Il canneto di Eridu

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Bestiario, XI

Il tilacino
A seguito della “richiesta” di Luca nei commenti del Bestiario precedente, eccone subito un altro. Qui si parla di una storia triste, la storia di uno splendido animale, il più grande predatore marsupiale del suo tempo, che abitava le foreste dell’isola della Tasmania fino ai primi decenni del XX secolo, quando venne estinto: il tilacino.
Abbiamo un sacco di esemplari tassidermici, di resti, pelli, ossa del tilacino, e attraverso lo studio di questi reperti e delle immagini possiamo ipotizzare che fosse imparentato con animali come il Diavolo della Tasmania (che una forma di tumore facciale altamente contagioso sta rischiando di portare alla stessa drammatica fine) o il Quoll Tigre, un marsupiale predatore australiano, o il Numbat, un piccolo marsupiale cacciatore di termiti dal vello e dalla forma curiosamente simile al tilacino, ma in scala.
Era noto con un sacco di nomi (lupo marsupiale o della Tasmania, per la convergenza fenotipica col lupo, ma anche tigre marsupiale o della Tasmania, per le striature sulla schiena che ricordavano quelle della tigre), ma questa polinomìa non servì certo a difenderlo dalla rabbia di coloni e allevatori della grande isola australe: un predatore non abituato alla presenza dell’uomo divenne presto un pericoloso razziatore, e l’uomo tende a essere poco clemente nei confronti dei suoi nemici.
Già con il primo arrivo dell’uomo (quello che poi divenne il popolo degli aborigeni australiani) l’introduzione del dingo (probabilmente un cane rinselvatichito) portò il tilacino all’estinzione sul continente. Il secondo arrivo dell’uomo, quello occidentale, lo estirpò definitivamente dal pianeta: nel 1932 venne avvistato l’ultimo tilacino in natura, nel 1936 morì Benjamin, l’ultimo della sua specie, nello zoo di Hobart, Tasmania.

Questo è un video commovente. Potete vedere l’ultimo esemplare di una specie mentre gironzola perplesso nel suo recinto, mangia, si gratta, proprio come il vostro cagnolino, ignaro del fatto che con lui il 6 settembre del 1936 sparirà tutta la sua specie, e mentre i suoi geni urlano contro l’estinzione lui altro non può fare che la vita che è costretto a fare, in quello zoo.
Qui potete vedere tutti i video che abbiamo in cui compaiono tilacini.

Non mi lancerò, qui, in una disperata accusa contro l’uomo, né in uno straziante grido contro il più grande misfatto di ogni epoca, e neppure contro la furia cieca degli allevatori e dei colonizzatori bianchi. Specie estinte ce ne sono state a milioni anche senza l’uomo, prima, e dopo, la triste storia del tilacino. Eppure non possiamo fare a meno di notare come alcune di queste specie siano state rapidamente condotte all’estinzione con un’insensatezza speciale, che pare sfuggire alla nostra sensibilità moderna. Una creatura come il tilacino, che viveva solo su un’isola del pacifico, è stata scientemente e volutamente sterminata (c’era addirittura una taglia per ogni tilacino ucciso!), e questo comunque graverà sul nostro cuore, come specie, quando verrà pesato dagli dei alla fine di ogni tempo.

Forse per paura di questo giudizio, forse perché assomiglia così tanto al cane (il nostro migliore amico… chissà, forse avremmo potuto fare amicizia anche col tilacino se non lo avessimo sterminato così velocemente), fatto sta che ci sono diversi programmi attivi per cercare di correre (tardivamente) ai ripari, puntando all’obiettivo di riportarlo in vita. Non è fantascienza: a differenza di quanto ipotizzato in Jurassic Park per i dinosauri, del tilacino abbiamo un sacco, veramente un sacco di materiale biologico: come dicevo all’inizio abbiamo pelli, manti completi, scheletri, animali impagliati. L’idea di recuperare materiale genetico da questi resti è stata fatta propria da diversi progetti in giro per il pianeta. L’anno 2008 in particolare pare essere stato quello d’oro per la rinascita del tilacino: un centro di ricerca annunciò infatti di essere riuscito a estrarre da alcuni esemplari conservati in alcool alcuni geni completi, e un altro è riuscito a ultimare la mappatura genetica completa del DNA mitocondriale di due diversi esemplari. Ci porteranno questi risultati a rivedere questa creatura in vita? Al momento verrebbe da dire di no, ma mai arrendersi, soprattutto quando c’è in ballo il peso del cuore della specie umana nell’aldilà…

Bestiario, X

L’eterocefalo glabro
Ecco una creatura degna di figurare tra le curiosità di un bestiario medioevale. Alla fine di questo post io vi chiederò se conoscete un mammifero più strano attualmente esistente sul pianeta terra, e voi mi risponderete di no.
È veramente una creatura unica, e da parecchi punti di vista.

Questo roditore praticamente privo di peli vive in un areale che comprende gli stati dell’Africa orientale (Somalia, Etiopia, Kenya), e gode di una vita smodatamente lunga rispetto alle altre specie dello stesso ordine: arriva tranquillamente ai 12-15 anni, secondo alcuni può raggiungere i 30. Rispetto agli altri roditori (e chi ha avuto criceti lo sa bene) questo qui non è soggetto a tumori: pare che abbia un gene che blocca le cellule cancerose.

Fin qui, però, buon per lui, ma niente di eccezionale. Ciò che veramente lo rende unico, tanto per cominciare, è il fatto di essere l’unico mammifero a sangue freddo. Avete letto bene: non termoregola. Vive sottoterra in zone desertiche, quindi è vero che non è che abbia un habitat soggetto a clamorose variazioni climatiche. Detto questo, resta comunque un caso unico.
Ma il fatto è che questa non è l’unica caratteristica che ha in comune, per esempio, con le termiti…
La più evidente è la sua struttura sociale. Questo curioso bestiolino vive in numerose colonie in cui una regina (di massa doppia rispetto agli altri individui) è l’unica riproduttrice, e si accoppia e partorisce con frequenza ragguardevole. Quando la regina muore, alcune tra le figlie più adatte a prenderne il posto iniziano una furiosa lotta dalla quale emergerà la nuova regina.
La colonia, poi, è formata da individui con alta specializzazione: come nel caso degli insetti sociali ci sono operai che si occupano di scavare le gallerie e manutenerle, e operai che difendono la colonia.

Un’altra caratteristica unica è il fatto che questa creaturina è sprovvista di recettori per la Sostanza P. Come risultato è immune al dolore. Ferite, graffi, bruciature non le causano alcuna sensazione. Forse anche per questo la lotta tra le aspiranti regine è feroce e all’ultimo sangue: il dolore è un salvavita fondamentale.

Per concludere, un’ultima particolarità: l’eterocefalo glabro fa due cacche diverse. Eh sì. Una formata da scarti inerti, che abbandona nell’ambiente. E una piena di batteri utili per la digestione, e se la rimangia. No, non lo so il perché.

Allora, conoscete un mammifero più strano attualmente esistente sul pianeta terra?

Bestiario, IX

Nona pagina del Bestiario del Canneto di Eridu
Il lupo

Se ci fosse qualcosa come un “senso dell’universo”, sono sicuro che dipenderebbe, tra poche altre cose, dallo sguardo del lupo. L’armonia delle forme e dei colori, l’inclinazione delle linee, l’inquietudine, la viva intelligenza, la curiosità, l’attenzione. Lo sguardo degli dei, mi verrebbe da dire. È tutto in quegli occhi, in quel muso, in quell’espressione.

Se l’uomo è in qualche modo centrale nell’universo, lo è di certo anche il suo alter ego, il lupo. Il rapporto tra le due creature è incredibilmente stretto: intanto sono creature che fanno branco, con una struttura sociale complessa e gerachizzata, e che condividono territori simili. Sono pressoché onnivori, sono cacciatori, hanno una suddivisione dei compiti all’interno della loro società.
Non poteva che essere un lupo il primo animale ad avvicinarsi all’uomo e a divenirne compagno di viaggio e di caccia (e non creatura allevata per cibarsene): la più antica traccia che ci è giunta di questa simbiosi è di dodicimila anni fa: in Israele abbiamo trovato una tomba di un uomo con il suo cane, ascrivibile alla cultura natufiana.

E così, mentre la controparte “buona” del lupo, quella più vicina all’uomo che percorreva la strada della civiltà, dell’agricoltura, dell’allevamento, delle città, rafforzava il suo legame con il nuovo branco, fino a essere riconosciuto come “il migliore amico dell’uomo”, veniva via via esiliata la controparte “cattiva”, quella non addomesticata e più coerente con la sua natura, quella più simile all’uomo selvaggio nella sua fase pre-civile. Il lupo come bestia selvatica suprema, come opposto alla civiltà e per questo suo più grande nemico, diveniva così il cattivo delle fiabe, per atterrire i bambini. Diventava al contempo esempio di ciò che l’uomo non doveva essere (ammonimento per i bambini: fuori dalla civiltà, fuori dalle regole da essa portate, c’è la ferocia, il caos, il male) e ciò che aveva perduto.

Nel mito sumerico è un uomo dei boschi, un uomo selvaggio, Enkidu, che viene mandato a uccidere Gilgamesh, l’uomo civilizzato, il re di Uruk talmente forte, fiero e arrogante da irritare gli dei. Ma Enkidu conosce la civiltà (tramite l’incontro con la prostituta sacra) e viene “addomesticato”, e come il lupo addomesticato diviene il migliore amico dell’uomo, anche Enkidu, una volta civilizzato, diviene l’inseparabile amico di Gilgamesh. Vista l’antichità del mito sumerico – a un’epoca nella quale la città non era cosa scontata, e la popolazione nomade che sopravviveva di razzia era ancora normalità – possiamo credere che questo motivo epico fosse chiaramente percepito dall’uditore, anche sotto la stratificazione di elementi culturali e filosofici (il rispetto per gli dei e il potere, e soprattutto il confronto dell’uomo con i propri limiti e la propria mortalità).

Il tema dell’uomo dei boschi, dell’uomo lupo, si mantenne forte nelle leggende europee. Due lupi (Skoll e Hati) alla fine dei giorni raggiungeranno e sbraneranno la luna e il sole nella mitologia nordica.
E arriviamo al medioevo, con il fiorire delle leggende sui licantropi (e gli altri mutaforme), portatori dell’elemento del doppio, dell’uomo-bestia. Del conflitto interiore tra la natura e il caos, e l’ordine e la civiltà. Dell’ordine sociale garantito dai freni inibitori che non sono propri dell’animale selvaggio. In pratica, nel mito del licantropo confluiscono tutti i pensieri dell’uomo su ciò che lo differenzia dall’animale.

Bestiario, VIII

Ottava pagina del Bestiario del Canneto di Eridu.
Il Tarrasque

Un giorno di un paio di vite fa, quando al liceo il buon Foggio mi comunicò che stavano stampando in italiano i manuali base di Advanced Dungeons and Dragons, seconda edizione, decisi che sarebbero stati i primi manuali che avrei acquistato. Non tanti, giusto i manuali base, tanto per averli. Il Manuale del giocatore, la Guida del Dungeon Master, il Manuale dei Mostri.
Un giocatore (all’epoca da poco…) di Dungeons & Dragons focalizza la sua attenzione su un mostro in particolare, come termine ultimo, come massimo possibile, come mito: il drago. E ci mancherebbe altro. E fu con una certa emozione, mista a compiacimento, che sfogliai le pagine con le belle illustrazioni (purtroppo in bicromia nero/ciano, una follia visto il costo del volume) di draghi d’oro, d’argento, draghi rossi, blu, neri, verdi… e poi di corsa a controllare quanti punti esperienza (una specie di premio per la sconfitta di un avversario, nota per chi non conosce il gioco di ruolo) valevano in base alle dimensioni, all’età, al tesoro, beandomi di questa meraviglia.

Cosa vi è al mondo pari a un Drago? […]
Uomo, dov’è l’astuzia del tuo cuore?
Nano, dov’è la tua eredità di sangue?
Elfo, dov’è il tu atavico destino?
Sono solo ombre contro il lucente fulgore del Drago

[“Canzone del Cavaliere” Kamreill-de-li,
dal manuale “Cavalieri dei Draghi”, Stratelibri]

Cosa vi è al mondo pari a un drago. Un bel cazzo di niente, pensavo (ero già piuttosto colorito nel linguaggio, da giovine). E invece, poi, la mia ansia da statistica mi colse imprevista, e iniziai a far passare tutte le pagine per capire qual era in vero il mostro più potente, misurando il tutto con il mero calcolo della ricompensa per la sua sconfitta, e scoprii così con terrore che il drago non era nemmeno degno di allacciare i calzari a una creatura della quale ignoravo completamente l’esistenza, detto “Tarrasque”.

Ma che minchia è un tarrasque?

Un, anzi, “il” (perché trattasi di creatura unica e leggendaria) tarrasque è un bestione immane come taglia, come capacità di subire ferite, come resistenza della corazza, come forza e come tremenditudine (si può dire?) dei suoi colpi. Se sei così coraggioso da non fuggire in preda al panico solo al sentire da lontano il suo rumore, se sei così pazzo da affrontarlo senza impazzire ulteriormente, se sei così pirla dal combatterci, e così crudele da ucciderlo ed estinguere così una specie dall’inestimabile valore per la biodiversità, ecco che devi poi avere la possibilità di esprimere un desiderio per essere certo che da un pezzo avanzato il tarrasque non riesca nell’arco di qualche tempo a risorgere. Insomma, diciamo che gli autori si sono un po’ divertiti a creare il mostro perfetto.

Detto questo, da dove salta fuori il tarrasque? Qualche amico diceva che si trattava di una creatura presente in una saga di libri-game, ma anche questo è un passaggio intermedio. In realtà questo mostro trae le sue origini da una leggenda medievale della Provenza. Qui una città di nome Tarascon e la sua regione erano devastate da una creatura mostruosa, con un carapace da tartaruga praticamente indistruttibile, con punte e creste, sei zampe e muso leonino. Questa entità devastante (ancora oggi raffigurata nello stemma araldico della città) venne messa in fuga da Marta di Betania (giunta qui nel 48 d.C.), recitando un’«ave Maria».
La tarrasque (sì, passiamo ora a “la”, perché pare che fosse da declinarsi al femminile) è anche… ebbene sì… patrimonio dell’umanità. Infatti nel 2005 è finita in un bene immateriale dell’UNESCO, le processioni di giganti e dragoni del folklore e della tradizione francese e belga. È protetta, non potete più abbatterla, prendetevela coi soliti goblin e non rompete.

Al nome della tarrasque è dedicata la classificazione del Tarascosaurus Salluvicus, un dinosauro terapode del tardo cretaceo francese.

Concludiamo con un mini sondaggino riservato ai giocatori di ruolo: qual è il vostro mostro preferito?

Bestiario, VII

Settima pagina del Bestiario del Canneto di Eridu.
Lo strano caso Popobawa

Antefatto
Siamo nella seconda metà degli anni ’90, e due strani individui raccolgono modesti trafiletti di giornale con notizie demenziali, stupide, curiose. Si passa da annunci commerciali del tipo “vendo letto matrimoniale a baldacchino causa inutilizzo” a casi demenziali tratti (inventati?) dal sottomondo urbano. Tra questi ritagli, ne spicca uno, una notizia proveniente dall’estero. Ma lasciamo i nostri due pirla un attimo da parte, due sagome di cartone illuminate, quasi come se fossimo nello studio di Lucarelli.

Il guru della TV
Quelli, gli ultimi anni Novanta, sono gli anni del guru della televisione, quel Maurizio Costanzo che impera e imperversa, direttore di un po’ di tutto, e che esporta il suo “talk show” serale, con le sue raccolte di fenomeni da baraccone, negli studi della domenica pomeriggio di Canale 5 (che vedevo solo casualmente… lo so che suona di scusa, ma fidatevi, vi prego). Tra gli spersonaggi di cui ci fa dono (…), come il cangurotto, per dire, ci sono anche degli strani tormentoni. Non sono i tormentoni degli anni ’80, quelli tamarri del DriveIn (dal bel giumbotto e i due roberti di Faletti al preocubado di Francesco Salvi, dal troppo scarso di Braschi al 18? io lo rifiuto di Vastano… e per tacer di Greggio e D’Angelo) e non sono ancora quelli dementi degli anni duemila di matrice zelighiana. Sono tormentoni più striscianti, che giocano tra il comico e il politicamente corretto ma fintamente scorretto, il buonista travestito da controcorrente, il perbene inserito nella personalissima versione costanziana dell’etica.
Tra questi tormentoni c’è il famoso «che fine ha fatto Popobawa» (secondo la rete pare nato da una battuta di Bonolis, ma non ho trovato notizie più chiare), al quale il pubblico era invitato a rispondere. E rispondeva nei modi più ciarlatani possibili, tra cui cose del genere “è in giro a lavorare per la pace nel mondo”, roba che i bambini di 4 anni sanno essere più acuti e originali, e soprattutto più sinceri.

Il protagonista
Sì, ma la vera domanda non è “che fine ha fatto Popobawa”, ma… “chi minchia è Popobawa!?”. Già, chi minchia è?
Perché qualcuno dovrà pure essere.
E qui risaltano fuori i due strani individui, uno dei quali è il vostro Cestinante e l’altro è Pàul (che collabora a questo blog), e hanno trovato un ritaglietto di giornale qualche mese prima dell’inizio del tormentone, un ritaglietto del Corriere della Sera che informa di un fatto inquietante: è ricomparso Popobawa. Eh sì. È proprio ricomparso, e la sua apparizione è sinonimo di sventura. Brr.
Lui, Popobawa, viene citato nell’articoletto come il nano sodomizzatore dell’isola di Zanzibar (in realtà Pemba, la seconda delle Isole delle Spezie, piccolo arcipelago noto per la maggiore Zanzibar, al largo delle acque tanzaniane), perfettamente adatto quindi a fare da ospite a un talk show serale, meno al pomeriggio della rete ammiraglia. Un criptide con ali di pipistrello, faccia da scimmia e un solo occhio, responsabile nel ’97 di 27 aggressioni sessuali a maschi e femmine tra i 12 e i 70 anni. Un bravo mostro, insomma.

Che fine ha fatto, quindi, Popobawa?
Bah, speriamo sia stato arrestato. O lui lo spacciatore, almeno. Perché se qualcuno è convinto che un basso uomo-scimmia mono-oculodotato con ali da chirottero abbia cercato di inchiapparlo, beh, qualche strana sostanza deve pur averla assunta, no?
Vi tranquillizzo, comunque, cercando tra i dipendenti dell’ONU all’opera per la pace o i premi Nobel corrispondenti non figura alcun Popobawa.

Bestiario, VI

Sesta pagina del Bestiario del Canneto di Eridu.
Il fringuello

Come promesso, eccomi qua di nuovo per celebrare il Darwin day. Sì, ok, avrei dovuto pubblicare due giorni fa questo articoletto. Sì, ho capito, sono pigro, sono lento, blah blah blah. Adesso però basta fare i precisini.

Fringuelli. È un attimo collegarli al barbuto autore dell’evoluzionismo, alle sue osservazioni di dimensioni e forme dei becchi delle molte specie di fringuello delle Galapagos che, pare, gli ispirarono l’idea che tali specie traevano origine dalla selezione naturale di caratteri genetici. Eppure io, non vogliatemene, quando penso al fringuello penso a Dario Fo e al suo Zanni (da Mistero Buffo, dove tra l’altro si parlava anche di Celestino V e Bonifacio VIII, tornati anche l’oro d’attualità con l’abdicazione di Benedetto XVI), prototipo della maschera dell’affamato, quando sogna di prepararsi un pranzo pantagruelico, di cucinare una gallina e farcirla con un tordo, «un fringulàs, un pàsser»…
E lo trovo straordinariamente attuale, anzi, forse un filo in anticipo sui tempi. Non sono in grado di fare superbe analisi sociologiche, ma se è vero che le mense dei poveri sono sempre più frequentate da gente comune, che fino a poco prima aveva un lavoro e una casa, allora è facile pensare che lo Zanni tornerà ad essere una maschera attuale, troppo attuale, per qualcuno di noi.

E così, passando da Darwin a Dario Fo, ora torniamo a Darwin: adesso sono le classi politiche dirigenti che devono evolversi. In politica le mutazioni vantaggiose ci sono, e sono quelle che fanno prendere voti, e portano all’estinzione dei politici che non si sanno adattare. E a me sembra proprio che i tempi stiano cambiando, e che la nostra classe politica tradizionale l’abbia capito, ma non riesca a dare risposte convincenti, tante e tanto forti sono le resistenze in cui vive e si crogiola.

E se il fringuello è così adattabile, e il politico italiano così poco, c’è speranza che nel medio periodo potremo sentire il cinguettìo dei fringuello e non le stronzate di una campagna elettorale assolutamente ridicola, assurdamente tragica.

Bestiario, V

Quinta pagina del Bestiario del Canneto di Eridu.
L’ibrido interregno

Visto che lunedì il nostro buon Giacobbo e il suo Voyager ci hanno lasciato orfani della consueta bufala criptozoologica, e ieri sera non è andato in onda Mistero, alimentando il… mistero con un comunicato su fantomatiche verifiche necessarie prima di andare in onda (sospetto in realtà problemi all’antidoping per Pinketts), vedo di sostituirmi – compiendo atto di indicibile hybris – al Gran Maestro dell’ignoto e ai suoi chiassosi emuli della combriccola misteriosa.

Quindi eccoci di nuovo alle prese con un bestiario criptozoologico, e per la precisione con qualcosa che la tassonomia scientifica dovrebbe aver spazzato via da un paio di secoli, ovvero la credenza dell’ibrido tra regni diversi, creature a mezza via tra il regno animale e quello vegetale, o tra quello animale e quello minerale, o vegetale e minerale.

Nel medioevo, per esempio, si fecero largo due leggende che parlavano di misteriosi ibridi animale-vegetale, ovvero la mandragora e l’agnello-vegetale.
La mandragora è una pianta realmente esistente, e ovviamente non ha nulla di animale. Si tratta di una solanacea (famiglia che comprende, per esempio, il pomodoro, la melanzana, il peperone, il tabacco) con virtù officinali – anestetiche, per la precisione – e ritenuta avere potere magico nei tempi in discussione. La forma della sua radice, biforcuta, ricordava la figura di una persona, e si riteneva che estirpandola lanciasse un grido, un pianto, in grado financo di uccidere un uomo. Considerando che era facilissimo verificare che la povera piantina, quand’anche estirpata, non produceva alcun suono, risulta piuttosto curioso che veramente qualcuno credesse alla leggenda.
L’agnello vegetale della Tartaria è un altro ibrido animale-vegetale. Si credeva che in oriente esistesse questa strana pianta i cui fiori diventavano agnelli, e che quando questi avevano fame tiravano verso terra per brucare. Una volta brucata tutta la terra d’intorno, e maturati quindi gli agnellini, questi si staccavano e la pianta essiccava. Un mito-fiaba per spiegare il cotone? O una favola della grande tradizione delle meraviglie delle terre lontane? Noi di Voyager crediamo di sì (sì, ma “sì” cosa? non importa…).

Ma l’idea di una creatura intermedia tra il vegetale e l’animale non è solo un retaggio di leggende da Bestiario medievale. Anche in tempi molto più recenti l’idea è stata riesumata. Per esempio dal cinema: chi non ricorda Audrey, la pianta carnivora de “La piccola bottega degli orrori”? Prende spunto in realtà da una piantina erbacea nota anche come “Venere acchiappamosche”, la Dionaea muscipula, una pianta originaria degli Stati Uniti. Di sicuro ha più dell’animale lei rispetto alla mandragora, visto che compie scatti e movimenti con le sue “foglie trappola” (che ricordano bocche dentate), anche se in realtà il movimento è involontario, ed è un meccanismo noto come tigmotropismo (lo stesso che, per esempio, spinge una rampicante a… rampicare) ed è dovuto a una risposta al contatto: la presenza della mosca spinge la “bocca” a chiudersi, come la presenza del bastone spinge i viticci ad annodarvisi.

Nella letteratura, in particolare nella fantascienza, poi, abbiamo molti esempi di fantaxenobiologia, con generazione di specie a volte davvero ingegnose. Rimanendo nel campo degli ibridi interregno, in particolare, trovo geniali i pequeninos, ideati da Orson Scott Card per la saga di Ender (in particolare i romanzi “Il riscatto di Ender” e “Ender III – Xenocidio”). Sono creature che iniziano la vita in forma larvale da una creatura vermiforme, la “madre”, e crescono per un lungo periodo nella corteccia e sulle chioma dei “padri”, degli alberi. Una volta cresciuti, vengono divisi: quelli che non riescono a sviluppare la forma adulta diventano “madri”, mentre gli altri vengono divisi tra maschi e femmine. Le femmine si devono occupare di difendere madri e padri, mentre i maschi devono portare le madri (verminose, cieche e immobili) nei boschetti costituiti dai padri. Dopo la morte, i maschi invece di decomporsi vedono dal loro corpo crescere una pianta: divengono i padri, che servono per impollinare le madri. Si tratta di uno dei più ingegnosi (e più alieni) ecosistemi mai inventati. Chapeau.

Ma anche sulla terra abbiamo creature che, pur non essendo veri e propri ibridi interregno, lo possono sembrare. E una delle più stupefacenti è di sicuro il corallo, o meglio, gli antozoi. Le spettacolari barriere coralline altro non sono che colonie di centinaia di migliaia di minuscoli animali, detti polipi, tentacolati, un tantinello disgustosi, se vogliamo, dotati di un esoscheletro di carbonato di calcio. Esteticamente simili a piante, sono in realtà animali che si nutrono e riproducono, e ci lasciano una pietra semipreziosa da gioielleria, il corallo appunto. Un triplice ibrido-interregno apparente, li chiamerei. E sarebbe un nome che fa schifo…

Bestiario, IV

Quarta pagina del Bestiario del Canneto di Eridu.
Il gatto Munchkin

«È insito nella natura umano lo stupirsi allorquando le naturali proporzioni vengono sovvertite». Questo disse il famoso critico d’arte norvegese Fjordøff. O almeno, così riportò, inventando spudoratamente, un mio compagno di classe (del quale non farò il nome, dirò solo che è abituale frequentatore del Canneto) in una verifica di storia dell’arte ai tempi del liceo. E gli andò pure bene, dacché la professoressa non riconobbe la minchiata e nemmeno si prese la briga di verificare. Del resto era lei che stava verificando noi. Non poteva immaginare che al contempo noi pesassimo lei…

Resta il fatto che il concetto espresso dal sedicente Fjordøff è quantomai vero. E ancor più vero è nella selezione attuata dall’uomo sugli animali domestici, che ha prodotto, a partire da animali selvatici probabilmente affini ai nostri lupi, risultati dalle differenze eclatanti. Penso all’irish wolfhound (una bestia che in piedi sulle zampe posteriori passa i due metri) e lo confronto con l’esecrabile scassamaroni noto come “yorkshire terrier”. Penso ai filiformi levrieri e al tarchiatello british bulldog, dal bassethound dalla trascurabile altimetria all’alano che ha il cuore decisamente lontano dal buco del culo, il pinscher nano – il neutrino dei cani – come l’immane mastino inglese.

Tra i gatti la selezione, pur avendo dato origine a molte razze diverse, non ha prodotto risultati così diversi. Anche perché il gatto tutto può essere meno che un animale da lavoro, se con lavoro non si intende di tanto in tanto matare un roditore o coprire la merda con la sabbietta. E quindi, viste le minori esigenze morfologiche lavorative, la selezione si è incentrata su effimeri caratteri come il pelo o il muso più o meno prominente. Fa eccezione questa strana razza che ho appena conosciuto, molto rara nel nostro paese, che si è andata consolidando attraverso incroci tra gatti di varie razze presentanti un carattere presentatosi spontaneamente. Il carattere, fissato poi dagli incroci, è quello delle zampette corte, tipo bassotto, tipo corgi.

Il gatto munchkin, o gatto bassotto, è un animale davvero curioso. Mi stupisce che non abbia ancora invaso le bacheche di tutti i social network. Ma, a dispetto della pucciosità o attrattività, la razza in questione non può che sollevare un dubbio zoo-etico: ha senso cercare di selezionare caratteri che provocano disfunzionalità nell’animale? Pesci rossi con occhioni sporgenti, cani con pelle cadente e pieghe cutanee che si riempiono di parassiti, strutture ossee provate da un peso eccessivo, zampe corte, sono caratteri da perpetuare che la selezione naturale farebbe immediatamente sparire… è giusto che vengano perpetuate dall’uomo?

Io mi sbilancio e dico sì. Il fatto che queste particolari razze di animali da compagnia si siano diffuse, considerando che l’uomo non è avulso dal sistema “natura”, significa che sono un successo evolutivo. Caratteristiche che li rendono particolarmente gradevoli alla specie dominante, alla lunga, non possono essere considerate caratteri svantaggiosi. Ma è chiaro che il dibattito che si può aprire è un ginepraio, che pone l’uomo al centro dell’analisi: è parte della natura o se ne è chiamato fuori? Questo è il vero quesito con il quale siamo chiamati a confrontarci, in primis.

Riconosco, comunque, che il mio “sì” alla selezione attuata dall’uomo mi mette in difficoltà al passaggio successivo: sarebbe legittima la manipolazione genetica (eugenetica?) applicata per ottenere particolari caratteristiche? Oggi già si costruiscono batteri che producono insulina, e gattini fluorescenti… ma cani da guardia dai denti a sciabola? E poi magari puzzole che spruzzano vetriolo, delfini in grado di individuare sommergibili nemici, zanzare velenose teleguidabili, mucche che fanno il tè… qual è il confine?

Bestiario, III

Terza pagina del Bestiario del Canneto di Eridu.
L’animale bianco

L’animale di colore bianco è un typos che da sempre attrae.

In occidente, per esempio, il bianco è da un lato simbolo del candore e dell’innocenza (bianco è sempre rappresentato l’unicorno) ma anche del potere: bianche sono le pellicce indossate da papi e imperatori, per esempio. A proposito, quando vedete i ritratti papali e imperiali con manti bianchi picchiettati di puntini neri, sono pellicce di ermellino, e ogni puntino nero è una coda… ora avete idea di che razza di sterminio rappresenti una sola stola di ermellino. Al contrario, l’animale ritratto con Cecilia Gallerani, amante di Ludovico il Moro, nel dipinto di Leonardo da Vinci “La dama con l’ermellino”, non è un ermellino. Tale creatura infatti le starebbe in mano, quindi o lei era un halfling, o quello era un furetto.

Bianco è anche il coniglio inseguito da Alice, che finisce per trascinarla nel Paese delle Meraviglie.

Varianti bianche dei comuni animali sono sempre state particolarmente affascinanti per l’uomo. Pensate al cavallo bianco, vero e proprio «status symbol» del generale, ma anche all’iconografia fantasy, con Ombromanto che a dispetto del nome è bianco, pensate a Falcor o Fucur, il fortunadrago, bianco con le scaglie perlacee. E pensate a Moby Dick, la balena bianca (che poi una “balena” bianca esiste davvero, il beluga, anche se non è smisurato e aggressivo, e ha un nome che sembra più un insulto genovese), o Kimba, il leone bianco dell’animazione giapponese (che nella sigla del cartone animato viene misteriosamente spostato nella gran Foresta Nera…).

La versione bianca dell’animale ci attrae da sempre, e non cessa di suscitare fascino: ancora oggi il parco zoologico Le Cornelle, tra Milano e Bergamo, basa gran parte della sua attrattiva su un gruppo di tigri bianche, e ho visto i manifesti del circo di Moira Orfei che se la tirava per il leone bianco Arturo. Per non parlare di pitoni e coccodrilli albini “star” di baracconi itineranti e mostre dei rettili.

Ma ora, per concludere, lo sforzo di fantasia che vi chiedo oggi è di immaginare una variante cromatica di qualche animale che secondo voi sarebbe interessante. Parto io: mi piacerebbe vedere l’Antipanda, un panda dal carattere scostante e dalla livrea a colori invertiti.

Aggiungo: guardate come sarebbe bellino l’antipanda, nel disegno di Talamax

Bestiario, II

Seconda pagina del Bestiario del Canneto di Eridu.
Il sirrush

Mesopotamia. Con questa pagina del Bestiario il Canneto di Eridu torna a casa, nell’antichissima terra tra i due fiumi che ha visto nascere la città, la scrittura, la birra e gli insaccati.
La figlia più splendente di queste terre fu di certo Babilonia. E le sue mura, e la sua porta più bella, detta la porta di Ishtar, vennero ricoperte da Nabucodonosor II da piastrelle vetrificate blu, e in oro mise dei leoni, dei tori e dei sirrush a difesa della città.

«E che minchia è il sirrush?» direte voi. E sarete portatori di ben poco rispetto, tanto per cominciare, viso che la «bestia» di cui stiamo parlando era una specie di drago, una creatura-chimera con il corpo da leone, ricoperto da squame, con i quarti posteriori da uccello e la testa da rettile. Secondo alcuni un varano (poteva essere un animale inventato visto che era ritratto con leoni e tori?), secondo altri una creatura allegorica, una specie di essere ideale che univa le caratteristiche di vari animali. Secondo altri l’evidentissima prova che le divinità babilonesi erano alieni…

E ora a voi: create una chimera. Unite le caratteristiche fisiche o morali di creature esistenti, e date corpo alla vostra invenzione.

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