Il canneto di Eridu

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«A volte ritornano»

Sono mesi che manco dal mio blog. Il canneto di Eridu è pieno di erbacce, e in parte interrito, in via di desertificazione. Uno stato pietoso. Certo, non come l’Italia, questo è vero. In fin dei conti alla guida del Canneto non c’è stato nessuno per mesi, e quindi nessuno ha potuto far danni.
Come mai non ho più scritto? Ho provato a domandarmelo. Ci sono tante risposte, naturalmente, ma significherebbe addentrarmi in una serie di pippe autobiografiche più adatte a tutt’altro genere di blog.
Per cui non vi tedio oltre e vi propino qualcosa. Un racconto. Un racconto che fa parte di un progetto di Tapirulan denominato “Tranci“, una serie di minilibretti, ciascuno ispirato al gusto di una pizza, ciascuno contenente come ingrediente un unico racconto. Il mio è dedicato ai peperoni e ha un titolo straordinariamente adatto al mio ritorno all’attività bloggara.
Seguiranno altri aggiornamenti. È una promessa, quindi non contateci.

La luna spunta a fatica dal condominio verde coi balconi arrugginiti e si arrampica di stella in stella, sbuffando, rossa per la fatica e per gli anni. O almeno così farebbe se tu fossi un animo romantico. E invece no, sei gretto, e quella che vedi è solo una palletta rosa nel cielo.

Nel frattempo ti stai, finalmente, coricando nella tua grettezza e nel tuo letto. Ah, il tuo letto. Caro, caro letto! Lenzuola fresche, lisce. E un cuscino magnifico. Che lo sai bene quanto ci è voluto a farlo diventare veramente tuo, a fargli prendere la forma giusta, la consistenza, la cedevolezza giusta. A ficcargli in quella testa di piume che no, no, no, non deve cadere dal letto dopo appena quattro minuti dalla serrata delle palpebre.
E ora, posato l’orecchio su quel guanciale amico, finalmente, nel silenzio (che bello il silenzio!), provi quella sublime sensazione di stanchezza liquida, che dilava da una sponda all’altra del corpo e infine scivola, rifluendo da tendini e muscoli tirati da una giornata nervosa. Finalmente sei disteso.
Non credevi che il paradiso fosse solo a 35 centimetri da terra.

E infatti non lo è. Venti minuti e sei ancora lì, che ti rigiri come un arrosto nella casseruola, l’alloro sotto l’ascella. Girarti ancora non servirà a granché: non è servito le trentaquattro volte precedenti, e non pare che “trentacinque” sia un numero cabalisticamente rilevante nel quale riporre speranze particolari.
Il cuscino chiede pietà. Le lenzuola oppongono un irritante attrito al tuo sudore. Sono fresche? Sì, come le uova che hai buttato nel bidone, quelle che ieri pigolavano.

Mezz’ora. Un’ora. Un’ora e venti. Un’ora e venticinque. Un’ora e ventisei. Un’ora ventisei e trentaquattro secondi. Ogni minuto che passa la situazione peggiora. E ne continuano a passare, di quei maledetti minuti.
E cominci a pensare con orrore a quel punto preciso della sveglia dove tra cinque ore passerà la lancetta, scatenando un trillo malvagio e inarrestabile che martellando sul tuo cranio segnerà l’inizio di una giornata di merda, con le palpebre di marmo e la testa di basalto e i maroni di ossidiana.
Quanto schifo potrà fare la giornata di domani se non riesci ad addormentarti più o meno, diciamo, adesso? Anzi, un secondo fa? Ecco, magari due secondi fa. Tre secondi. Quattro. Aaaaaaaah! Dannazione, e dannazione anche ai polli morti nel bidone!

Cerca almeno di capire la causa di questa insonnia. Magari ci possiamo fare qualcosa, no? Spremi, centrifuga, grattugia quel dannato encefalo. Ragiona, rimugina, elucubra.

C’è qualche pensiero legato alla giornata appena trascorsa? Eh, i pensieri contano, e a volte ritornano, sai?
Il lavoro. È sicuramente quello. Sei rimasto indietro. Capita. Così il senso di colpa e la paura per la prossima giornata non ti fanno dormire. Ascolta me, alzati. Prendiamo in mano quel dannato progetto
che devi consegnare, gli diamo un’occhiata, e vedrai che in mezz’ora torni a dormire. Come sarebbe a dire «No», cosa vuoi fare, restare lì a imitare il brasato? Muovi il culo. Ah, scusa non avevo capito, «No» nel senso che non è quello, il lavoro va benone e hai finito tutto per tempo. E vabbhè, capita di sbagliare, no?

Se non è il lavoro sarà una questione di cuore. Il cuore di giorno sembra sepolto sotto palate di occupazioni, impegni, hobby e invenzioni. Ma lì sotto, continua a lavorare, e produce pensieri sottili, striscianti, impalpabili, che di notte ti aggrediscono. Aspettano quando il lavoro è finito e gli impegni sono stati portati a termine, quando gli hobby ti hanno ormai rotto i coglioni e le tue invenzioni le ha già brevettate qualcun altro. È proprio allora, quando ti stai rilassando, che lo strato che ricopre i pensieri si assottiglia e infragilisce, e loro iniziano ad agitarsi. A scuotersi. A grattare, picchiare, spaccare il coperchio della bara, e poi sorgono e ti agguantano e ti mangiano il cervello! Ahahahah!
Come dici? Ah sì, hai ragione, quelli non sono i pensieri di cuore, sono gli zombie. Bhe, del resto lo sai, anche quelli, a volte, ritornano, no?

Ehi, un momento, cos’è stato? Come «cosa?», quel rumore, giù, al piano di sotto. Sst! Taci un momento!

Ok, niente, forse era solo… solo… Di nuovo! Presto, andiamo a vedere!
Anzi, vai avanti tu, imperioso ma con prudenza.
E che ne so, tu cammina disinvolto.

Dannazione, vecchio mio, adesso lo senti anche tu, eh? Grattano alla porta! Zombie! Se riescono a sfondare siamo fregati. Fa qualcosa. Non c’è quella scure giù in cantina? Ah no, è vero, te l’ho fatta buttare via ieri. Tanto non la usavi mai, compri legna già spaccata. Sei sempre stato pigro.
Pensiamo a un’altra arma, qualcosa di più efficace. Senti come grattano la fottuta porta, vedrai, adesso passano e puoi dire addio al televisore nuovo, al lavoro già finito e alla legna già spaccata. E anche alla vitaccia e all’insonnia.
Cosa stai facendo? Cosa stai facendo! No! Non aprire quella porta! Folle!
Ah, ok, era solo Blackjack. Non dare la colpa a me, bello, sei stato tu a chiudere fuori il cane. Facile prendersela con me, adesso. Quella degli zombie non era un’ipotesi campata per aria. Esistono, eccome! Anni fa ho anche avuto l’occasione di comprarne un lotto sottobanco dal console di Haiti. Ah, non te ne frega nulla. Hai sonno, ok.

Hai sonno. Facile avere sonno quando sei dabbasso, in piedi, con la porta aperta, il vento che soffia dentro le foglie e il cane che sporca il pavimento di fango (e speriamo sia fango). Facile dire: «Ho sonno, pulirò domani». Già più difficile è avere ancora sonno quando sei di sopra, nel letto, al buio, con gli occhi sgranati a guardare il nulla che turbina nel vuoto. Ah, uomo senza sonno, non rompere e goditi il panorama.
Un altro rumore.
Chi hai chiuso fuori stavolta? Il gatto, il furetto, il criceto, il cane della prateria, l’oritteropo rosso alato cornuto bitorzoluto dell’Honduras sub-sahariano asiatico?
No aspetta, bussano…
A quest’ora? Chi può essere? Assassini seriali? Rapinatori? Ehi, questo non è bussare, stanno sfondando la porta!
Sono entrati, senti che urla! Sono davvero zombie stavolta… Oh povero Blackjack, che sfiga, morire così, con le zampe sporche di fango (e speriamo fosse fango).
Salviamoci almeno noi, forza, fuggiamo in soffitta, vado avanti io stavolta, un po’ per uno, eccheccazzo. Eccoli, eccoli! Corri, corri, corri!

Troppo tardi, ti hanno afferrato. Dì un po’, curiosità mia, è spiacevole la sensazione di centinaia di denti marci che ti strappano brandelli di carne? Uhi… l’occhio… che impressione… t’ha fatto male? Come? Spiegati, per Giove!
Ah, «aiuto», scusa non si capiva bene. Sì, sì, ok, faccio il possibile, fammi ragionare… Uhm, l’estintore no. Il salame appeso a stagionare neppure. Il ferro da stiro ferma-porta di zia Luisa forse sì, ma no, no… e quella che è? … una motosega! E da quando hai una motosega? Ahahahahah, fantastica! Afferrala, muoviti, che iniziamo lo
scempio! Trasformiamo questi morti viventi in morti come Iddio comanda!

Bravo, bravo, ce l’abbiamo fatta. È stato un lavoro duro, ma abbiamo fermato i morti che camminano. Adesso vediamo di pulire, che c’è carne marcia ovunque e con questa puzza non riusciresti a dormire. Sì, sono ironico. E no, questo non vuol dire che puoi evitare di pulire. Avanti.
Veloce e in silenzio, che i vicini dormono. E mentre accumuli tranci di zombie in vezzosi sacchi fuxia per la differenziata, vedi che ti sfoghi. Alla fine ti fai un bel bagno bollente e col sudore spurghi anche le tensioni. Poi dormi come una triglia in freezer: senza dare segni di vita.
Bella vita, eh, avere uno come me che ti consiglia sul da farsi?
Sì, però non rallentare, veloce con quei sacchi, se no tra che finisci e ti lavi non ti resta tempo per dormire. Dai, veloce.
Ma cos’è questo odore di cane marcio? Alle spalle! Blackjack è diventato uno zombie, ci attacca! E poi dicono che è il migliore amico dell’uomo, basta un’infezione zombieficante, praticamente meno di un’influenza suina, ed è già pronto a morderti le chiappe, vigliacco! Oh, no, che casino, ti ha addentato alla giugulare, accidenti.
Per te è finita. Che schifo, sangue ovunque. E poi a dirla tutta stai morendo senza un briciolo di dignità. Urla, grida, pianto, stridore di lacrime, denti e sangue – sì vabbhè hai capito, dai – e poi ahia! No Blackjack buono! Ahia! Io che c’entro?
No! Noooo! Noooooooo!

Uhf… Azz… Anf… Che… Che notte, che sogno di merda!
L’ultima volta che ho fatto un sogno del genere infestavo la psiche di uno sciamano cimmero, ma era stato torturato per tre giorni da un boia assiro, altroché.
Ma che cazzo hai mangiato ieri sera, bestia?
Ah, peperoni, eh? Ecco, allora. Anche quelli a volte ritornano.
Senti che saporaccio in bocca.
E che strano fastidio dove una volta avevi l’occhio.

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«Tristo. Umanamente transustanziato»

Ho aspettato l’inizio della quaresima per pubblicare uno degli ultimi vecchi racconti che avevo in archivio. E poi, guarda il caso, il polverone sollevato dall’abdicazione di Benedetto XVI, e il dibattito sullo “scendere dalla croce” o meno, evocato dal confronto tra la scelta di questo papa e del suo predecessore, rendono ancora più adatto a questi giorni questo racconto.

E mi sputano! Che forse mi dà più fastidio quello, delle nerbate. Ho due quintali di legno sulla schiena e un decurione che mi frusta, e ci aggiungo la mia gente che sembra aver messo via sputi per me da una vita. Ho brandelli di stoffa e di sangue, brandelli di vita che perdo lungo la via, e gente che guarda, come se fosse giusto, come se fosse bello. Si dicono uomini, di notte nelle taverne, di giorno nel tempio, e qui non sono neppure animali. Bestie!

Non reagisco, non avrebbe senso. Tutto è stato scritto fin dal principio, tutto è stato detto e pensato prima di oggi. Devo essere sacrificato per salvare gli uomini, e li salverò.

Chi li vuole salvare? Perché dovrei farlo io? Ho le loro spine in testa e sangue duro negli occhi. Queste ferite non hanno tempo di guarire. Tra dieci minuti sono appeso, schiacciato da tutte le loro colpe, col ventre gonfio della loro rabbia, e questa vecchia mi vomita le sue accuse, dimenandosi come se le avessi ucciso un figlio. Non ti voglio salvare! Ti voglio vedere contorta nella fossa degli inferi, voglio vedere i diavoli ballare sulla tua schiena curva e grinzosa…
Ma non allevierà la mia sofferenza…

La sofferenza porta alla redenzione, dopo tutto.
L’avevo detto a tutti. Ci credevano, ci credeva chi aveva bisogno di sentirselo dire per tirare avanti, per riuscire ad appoggiarsi a qualcosa. Ma la sofferenza ti uccide ancora prima di essere inchiodato a una croce.
C’è salvezza in questo male che mi divora? C’è salvezza nella disperazione?

Cancheri… e mi sputano!
Fino a ieri mi ascoltavano come il Verbo. Mi tirano fango, e merda d’asino, adesso. Mangiatevela! Non può farvi marcire più di così.

Devo sopportare, tirare avanti su questo percorso di dolore. Non sanno quello che fanno, per loro devo aprire le porte del regno del Padre! Devo rasserenare la mia mente piagata, pensare al grande bene che ci attende tutti quanti, me e questi miei fratelli bestemmianti!

Fratelli? Fratelli miei?! Di sicuro quello lì che mi tira un sasso, sì proprio quel sasso che mi sta tranciando una vena sul sopracciglio, quello lì deve essere un fratello bastardo! Vieni qua, che ti spacco la croce sulla schiena…

E il decurione mi ferisce e umilia, eppure sono sereno: la mia sostanza, la mia natura divina mi rassicurano. Non ho dubbi nella visione di ciò che è stata la mia vita su questa terra. Non ho dubbi sulla veridicità del mio dolore, ma neppure sulla sua importanza per la salvezza. Non ho dubbi.

Mi tirano su! Mi alzano! Il dolore! Il dolore dentro le mani spaccate dai chiodi, il dolore dentro le spalle, nelle gambe, il dolore qua, che mi apre le costole… Ah, perché un uomo può soffrire così tanto, perché è stato creato questo dolore?

Il dolore mi acceca… vacillano le mie certezze. La mia sostanza, la mia natura umana mi invadono… Non riesco più a distinguermi, a capire. Un secondo fa tutto era limpido: il dolore intorbidisce la ragione, la paura ammanta e nasconde la memoria. Chi è questa gente che urla straziandomi le orecchie, cos’è questa luce che mi brucia gli occhi… è finita, tutto è perduto. Perché… perché mi hai abbandonato?

Tutto si fa distante. Ovattato. Urlano, ma non hanno voce; gridano, si sbracciano. Nessuno mi ha abbandonato, o nessuno mi aspetta. Alle ferite non importa più di guarire. Adesso, mi sono fatto uomo.

«Cinquantotto centimetri»

La tradizione ormai si è messa in pari con me: siamo all’8 di dicembre, e anche per lei è iniziato il periodo natalizio. È infatti l’Immacolata il giorno in cui si addobba l’albero, o si fa il presepe. A proposito, quale dei due preferite?

In questo mio vecchio racconto si parla del presepe. E di una statuetta in particolare.

Quattrocentosettantatre euro, investiti in qualcosa con uno sgradevole aroma di gamberi e nespola acerba, e in fondo, cercando bene, profumo di zucchero filato acrilico.
Il tutto là sotto. Perché qua dietro si sente solo la puzza di una cimice che ha deciso di tirare le cuoia proprio qui. Tutti gli anni è così… crepassero almeno senza frangere i maroni uno ci potrebbe fare l’abitudine.
E qui dietro ci stiamo anche dieci giorni, io e gli altri due, aspettando che venga il nostro turno. Allora, dopo tutto questo buio, ci toccherà subire cromie improbabili, in intermittenza secondo schemi da geometria analitica. E ogni anno ne aggiungono.
Ma fosse solo quello. Quando siamo sul tavolo, invariabilmente, quello vicino alla pastorella scalza non sono mai io. Chissà perché.
Finisco sempre in quello schifo di muschio pieno di terra. Mai che lo raccolgano bene.
Quello con l’oro lo mettono sempre davanti, in prima fila, poi quello con l’incenso.
Figurati se si curano della mirra… mi mettono dietro anche al cammello.
Ma no, prego, scusatemi voi, non vorrei disturbare.
Una volta mi hanno confuso con un pescatore: alla fine lui è stato messo davanti alla capanna, io sono rimasto in riva al lago di carta stagnola. Magari hanno apprezzato più i pesci della mirra, chissà, forse costano di più. Ha anche più senso per la storia: non è lui che poi li ha moltiplicati?
Ogni volta che mi spostano cado tre volte. Stamattina mi hanno fatto finire addosso al cane del pastore; cercando di tirare su il cane hanno abbattuto due pecore, poi il carretto. Per mettere tutto a posto ci hanno messo mezz’ora e hanno sparpagliato i sassi bianchi. È venuto uno schifo…
Maledetti sassi bianchi! Che per risparmiare tempo li prendono sempre dalla lettiera del gatto! Poi è normale che il gatto si vendichi. È chiaro. Ma perché si deve vendicare proprio a due passi da me?
Mi piacerebbe il posto del vinaiolo. Lo mettono sempre vicino al pozzo di cartapesta, con le lavandaie. Sta fermo lì, lontano dalla lettiera del gatto, bello tranquillo. Non deve mai essere spostato. Gli ho chiesto di fare cambio ma non mi ha nemmeno risposto.
Sarà ubriaco. Sarà stronzo.
Sono sempre affascinato dalle palle dell’enorme albero laggiù in fondo. Luccicanti, colorate, bellissime, e con una vita da brivido: basta cadere una volta e ciao, finita. Queste sono emozioni.
Non come la nostra routine. Giusto ieri, come tutti, tutti gli anni, si sono accorti di aver messo troppe pecore davanti alla grotta e hanno cominciato a spostarle per quando arriveremo noi.
– Oh che pasticcio! – hanno detto – quest’anno abbiamo proprio esagerato con le pecorelle!
Con quegli avanzi di gregge hanno esagerato fin dalla prima volta, poi ne hanno comprati almeno tre ogni anno. Ma lasciamo perdere, che intanto hanno risistemato tutto: guarda che bello spiazzo, ci starà comodo anche il cammello. Peccato che siano stati costretti a cacciare pecore un po’ ovunque. Ce ne sono anche nel lago di stagnola, anche in mezzo alle lavandaie, anche nella neve di cotone. Una è finita sulla capanna, vicino all’angelo con la veste verde, quello che l’anno scorso mi è caduto sulla crapa.
Non vedo l’ora di arrivare alla fine. Oggi hanno tolto di mezzo l’aroma che veniva da là sotto, poi hanno messo il bambino nella culla. Significa che mancano ancora quasi due settimane. Prima però mi subirò la “serata del morto”. C’è ogni anno, e ogni anno riesco a non capirne il senso.
A un certo punto della serata, non si sa bene perché, sparano un affare di sughero, da questa parte per non colpire il televisore. Puntualmente uno di noi viene centrato e finisce nel baratro. Il rumore è inquietante, e l’anno dopo il centrato non c’è più… l’anno scorso è toccato al pastore vecchio col bastone. Tanto era vecchio.
Finalmente è il giorno.
Superati il grassone delle frittelle e la donna che fila, girato l’angolo del nuovo baracchino di legno, siamo arrivati.
A questo punto mi gira sempre la testa, sudo freddo come i vetri appannati della cucina. Viaggio ogni anno da là dietro alla capanna. Per arrivare davanti a un bambino. Non è brutto, è fatto meglio del bue, e poi ha una strana cosa brillantosa dietro la testa.
Ma preferisco la pastorella scalza.
Mah… arrivare qui ogni anno, e mai una risposta.
Dimmi qualcosa, bambino, almeno tu. Perché qui non parla nessun altro, e nessuno mi spiega, nessuno risponde. Perché mi hanno inventato? Solo per percorrere questi cinquantotto centimetri ogni anno? Solo per rischiare di essere investito da un tappo di sughero, o usato come cesso da un gatto? Solo per sfiorare la pastorella scalza?
Perché non rispondi?

«Vangelo apocrifo»

Si va verso il Natale. C’è chi lo ama e chi solo a sentirlo nominare si irrita, ma resta il fatto che per un mese e mezzo luci colorate, addobbi e auguri, e scaffali di giocattoli nei supermercati, prenderanno il posto di grigiume e spentume e rapidi saluti e cartoleria economica. E tutto ciò, in fondo, mi illuderà che sulla terra si sta un po’ meglio.

Detto questo vi propongo un racconto che si situa proprio su quel bordo sottile, quella membrana impalpabile che divide l’inverno senza luce, il novembre dei morti, dall’inverno illuminato, il dicembre del Natale.

Certe gocce fredde centrano l’anima e inchiodano alla vita. Gocce di nebbia, sporche, che fanno gracchiare i tergicristalli. Gocce di pioggia invernale, sottili, che si infilano nei vestiti e nel cuore. Non arrivano con la furiosa arroganza del temporale che grida, sbraita, sfida a corrergli dentro, a respirare l’euforia elettrica che scarica sul mondo.
No. D’inverno è tutto diverso. Il buio è già dentro. La goccia arriva e chiude un testo già scritto. Non c’è voglia di reagire, non c’è rabbia da gridare. Solo inverno.

Agli uomini piace, l’inverno, più che agli angeli. Gli uomini hanno case, famiglie. Hanno fuochi e luci che allungano ombre in tutte le direzioni. Eppure si costruiscono intorno dei muri, sperando di chiudere fuori il male. Creature ingenue, creature ostinate, gli uomini, circondati da ombre che riescono ad ignorare piantando gli occhi nel fuoco. Creature sempre alla ricerca di fogli di cartone per coprire la realtà.

È inverno. Tempo fa. Trascino sulla riva ali sporche e spada brunita. Gli occhi frugano tra i veli di un grigio tramonto di metà pomeriggio. Non ho scelto di essere qui: ho solo seguito le correnti. Mi accade spesso.
Un uomo:
– Presto! – grida – Andiamo! Hanno detto che è di là…
Lo fanno di nuovo, mi dico. Ci sarà qualche fuoco da andare a guardare. Quasi mi sorprendo di scoprirmi a seguirlo, e molta gente con me. Il loro vociare mi confonde, la mia mente ne viene assalita. Non riesco a distinguere un discorso dall’altro.
– Sì, l’ho sentito dire anch’io!
– Un mio amico ha incontrato gente importante che viene da lontano e loro lo sapevano da tempo…
– Cosa hai sentito?
– Gente di dove?
– Levati di mezzo, idiota!
– Che è nato un bambino, un bambino diverso…
– Non rompere!
Mi saturano. Troppa gente. Spintoni. Mi schiacciano, mi pestano le ali. No le ali no, dai! Le ali fanno male…
– Non lo so, di lontano…
– Muoviti!
– Ma dove si trova?
– Sì, se ne sentono di cose del genere…
– Di là! andiamo a vedere, dai!
Lascio che passino oltre, mi siedo e aspetto che il mondo si fermi. Passa l’ultimo della fila, staccato. Sfila anche una pecora. Poi mi raggiunge il silenzio.
Respiro, mi finisce la testa tra le mani.
La pioggia torna lentamente a riempire la mia attenzione. Alzati, mi dico. Sei un angelo. Non ti opporre al freddo, lascialo passare, solo così non avrà presa su di te, e ne sarai davvero libero. Ma non è facile. Diavolo, non è per niente facile.

– Non ce la faccio… andate voi!
– No, ci siamo quasi, ce la puoi fare.
– Andate voi due. Riprendo fiato, poi cerco di raggiungervi. Si vede ancora la stella: troverò la strada.
Tre uomini. Hanno vestiti diversi dagli altri. E corone. Gente di terre lontane? Uno si ferma vicino a me.
– Anche tu qui per il bambino? – mi dice tra sbuffi e affanni.
– No. Seguivo le correnti.
Sorride, mi prende per scemo. Questo qui non ha capito che sono un angelo. Forse non ha visto le ali, o la spada.
– E non vai a vederlo? – continua – Neanche per curiosità? È un evento unico. Non credo capiterà di nuovo, nell’arco della tua vita…
Non ricapiterà nell’arco della tua, penso mentre millenni di ricordi si prendono a gomitate per arrivare primi alla mia attenzione. Scelgo l’immagine delle legioni di Belial in rotta.
– Le antiche tavole ci hanno guidato, abbiamo scovato nelle stelle una profezia: quel bambino salverà il mondo! – riprende il vecchio, con risorta enfasi – Tutto il mondo, capisci, anche te! Non ti sembra di sentire già una profonda consolazione?
Anche questo vecchio è alla ricerca di un fuoco da guardare. Chissà da dove arriva. Chissà quali ombre lo affliggono a tal punto da spingerlo a percorrere un pezzo di mondo per affrancarsene. Non voglio distruggere la sua speranza, mi è quasi simpatico. E poi, mi rendo conto, un umano alla volta posso anche sopportarlo. Quasi capirlo. Un umano alla volta possiede più umanità di tanti umani tutti insieme.
– Ma sì… – gli dico – Ti accompagno. Ma mi fermerò a guardare da lontano: voi umani parlate, respirate, vivete tutti contemporaneamente, mi fate esplodere la testa. Quando siete in tanti sembrate un’unica bestia incontrollabile.
– Sia – sorride – Ci fermeremo a guardarlo da dove preferisci. Andiamo con calma, però. I miei compagni di viaggio erano ansiosi di vederlo, mi hanno fatto correre troppo.

Camminiamo in silenzio. Parlando col vecchio ero quasi riuscito a ignorare la pioggia. Adesso invece la sento, eccome. Non la sopporto.
– Siamo quasi arrivati – dice – dev’essere laggiù.
Indica un punto confuso, in mezzo a un nugolo di persone che cantano.
– Sì, ma quale?
Speravo di vedere qualcosa di particolare: un bambino avvolto da manti di luce, con un alone fatato in grado di fermare la pioggia. O magari di vederlo già cresciuto, pronto a seminare arguzia. Niente. Niente davvero. Si bagna anche lui, piange. E piange anche il vecchio. Umani.

Ci sono altri angeli. Li conosco quasi tutti. Commentano adagio, tranquilli, da lontano. Ecco Jezebel. Occhi vuoti, grigi di pioggia. Uriel, con la sua spada di cenere. Alcuni si avvicinano al bambino. Scuotono la testa. Non ci vedono niente di diverso dal solito. Noi non siamo uomini.

Creature ostinate, gli uomini. Dà loro un fuoco in cui piantare gli occhi e dimenticheranno ogni ombra. Non sono un semplice uomo, non ho bisogno di credere al fuoco. Ma per oggi lo guarderò, e farò finta che è tutto un mondo di luce.

«Lanterna a novembre»

Ho riscritto un vecchio racconto, vecchissimo, a dire il vero, che risentiva molto del peso degli anni. È un omaggio alle atmosfere di Halloween, la festa che finita nel torrente delle americanate sta inzuppando il nostro paese, in un fiume di Coca-Cola e marshmallows. Festa odiata da tradizionalisti e religiosi, ma anche evento che qui ci consente una riflessione: se continuiamo a chiamare “valori” gli ideali, finiremo con lo svilirli, e valutarli meno di quel che meritano.

Il vecchio con la lanterna era giunto nel nostro paese a piedi, la sera della vigilia di Ognissanti. Indossava vestiti che non si potevano dire laceri o da buttare, erano solo fuori tempo, come lui. E fuori luogo.
Camminava piano, il vecchio, e un po’ ricurvo. E tuttavia sicuro. Un passo, un passo, un passo, un sospiro e un passo. Costante.

Le vie del paese si aprivano dinnanzi ai suoi passi una dopo l’altra, le uniche luci filtravano da tende pesanti e arrossavano pietre grigie e ciottolati, altrimenti ammantati nel blu violaceo della prima sera. Il vecchio si soffermò a guardare una fontana, regolò la sua lanterna, sospirò, riprese il passo.

Un ragazzino tornava veloce a casa, forse si era attardato nei giochi con qualche compagno di burle. Il vecchio lo avvicinò, e chiese:
– Sai dirmi quanto vale l’amicizia?
Ma il fanciullo, sorpreso, o forse intimorito, non rispose. O forse proprio non seppe rispondere.
Il vecchio gli mozzò la testa.

Continuò il suo cammino, il vecchio, camminando per le nostre contrade, rischiarando la via con la sua vecchia lanterna tra giardini immersi nell’ombra e cortili rosseggianti per fiochi bagliori. Profumo di fagiolini stufati, e forse chiodi di garofano, una famiglia ricca.

Poco lontano dalla porta a sud incontrò un soldato. Un soldato, un fiero armigero, con spada tagliente e armatura lucida. E uno strafottente pennacchio rosso e bianco che spuntava dall’elmo. Un soldato, con spada. E con lancia.
Il vecchio gli si fermò dinnanzi, mentre dentro di sé già il soldato si beava di come la gente di lui avesse bisogno, e in fondo a lui dovesse rivolgersi.
E il vecchio gli si rivolse, e chiese:
– Sai dirmi quanto vale la pace?
Ma il soldato non viva la pace, la sua natura glielo impediva. E non seppe rispondere. E il vecchio gli mozzò la testa.

La fioca luce della lanterna rischiarava poco oltre la punta di quelle scarpe, un tempo così eleganti, lungo le belle vie della nostra terra, donando un aspetto strano e distorto a tutto ciò che lambiva. Lungo il viale delle viole, così bello a primavera ed ora così spoglio, con gli ontani dalle nodose braccia defogliate protese verso la luna nuova.

Il peregrinare del vecchio lo portò di fronte ad una giovane prostituta. Appoggiata ad un albero lo squadrò, chiedendosi se poteva permettersi mezz’ora delle sue grazie.
Ma il vecchio le parlò:
– Sai tu dirmi – le chiese – quanto vale il vero amore?
Ma la prostituta non vendevaamore, e non lo sapeva valutare. No, non seppe rispondere, la giovane, e il vecchio le mozzò la testa.

Continuò a camminare. Cercava la sua quiete, il vecchio, e la sua cerca lo portò al centro del paese dove stavano discutendo il prete ed il sindaco. Si avvicinò alle due persone, sempre rischiarando la via con la sua lanterna.
Esitò per volgere gli occhi alla fontana del nostro paese, piena di monete gettare per comprare un po’ di buona sorte.
– Sapete dirmi – disse poi volgendo la sua attenzione al sindaco e al prete – quanto valgono il potere e la morale?
E i due parlarono, e parlarono, e parlarono… ma non seppero rispondere.
Il vecchio se ne andò, con ancora tutte quelle parole nelle orecchie, e lasciò al prete tutta la sua simbologia che gli dava il permesso di insegnare la morale, e al sindaco la fascia che gli concedeva di esercitare il potere. Ma portò via le loro teste.

– Chi, chi – disse allora il vecchio rivolto alla sua lanterna – potrà infine dirmi il valore delle cose mettendole giustamente una in fila all’altra, chi porrà fine al mio tormento? Chi potrà donare giusta dimensione a ciò che non è dimensionato, dando fine alla mia cerca?

Il vecchio con la lanterna era giunto nel nostro paese a piedi, la notte della vigilia di Ognissanti. Non ricordava da dove veniva, ma sapeva cosa era necessario per dargli finalmente pace.
Fu in un vicolo che conduceva ad una rosticceria che lo incontrai.
Increspò la bocca in un sorriso, che rese ancor più triste il suo volto rugoso, guardando quasi oltre me, pensando forse già al prossimo incontro, e mi disse:
– Quanto valgono l’amicizia, la pace, l’amore, il potere e la morale?
– Ben meno, direi, sì – risposi scostandolo e riguadagnando la via della rosticceria – ben meno di un panzerotto al prosciutto, per me che sto morendo di fame.

«Lete»

Quando l’estate finisce e si tuffa, come fosse in una zona di subduzione tra placche tettoniche, sotto il prepotente autunno, ecco, divento di cattivo umore. Quando poi mi rendo conto che anche l’autunno comincia a zoppicare, e patisco per il primo raffreddore, beh, mi viene addosso una spasmodica voglia di primavera, così spasmodica che sembra non possa crescere ulteriormente. E invece cresce, cresce fino a metà marzo. E così, rileggendo l’incipit di questo vecchio racconto, ho riprovato la sensazione del primo sole di primavera, e al pensiero di quanto è lontano mi è venuto il magone… Ma sì, diamine, c’è di peggio, ma quanto aiuta la primavera a sopportare il “di peggio”…

Camminare è bello, soprattutto in una giornata primaverile, con quella deliziosa fibrillazione delle molecole, nota come “calore”, che toglie dalla noia dei cappotti la nostra pelle.
Soprattutto se lasci da parte i pensieri e puoi concentrarti, in modo da apprezzare come i centri nervosi periferici siano piacevolmente solleticati dalla nuova stagione.
Soprattutto se la tua mente è serena e di indole ben disposta verso il mondo, se sei recettivo e sai cogliere l’animo nuovo che luccica negli occhi delle ragazze lungo il corso, finalmente allegre farfalle con nuovi colori e nuova voglia di essere vive.
Soprattutto se non hai ricordi di precedenti primavere e, così, riesci a stupirti come se fosse la prima volta per ogni nascita che vedi.
Soprattutto per i primi cinquanta metri, perché la primavera in genere per il fisico è una brutta bestia e perché, comunque, se non hai niente da fare, a continuare a camminare dopo un po’ o ti rompi i coglioni o ti senti un cretino. A quel punto inizi a teorizzare che forse camminare è faticoso e ti viene in mente che una panchina in riva al Po è la tua meta ideale. Non solo, ma non vedi perché perdere altro tempo allontanando il momento in cui graverai con la tua forza peso sul delicato sistema di leve e perni che una qualsiasi panchina oppone all’attrazione gravitazionale terrestre.
Rilassarsi è bello, soprattutto col suono dell’acqua che ti lava via i pensieri superstiti ed ogni raggio di sole che ti dipinge sulla pelle un punto interrogativo, tanto che la tua mente corre lungo il tuo corpo a cercare risposte per tutti quei punti interrogativi, dotandoti di una strepitosa vitalità pur nella quiete più assoluta.
Poco importa se l’acqua, lavandoti via i pensieri, ti ha donato un lascito di fango che rallenta il tuo cervello.
Poco importa se i raggi di sole, passandoti attraverso i vestiti, ti hanno lasciato più nudo e ridicolo di prima.
È proprio in quel momento che diventi un potenziale pericolo per la società, in quell’istante in cui assapori un assoluto assalto da parte della tranquillità.
Certo, perché in quel momento non te ne frega più un cazzo se la tua persona preferita non ti dà ciò che vorresti, se chi ti comanda non ti piace, se “altri” al mondo stanno lottando pro o contro i tuoi valori, sempre che possano definirsi “valori”.
Stai bene, a quel punto, e non solo te ne freghi del resto, ma proprio non ci pensi: non esiste più il resto, ma solo un po’ di fango. Per questo sei un potenziale pericolo, perché hai capito che in fondo in fondo tutto il resto è fango e se tutti seguissero il tuo esempio e ne portassero ricordo nel cuore non esisterebbero le stupide questioni su cui si fonda la civiltà umana nel suo insieme, una civiltà che, sorta cercando di risolvere i suoi due problemi iniziali (mangiare e non farsi mangiare da quel bastardo orso delle caverne) ha creato guerre, isolamento, frustrazione, abbandono, paura dei propri simili e altre mille iatture.
E soprattutto non ha risolto quei due schifosi problemi iniziali!
Cominci quindi a pensare che bisognerebbe mettere centinaia di migliaia di panchine lungo il Po, e che gente come te dovrebbe insegnare agli altri ciò che hai appena capito. Ed è qui ed ora, su questo pensiero, quando hai perso tutta la tua voglia di rompere i coglioni e sei piacevolmente cullato da un abbraccio di nulla e raggi di sole, quando ti rendi conto che tutte le limitazioni che pazientemente ti sei costruito intorno per tutta una vita sono una fumante montagna di letame, in questo preciso istante sei pronto per volteggiare in un cielo onirico alla ricerca della tua stella danzante, sei pronto a trasformare le tue baracche in castelli in aria.
Concepisci appieno la soluzione a tutti i problemi del mondo: è lì, chiara, semplice, quasi ovvia di fronte ai tuoi occhi, facile come una domanda (potresti quasi telefonarla ai topi di Douglas Adams).
Peccato che alla fine della giornata te ne sarai dimenticato e sarai per questo più nervoso. Tornando a casa insulterai un tale che ti ha tagliato la strada, che per questo sarà più nervoso e quando rincaserà se la prenderà con la moglie per la pasta non perfettamente al dente. La signora diventerà più nervosa e la mattina seguente al lavoro se la prenderà con una neoassunta, che poi per il nervosismo non la darà al suo ragazzo che, nervosissimo, romperà i coglioni a suo padre… suo padre: il tuo capoufficio…
E così, da una potenziale risoluzione di tutti i problemi del mondo finirai per crearne uno nuovo per te: ma che importa! neanche ti ricordi che esistono dei problemi al mondo… in uno stato vegetativo di certo non più evoluto di quello delle alghe stai lì a convertire ossigeno in anidride carbonica sulla tua bella panchina in riva al Po, dimenticando soluzioni.
E la tua stella danzante? Neppure vista.
E le tue baracche, i tuoi castelli in aria? Ma quali baracche, ma quali castelli…
Ti accorgerai che forse stare lì un’ora è stato non solo inutile, ma addirittura dannoso, e in quel momento cesserai di essere un pericolo per la società e tornerai a casa in tutta fretta, prima che qualcuno finisca per portarti via, durante la tua assenza, tutte le tue adorabili frustrazioni, le tue confortevoli malinconie, le tue tassative vogliuzze per il sabato e la domenica.

«Estratto da un rapporto sullo stato delle province orientali»

Come dovevano sembrare i culti dell’oriente agli occhi di un pragmatico, ma impressionabile, legato romano? E che dire di un oscuro rituale romano, l’evocatio, con il quale il generale assediante evocava (e-vocava, chiamava fuori) dalla città assediata i suoi dei, spingendoli a passare dalla parte di Roma, dove sarebbero stati evocati? Sarà stato utilizzato anche nella conquista della Giudea? Curioso che poi il dio adorato dagli ebrei abbia avuto come massimo centro mondiale del suo culto proprio Roma…

E per concludere le segnalo uno strano episodio. Non si tratta di un fatto tanto grave da richiedere un suo intervento immediato, tuttavia preferisco che ne sia a conoscenza, anche se questo significa, da parte mia, allungare ulteriormente questo già vasto rapporto. La vicenda è oscura: si tratta di maledizioni, rituali, divinità asiatiche. Lo so, sono sciocchezze di cui l’uomo probo non si dovrebbe occupare, che bene starebbero nel retrobottega di qualche ciarlatano, normalmente. Normalmente: ma questa remota provincia è estrema in tutto, e tutto concorre a intorbidire le acque, ad allentare la ragione. Qui le condizioni non sono mai normali. Se non fossi qui, avvolto da quest’aria affascinante, così calda da sembrare il respiro del mondo, probabilmente collocherei l’episodio in questione nella categoria delle quotidiane brutture dell’uomo. Ma io sono qui, e ci vuole la freddezza di chi è lontano per separare la verità dalla suggestione, per cancellare le finte maledizioni e smascherare i tradimenti che nascondono, per dissipare i misteri e far luce su vaneggiamenti e superstizione.

So che lei, come me, ha sempre amato lo studio dei popoli delle province di confine e, probabilmente, le avranno già detto delle religioni di questa parte del mondo. Le trovo strane, per certi versi oscure. Ricorda quando parlammo dei culti di Galli e Germani, e di come i loro dei fossero facilmente sovrapponibili ai nostri? Qui non è così. Baal, Melqart e Astarte, adorati nella regione più a nord, sono divinità diverse, difficili da definire, più simili ai crudeli idoli dei barbari cartaginesi. Nella zona più a sud, l’odierna provincia di Giudea, la situazione è ancora più anomala: adorano un dio di nome Jahvè e non lo considerano semplicemente il più potente, ma addirittura l’unico esistente. I giudei, inoltre, concepiscono la religione in maniera quantomeno restrittiva: consideri che qui parlare in modo improprio di materie religiose è considerato un reato. E qui arriviamo alla nostra vicenda: proprio per questo reato, infatti, una cinquantina di giorni fa è stato giustiziato un predicatore definito dai suoi adepti “figlio di Jahvè”. La portata della cosa, per i locali, è molto più seria di quanto possa sembrare a un romano.

Il primo evento inquietante legato a questa vicenda riguarda il delatore che ha permesso l’arresto, un uomo che risulta registrato come Giuda. Si tratta di uno dei seguaci più stretti del predicatore. Alcuni giorni dopo l’esecuzione è stato trovato impiccato. Secondo alcuni si tratta di suicidio, per altri di una vendetta dei vecchi compagni. La tesi del suicidio ci offre una risposta semplice, ma poco probabile. Credo di più che qualcuno abbia deciso di farlo tacere per sempre. Forse i compagni, o forse qualcuno che si è servito di lui per poter arrestare “questo figlio di Jahvè”.
O forse entrambe le cose.

Se la condanna del predicatore ha comunque una giustificazione riconducibile, agli occhi dei locali, alla divinità, è evidente che l’omicidio dell’informatore ha uno scopo ben meno celeste: qualcosa andava nascosto, e ad ogni costo. Ma cosa? Forse qualcosa che stava per venire a galla a proposito di culti molto meno innocenti di quanto potessero sembrare. Forse alcuni adepti avevano deciso di far fuori il predicatore, affidando a Giuda l’incarico di consegnarlo. Giuda, portato a termine il compito, si è trovato nella condizione di poterli ricattare. Una sola la soluzione possibile: ucciderlo.

O c’è davvero una divinità dietro tutto questo? A Roma nessuno crederebbe mai alla storia di Jahvè che si è vendicato del responsabile della morte di suo figlio, ma qui qualcuno comincia ad esserne convinto. Anche tra i romani. Alcuni di noi, infatti, sono rimasti molto colpiti dalla vicenda. Longino, il centurione incaricato di verificare la morte dei condannati, ha trafitto il costato del predicatore e subito dopo, e io l’ho bene inteso, ha esclamato sconvolto che in quell’uomo crocifisso riconosceva il figlio di Javhè. Quindi ha raccolto un pugno di terra inzuppata dal sangue che colava dalla lancia. Il sangue… il sangue è di certo uno degli elementi cruciali della vicenda, e mi permette di aggiungere altri particolari raccapriccianti. Un giudeo ha raccolto in un vaso il sangue che colava dal corpo del predicatore in croce. Ancora: io stesso ho udito alcuni seguaci affermare di essersi nutriti del corpo e del sangue del loro signore. E il cadavere di quell’uomo è stato trafugato dal sepolcro alcuni giorni dopo la morte. Chi è stato? Perché? Dobbiamo davvero credere che vengano praticati riti cannibalici? I trafugatori non hanno lasciato traccia. Gli adepti sostengono che il predicatore sia tornato dal mondo dei morti.

Ma la domanda più importante, per noi, è di certo questa: quanto è esteso questo strano culto che già fa proseliti tra i romani, come evidenzia il caso di Longino? Per ora mi accomiato senza risposte, ma con un’ulteriore riflessione. Che ci siano un dio o solo degli uomini dietro questo caso, e lo appurerò molto presto, si tengano pronte le legioni. E giunti alle porte di Gerusalemme credo sia prudente, almeno per dare coraggio alle truppe, compiere l’antico rituale con cui già l’Africano chiamò gli dei fuori da Cartagine, portandoli dalla parte di Roma.

«Rutilanza di un matto abbondantemente fuori tempo massimo»

Vivo un periodo di affanno, sempre un paio d’ore in ritardo su dove e quando dovrei essere. E in questa confusione spazio-temporale mi è riaffiorato tra le mani questo vecchio racconto, che mi dà la sensazione di essere estremamente simbolico e pregno, epperò neppure io a distanza di qualche anno riesco ad appianarne tutte le pieghe, a scioglierne i nodi, a capirci una semi-fava, insomma. A voi. Se vi garba. Se ci capite.

Rido! Erutto scagliando lapilli di tracotanza. Vomito sorsi di mondo contorto e distorto nelle orecchie di chi mi guarda. Ridete con me, non curatevi di chi vi flagella: vedrete, smetterà.
Non seguite come topi il suono dei miei campanelli, ma le parole, perché possano, in questo inverno fluviale, asciugare le vostre ginocchia, e il vostro capo possa volgersi al cielo e non solo al truogolo.
Dicono che ho lasciato cervello e fegato nel fagotto che porto legato a un bastone. Lì dentro tengo rinchiuse le stronzate dei maghi e dei mistici, la loro via, le loro formule e sante meditazioni: sentenzio per loro un’oscura cattività lontana dalla mia testa che, così, farfuglia molto meglio i suoi intendimenti.
Dicono che sono uno stolto, cui la favilla della ragione è fuggita urlando. Piuttosto che essere coccolato da soli altrui, preferisco crescere i miei sogni di nascosto, nella notte.
Non consegnate il vostro intelletto a chi vi spiega il mondo da una torre, sia essa incrostata di metallici lumi o fondata su libri e solti arcani. Guardate i miei piedi: cosa vedete se non scarpe come le vostre?
Cosa vedete se non la stessa acqua con cui il fiume lecca anche la vostra rogna?
Mille canzoni non fanno un padre, ma voi affidate i vostri figli a una canzone… e non dovrei ridere? Non dovrei torcermi i lineamenti in un riso deformante quando vi vedo dare ai vostri figli, che crescono storti, non un padre ma una canzone che puzza di candeggina, depurata dalle bestemmie del vostro tempo?
Rido di voi che mi guardate e non ridete, che pur immersi nelle mie confusioni non riuscite a capirle.
Rido di chi, con le caviglie bagnate, porta il suo sguardo sconsolato verso dio, accusandolo di malvagità. È proprio lì, nell’accusa, che la malvagità nasce e cresce: il povero uomo si contrista contorcendosi, temendo la malevolenza di tutti perché conosce la propria, e non può far altro che cercare goffamente di coprire con foglie sempre più grandi, sempre più spesse, le proprie abominevoli nudità.
Mi accartoccio in una risata che lacera lo stomaco e straccia le interiora, pensando a chi si guarda intorno gridando che il mondo è impazzito. E rido di chi reclama aiuto, di chi prega il re di tendergli la mano… sei tu il re, sei tu il comando, la città, lo stato, il mondo! Dove vuoi che sia il re? È in casa tua, e quando dormi con tua moglie lei dorme con lui: allungati la mano quando non ne hai bisogno, non quando Caronte vuole il suo.
Pisciate in faccia agli alfieri che vi vogliono piantare sul cranio luminescenti vessilli, rifiutate di esser reclusi in scatole d’oro. Prendete badili, forbici, sassi e tibie, fate a pezzi ogni tassonomia che vi includa.
Che bello, poi, svoraginare gli occhi e lasciarsi invadere dall’immagine dei dottori che piangono le loro rovine di pergamena, sparse nel loro stesso detrimento.
Che bello deriderli, deridere le tessere, le maglie e i cappelli colorati che vi stavano imponendo a tradimento; e se, ridendo, finalmente avrete smesso di sentire frustate, non potrete, anche col più ottuso impegno, ignorare il fatto che vostra era la mano col flagello.
Cos’è ora quell’espressione inebetita?
I vostri occhi fissano l’acqua che sale e iniziano a farvi intuire la metafora, l’atterrente segreto: non è questa la vera acqua, non è questo il fango che abbatte le vostre case e si insinua nei vostri spiriti.
Correte a spostare i vostri amori, salvate le vostre poche idee! Rinforzate gli argini del vostro vecchio modo di pensare, prima che tutto sia spazzato via…
Non fate come me, che resto qui, mentre l’acqua sale e trasforma in bolle il mio inquieto ridere.

«Il volo del pollo»

Un incontro inaspettato nelle lande fluviali della piana del Po.

Un mattino freddo e nebbioso è un gran bel modo per iniziare una giornata di merda.
Quel giorno, invece, la visibilità superava il gigametro, il cielo era impareggiabilmente limpido, la temperatura era ideale per la nascita della vita e un soffio ridestante si insinuava tra i pori correndo a fustigare i recettori nascosti tra i sentieri delle impronte digitali: purtuttavia era una giornata di merda.
Sfogavo l’arrogante scuderia della mia Ritmo Abarth sull’asfalto, cercando orgogliosamente di dare il mio quotidiano contributo al deterioramento del pianeta, seguendo alterne muse.
Cercavo qualcosa in grado di impedirmi di pensare, perché in questo cupo neo-medioevo pensare è un’eresia. È un’attività che ti rende consapevole: poi va a finire che non te la spassi, ed è peculiarità delle giornate di merda quella di essere ricolme di cattivi pensieri e vuote di spasso.

Oltre il limite delle strade perenni, tra argini ignoti, vidi una cascina disabitata e cominciai, incuriosito, ad aggirarmi nell’aia, sotto i portici e nei pressi del torrione d’angolo, afflosciato dalla perdita di qualche pietra. Cercavo il motivo, nascosto nella natura stessa del posto, dell’abbandono.
Osservando vecchie falci, paganti pegno alla ruggine, e vecchi trattori silenti, mi sembrava di essere inseguito da voci di contadini di un secolo fa che si preparavano a mietere il grano. Mi sembrava addirittura solido lo stupore dei bambini che vedevano per la prima volta un mare d’oro, non avendo idea di cosa potessero fare i grandi per uno zampillo d’oro vero. Mi sembrava: sì, certo, perché nulla, né voci, né oro, né stupore, era rimasto, se non qualche attrezzatura che come un fossile pareva sforzarsi di raccontarmi il suo tempo.
Il mio lungo, e ben presto mesto, girovagare mi portò alla fine a piantare i piedi a una dozzina di decimetri dal pollaio.
Era anch’esso deserto, spopolato, ma anch’esso parlava, narrando di galline, pulcini, becchime, scagazzate, di un gallo, dell’occasionale incursione di una faina. Tutto questo ondulava però solo come un’eco nella mia mente e nel reale era solo, forse, un fantasma.
– Ciao!
Guardai il pollo che mi aveva appena salutato.
– Ciao! – ripeté il pollo – non è che mi aiuteresti?
Dovevo sembrare davvero un imbecille, in piedi a un metro e venti da un pollaio, completamente inebetito, mentre credevo di guardare un pollo parlante.
– Perché mi fissi così? È forse peggio un pollo che parla rispetto a un uomo che nemmeno sembra in grado di farlo?
Pareva vantare un diritto di proprietà sulla ragione, quindi mi impegnai nella produzione di fonemi accostati con vago ordine ed elementare coerenza:
– Scusami! Però converrai con me che non è comune incontrare un pollo parlante, quindi il mio smarrimento iniziale è giustificato.
– Vero… Però anche tu cerca di comprendere la mia impazienza: sono chiuso qui da tantissimo tempo e non riesco ad evadere… per di più la scorta di becchime sta per finire!
Avevo quindi un problema da risolvere: aiutare il pollastro. Questo avrebbe scosso la mia mente, finora troppo tesa a rincorrere ricordi inconsistenti, e mi avrebbe distolto dai miei metapensieri del tutto autodistruttivi.
Cercai di spaccare la rete metallica, ma essa si oppose alla mia azione con fastidiosa tenacia. Provai a forzare il lucchetto che chiudeva la porta, ma anche l’intelligente dispositivo di chiusura si rivelò un avversario insidioso.
Decisi di provare a costruire una specie di pontile per passare di là ed aiutare il pollo dall’interno. Il primo masso da spostare, che avrebbe costituito la base del mio terrapieno per accedere all’inarrivabile Masada del pollaio, oppose però una poco docile inerzia ai vettori applicati, consigliandomi una savia resa.
– Ehi pollo, la vedo bigia.
– L’hai detto. Che si può fare? Prova con la falce! Forse con quella riesci a rompere la rete!
Lo sforzo fu inutile.
– Prova con la macchina, magari riesci a sfondare la porta.
Lo sforzo fu non solo inutile, ma anche dannoso: danneggiò infatti irrimediabilmente l’antinebbia destro della feroce Ritmo Abarth.
– Prova a testate…
Lasciai rivoli di sangue sul lucchetto.
– Mi spiace – dissi allora al pollo – ma io qui da fuori non posso fare niente per te, non riesco proprio ad aiutarti. Non so cos’altro tentare…
– Parli bene tu… ma nei guai ci sono io…
Stizzito, anzi, incazzato mi rivolsi allo spiedabile:
– Senti pollo, sei un individuo? Pensi? Parli? Recita il tuo destino: solo tu puoi uscire da lì, solo tu puoi volare via!
Il pollo mi guardò con un’espressione da pollo che ti guarda.
Poi prese un po’ di rincorsa e spiccò il volo, superando il recinto e volando via.
Lo salutai agitando la mano, risorta dal vento tra i pori. Lo salutai un po’ più contento, con l’affetto dovuto a chi trova una nuova via di salvezza, con l’affetto con cui va salutato chi prende in mano la vita e non la usa per cantare proverbi dal profondo della sua cantina, ma vive!
Poi tornai a casa e presi una zuppierata in testa per l’antinebbia rotto.

«Bramosia»

E mentre i giorni di ferie scivolano troppo rapidamente verso sera, a fagiuolo ho recuperato questo racconto che vi piazzo lì, sperando di far cosa gradita, mentre medito il prossimo tema!

Non ho tempo. Non abbastanza. Lastricherei l’Asia se le cose che ho da fare fossero cubetti di porfido. Se fossero bambù il panda dominerebbe il mondo. Troppe, e non voglio farle di fretta. E non posso neppure accettare che la mia comprensione dell’universo si riduca a dare un’occhiata da una finestra e vedere una pioggia, una stagione, un anno o una vita. Bramo tutto: ho perso l’inizio, ormai è andato. Ma alla fine ci voglio, ci devo essere. Voglio vedere i titoli di coda dell’universo.

Obiettivo: diventare immortale. Poi avrò tutto il tempo. Abbatterò il concetto di limite. Ecco il senso della vita: renderla eterna. Ma qual è il punto di partenza di una simile impresa? Quale la strada?
Ci fu un re, Gilgamesh di Uruk, che, come me, voleva diventare immortale. Andò a Dilmun, oltre la foce dei fiumi, sul limitare dell’oltretomba sumerico. Là incontrò Ziusudra, il sopravvissuto al diluvio, divenuto immortale. Devo trovare Ziusudra.
Pochi preparativi, nessuna compagnia: mi lancio a capofitto tra secoli e deserti, nell’anima l’odore delle antiche gesta degli eroi. Riposo poco, solo per godere dell’ombra dei monti di pietra eretti dai discendenti di Gilgamesh. A Eridu bevo l’acqua dell’abisso, l’acqua della creazione. Infine energico il mio pugno percuote le porte di Dilmun, liberandole da cinque millenni di polvere e silenzio.
– Vattene – ecco la voce lamentosa di Ziusudra. Che avrà da lamentarsi, lui che è già immortale.
– Mi aprirai – rispondo arrogante – e mi dirai come diventare immortale!
– Non puoi diventare immortale, uomo. Lo sono gli dei.
– Tu non sei un dio, eppure sei immortale!
– È un dono degli dei, hanno scelto me. Vai via. Triste strada questa, che ti conduce contro un muro.

Non mi arrendo, Ziusudra. Se l’uomo deve morire non voglio più essere uomo. Me ne vado, devo cercare altre informazioni, non può finire così. Non può finire. Ma l’infinito (per diventare immortali bisogna farci l’abitudine) è tale in tutte le direzioni. Forse per essere immortali occorre esserci sempre stati, ecco perché l’uomo non può esserlo: essendo finito a ritroso, deve esserlo anche in avanti… a questo non c’è rimedio.
Devo approfondire. Animato da nuovo coraggio parto alla ricerca del primo uomo, ne saprà certamente di più. È fiducioso il passo che mi porta davanti all’oltretomba.
– Benvenuto – mi si rivolge uno con le ali di plastica – anche se non ti aspettavamo, non ancora.
– No, tranquillo, resto poco. Devo parlare con Adamo, poi me ne vado. Poche storie – e faccio per aggirarlo.
– Se entri non potrai più uscire. Non esiste ritorno. Quando entri è per sempre.
– Ma io voglio diventare immortale, non entrerò mai, allora!
– Ma tu sei immortale – dice – o almeno lo è la tua anima. Una volta finita la vita sulla terra qui ce n’è pronta per te una che non avrà mai fine.
– Lascia perdere. Non voglio un’altra vita, voglio questa. Non mi interessano mondi che non vedo, mondi del dopo. Voglio immortalità terrena. Chiama Adamo. Ne parlerò con lui, tu non puoi capire.
Aspetto Adamo. Si fa attendere… ha tempo, lui.
– So perché sei qui – dice – ma non troverai la risposta che speri. L’umanità è immortale, anche se ogni singolo uomo deve morire. All’inizio c’ero io, tu no. Non ci sarai neppure alla fine, la vedranno i tuoi discendenti. Puoi diventare eterno nella tua discendenza.
– Anche tu che sei mio avo non fai che gettarmi parole negli occhi per confondermi. Non voglio che qualcuno sia eterno al mio posto. Voglio esserci io, non qualche ignoto discendente. Io, vivo, di carne e di mente, davanti all’ultimo protone che annichilisce nell’entropia finale! Voglio gustarmi tutta la storia e tutte le storie, tutte le vittorie e le sconfitte, voglio vedere come ogni persona, ogni popolo, ogni sole, va a finire. Voglio essere io a chiudere il libro, a dire «per questo universo può bastare».

Il primo uomo non è una risposta, come non lo sono l’angelo e l’unico immortale. Perché l’uomo non dovrebbe essere immortale? Ma soprattutto, perché non dovrei esserlo io? Devo capire, serve calma, concentrazione. Speculazione. Non è più il tempo delle eroiche imprese. Invecchio: è tempo di un gradevole simposio con ospite filosofo e tartine da Antico Testamento. Qui troverò le tracce dell’immortalità e il mio intelletto, segugio astuto, seguirà la pista e stanerà la preda.
Intercetto il filosofo alla prima occasione.
– Voglio essere immortale – dico, con incipit perentorio, scardinando ogni forma di cortesia.
– Non puoi – mi risponde, ancora più secco.
– Perché gli dei possono e io no?
– Gli dei sono pensiero. Il pensiero può essere immortale, l’uomo no. Sii grande nel tuo pensiero, spingilo oltre i confini del tuo tempo. Solo così sarai immortale.

Non mi basta rendere eterno il mio pensiero. Per quanto grande sia non sarà mai completo, io voglio tutti i pensieri della storia. Non posso fermarmi. Ci vuole altra ricerca, c’è ancora speranza: non è finita, mi resta un po’ di tempo, scavando nell’affanno ho ancora voglia di farcela. Il ragionamento è figlio della calma, della meditazione. Al contrario, l’ispirazione è figlia del momento, è un’esplosione, deve essere scatenata, meglio se dalla pressione, dalla disperazione. Ormai sono al limite della pressione, guardo dall’orlo la mia fine. Ed ecco una grande ispirazione: devo sapere cosa cercavano i grandi uomini del passato, cercare nella loro gloria una scintilla di immortalità. Alessandro, il grande per eccellenza, il fulmine che ha incendiato il mondo. Ecco chi potrebbe dirmi qualcosa.
Cosa cercavi, Alessandro, nessun limite oltrepassato ti bastava, dovevi conquistare mondi, affrancarti dall’essere semplicemente un uomo! Immortale, dio, ecco cosa volevi essere, infinito nel tempo e nello spazio. Ma la tua frenesia si è spenta, i limiti sono risorti ad arginare la tua ispirazione. E fine di tutto: la morte.

E la vita finisce senza essere vissuta. Il senso estremo della vita non può essere funzione della vita stessa. “Eternizzare la vita è il senso della vita” è definizione ricorsiva, non si approda a nulla. E alla fine di una vita a cercare l’immortalità, l’unico approdo è la morte.

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