Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

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Bestiario, X

L’eterocefalo glabro
Ecco una creatura degna di figurare tra le curiosità di un bestiario medioevale. Alla fine di questo post io vi chiederò se conoscete un mammifero più strano attualmente esistente sul pianeta terra, e voi mi risponderete di no.
È veramente una creatura unica, e da parecchi punti di vista.

Questo roditore praticamente privo di peli vive in un areale che comprende gli stati dell’Africa orientale (Somalia, Etiopia, Kenya), e gode di una vita smodatamente lunga rispetto alle altre specie dello stesso ordine: arriva tranquillamente ai 12-15 anni, secondo alcuni può raggiungere i 30. Rispetto agli altri roditori (e chi ha avuto criceti lo sa bene) questo qui non è soggetto a tumori: pare che abbia un gene che blocca le cellule cancerose.

Fin qui, però, buon per lui, ma niente di eccezionale. Ciò che veramente lo rende unico, tanto per cominciare, è il fatto di essere l’unico mammifero a sangue freddo. Avete letto bene: non termoregola. Vive sottoterra in zone desertiche, quindi è vero che non è che abbia un habitat soggetto a clamorose variazioni climatiche. Detto questo, resta comunque un caso unico.
Ma il fatto è che questa non è l’unica caratteristica che ha in comune, per esempio, con le termiti…
La più evidente è la sua struttura sociale. Questo curioso bestiolino vive in numerose colonie in cui una regina (di massa doppia rispetto agli altri individui) è l’unica riproduttrice, e si accoppia e partorisce con frequenza ragguardevole. Quando la regina muore, alcune tra le figlie più adatte a prenderne il posto iniziano una furiosa lotta dalla quale emergerà la nuova regina.
La colonia, poi, è formata da individui con alta specializzazione: come nel caso degli insetti sociali ci sono operai che si occupano di scavare le gallerie e manutenerle, e operai che difendono la colonia.

Un’altra caratteristica unica è il fatto che questa creaturina è sprovvista di recettori per la Sostanza P. Come risultato è immune al dolore. Ferite, graffi, bruciature non le causano alcuna sensazione. Forse anche per questo la lotta tra le aspiranti regine è feroce e all’ultimo sangue: il dolore è un salvavita fondamentale.

Per concludere, un’ultima particolarità: l’eterocefalo glabro fa due cacche diverse. Eh sì. Una formata da scarti inerti, che abbandona nell’ambiente. E una piena di batteri utili per la digestione, e se la rimangia. No, non lo so il perché.

Allora, conoscete un mammifero più strano attualmente esistente sul pianeta terra?

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Almanacco, XCII

Novantaduesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
31 maggio 2013

Non è precisamente oggi, ma in questi giorni (difficile stabilirmo con assoluta certezza) cade l’inizio del regno di uno dei sovrani più famosi della storia: Usermaatra Setepenra Ramsess Meriamon, più famoso ai giorni nostri come Ramses II (il numero ordinale è apposizione posticcia moderna per rendere più facile la numerazione e gli elenchi dei re, passione che dai temi sumerici – le liste dei re erano un tipico esercizio per gli scribi – perdura tutt’oggi).

Di lui si potrebbe dire molto, dell’eccezionale durata del suo regno (e della sua vita), della sua bellissima sposa Nefertari cui venne dedicata una delle più splendide tombe della valle delle regine, delle guerre con i popoli del mare (in particolare i pirati Shardana, poi incorporati nella sua guardia personale, cosa che fa molto film hollywoodiano moderno, con rinnegati che diventano i più fedeli guardiani di colui che li ha sconfitti) e gli Hittiti e in questo contesto della battaglia di Qadesh contro il re Muwatalli, che si concluse con una parziale vittoria egizia (che però perse il controllo della regione) e il più antico trattato di pace scritto giunto fino a noi (visibile, bellissima questa cosa, nel palazzo di vetro dell’ONU).

Ma la cosa che mi piace ricordare oggi, forse per voglia di sole e caldo, è la sua presenza in Nubia, la regione a sud dell’Egitto, dove fece erigere i due magnifici templi di Abu Simbel, famosi per il monumentale “trasloco” cui li costrinse la costruzione della diga di Assuan.
La Nubia fu sede di una delle civiltà meno note ai più, che la ritengono di solito semplicemente la periferia dell’Egitto, una sorta di colonia dove reperire schiavi e materie prime. Beh, non fu così, o almeno non semplicemente così. Basti pensare che dalla Nubia provenirono diversi faraoni egizi, e che in Nubia possiamo trovare in tre splendidi siti più di 200 piramidi (in Nubia si iniziarono a costruire quando in Egitto si era smesso da alcuni secoli) dedicate ai re e alle regine (pare che fossero vere e proprie guerriere, ben diverse dalle regine alla Nefertari) delle civiltà di Meroë e Napata. Tra queste piramidi figurano monumenti alti anche 30 metri, e con la particolarità di essere stretti a alti (a parità di altezza una piramide egizia aveva in media una base 4 volte maggiore) con un’inclinazione di 70°.
Il fatto che oggi questi siti archeologici si trovino in una delle nazioni più martoriate della terra, il Sudan, non fa che aggiungere scoramento alla mia voglia di siti archeologici visitabili… praticamente tutte le cose che più vorrei vedere nella mia vita sono in aree di guerra conclamata, oppure pericolose, o comunque quantomeno border-line.

Bestiario, IX

Nona pagina del Bestiario del Canneto di Eridu
Il lupo

Se ci fosse qualcosa come un “senso dell’universo”, sono sicuro che dipenderebbe, tra poche altre cose, dallo sguardo del lupo. L’armonia delle forme e dei colori, l’inclinazione delle linee, l’inquietudine, la viva intelligenza, la curiosità, l’attenzione. Lo sguardo degli dei, mi verrebbe da dire. È tutto in quegli occhi, in quel muso, in quell’espressione.

Se l’uomo è in qualche modo centrale nell’universo, lo è di certo anche il suo alter ego, il lupo. Il rapporto tra le due creature è incredibilmente stretto: intanto sono creature che fanno branco, con una struttura sociale complessa e gerachizzata, e che condividono territori simili. Sono pressoché onnivori, sono cacciatori, hanno una suddivisione dei compiti all’interno della loro società.
Non poteva che essere un lupo il primo animale ad avvicinarsi all’uomo e a divenirne compagno di viaggio e di caccia (e non creatura allevata per cibarsene): la più antica traccia che ci è giunta di questa simbiosi è di dodicimila anni fa: in Israele abbiamo trovato una tomba di un uomo con il suo cane, ascrivibile alla cultura natufiana.

E così, mentre la controparte “buona” del lupo, quella più vicina all’uomo che percorreva la strada della civiltà, dell’agricoltura, dell’allevamento, delle città, rafforzava il suo legame con il nuovo branco, fino a essere riconosciuto come “il migliore amico dell’uomo”, veniva via via esiliata la controparte “cattiva”, quella non addomesticata e più coerente con la sua natura, quella più simile all’uomo selvaggio nella sua fase pre-civile. Il lupo come bestia selvatica suprema, come opposto alla civiltà e per questo suo più grande nemico, diveniva così il cattivo delle fiabe, per atterrire i bambini. Diventava al contempo esempio di ciò che l’uomo non doveva essere (ammonimento per i bambini: fuori dalla civiltà, fuori dalle regole da essa portate, c’è la ferocia, il caos, il male) e ciò che aveva perduto.

Nel mito sumerico è un uomo dei boschi, un uomo selvaggio, Enkidu, che viene mandato a uccidere Gilgamesh, l’uomo civilizzato, il re di Uruk talmente forte, fiero e arrogante da irritare gli dei. Ma Enkidu conosce la civiltà (tramite l’incontro con la prostituta sacra) e viene “addomesticato”, e come il lupo addomesticato diviene il migliore amico dell’uomo, anche Enkidu, una volta civilizzato, diviene l’inseparabile amico di Gilgamesh. Vista l’antichità del mito sumerico – a un’epoca nella quale la città non era cosa scontata, e la popolazione nomade che sopravviveva di razzia era ancora normalità – possiamo credere che questo motivo epico fosse chiaramente percepito dall’uditore, anche sotto la stratificazione di elementi culturali e filosofici (il rispetto per gli dei e il potere, e soprattutto il confronto dell’uomo con i propri limiti e la propria mortalità).

Il tema dell’uomo dei boschi, dell’uomo lupo, si mantenne forte nelle leggende europee. Due lupi (Skoll e Hati) alla fine dei giorni raggiungeranno e sbraneranno la luna e il sole nella mitologia nordica.
E arriviamo al medioevo, con il fiorire delle leggende sui licantropi (e gli altri mutaforme), portatori dell’elemento del doppio, dell’uomo-bestia. Del conflitto interiore tra la natura e il caos, e l’ordine e la civiltà. Dell’ordine sociale garantito dai freni inibitori che non sono propri dell’animale selvaggio. In pratica, nel mito del licantropo confluiscono tutti i pensieri dell’uomo su ciò che lo differenzia dall’animale.

M3 – la biblioteca di Federico II

La biblioteca di Federico II
Continua il possente lavoro di edificazione di un mausoleo per celebrare le grandi figure dell’umanità. I primi due monumenti sono stati dedicati a persone “collettive”: nel caso di Omero abbiamo un nome, ma non siamo sicuri che sia una persona singola e non, invece, una serie (o un… parallelo) di cantori che ha creato un corpus letterario. Nel caso degli artisti paleolitici delle grotte di Altamira o Lascaux, invece, non abbiamo – ovviamente – neppure un nome.
Alla terza struttura commemorativa occorre evocare la storia di un personaggio storico, univoco, reale. E la scelta ricade su un grandissimo personaggio del Medioevo europeo: lo “Stupor mundi”, l’Imperatore Federico II Hohenstaufen del Sacro Romano Impero. E lo celebriamo con una stanza ottagonale, come il suo famoso Castel del Monte (Patrimonio dell’Umanità UNESCO), adibita a Biblioteca.

In questa stanza ci saranno principalmente manoscritti, libri, pergamene, rari e preziosi, di ogni genere di scienza, e una splendida riproduzione di Gerusalemme come la conquistò lui, ovvero senza lo spargimento del sangue di un solo soldato, ma ottenuta attraverso la trattativa, e priva di mura, come a seguito dell’accordo con il sultano al-Malik al-Kamil (curdo), nipote del Saladino, che cedetta la città ai cristiani solo in cambio di questa clausola: che non fosse una roccaforte nemica nel suo territorio, ma una città aperta al culto religioso di tutti (in mano ai cristiani, ma visitabile dai pellegrini arabi, e senza mura e difese militari), e che restasse in mano agli arabi la spianata delle moschee (con le note Moschea al-Aqsā e Moschea di Omar, che i cristiani ritenevano edificate sul Tempio di Salomone, e dove avevano sede i Templari, nelle scuderie), che si trova in quella che ancora oggi è la zona abitata principalmente dagli arabi/palestinesi, Gerusalemme Est.

Curioso tra l’altro che oggi, 28 maggio, sia anche il 49° anniversario della nascita dell’OLP…

Federico II ottenne più conquiste territoriali di qualsiasi altri regnante cristiano in Terrasanta, e senza che venne combattuta una sola battaglia. Portò la scienza e lo studio, da qualsiasi parte del mondo arrivasse, all’interno della sua corte. Rese una città importante per tre religioni aperta e visitabile da tutti i pellegrini.
Vi pare poco? Ci fossero un Federico II e un al-Malik al-Kamil, oggi…

Almanacco, XCI

Novantunesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
26 maggio 2013

Oggi il salto indietro è un poco più lungo, si risale al 1897. E si va nella capitale degli inglesi, Londra, dove il 26 di maggio è in vendita un libro che sarà influentissimo nel creare (o meglio, nel contribuire a creare) un gusto estetico e letterario che chiamiamo “gotico”.
Mi riferisco a Dracula di Bram Stoker.

Confesso di non aver mai letto un romanzo gotico, e confesso anche che l’odierna invasione di teen-gothic per adulescentuli mi tiene lontano dagli scaffali su cui detti libri sono riposti nelle librerie. Forse per questo non sono il più adatto a rispondere al quesito di oggi.

Ma la domanda è: qual è il personaggio da letteratura gotica più affascinante? E perché?

Almanacco, XC

Novantesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
25 maggio 2013

Almanacco fantafilmico oggi. Praticamente, benvenuti alla grande fiera del geek! Oggi ci ricordiamo e festeggiamo l’uscita nelle sale di due film mitici per la comunità geek mondiale: nel 1977 usciva nelle sale “Guerre Stellari” (poi, anni dopo, veniva enfatizzato il sottotitolo “episodio IV: una nuova speranza”), e nel 1983 era la volta de “Il ritorno dello jedi”. La storia di una generazione cambiava radicalmente.

Oggi, nell’attesa del settimo film della serie, atteso per l’anno prossimo venturo (e che sarà ad opera dello stesso regista autore del reboot dell’altro grande brand della fantascienza nerd, Star Trek), senza frapporre ulteriore indugio passo a porvi ben due domande. A tutti voi, compreso te, viaggiatore ramingo che passi di qua per caso. Orsù, dinci chi tu sie e commenta!

Già, ma non ho ancora fatto le domande… stamane sono confusionario.

1) citate almeno un film che secondo voi cita, strizza l’occhio o copia spudoratamente i film classici della serie. Da par mio vi riporto un clonaccio italoamericano di Luigi Cozzi (alias Lewis Coates), “Star Crash. Scontri stellari oltre la terza dimensione”, recensito dal buon Haranban, uomo che deve aver compiuto uno peccato talmente orrendo che lo ‘nferno non have bastevoli tormenti in serbo, e però lui rincara da se la dose, infliggendosi l’orribile punizione di guardare e recensire per voi la peggio merda.

2) tagliate dalla possibile risposa i due maggiori brand (Star Wars e Star Trek) e ditemi il vostro film di space opera / pulp preferito. Che sia truculento come Alien, ammiccante come Barbarella, per famiglie come Black Hole, o truzzotamarro come Flash Gordon non importa: scegliete!

#64. Perché.

“Clio, la musa della storia, è tutta quanta infetta di menzogne,
come una prostituta di sifilide.”
[Arthur Schopenhauer]

“Le grandi guerre del presente sono conseguenze dello studio della storia.”
[Friedrich Nietzsche, “Aurora”]

“Tutti i libri storici che non contengono menzogne sono mortalmente noiosi.”
[Anatole France, “Il delitto dell’accademico Sylvestre Bonnard]

Due filosofi pesantissimi per la formazione del pensiero occidentale come Schopenhauer e Nietzsche, e un premio Nobel per la letteratura (nel 1921) ci spiegano in tre frasi quanto sia inutile (no, dannoso!) occuparsi di storia. Ma naturalmente, dal piccolo buco della sua levatura, un blogger che scomoda nientemeno che una città sumerica per il nome del suo blog non può essere d’accordo coi suddetti figuri. Vediamo di trovare modo di rispondere un po’.

La domanda contenuta nel titolo del post, “perché?” (privata di punto interrogativo per semantica dei titoli dei temi), è sostanzialmente estendibile così: “Perché se la storia è piena di menzogne, e se quando non le contiene è noiosa, e se decidiamo di studiarla lo stesso facciamo errori madornali e aberrazioni mostruose, ha lo stesso un senso studiare la storia?”. E la risposta è molto semplice e la svelo subito, come se questa fosse una puntata di Colombo, con l’assassino svelato nella prima scena e il resto della puntata teso a capire come verrà scoperto. La risposta è “per capire”.

Ma andiamo con ordine. Intanto cominciamo con Schopenhauer, che ci parla della storia identificandola con Clio, e dicendoci che è un cumulo di balle. Clio, figlia di Zeus e di Mnemosyne (la memoria), è sì la musa della storia, ma anche dell’epica, perché epica e storia per i greci erano molto più che sorelle. Clio, quindi, è una musa della narrazione, e la narrazione, essendo emanazione di un narratore, non può che esserne viziata. Non è una prostituta, ma un punto di vista.
È assolutamente vero che la narrazione della storia è sempre di parte, spesso asservita all’assoggettamento dei vinti da parte dei vincitori (o all’autoassoluzione degli stessi da eventuali crimini commessi in ragione di un discorso “più importante”), quando addirittura non viene piegata alla funzionalità di una dottrina politica o religiosa (similmente a quanto accadeva in passato persino con le scienze naturali, però!).
Quindi, se è vero che la narrazione della storia è di parte, cosa ci permette di capire?

Molto, e su più di un livello, se abbiamo la sufficiente capacità di discernimento. Se comprendiamo qual è il livello di aberrazione dovuto allo strumento di osservazione (ovvero in questo caso il tasso di modifica del reale dovuto al punto di vista del narratore) avremo ben chiaro sia qual è il suo intento – e quindi molto su di lui – e riusciremo anche ad escludere le aberrazioni dall’oggetto osservato. Non riusciremo quindi ad osservare l’alethéia (la verità intesa come svelamento, anzi, disvelamento o non velamento), perché il velo c’è, ed è l’aberrazione, ma riusciremo a comprendere qualcosa di quello che c’è al di là del velo e il discuterne ci aiuterà probabilmente a comprendere, già solo in base a come ne ragioniamo, a dedurre qualcosa di più di quanto c’è al di qua del velo.
Inoltre ricordiamo che Schopenhauer non tratta duramente la “storia”, ma “Clio”, la musa della narrazione storica, figlia di Mnemosine, la memoria. Dicono le lamette orfiche: “Sono riarso di sete e muoio, ma datemi la fredda acqua che sgorga dalla palude di Mnemosyne”… è la memoria che disseta l’uomo e gli ri-dona la vita, riconsegnandogli una natura divina.

La natura divina ridata dalla memoria? E perché? Il concetto espresso è riferito all’idea di un’anima immortale ed esterna alla natura terrena, la cui memoria dev’essere risvegliata dall’iniziazione ai culti misterici, similmente all’illuminazione delle culture orientali. Ma possiamo benissimo trovare un altro significato per questo significante. Ad esempio attraverso lo studio delle culture antiche riprendono un senso alcuni passaggi delle religioni attuali, che vengono banalizzati e ritualizzati (e de-significati) attraverso una ripetizione che via via toglie il senso relegandolo a concetto troppo semplice, troppo banale, troppo “vecchio”. Ecco allora che i testi sacri ci sembrano vuoti contenitori sul cui fondo restano solo un po’ di poetica, un po’ di buon senso, e molta barbarie. Nascoste da un velo di simbologia e interpretazione che di secolo in secolo cambiano, rendendoli sempre attuali, sempre facili da manomettere, ma in realtà allontanandoci da qualsiasi cosa che possa sembrare anche solo lontanamente sensato.
Se ci accorgiamo che le domande fondamentali (chi cazzo sono, cosa cazzo faccio qui) se le ponevano con poche differenze i sumeri 5000 anni fa, ecco che ogni messaggio religioso intervenuto nel mentre rischia di perdere di importanza e soprattutto la sua propria peculiarità: ecco quindi che la direttissima parentela tra il mito sumerico e le religioni deve essere nascosta. Viene rifiutata questa nobile parentela, quasi fosse imbarbarente e impaganante: Noè non è Utnapishtim, il diluvio non è lo stesso narrato dai sumeri, il sacrificio del figlio di Dio ebreo/cristiano non può essere confrontato col sacrificio di Dioniso/Zagreo figlio di Zeus pagano. Ma perdendo tutte queste connessioni non facciamo altro che interpolare sempre di più il pensiero divino originale, la tensione dell’uomo verso i propri limiti e la sua capacità di pensare di oltrepassarli (la morte genera l’idea di immortalità, la finitezza genera l’idea di infinito, il terreno genera l’idea di divino). Si perde così il pensiero divino puro, e si passa di narrazione in ritualizzazione, in banalizzazione, in costume e formula. La natura divina, diviene una poesiola, o come diceva Nietzsche in “Così parlò Zarathustra”: «come sapete bene ciò che ha dovuto adempiersi in sette giorni: e come la bestia mi è strisciata dentro le fauci per strozzarmi! Ma io ne ho morso il capo e l’ho sputato lontano da me. E voi, − voi n’avete ricavato una canzone da organetto?».

E veniamo a Nietzsche, appunto, ma non al Nietzsche dello Zarathustra, ma a quello a monte. Più semplice confrontarsi con quella sua frase. È vero che la storia ci ha sempre dato delle grandi scuse per fare guerre: quella terra era mia, in un’altra epoca. Scusa perfetta, da sempre, per chiunque. Quella era la terra dei nostri padri che ci è stata rubata, e la rivogliamo, stiamo subendo un’ingiustizia. Ogni governo che vuole dichiarare una guerra troverà nella storia un validissimo alleato. Del resto se l’Italia avesse la potenza bellica ed economica necessaria potrebbe accampare supposti diritti storici su gran parte dell’Europa, tutto il Mediterraneo, l’Asia minore, la mezzaluna fertile… Per non dire di quali diritti potrebbe accampare la Mongolia su mezzo pianeta. Vero è che però la storia in questo caso è umile serva del volere del potente. Quand’anche non è stata usata la storia, all’uomo non sono mai mancate le scuse per inventare le guerre: la religione, l’economia, l’intervento umanitario, la volontà civilizzatrice…
Dare la colpa delle guerre allo studio della storia, alla religione e a tutto il resto come causa della guerra, è esattamente come guardare il dito invece della luna. E non è da Nietzsche… per cui sono costretto a immaginare che intendesse altro, ma io non capisco veramente cosa.

La terza affermazione, quella del premio Nobel per la letteratura, è poi addirittura surreale. Considerando che la storia contiene tutte le vicende umane, definirla noiosa in assenza di mistificazione è come dire che tutta l’umanità è noiosa, quindi è noiosa in sé, senza bisogno di studiare alcunché, ergo la noia è… nell’occhio di chi studia, e non nell’oggetto dello studio, in questo caso.
Non solo, ma per me è totalmente vero l’opposto: è talmente affascinante la storia già di suo, pur con tutti i dubbi che si porta dietro, che quegli individui che sostengono che la piramide di Giza era una centrale a microonde per ricaricare di energia astronavi in orbita, o che gli Annunaki erano alieni, mi causano qualche scompenso gastrointestinale. Per cui no, non trovo che la storia sia una palla, quanto che le palle in campo storico siano una palla.

E con questo chiudo questa accorata difesa dello studio della storia… ecco quindi “perché” la storia va studiata, e in particolare la storia antica: per capire. Per arginare ritualizzazioni (ma sia chiaro, non solo in campo religioso, mi riferisco ad esempio ai particolari riti della democrazia, che se privati del loro senso, se non spiegati, perdono la loro forza e vengono pian piano dimenticati, abbandonati, ributtandoci in un eterno ritorno che dovremmo in un certo modo scongiurare, e riecco Nietzsche, di nuovo…) e dismemorie, per approfondire significati dimenticati, per risalire al senso di ogni nostro gesto, parola, pensiero. Sta tutto scritto su pagine ingiallite, se tavolette di argilla, su selci scheggiate, su ossa imbiancate in sepolcri dimenticati.

Ho tratto alcune informazioni e concetti da uno spezzone del libro «La terra senza il male» di Umberto Galimberti. Naturalmente eventuali malinterpretazioni del pensiero filosofico, che non è per sua natura di facile/agevole comprensione (non si lascia catturare né portare da chiunque), sono da attribuirsi a me.
Consiglio tra le altre cose la lettura di “Così parlò Zarathustra, un libro per tutti e per nessuno”, che immediatamente rivelerà a chi mi segue dal principio chi citava il mio primo sottotitolo.

Almanacco, LXXXIX

Ottantanovesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
23 maggio 2013

Deve esistere uno strano rapporto misterioso tra il 23 maggio e il fuoco, e tra il fuoco e la follia punitiva dell’umanità. Percepito come elemento purificatore (forse retaggio dei rudimenti della cottura che rende il cibo mangiabile, togliendo quindi l’aspetto impuro del cibo crudo che più facilmente porta a malattie, o forse collegato ad epoche remote e alle tecniche di coltivazione del taglia e brucia, che rende al terreno ciò che dal terreno è stato rubato, rivivificandolo), il fuoco ha avuto la spiacevole tendenza, da elemento di luce e calore, a diventare strumento di morte. E così le religioni, che hanno a che fare per definizione con la morte e con la purificazione, col fuoco hanno stretto un certo legame, che da simbolico e sublimante è divenuto nel tempo, talvolta, aberrante.

Ma che legame c’è tra l’aberrazione del simbolo religioso del fuoco che diviene strumento di morte e il 23 maggio?

Bah, sicuramente niente di più che il caso, ma il caso riunisce il 23 di maggio del 1430 i borgognoni catturano Giovanna d’Arco, che verrà poi venduta agli inglesi ed arsa viva. Il 23 maggio del 1498 è Girolamo Savonarola (“Savonarola! Eh, che è, diamoci una calmata!”) che finisce al rogo. E il 23 maggio del 1592 è la vota di Giordano Bruno, che in quel giorno viene arrestato a Venezia.
Amici miei, occhio, già tira una brutta aria per i blogger ultimamente… Mi sa che se oggi vi beccano il vostro destino è segnato. E si sente già puzza di bruciato.

Almanacco, LXXXVIII

Ottantottesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
22 maggio 2013

Buon compleanno, ridicola palletta gialla! Sì, avete indovinato, oggi compie gli anni il videogioco più famoso di tutti i tempi, il primo del genere a labirinto, il buon vecchio Pac Man. Venne rilasciato il 22 maggio 1980 nientemeno che dalla Namco, casa produttrice, tra gli altri, di titoli storici nel mondo dei coin-op come Pole Position (tra i primi grandi classici automobilistici da sala giochi), Galaga (leggendario shotemup a schermata fissa), Pac Land (platform ambientato nel mondo di Pac Man)… e in epoca più recente le serie di Tekken e Soul Calibur.

Ricordo che da piccinissimo Pac Man mi piaceva davvero un sacco, al punto che chiesi e ottenni anche il gioco in scatola, per Santa Lucia. Giochi in scatola simili furono realizzati all’epoca anche per Donkey Kong (best seller Nintendo) e Frogger (della Konami). Ma il mio preferito tra i coin-op dell’infanzia resta comunque imbattibile e imperituro il leggendario Bubble Bobble (lontanamente e vanamente inseguito da New Zealand Story).

E voi? Qual era il vostro titolo preferito? Ma da piccoletti, eh, non sparatemi Street Fighter o altre minchiate moderne!

Bestiario, VIII

Ottava pagina del Bestiario del Canneto di Eridu.
Il Tarrasque

Un giorno di un paio di vite fa, quando al liceo il buon Foggio mi comunicò che stavano stampando in italiano i manuali base di Advanced Dungeons and Dragons, seconda edizione, decisi che sarebbero stati i primi manuali che avrei acquistato. Non tanti, giusto i manuali base, tanto per averli. Il Manuale del giocatore, la Guida del Dungeon Master, il Manuale dei Mostri.
Un giocatore (all’epoca da poco…) di Dungeons & Dragons focalizza la sua attenzione su un mostro in particolare, come termine ultimo, come massimo possibile, come mito: il drago. E ci mancherebbe altro. E fu con una certa emozione, mista a compiacimento, che sfogliai le pagine con le belle illustrazioni (purtroppo in bicromia nero/ciano, una follia visto il costo del volume) di draghi d’oro, d’argento, draghi rossi, blu, neri, verdi… e poi di corsa a controllare quanti punti esperienza (una specie di premio per la sconfitta di un avversario, nota per chi non conosce il gioco di ruolo) valevano in base alle dimensioni, all’età, al tesoro, beandomi di questa meraviglia.

Cosa vi è al mondo pari a un Drago? […]
Uomo, dov’è l’astuzia del tuo cuore?
Nano, dov’è la tua eredità di sangue?
Elfo, dov’è il tu atavico destino?
Sono solo ombre contro il lucente fulgore del Drago

[“Canzone del Cavaliere” Kamreill-de-li,
dal manuale “Cavalieri dei Draghi”, Stratelibri]

Cosa vi è al mondo pari a un drago. Un bel cazzo di niente, pensavo (ero già piuttosto colorito nel linguaggio, da giovine). E invece, poi, la mia ansia da statistica mi colse imprevista, e iniziai a far passare tutte le pagine per capire qual era in vero il mostro più potente, misurando il tutto con il mero calcolo della ricompensa per la sua sconfitta, e scoprii così con terrore che il drago non era nemmeno degno di allacciare i calzari a una creatura della quale ignoravo completamente l’esistenza, detto “Tarrasque”.

Ma che minchia è un tarrasque?

Un, anzi, “il” (perché trattasi di creatura unica e leggendaria) tarrasque è un bestione immane come taglia, come capacità di subire ferite, come resistenza della corazza, come forza e come tremenditudine (si può dire?) dei suoi colpi. Se sei così coraggioso da non fuggire in preda al panico solo al sentire da lontano il suo rumore, se sei così pazzo da affrontarlo senza impazzire ulteriormente, se sei così pirla dal combatterci, e così crudele da ucciderlo ed estinguere così una specie dall’inestimabile valore per la biodiversità, ecco che devi poi avere la possibilità di esprimere un desiderio per essere certo che da un pezzo avanzato il tarrasque non riesca nell’arco di qualche tempo a risorgere. Insomma, diciamo che gli autori si sono un po’ divertiti a creare il mostro perfetto.

Detto questo, da dove salta fuori il tarrasque? Qualche amico diceva che si trattava di una creatura presente in una saga di libri-game, ma anche questo è un passaggio intermedio. In realtà questo mostro trae le sue origini da una leggenda medievale della Provenza. Qui una città di nome Tarascon e la sua regione erano devastate da una creatura mostruosa, con un carapace da tartaruga praticamente indistruttibile, con punte e creste, sei zampe e muso leonino. Questa entità devastante (ancora oggi raffigurata nello stemma araldico della città) venne messa in fuga da Marta di Betania (giunta qui nel 48 d.C.), recitando un’«ave Maria».
La tarrasque (sì, passiamo ora a “la”, perché pare che fosse da declinarsi al femminile) è anche… ebbene sì… patrimonio dell’umanità. Infatti nel 2005 è finita in un bene immateriale dell’UNESCO, le processioni di giganti e dragoni del folklore e della tradizione francese e belga. È protetta, non potete più abbatterla, prendetevela coi soliti goblin e non rompete.

Al nome della tarrasque è dedicata la classificazione del Tarascosaurus Salluvicus, un dinosauro terapode del tardo cretaceo francese.

Concludiamo con un mini sondaggino riservato ai giocatori di ruolo: qual è il vostro mostro preferito?

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