Il canneto di Eridu

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«Occhi a specchio»

Vista la scarsa vena scrittoria degli ultimi giorni, saluto il fine settimana postando un racconto a tematica mitologica che fa parte di una vecchia serie che mi pare stia tutto sommato piacendo, riproposta nella cornice del blog.

Stavolta si parla di qualcosa di particolare: la capacità di conoscere, anzi, di riconoscere se stessi, anche al di fuori di se stessi, e l’idea di una voce pura rimasta priva del suo padrone.

Adoro il mito. Il mito è una forma di risposta agli interrogativi più duri, e nella forma del mito le risposte, pur rafinate, appaiono evidenti.

Ora che l’acqua del fiume è più chiara, si possono intravvedere brume di creature lontane nel tempo. Immagini che val la pena di andare a stanare, anche a costo di pattinare con l’avantreno sugli argini ghiaiosi, coi crampi alle gomme, tra campi che solo qualche sera prima sembravano il Gobi, e oggi invece sussurrano «primavera…».
Vale talmente la pena che, sulla mia Ritmo che sussulta come il culo di un ippopotamo in direzione del fiume, vado a cercare una storia che muti in racconto.
Abbandonare il mezzo sul bordo dell’argine e scendere a piedi verso la sponda è un gesto sacro, è un rituale di passaggio in un altro mondo, un mondo dove il fiume è un dio cui tornare. Un ritorno alla terra madre.

Sono al fiume e lascio scivolare lo sguardo sulla corrente. Subito vedo un ragazzo colorato a pastello sull’acqua. Sembra sorpreso quanto me.
– Chi sei? – gli chiedo – libera la tua storia, ti prego: io la pescherò e come araldo del fiume la plasmerò in racconto. Parlerò di te.
– Mi chiamavano Narciso – risponde – ero il più bello della pianura. Non avevo bisogno di guardare il cielo perché le stelle si prendevano a gomitate per baciare per prime la mia fronte in ogni specchio.
Eco mi amava. Era una bella ragazza. Di più: una ninfa. E ho detto tutto. Non è un caso che i satiri, che la sanno lunga, vadano sempre in cerca di ninfe. E anche se Artemide (gran brutto carattere, come tutte le dee) ogni tanto si incazza e scortica i primi che le capitano a tiro, loro ci riprovano sempre.
Mi amava Eco e me ne importava poco. No, dico, vengono a cercarmi tutte le stelle e io mi gioco così, al primo colpo, con la prima ninfa? Non scherziamo.
Ma sai, quando c’è di mezzo una donna, un pensiero logico produce sempre reazioni illogiche, ed Eco soffriva più di quanto si sia mai vista una ninfa soffrire. Ogni giorno, andando a carpe, ero centrato da pianti e lamenti abbandonati al vento dei pioppeti. Mi faceva passare la voglia di pescare. Si consumava, e consumava ogni attimo della sua esistenza nel dolore che la mangiava. Fino al giorno in cui nessuno riuscì più a trovarla: ma la sua voce continuò a seguirmi. Non se ne è più andata.
– Poveretta… – aggiungo prendendo appunti, con le scarpe e il cuore nel fango della sponda.
– Poveretta? Una che sparisce ma non smette di lamentarsi? Poveretta? E io? Di quella stronza sarà pure sopravvissuta solo la voce, ma tanto è bastato per farmi fare una brutta fine, affogato nel fiume come un disperato qualsiasi. Ho scambiato la mia immagine riflessa nell’acqua per una creatura vera, la creatura più bella che ci fosse: non mi sono riconosciuto e cercando di abbracciarmi sono caduto. E crepato. Sai cosa vuol dire “affogato”?
– Sì, capisco, non deve essere un gran bel momento, ma lei che c’entra? – gli chiedo, mentre muovo nelle calze umide gli alluci, sbiancati dal freddo dell’acqua che, per niente ostacolata da larghe cuciture a vista, passa.
– È colpa sua. Sicuramente è andata a raccontare la storia agli dei, Artemide si è incazzata e mi ha ingannato. Altrimenti non avrei potuto non riconoscermi.
– Come se fosse strano – rispondo – non è forse piena la storia di uomini che non si sono riconosciuti? Mi hanno raccontato che gli spagnoli videro gli indigeni sulle coste delle isole caraibiche, e li scambiarono per animali. Gli stessi indigeni scambiarono per dei gli spagnoli, quando li videro scendere da grandi navi, con armature lucenti. Accecati da una missione troppo grande per loro, e senza una guida, molti cavalieri si uccisero tra loro durante la cerca del Graal. Se un uomo incontra un altro uomo e non lo riconosce, come può riconoscere se stesso? E allo stesso tempo, se non è in grado di comprendere nemmeno se stesso, come può comunicare con gli altri?
Narciso mi guarda dall’acqua, occhi narcotici. Pensieri confusi? Freddo del fiume? Di nuovo voce nella mia testa:
– È quindi tutto qui? Non mi sono riconosciuto per colpa mia?
– Non hai mai riconosciuto nulla. Tra il mondo e il modo in cui lo pensi ci sei tu di mezzo. Lo personalizzi nella tua visione, nella tua mente. I tuoi occhi sono solo uno specchio, non è quindi il mondo solo un riflesso? Se non riesci a capirlo finisci per confondere te stesso con la tua immagine riflessa nell’acqua, ed è la tua fine.

Sorride Narciso, iniziando a svanire, trascinato dall’acqua. Ancora piange un’Eco lontana. Mentre qualche lacrima mischia i colori nei miei occhi ed io, cercando di aiutarlo, mi sporgo, allungo una mano. E non riconoscendomi cado nell’acqua.

«Stige»

Ho scritto questo racconto un sacco di tempo fa, agli inizi dell’invasione dell’Iraq nella seconda guerra del golfo. Oggi come allora provo tristezza nel vedere i paesi che al mondo più mi piacerebbe vedere (quello della mezzaluna fertile) insanguinati e sofferenti nel dolore. Lo ripropongo, nella speranza che le sofferenze per quelle genti finiscano presto.

Conoscevo bene la regione che faceva da sfondo alla mia passeggiata. Già quasi seimila anni prima avevo vissuto lì, a ridosso delle acque del fiume che, in ondate di piena impetuose, spargeva il suo seme. Le valli brune erano sia nei miei occhi che nei miei ricordi, pur dopo sessanta secoli di lento lavorìo snaturante da parte degli uomini e della natura. Ricordavo soprattutto, e questo non si dimentica nemmeno in centomila anni di etilene nel sangue, il fascino, insieme tranquillizzante e misterioso, di quel serpente lento e sinuoso.
Anche in quell’età antica amavo sedermi in riva al fiume, cerebrando forsennatamente, rapito dal movimento dell’acqua. Stavo lavorando ad un’invenzione che avrebbe piantato alla storia la giusta frustata per cambiarne il destino: il concetto era trasformare uno strumento, al servizio solo dei mercanti, in qualcosa di più efficiente ed elevato, qualcosa di talmente esplosivo da far sprigionare, dal germe dell’uomo, il concetto stesso di civiltà, in maniera eternizzante.
Quello sì che sa­reb­be stato un mattone solido e fermo sul quale costruire la storia! Non potevano di certo esserlo quei gettoni d’argilla che i mercanti usavano per misurare merci e mercimoni, ma il figlio illegittimo del loro strumento: la scrittura.
Non mi curavo delle migliaia di vite che sguazzavano, sprizzando infelicità, tra la paglia dei mattoni, non mi curavo dei re-divinità, dell’oro e del grano dei mercanti: formiche di polvere, con le loro finte vite quotidiane, con la loro capacità di ricondurre i maroni al loro scopo naturale, quello di essere rotti.
Il mio lavoro avrebbe dato eternità ai popoli, non di certo il loro.
Così procedevo sulla linea del tempo, studiando e codificando termini, regole, simboli, alternando l’opera alle passeggiate sulle sponde del fiume, per dissetare la mente e rinfrescare l’ingegno. Speravo che presto la diffusione di quella grande idea potesse creare una cultura stabile e solida, potesse incidere nella pietra i valori nei quali credevo, le storie che parlavano all’uomo e che altrimenti sarebbero state spazzate via dal vento del deserto insieme alla mia vita, alla fine dei miei giorni. Così pensavo, guardando scorrere le acque di quel grande fiume. Quattromila anni dopo, un cristiano ne avrebbe parlato come di un luogo sacro e maledetto insieme: lì erano legati i quattro angeli da liberare nel cuore dell’apocalisse.
In effetti, ora che ci penso, la mia invenzione ha fatto strada. In tutto questo tempo è stata raffinata, resa più agile e snella. Diventando più semplice, e res­trin­gen­do­si il numero di simboli, si è diffusa, per­met­ten­do alla ci­vil­tà di allargarsi a macchia d’olio. Dalla mia complessa scrittura, che assegnava ad ogni termine un simbolo, si è passati ad indicare non più un significato, ma un suono, rendendo semplice per chiunque la lettura. In questo modo molte vite sono uscite dal limbo, servendosi di quello che apprendevano. Altri ci sono rimasti, purtroppo, e molti altri ci sono dentro tuttora, ma grazie a ciò che leggono sono convinti di brucare nei pascoli degli dei, sono convinti che il loro mondo trasudi oro fin dai fantasmi sui quali è costituito, senza sapere che tali fantasmi non esistono.
Il più grosso salto in avanti c’è stato poi quando il numero dei simboli si è ridotto solo a due, lo 0 e l’1, tanto semplici che persino un sasso può impararli, e su quei due simboli può costruire (con la testardaggine e l’ottuso impegno che solo i sassi possono avere) calcoli e castelli che nessun uomo aveva mai immaginato.
A conclusione di tutto sono ancora qui, su quel grande fiume, che ora non si tuffa più direttamente nel mare, ma si incontra con l’altro fiume molto più a valle del punto dove un tempo c’era la costa, dove un tempo sorgeva Ur. Sono ancora qui e respiro la stessa aria, anche se la gente è diversa. Vedo lo stesso fiume, anche se l’acqua che vi scorre non è più quella. Piango le stesse lacrime, anche se le vite che non riesco a togliere dal limbo oggi non sono le stesse che non potevo salvare allora.
Sono qua, e presto concluderò l’opera, riportando ai mercanti ciò che era loro, sacrificando ai loro scopi tutto quello che servirà sacrificare, compresa la terra che produsse, partorendomi, quella bizzarra invenzione.

«Sogni da lasciar perdere»

La sequenza di commenti del “tema” #29. Fate., e in particolar modo un commento di Topus (i cui commenti sono sempre contributi che impreziosiscono i testi), mi ha fatto venire in mente questo vecchio, vecchio, vecchio pseudo-racconto, piuttosto particolare. Ve lo propongo, con un’avvertenza: risale ad un periodo in cui prediligevo una forma narrativa assai oscura, ermetica.

Una volta non esiste più. Eppure, una volta, una volta c’era.
Ora tutto è lì da vedere, da toccare, annusare. Ma allora cosa possiamo sognare se tutto c’è ed è lì?
Se quello che era una volta ora è tutte le volte che vuoi, che gusto c’è?
Non lo so.
Di sicuro so che un po’, in questa introduzione, mi sono perso e che mi farebbe sentire più sollevato sapere che vi siete persi anche voi. Ma provate ora a leggere cosa mi è successo, una volta…
Me ne girolavo in riva al Po in uno stato d’animo esattamente a mezza via tra il noioso e l’annoiato, come del resto vive gran parte della gente, spesso senza accorgersene. Il cielo era di un colore intenso, di quelli che si trovano verso la fine della scala cromatica. Un azzurro cartolina, di quelli talmente finti che quando li vedi non su stampe, ma lassù, non li riconosci o, più semplicemente, li ignori. Così almeno quando vedrai una cartolina potrai commentare acidamente: «Ah ma questi cieli non esistono».
Il caldo stava rapidamente disidratando i miei pensieri e cominciavo a delineare delirî sulle sfumature dell’azzurro. Faceva così caldo che le mie ascelle, godendo ormai di vita propria, sembravano pronte ad abbandonarmi. Faceva così caldo, ed ero così sudato, che se se ne fossero andate a fare un giro non mi sarebbe dispiaciuto poi molto.
Notai inoltre, con un certo disappunto, che stavo cominciando ad evaporare nell’intorno del mio confine corporeo.
« In effetti però che c’è di strano – dissi rivolto a me stesso ed ormai dissennato – ho sentito dire che evaporano anche i buchi neri, che evapora l’Amudarja, evapora il lago Ciad… perché non posso evaporare anch’io? »
Lasciai quindi proseguire il procedimento, fino a quando anche la mia coscienza fu evaporata: la sensazione fu incredibile. Non so dire se curiosa, sconvolgente, se sentivo un senso di libertà o di dispersione, un senso di disgregamento o di superiorità.
Completamente evaporato distesi sul fiume la mia pura essenza, ubriacandomi del moto dell’acqua sotto di me che rapiva non già i miei occhi, ma il mio autentico io, narcotizzandomi.
E mentre mi perdevo nel fiume, il fiume evaporava e si perdeva in me, creando uno stato nuovo.
Vidi formarsi una specie di umida coscienza di quello che aveva visto e trascorso l’acqua, un’occhiata geografica complessiva dei mille mondi dal Monviso in poi. Si tuffarono in me i vini piemontesi, i colli piacentini ed i loro castelli, le barche, le cave di sabbia. Si tuffarono in me le persone, le centinaia di migliaia di vite che scorrono come il fiume lungo il fiume, vite che non lasciano tracce, trascorse ad ascoltare come legge le parole di piccoli uomini luridamente assorti nel tentativo di male interpretare il Pensiero di Grandi Uomini.
Vite vissute intensamente, vite sprecate nei secoli, canzoni di organetti. Vite di coglioni patentati, coglioni alimentari, coglioni erotici, coglioni sdegnati… Vite uguali e contigue come le gocce di un fiume, ciascuna inutile come tutte insieme importanti.
Vidi sfumature d’esistenza, abbracciai briciole e brecce che alcuni forzatamente si ostinano, una volta impeciatele con l’abitudine, a chiamare vita. Quelle rotture di palle giornaliere su cui non si può costruire una vita… le vidi sfumare una nell’altra, quasi non avessero sufficiente brama di restare distinte, e non riuscii ad afferrare nulla dei ricordi delle sponde, tranne qualche misero fossile di emozione, il cui solo pregio è essere testimonianza di qualcosa che fu ma non è più ormai da tempo. Cercai di afferrare qualcosa di più tangibile, di meno evaporato: fu in quel momento che persi il contatto.
Staccai la vista dalla corrente del fiume e cominciai a condensare, tornando corporeo.
Forse non ero mai evaporato, forse ero sempre stato lì. Forse in realtà non faceva neppure così caldo e tutto era stato sputato nella mia mente dalla coercitiva ipnosi indotta dall’acqua che scorre.
Ma anche sognare è faticoso e dà soddifazione, per cui che importa se era una volta o se fu davvero in un tempo preciso e reale? Spazio ai peperoni a cena, mie gocce, e sogni ed incubi per tutti, e poi tutti a setacciare vite sul fiume, nel terrore che qualcuno si trovi davanti alla propria.

«Epperò non ti porto indietro»

Nell’attesa che trovi il tempo di scrivere il prossimo “tema”, che ho già in mente, vi rifilo questo mio racconto, sempre a tematica mitologica, che ha goduto di un discreto riscontro. Spero lo gradiate.

Quattro del mattino. Merda, mi sono dimenticato di dormire.
È che ho troppe menate. Mi appisolo e si dividono i compiti: una attacca il cervello e mi sveglia. Un’altra salta nel cuore e mi metto a piangere. Prova te a dormire, poi.
Non è cattiva digestione. Mai avuto problemi: allo stomaco non ci arrivano. Ho sempre mangiato cinghiali vivi alle due di notte; poi, appena nel letto, occhi chiusi e via, a far solletico ai piedi di Ipno e compagnia.
Non è neanche stress. Tutta la mia giornata è andar per pioppeti suonando. Lo faccio bene. Fin troppo bene. E mi rilassa, arrivo a sera che sono più tranquillo di quando ho lasciato le lenzuola. Ma non c’è verso di chiudere occhio.
È che lei mi torna sempre in mente.
Chiudo gli occhi. Il suo viso. Li riapro, buio, cicale in lontananza. Chiudo. Il suo sorriso. Riapro. Buio, cicale più vicine. Chiudo. I suoi occhi. Penso che dopo una notte così sarò pronto a tirare portacenere di marmo in faccia alla gente. Ma non è vero, anche ieri è stata una notte così, anche se questa mi sembra peggio.
“Questa” mi sembra sempre la peggiore, non mi abituo mai.
Richiudo gli occhi, stavolta la vedo tutta, sembra che mi chiami, devi venire a prendermi, mi dice.
Facile. Basta trovare le porte dell’inferno, imbambolare Cerbero con la musica, entrare, rapirti e riportarti su, che ci vuole? Vabbhè ciao, adesso lasciami stare, devo dormire, davvero.
Invece mi richiama. Devi venire a prendermi, voglio tornare da te, vieni a prendermi.
Devi venire a prendermi, voglio tornare da te, vieni a prendermi. Devi venire a prendermi, voglio tornare da te, vieni a prendermi. Devi venire a prendermi, voglio tornare… Va bene basta.
Mi alzo, e adesso sono le cinque. Di che colore è il cielo alle cinque del mattino?
Ma appena alzato hai davvero voglia di guardare il cielo?
Non mi levo neanche il pigiama, che se me la cavo alla svelta rinforco il letto e dormo una settimana.
Via. Intanto a cercare un cane con tre teste. Non è difficile, che quando vuoi trovare un posto, quando l’inferno lo vuoi trovare davvero, l’inferno ce l’hai lì dietro l’angolo.
Svolto l’angolo. Bau bau Cerbero, come va? Gli tiro della carne avvelenata.
Musica? Suoni tu alle cinque del mattino abbastanza bene da far addormentare tre teste? Lascia perdere, meglio i metodi nuovi, da furto in villa. Funzionano meglio, soprattutto se hai fretta.
Le anime dei morti mi lasciano stare, vedono che sono più incazzato di loro.
Ade, me la devi ridare. Qui non si tratta, me la ridai e basta.
Alla fine mi convince (più con le cattive che con le buone) ad accettare almeno un patto: io me la riporto su, ma non devo guardarla. Non devo trasgredire gli ordini degli dei. Devo avere fiducia in lei. Devo tornare facendomi i cazzi miei.
Mi seguirà.
Sì, come no. Sembra facile, ma provaci. Cammini e dietro non senti niente: lei ci sarà? Ade mi avrà fregato? Vatti a fidare del dio dei morti. Ma no, che non sono nato ieri, non mi faccio mica fregare, io. C’è di sicuro, è che l’hanno insonorizzata per farmi voltare. Uno a zero per me.
Ci sono, mi dice lei, ci sono, non preoccuparti. Oh no, mi dice poi, mi rapiscono!
Mi riportano indietro! Aiuto! Ti prego aiutami! No bella, non ci casco.
Questa non è la sua voce, anche se ci assomiglia. Non è neanche corrotta dalla morte, perché in sogno era perfetta. Volevate fregarmi ancora, eh? Non mi volto, due a zero.
Avanti. Fanno anche scherzetti da assessore al traffico, con sensi unici a catena, per farmi voltare in un modo o nell’altro. Ma sono più scaltro di un impiegato in ritardo, brucio i sensi vietati che sembro la nemesi dei vigili urbani, per cogliere al volo il tre a zero. È quasi fatta. Vedo già l’uscita.
La riporterò su, c’è bisogno di lei. Senza giustizia il mondo non può stare, e io non posso dormire. Ecco la porta dell’inferno, l’uscita.
Belli. Gli scherzi di Ade sono davvero belli. Sei un simpaticone, Ade, chi l’avrebbe mai detto. Una porta a specchio: una grande idea. L’ho guardata, senza neanche bisogno di voltarmi. Boccia punto, briscola, settebello e partita tua. Ade, vaffanculo, va.

«La festa della fine del mondo»

E dopo tutto questo parlare di millenarismo, di maya, millennium bug e fine del mondo, ho pensato che questo vecchio racconto è quanto di più “in tema” abbia prodotto.

Bella festa. Ben fatta. Più di metà erano donne. Sullo spiaggione saremo stati più di un migliaio. Cinquecento donne, in effetti, già basterebbero a dar senso a una festa, ma come unica nota non rendono giustizia a quello che sarebbe comunque stato l’evento di sempre, o meglio, di mai più.
Era infatti la festa della fine del mondo, la festa dell’ultimo giorno, un ultimo dell’anno ad infinita potenza, ed era qui, a due minuti di Ritmo Abarth da casa mia, sullo spiaggione del Bosco.
Gli organizzatori avevano piazzato verso est un grande schermo con le immagini di Al Jazeera in diretta dalla valle di Josafat. Fin dagli inizi della serata, quando da noi il tramonto arrossava il grasso crepitante degli spiedini sulle griglie, là si lavorava ordinatamente, per preparare il gran finale di tutto.
Dallo schermo si poteva vedere il cielo della Terrasanta infuocato dai primi diavoli, seguiti da angeli in oplitiche schiere alate. Altre inquadrature in tachicardica successione mostrarono un brulichìo di creature intente a sciogliere burocratismi, come la rimozione dei sette sigilli o lo scioglimento dei quattro angeli legati sulle rive dell’Eufrate.
Proprio un bel lavoro, quelli della sezione video… le immagini erano nitide e senza difetti di trasmissione. Molti si sedettero a seguire la diretta, invece di andare in giro con la sabbia nelle scarpe cercando l’ultima ragazza.
– Ciao… non guardi la diretta?
– La sto registrando a casa, magari la guardo domani.
L’idiota. Zonzai altrove.
Un enorme palco, affiancato da ben più enormi altoparlanti, era calcato con tracotante veemenza da una mezza dozzina di stuprastrumenti, con corde di basso elettrico che volavano come rondini centrate da una scarica di mitra.
Sudando in coro, un centinaio di giovani locali puzzava la propria da sempre ben celata vitalità, proprio il giorno in cui c’era di tutto, meno che vita, a disposizione, sui tavoli del buffet.
Un numero di ostica determinabilità (ma sicuramente eccessivo) di palloncini a basso costo, come in un profetico antinferno, correva a destra e a sinistra, seguendo ritmicamente l’alito della folla, spallonando in un’ebbra festosità altimetrica in attesa di un mozzicone mal spento, di una puntina, di un coglione bramante di calpestare qualcosa. Sembravano quasi persone.
Il caldo mi fece propendere per un rapido allontanamento, in direzione di alcuni facinorosi che avevano preso possesso di una piccola autocisterna dei pompieri, in zona perché non si sa mai, e si apprestavano a “fare gli scherzi”. Che bello.
Ben conoscendo l’esito finale (ovvero che sarei finito vittima, magari di rimbalzo, di qualche stronzata) frapposi tra me e loro un più che rassicurante intervallo, ripassando davanti allo schermo. Stavano convocando i primi per il Giudizio Universale, giusto poco dopo che la donna aveva schiacciato col tallone la testa del drago: che effetti speciali… altro che Matrix…
Appena un paio di unità di tempo dopo che un tale fu dannato per l’impronunciabilità del cognome, il cuoco della grigliata, votandosi al martirio, gridò:
– Gli spiedini sono cotti!
Venne assalito da un manipolo di esaltati che lo scuoiarono razziando mangiabilia e non. Cercai anch’io di rimediare uno spiedo ma i danni riportati furono di gran lunga superiori ai benefici.
Un mitomane, per chiudere in bellezza, gridando – largo a Belial! si diede fuoco e si mise a correre in mezzo alla gente, finendo poi ingloriosamente spento nel gabinetto mobile.
In una zona appartata, velata da una luce minacciosamente soffusa, ambosessi chiacchiericciavano risolinando in maniera vagamente beota, romanticosamente vicini. Veniva servita dell’anguria con vodka ghiacciata, secca. Ne favorii in abbondanza.
Voci sfuggite ad ogni guinzaglio portavano notizia di condanne di massa dalla valle del Giudizio, con inutili tentativi di corruzione nei confronti di giurie per nulla inclini al compromesso.
Fu il panico: vincitori e vinti, fottuti e fottenti, nessuno poteva sentirsi sicuro dell’esito finale, tutti cominciarono a contare le buone azioni a credito.
Nuove voci, nuove follie: amnistia di massa. Tutti con bottiglia in mano in una doccia di spumante leggermente aromatizzato alla triglia.
Quanto a me continuavo a godermi la serata, almeno l’ultima, osservando i miei simili che cercavano di divertirsi ed attendevano con angoscia l’ora in cui sarebbero stati chiamati.
Per raggirare il tempo qualcuno mise in piedi una partita di calcetto.
Gioco anch’io! Testa o croce. Testa, palla nostra. Ragazzi tre in difesa. Io gioco a sinistra! Passa, cerca di smarcarti. Ma no, come si fa a sbagliare così! Ma dai, sei un maiale!
Ad un tratto arrivò uno degli organizzatori:
– Piantatela che se mi perdete il pallone domani mio fratello si incazza.
A nulla valsero le proteste di chi gli ricordava che probabilmente il “domani” non sarebbe mai arrivato, così la partita venne rinviata a data non destinabile.
Ripassai davanti allo schermo.
– Marco Delmiglio!
– Merda… tocca a me…

«Tre spade vestite»

Tempo fa, nell’autunno del 2003, quando per intenderci ancora non sapevamo della crisi, l’Italia doveva ancora vincere i mondiali in Germania e le barzellette sull’Inter facevano ancora ridere, scrissi questo strano pezzo, strutturato su tre mini-raccontini. Ciascuno dei mini raccontini ritrae un personaggio del folklore medievale europeo. Per la precisione un arciere, un cavaliere, un re. I temi sono molti, spesso esistenziali, e comunque ognuno ci trova un po’ la fava che gli pare.
Segnalo il buon compagno di viaggio nella blogosfera TalaMax, che nella sequenza “Megalomartire” ha ritratto una delle figure tratteggiate nel racconto.

Will Scarlett

– Little John, piantala di spaccare legna – gli grido una volta – o per sera siamo gli “Allegri Compagni della Radura”…
– Ohi Will – fa lui – mi serve legna per le trappole e la palizzata di Robin.
Metto giù l’ultimo bottino (un culatello) e mi sdraio tra le felci a tirare il fiato.
– Sai John, sono un po’ stanco di questa faccenda…
finisco per dirgli, e quello mi guarda come un mulo che non capisce perché cazzo lo vuoi spostare da lì, che ci sta così bene:
– Non avrai intenzione di tradire la fiducia di Robin… e la nostra!
– Potrei? Combatto insieme a voi da sempre, anche se non capisco ancora tutto bene – e stacco coi denti un trancio di bottino, per vedere se finché non è andato giù la vita torna bella – è solo che sono stanco di questa vita.
– Mi preoccupi. Non sarai diventato un vigliacco…
Gli faccio lo sguardo più truce che mi viene, di quelli che sai bene, e gli rinfaccio subito:
– Ho sfilato quel culatello dalla tavola dello sceriffo non più di quaranta minuti fa. Il mio coraggio è sempre quello di una volta.
– Capisco… allora hai solo bisogno di riposo. Fermati un paio di giorni, fai un giro al mare. Tornerai nuovo!
Ci avviamo verso la dispensa di Fra’ Tuc, dall’altra parte del villaggio.
– Non so, John. Mi sento fuori posto. Comincio a pensare di non essere fatto per questa vita. Forse non sono ribelle dentro.
– Sciocchezze – mi risponde – sei solo più fiacco del solito, ecco tutto.
A due rimbalzi di cinghiale dalla dispensa decide che non ne ho abbastanza e ritrova la parola:
– Senti: sei uno dei più tosti dopo me e Robin. Prendi esempio da noi, ritrova la voglia di combattere per gli ideali. Ritrova te stesso, il piacere di rubare a quei nobili schifosi! Robin non si abbatte, è la nostra bandiera, è lui che devi guardare nei momenti difficili. Robin non si siede in disparte, sgonfio come i pani dei preti, a dire che vorrebbe essere un altro: si alza e va a fare ciò per cui tutti lo ammiriamo e lo consideriamo il più grande, la nostra speranza!
Arriviamo alla dispensa, lì incontriamo proprio Robin Hood che si cala una birra.
– Sapete ragazzi – dice – sono un po’ stanco di questa faccenda.

Sangiorgio

– Muoviti, futura bresaola equina! Cammina, montagna di bistecche incollate sull’anima di un tacchino!
Tiravo per le briglie quella bestia di rara stupidità, sudando insulti in quaranta centimetri d’acqua e chissà quanti di melma.
Mi ero liberato di parte dell’armatura per evitare di diventare una tana di zanzare e rane, e dello scudo che pesava come mio zio, ma continuavo a trascinare cavallo, corpo e impresa verso la meta, verso lo scontro con il serpente.
La spada fremeva, fremeva la mano e anche la pelle, ma più che altro per le dozzine di sanguisughe che raramente avevano visto tanta carne. Qualche albero rinsecchito sembrava chiedermi di portarlo via, i rami come dita troppo fragili per afferrare una pagnotta e tirare avanti, le rughe della corteccia come ghigni da morto.
Il mio cavallo, Abarth, non ne voleva sapere di avanzare… non era morso dalla mia stessa rabbia: non aveva mai sentito i racconti di quello che aveva fatto il Drago, non aveva mai sentito di come dava fuoco ai campi, di come uccideva i bambini sbranandoli ancora urlanti, di come rapiva le giovani donne dei villaggi dopo averne bruciato speranze e sposi. Non sapeva, quel cavallo, quanti organi erano stati strappati alle guardie dalla bestia, e distribuiti come un quadro del diavolo sul giardino di corte, il giorno che aveva rapito la principessa, come non mancavano di raccontare i menestrelli del Re!
Non poteva sapere, quello stupido cavallo, come stavano veramente le cose! Era mio l’intestino che soffriva come stretto tra i ferri del boia, era mio lo stomaco che a ogni racconto di devastazioni del mostro veniva aperto dalla ruota dentata della macchina da tortura.
E così avanzavo, sbuffando e spezzando rami già spezzati, mentre del limo sterile prendeva il posto della cartilagine nelle mie caviglie, mentre il pugno bramava di infilare ferro nel Drago, come volevano i sacerdoti.
Potete quindi immaginare il mio disappunto quando nella caverna fronteggiai me stesso.

Re Artù

– Parsifal, putrido pezzo di grasso! Quanto diavolo di tempo è passato? Sapessi, ne sono successe di cose da quando sei partito! E tu? Ti vedo sbattuto.
Hai trovato il Graal?
Si lo cerco anch’io, ti sembra strano? Non può il re cercare la sua cura?
No, mi spiace, non ho notizie utili da darti su come trovarlo.
Eh si, lo so bene, non è una cerca facile.
Si ho già incontrato Galvano e Lancillotto, loro sono convinti di esserci andati vicini. Anche Ivano.
Mah. Chi ci crede.
Un calice? Può darsi.
Chi lo sa come è fatto il Graal.
Secondo me è diverso a seconda di chi lo cerca, sempre che esista davvero.
Su dai, non ti incazzare…
Ma quale bestemmia? Non crederai veramente alle balle su Giuseppe d’Arimatea!
Certo che non ci credo, io. Il Graal è qualcosa di molto più inafferrabile di una scodella da osteria.
È la risposta a un bisogno. È il colmare quella assenza che tutti sentiamo, il Graal è quella felicità che continuamente cerchiamo e non troviamo.
È un po’ come il domani: ogni giorno lo rincorri, verso mezzanotte ti sembra quasi di toccarlo… ed ecco che di nuovo è a un giorno di distanza.
Ovvio, la penso proprio così. Non so se lo troverai, di sicuro non sarò io a farcela.
Oh, taci! Ancora quella storia sulla purezza… ti prego! Anche i bambini sono tristi. Anche a loro è impedito l’accesso al Graal.
Si vabbeh, raccontami ancora del peccato originale. Taci! Cosa ha fatto di male un infante? Nulla. A parte nascere. Quindi non ha peccato né meritato alcuna infelicità: non deve pagare le tue colpe. Ci sono generazioni di peccatori che scaricano il loro letame sui campi della coscienza dei nascituri sotto forma di Peccato Originale!
Parsifal, lo sai, sei proprio un pezzo di grasso: a che ti serve un Graal. Ma vuoi che conti il tuo sforzo per me, per Artù? Oh no, no che non conta! Se voglio il mio Graal sarò io a dovermelo cercare, dovrò essere io a sanare le mie ferite. Taci Parsifal, non versare liquami nelle mie orecchie, non dire cazzate, taci!
– Veramente da quando ci siamo incontrati non ho ancora parlato…

«La trascrizione Olduvai»

Dai miei pochi giorni di ferie montani vi posto un altro racconto, perché mi spiace lasciarvi orfani del “canneto”. Questo pezzo è dell’autunno del 2006 ed è, se non ricordo male, l’ultimo testo fictionale che ho scritto (per ora). Vediamo se piace.

Si tratta di una vecchia registrazione vocale su nastro magnetico. Il suo inserimento nell’archivio Cheryukin risale ai primi anni Sessanta ed è probabilmente l’ultimo documento raccolto. Se prestiamo fede al registro, precede di pochi mesi la fine controversa dell’ufficiale Cheryukin a Kaliningrad.
La bobina è danneggiata; la registrazione, mutila dell’inizio, è in molti punti lacunosa, di bassa qualità e con aloni sonori causati da sorgenti magnetiche vicine al registratore.
Si distinguono due voci: la prima pone domande in un russo dall’accento orientale; appare insicura, stupita. Angosciata. L’altra, invece, calma e lenta, compiaciuta, è la voce di chi ha tempo e voglia di raccontare una storia, e gusta il piacere di svelare e nascondere.
Le analisi, basate sulla variazione della modulazione vocale, compiute da ricercatori universitari, propendono per la sincerità di chi parla: il padrone di quella voce o è un buon attore o crede davvero in quello che dice.

[manca la domanda]
– Si parla di tanto tempo fa. Di un tempo tanto lontano da non aver lasciato traccia in nessun vostro racconto. Ma non abbastanza per cancellare i miei ricordi. Naturalmente si parla di un’epoca anteriore alla decisione di limitare a una il numero di specie intelligenti per ogni pianeta.
– Per pianeta?
– Certo. È una legge fondamentale, e l’abbiamo decisa qui, sulla Terra. Non crederai che questo sia l’unico pianeta sul quale abbiamo lavorato.
[lacuna, forse manca una domanda]
– È un posto speciale. All’epoca era anche il miglior centro di prova dell’universo. Ogni nuova idea, un’osso più [lacuna], un’ala innovativa, un’escrescenza idrodinamica, prima di essere adottata su altri mondi, veniva provata sulla Terra. All’inizio era la fucina della vita, e ben presto ne divenne il campionario. Spesso procedevamo per tentativi, correggendo di volta in volta la rotta. Per esempio: alleggerire le ossa per far volare gli animali era stata una grande idea, ma all’inizio bastava il lieve colpo causato da una goccia di pioggia per provocare fratture [lacuna]. E poi sapessi quanti organi e organelli abbiamo introdotto solo per correggere errori precedenti. Quando però tutto funzionava per il meglio era una soddisfazione incredibile.
– Spiegami cosa accadde in quello che hai chiamato “episodio Olduvai”.
– È stato lì che abbiamo capito che c’era qualcosa di nuovo. Qualcosa che non funzionava. Uno degli animali più promettenti iniziò a ribellarsi agli schemi che avevamo predisposto. Non che fosse una cosa inusuale, a dire il vero. Molti esseri in fase sperimentale lo fanno, ma in genere si estinguono in poco tempo. Quell’essere invece stava migliorando i nostri schemi da punti di vista che non avevamo preso in considerazione. Apparentemente agiva senza ragione, ma il risultato fu sorprendente. Iniziò ad uscire dai nostri progetti, anche fisicamente: se ne andò dalla gola di Olduvai, e i suoi discendenti iniziarono a colonizzare habitat che non erano stati predisposti per loro. Loro si adattavano magistralmente a qualsiasi habitat.
– Molti animali lo fanno. Anche i topi.
– Faceva qualcosa di più dei topi. Aveva la capacità di cambiare l’ambiente. E lo faceva in un modo particolare, cercando soluzioni nuove, inventando, non ripetendo le operazioni in schemi prefissati (e in fondo progettati da noi). Da un certo punto di vista cominciava ad assomigliare a noi.
– A voi… cosa mi puoi dire di voi?
– Che da sempre ci piace provare, modificare, inventare. Non esistono limiti alla nostra fantasia, né alle tecniche che ogni volta perfezioniamo per realizzarla. Ci lasciamo trasportare e, talvolta, in questo impeto di entusiasmo creativo, finiamo per arrivare a risultati imprevisti.
– In tal caso?
[A questo punto il nastro è gravemente compromesso, si intuiscono sequenze di suoni sovraincisi che rendono impossibile distinguere più di qualche parola.
Poi riprende].
– Certo che era un progetto sperimentale! Contestato e modificato, per di più. Uno di quelli modificati più volte. Avete voi stessi trovato traccia di molti degli esperimenti e delle migliorie che abbiamo di volta in volta introdotto. È anche capitato di mettere diverse versioni di uomo in competizione nella stessa zona per vedere quale delle due risultasse più funzionale. L’ultima versione, la vostra, è stata quella più stupefacente: avete vinto la competizione con coloro che vi precedevano in modo schiacciante, adottando un ritmo evolutivo e di mutamento senza precedenti nei nostri esperimenti.
– Tornando al discorso delle razze intelligenti… quante ce n’erano… e che fine hanno fatto?
Moltissime. Dopo la decisione di limitare il numero di razze intelligenti per pianeta, vista l’eccessiva competitività dell’uomo, le abbiamo spostate. In posti adatti a loro.
– … gli alieni?
– Trapianti.
– Capirai che le cose che mi stai dicendo sono incredibili… ma d’altra parte, con quello che mi hai fatto vedere…
– Non è tutto. C’è qualcos’altro che devi sapere di noi. Siamo terribilmente felici quando le nostre idee funzionano, quando i nostri progetti si realizzano, ma non sopportiamo di perdere il controllo delle nostre creazioni. Soprattutto se scopriamo che cominciano ad avvicinarsi troppo alla nostra posizione nella realtà, al punto di non avere più bisogno di noi. Ecco perché, fin dai tempi della fuga da Olduvai, la vostra rapidissima evoluzione ha creato molto imbarazzo nelle nostre accademie. Non ti nascondo che qualcuno parla apertamente di voi come di un potenziale pericolo.
– Quindi?
– Non è improbabile che per voi venga decisa la soppressione del progetto.

La registrazione si interrompe. Nel dossier non sono riportati né i nomi dei dialoganti, né il luogo dove il nastro venne recuperato. Di certo la sua presenza nell’archivio Cheryukin è l’aspetto più inquietante della vicenda. I pochi documenti che ne sono usciti finora sono sempre stati delle rivelazioni illuminanti sulla storia dell’ultimo secolo.

«Tutti i doni degli dei»

In questo vecchio racconto (siamo nell’inverno del 2004) parlo di uno dei miei perdenti preferiti: Prometeo. Questo non è il mito principale che lo riguarda, quella legata alla nascita dell’uomo e al furto del fuoco, ma è comunque molto interessante.

Mai visto niente di simile. Quando l’hanno consegnata a mio fratello ci sono rimasto di sale. Hai presente quei quattro-cinque secondi di apnea, come un destro alla milza? Occhi sprangati, poi un sospiro: figata. Nient’altro. Non ho respirato per cinque secondi e già la faccia scivolava alla grande verso il blu.

A dirla tutta sentivo qualcosa di strano. Fin da piccolo ho sempre avuto una vista esagerata, tanto esagerata che riuscivo a vedere le cose prima che accadessero. E qui vedevo fosco.

– Sta calmo – dicevo e ripetevo a mio fratello – pensaci su. Se ti arriva un regalo da quelli c’è sotto qualcosa. Perché avrebbero dovuto fare un regalo a te?
Parole utili: non mi ascoltava nemmeno. I fratelli minori pensano subito che sei geloso. Ragionano meno di una cimice. Sì, perché almeno la cimice, tra una craniata e l’altra contro il lampadario, si ferma qualche secondo aggrappata al soffitto a pensarci su, perplessa, colta da improvvisa dismemoria del motivo degli attacchi. Sembra quasi umana. I fratelli minori invece no, loro si buttano. Basta dire stai attento e si fa solo in tempo a vedere che si sono già tuffati. Bestie.

Ricordo quando l’hanno consegnata. Mio fratello è corso da me che sembrava un bufalo cafro. Bam bam bam bam! Anche nel più profondo dei sonni riesci subito a capire che la tua porta non reggerà un altro colpo come quello. Conviene rotolare fuori dal letto.
– Apri! – mi urlava – Vieni a vedere, corri! È un regalo! Per me!
Prima di allora credevo fosse impossibile trovare uno così deficiente da accettare un regalo da chi lo vuole morto. Più tardi l’avrebbero rifatto i troiani, e sì che avevano Cassandra che sapeva vedere lontano. Capita sempre.
– Pensi sempre alle gabole tu! Pensa a divertirti!
Sì, io penso sempre alle gabole, ma non faccio casini.
– Devi vedere, dai corri!
Eh, sì, corri. Certo che corro. Ai ripari, corro.
Ma poi ci sono andato ed era davvero un regalo da non credere: una ragazza elegante, dolce, così bella nelle sue vesti intessute con fili d’argento. Così bella, con i capelli intrecciati in ghirlande di boccioli di campo. Con quegli occhi grandi e sognanti, diresti che racchiudono il mondo intero. Veniva proprio da pensare che tutti i doni fossero in lei. Ed erano per lui, e per una volta tutte le mie previsioni sembravano smentite, tutto chiaro come una notte di luna piena.
Amico mio, mi sono detto quella sera, stavolta ti sei proprio sbagliato. Hanno mandato davvero un regalo incredibile. Quasi mi pento di quel piccolo furto… quasi. Ero ancora un po’ sospettoso, ma, si sa, io penso sempre alle gabole…

Un giorno, però, la ragazza fece un casino, e si scoprì dove erano davvero tutti i doni degli dei, tutti i doni nascosti nel suo nome, Pandora: erano nel bel vaso di bronzo che gli dei avevano consegnato alla giovane. Il vaso che lei, donata dagli dei a mio fratello, portava con sé al suo arrivo e che presto aprì, vinta dalla curiosità. Eccoli lì tutti i bei doni: dolori, paure, tragedie, preoccupazioni, persino le cimici. Tutto è uscito da lì.

La luce delle notti di luna piena è la mia preferita. Per distinguere sei costretto a metterci un po’ del tuo, e vedi qualcosa di diverso, che di giorno non vedi. Vedi un po’ di quello che c’è là fuori, ma anche un po’ di quello che hai dentro. E non è la realtà ad adagiarsi su di te, ma sei tu ad andarla a prendere, a possederla.
Le mie previsioni non erano smentite, erano solo visioni di una notte di luna piena. Visioni lontane: nessun dono arriverà mai dagli dei senza un prezzo da pagare.

Il fratellino se la spassa. Certo, sono io che ho provato a correre per il mondo, insieme ai miei seguaci, per cercare di recuperare tutti i mali che la sua bella ha seminato. Abbiamo tirato a sorte, un male per ogni cercatore, a me è capitata la sfiga. Facile no? In giro ce n’è un sacco, sembra dappertutto. Ma appena sono convinto di averla presa, la stringo tra le mani come il collo di una gallina e subito vedo che poco distante c’è qualcuno che ne ha più di me. E la perdo.
La inseguo ogni giorno, penso di averla presa: foro una gomma della Ritmo, che sfiga, sì, stavolta l’ho presa davvero! E subito nell’autostrada di fianco un vomito di lamiere e sogni spaccati sorge dal nulla, e un cumulo di orfani me la sfila dalle mani.
Perdo una lotteria per un solo, schifoso, misero numero: che sfiga! Sì, stavolta è mia, la posso quasi accarezzare. Poi vedo chi nemmeno ha potuto comprarsi il biglietto.
Nemmeno della sfiga ci si può più fidare.

No, ragazzi miei, non vi posso più aiutare, è andata. I doni degli dei ormai sono dappertutto, li avete sotto il cuscino. Cosa volete da me, non posso recuperarli tutti io, in fondo. Tornerò a casa, e andrò a suonare il citofono di Zeus.
– Ehi! – gli griderò – Almeno fanne una per me, tutta mia! Dovrò mica rincorrere per sempre i mali di un altro!

«Elioforo a tradimento»

Ancora un vecchio racconto, scritto nell’estate del 2004, ma – strano a dirsi – non era assolutamente prevista la sua pubblicazione sul blog proprio oggi. Ma, che dire, mi sono reso conto rileggendolo che parlava d’estate e figurine, e quindi pare molto adatto a seguire il post che trovate più sotto. Spero sia di vostro gradimento.

Come sono finito qui, a mollo nelle acque eridanee, con i piedi a grattar la schiena ai pescigatto?
È presto detto.

Pigro e rilassato, semidio nel mio mondo, non mi opponevo allo scorrere del tempo, scandito da ghiaccioli e CD. Vivevo di piccole libidini quotidiane: una fetta di sole o un rutto dirompente.

Vuoi per le voci noiose di chi non mi riteneva capace di grande impresa, vuoi per l’emula di Afrodite di turno, in sei e sei dodici ideo, progetto, e porto a compimento un gran furto, uno di quelli che ti sparano negli album delle figurine.
Aspetto che Selene sia in cielo a ispirare lupi e innamorati e subito, scaltro come un ratto, mi calo oltre l’orizzonte con una scala di corda, sacco dell’immondizia alla mano e coltello in bocca.
Padrone della metis del cospiratore, maschera nera sulla faccia e sguardo cattivo, inforco l’ingresso dei bastioni di Elio e gli ciulo il sole, infilandolo nel sacco. E me la rido.
Poi via, scavalco l’orizzonte e mi confondo tra gli innamorati che salutano Selene, piangendo per finta all’arrivo dell’alba, sospirando a tutto andare i loro “addio”.

Nessuno mi vede, nascosto nel mio garage a righe verdi e arancio, mentre modifico la possente Ritmo Abarth adattandola al suo nuovo alto (altissimo) utilizzo, ma tutti restano abbagliati dal mio fulgore quando finalmente posso gridare: Io albeggio!
Da domatore di cavalli, sprono verso il cielo i 200 della Ritmo, diversi dai due stupidi fienivori del carro solare. Guardo il mondo, dalla terra degli iperborei fin verso quella delle esperidi: ah, nani lontani, ora mi vedete nel mio splendore, ora mi ammirate, ora stupiti volgete gli occhi a guardar… no, forse in effetti non mi vedono, anzi, sembrano più interessati a vestirsi sempre di più.
No, ostia, sono troppo in alto! Perdi quota, diamine, maledetto sole, che se no non ci vede nessuno!
Scendo sempre più, sorvolo il mare che quasi tocco, e viro verso l’alto. Appena il tempo di accendere l’autoradio e sento un tipo che grida ed ali in fiamme vola in mare. Maledizione, ero troppo basso, vero, ma mica per tanto. Pazienza: negherò tutto e dirò che era lui a volare troppo alto, troppo vicino a me. Niente testimoni, sono in cassaforte.

Ma no che non è vero. Un testimone c’è, e figurati se si fa i cazzi suoi. Mi avrà preso col multavelox, che ne so, fatto sta che, quando sono ormai a due passi dalla terra d’occidente, una gragnuola di fulmini mi centra l’ipotalamo, facendomi finire con un carpiato nel Po. Vedo la Ritmo schiantarsi contro il cielo di cartone, scrollando le stelle che sembra il 10 agosto, gettando il sole al suo posto, oltre l’orizzonte.

Si, sono qui per una cazzata, come tanti. Pigro e rilassato, non mi oppongo al mesto scorrere del tempo, scandito da schiuma gialla e pescigatto. Vivo di piccole libidini quotidiane, come le eliadi tramutate in pioppi che cantano per me, o come un sorso d’acqua meno amaro degli altri, un sorso che forse sì, davvero, arriva diretto dal Monviso.

«Il giorno del labirinto»

Alla fine mi sono deciso. Con una sola voce contraria – ma con argomentazioni che un po’ condivido, se erano le stesse che mi facevano essere dubbioso! – ha vinto il sì, e quindi posterò d’ora innanzi anche racconti. Quello che segue non è un testo nuovo, l’ho scritto nel 2005, ma trovo che accompagni perfettamente il post che l’ha preceduto su questo blog. Buona lettura!

L’alba esplode improvvisa, scagliando ovunque fotoni eccitati. Impossibile reggere la vista di tutti quei raggi che mi si schiantano sulle cornee. Chiudo gli occhi. Il giorno del labirinto è appena cominciato.
Accartoccio involontariamente il vecchio biglietto da visita con l’indirizzo e respiro a fondo, fino alle lacrime. Il giorno è arrivato e lo voglio respirare tutto. Salto sulla mia Ritmo, adesivata a linci e leopardi, e la faccio correre come piace a lei, inebriato dall’aria che sfonda i finestrini falciandomi i capelli con un urlo.
Arrivo presto. Il parcheggio è vuoto, ma piazzo la Ritmo lontana, nascosta. Non farò come Teseo. Entrerò da una porta secondaria, come un tombarolo, come una supposta. Niente ingresso con insegna luminosa o fanciulle che gettano petali.
Entrerò senza la consacrazione della nobile impresa, senza cavalcare speranze da giovane ateniese. Non ho i consigli di Dedalo né l’aiuto della pura Arianna. Non so neppure cosa mi spinga a entrare.
A volte è così, si va con l’istinto, come a cercare qualcosa. Non è necessario avere uno scopo alla partenza, sarà il viaggio a rivelarlo. Il viaggio è l’anima del mondo, il movimento crea la vita. L’uomo, per diventare uomo, se ne è dovuto andare dalla
gola di Olduvai. Non aveva quell’obiettivo, ma non l’avrebbe mai raggiunto se non fosse partito. Il cucciolo non se ne va dalla tana per diventare adulto, ma non lo diventerebbe se restasse.
Così faccio anch’io. Me ne sono andato, sono entrato nel labirinto attraverso una fenditura e mi trovo in un non-luogo. Non posso più fermarmi. La strada non è un luogo. La vita non è un quando. M’incammino tranquillo, la mente gira a vuoto, e mi
guardo intorno, perché le scene dipinte sulle pareti sono la fine del mondo. Lotte di dei e titani, amori di donne, Prometeo che porta agli uomini il fuoco divino: visioni che rapiscono. Sembra di non poter scegliere la via, sembra che basti camminare,
seguire i dipinti, facile dimenticare la strada, e perderla. E perdere se stessi.
Ma i dipinti chiariscono le idee. Da un segno, forse dalla bellezza stessa, si può essere ispirati. Teseo non guardava i dipinti. Sapeva esattamente dove andare e una volta ucciso il minotauro sapeva come uscire, complice Arianna. Uno scopo e una donna: due luci. Due fari: abbagliato, non ha visto il mare.
Io lo guardo, il mare. E quei dipinti, che mi hanno portato fuori strada quando li guardavo attonito, ora mi illuminano: non devo raggiungere il centro, lo devo spostare dentro di me! Lo grido come un pazzo, ridendo, saltando, fino a quando una vena sul collo mi costringe alla prudenza.
– Il centro è in me – sussurro, pacato.
Buio. Apro gli occhi: una stanza. Un faretto mette in luce una carcassa. È il minotauro, la bestia nel cuore del labirinto. Il volto è scarnificato, un teschio riconoscibile solo per le grandi corna. Mi sembra di sentirlo parlare.
– Teseo? – chiede.
– No rispondo – Teseo se ne è andato. Ti ha ucciso.
– No, Teseo ha ucciso il suo minotauro, io sono il tuo. Se sono morto o no, dipende da te.
Non gli rispondo. Rapido e deciso prendo il cranio e lo indosso come elmo. Mi porto un po’ di minotauro.
Ora, ora trovo la via del ritorno. Nel mio labirinto non ho ucciso e non ho perso nulla, anzi, mi ritrovo con un cranio, raro, di minotauro. La via, prima ingarbugliata, ora si scioglie davanti a me come un enigma. Sento di conoscere i tracciati dove prima
brancolavo. Non ho in mano i segreti di Dedalo l’Artefice, non ho guide, non ho gomitoli. Da solo, trovo la mia strada. Vedrò il tramonto: un’autentica lussuria, da scardinarmi le mascelle per la meraviglia.
Ma forse c’è ancora qualcosa da fare. Il giorno del labirinto è quasi finito, è vero, ma finché c’è carburante nell’anima si può andare avanti, e io ne ho da vendere.
Guidiamo a turno, io e il caso, e insieme finiamo per arrivare a Dia, un posto quasi sconosciuto dove Teseo è convinto di aver abbandonato Arianna. In realtà l’ha persa.
Ha ucciso un mostro violento, fatto di solo istinto, l’ha soffocato in nome della civiltà. Ma Arianna e il minotauro erano fratellastri. Purezza e istinto lo sono spesso.
Con un solo colpo l’idiota ha perso entrambi.
– Chi sei? – mi chiede la ragazza, mentre ancora piange.
– Ti porto da bere. Sorridi. Hai perso solo mezzo uomo.

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