, e si volgono interamente al mio interno, a quello che ho pensato io.

La domanda era interessante e apriva un mondo al di là del nozionismo del sussidiario: la storia poteva non essere solo una sequenza di guerre, di conquiste, di piramidi e papiri, ma anche vita quotidiana, cibo, vestiti, giocattoli. E poi, la ricordo bene, una sensazione di disagio, quella che ti dà una forte ingiustizia alla quale sei troppo piccolo per opporti. Come poteva Gianlupo rispondere a quella domanda? Non ne avevamo mai parlato in classe, non c’era sul sussidiario, non avevamo fatto alcuna gita in cui fosse comparso un giocattolo romano come per magia, a darci un’indicazione. Era un’autentica domanda del cazzo, alla quale forse nemmeno in un esame universitario, se non specialistico, e se non per culo, uno studente avrebbe potuto rispondere. Figuriamoci Gianlupo, che già non sapeva una mazza di niente di quello che c’era scritto sul libro.

La domanda era del tutto ininfluente. Ma il modo in cui si era chiuso l’esame mi aveva lasciato l’amaro in bocca, perché influente o meno era del tutto ingiusto. Chiudere dopo quella domanda sembrava una cosa del tipo «eh ma se non sai nemmeno questa puoi anche andare a casa», quando era l’unica domanda impossibile fatta fino a quel momento, mi faceva apparire quella maestra come una totale stronza.

Non so se scattò qualcosa nella mente del piccolo me di allora, qualcosa che mi convinse che se nella vita uno non sa un cazzo di giochi è fottuto, ma resta il fatto che nel corso degli anni mi appassionai sempre di più all’argomento, e in particolare ai giochi antichi. Quelli veramente antichi, intendo, non quelli da mercatino tipo le macchinine degli anni Sessanta o i bambolotti delle nostre mamme.
Quelli dei sumeri, invece.

Ricordo così che alle medie volli, volli, fortemente volli in regalo una scatola denominata pomposamente “grandi giochi riuniti”, che radunava grandi classici (tipo dama, scacchi, mulino) a giochi meno noti all’epoca, come la dama cinese, il pachisi, il bellissimo malefiz o gioco della barricata, il reversi, il gomoku/gobang. E volli tanto, ma tanto, al punto da comprarmelo con paghette messe via, una bellissima (beh, dai, bella) tavola di backgammon in valigetta in similpelle, e ci giocai tantissimo con mio padre.
Crescendo iniziai a leggere sulla storia dei giochi, e imparai che qualcosa di quasi identico al backgammon era già giocato dai romani (esistono il gioco della tavola, e il ludus duodecim scriptorum), e che il pachisi era un antico gioco indiano, giocato in grande stile dai maharajà con splendide schiave come pedine. Imparai che i giochi “di corsa”, come il gioco dell’oca o quello dei cavalli, ma anche come il backgammon e il pachisi, avevano illustrissimi antenati antichi nelle civiltà più ammirate: gli egizi avevano il senet, i sumeri il gioco reale di Ur.

Arrivò anche il momento in cui mi resi conto che i regolamenti di questi antichissimi giochi non potevano che essere “interpolati”, che è una parola magnifica per dire “inventati di sana pianta”, e questo mi causò un po’ di disullusione: avevo davvero a che fare con i sumeri o solo con un buontempone che aveva trovato un antico artefatto e non aveva resistito alla tentazione della scoperta completa, ovvero il regolamento, e aveva finito per inventarsi la parte mancante. Poco importa, in realtà, perché la sacralità del gioco reale di Ur (o di come diavolo lo potessero chiamare i sumeri) gliela diamo noi, per il suo appartenere a quell’epoca. Se penso alla sacralità che avrà un giochino da happy meal ritrovato magari tra 5000 anni mi vengono i brividi…

Resta il fatto che comunque quel gioco ci parla. Ci dice quanto l’idea di gioco sia antica (connaturata nella stessa essenza del mammifero, se consideriamo che moltissimi mammiferi giocano), e quanto sia antica la voglia di darsi delle regole nelle quali circoscrivere il gioco (e già questo è più recente), creando un sistema nel quale muoversi. E anche l’inclusione dell’elemento randomico, che probabilmente (questo sì) conferiva una certa sacralità, inducendo gli dei a prendere delle decisioni nel come far cadere il dado, per far sì che vincesse l’uno o l’altro, e quindi trarre l’auspicio di chi era veramente il favorito dagli dei, beh, lo trovo davvero affascinante.

Bene, considerando a questo punto che praticamente tutti i popoli antichi giocavano, qual è tra i giochi antichi il vostro preferito? Amate gli scacchi e in generale i giochi di cattura? Il backgammon e i suoi emuli basati sull’arrivare prima? I giochi di controllo del territorio, come il reversi o il go? Oppure i molti parenti del mancala, o wari, il gioco africano, praticato con sassolini e buche nel terreno, oppure vecchi telefonini Nokia?

Vi segnalo “Il grande libro dei giochi” di Paolo Pietrasanta, volume massivo che offre una buona panoramica sui giochi di carte e da tavolo. Per giochi da tavolo si intendono qui i cosiddetti astratti tradizionali, non i giochi in scatola tematici moderni.

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17 pensieri su “#55. Giocavano.

  1. da piccolo mi piaceva un due tre stella. tanto. Ma ci si rende conto crescendo che i regolamenti che i giochi hanno non sono casuali. Dopo che per una disputa se una cosa andava bene o no ci scappava il primo morto, cominciavano apensare di mettere in chiaro le regole. Sono l’unico a pensare che tuo padre deve essere stato felicissimo che il figlio gli comprasse un backgammon con le sue paghette?

  2. Mauro in ha detto:

    Da piccolo la mia “bibbia ludica” era un manualetto allegato ad una confezione di fiches di cartone che illustrava non solo i regolamenti ma anche un po di storia di svariati giochi di carte che implicavano l’uso delle fiches.
    Il mio gioco più antico? Era una tavola con una croce di buchette da riempire con palline poi bisognava toglierne una e mangiandole come nella dama rimanere con una pallina sola. Fu il mio mio primo gioco difficile. Il nome (o di cosa sia la variante) immagino me lo dirai tu 🙂

    Cmq
    Verro al coboldo
    E TU giocherai ad Agricola…

  3. Topus in ha detto:

    Credo cha abbia ragione Konrad Lorenz quando dice che la nostra immaturità è un dono. Siamo tra le poche razze che conservano la propensione al gioco anche in età adulta. E abbiamo creato animali, tramite incroci, come i cani, che conservano tratti giocosi e infantili, perchè ci troviamo più a nostro agio con animali che giocano.
    Il gioco è forse il più potente strumento adattivo, perchè ha a che fare con la sfera dell’esplorazione, della costruzione di possibilità e dell’astrazione. E’ la fase in cui l’atteggiamento è più inquisitivo e curioso, questo fa dell’infanzia il momento in cui gli animali hanno il più alto potenziale di sviluppo cognitivo ed emotivo; o imparano da piccoli o non imparano più. Noi abbiamo questa possibilità estesa all’età adulta ed è anche la nostra forza.

    • In effetti non avevo considerato questa cosa dei cani. L’uomo dal neolitico è riuscito ad addomesticare una quantità incredibile di animali, al punto che ormai molti di questi esistono solo allo stato domestico o sono piuttosto diversi dall’animale selvatico inizialmente addomesticato.
      Abbiamo addomesticato mammiferi, pesci, rettili e insetti (api e bachi da seta).
      Ma, alla fine, i tre animali più comuni nelle case di America ed Europa, quelli a diretto contatto con noi, sono i tre animali che più giocano sia da cuccioli che in età adulta: cane, gatto e furetto.

      • di solito, se l’animale che tieni in casa non cerca di mutilarti o non caga a spuzzo per la casa, emettendo rumori assurdi a tutte le ore della notte, è piuttosto naturale che abbia una diffusione maggiore. poi magari gioca anche, ma un bradipo iperattivo col colon irritabile non lo vorrei.

      • Mah… il dogo argentino fa entrambe le cose: cerca di mutilarti e fa cacca in abbondanza… eppure gode di un certo favore…

      • dev’essere perchè non urla di notte… 😉

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