Il canneto di Eridu

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Almanacco, XCVII

Novantasettesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
18 luglio 2013

Esattamente dieci anni fa moriva Sandro Ciotti, celeberrima voce radiofonica di Tutto il calcio minuto per minuto. Ora, io non ho mai amato quella fastidiosa trasmissione radiofonica, ma le figure dei commentatori sportivi mi hanno sempre affascinato, sorta di moderni aedi narranti il mito sportivo moderno. Se abbiamo sostituito Achille con Van Basten, abbiamo sostituito Omero con Bruno Pizzul.
“Cantami o diva del Pelide Achille l’ira funesta…” “… e il colpo di testa di Rijkaard ed è gol! E sono due”.

A questo proposito la domanda di oggi è questa: qual è il vostro cronista sportivo preferito? e quale il tormentone?
Meglio il “non va” di Piccinini o lo storico “campioni del mondo” di Martellini? Meglio la voce roca di Ciotti o le impreviste alterazioni tonali di Pizzul? Siete più legati alla narrazione affaticata e carica di enfasi di Galeazzi o lo stile sobrio di Paolo Valenti? Meglio le telecronache di Formula Uno di Mario Poltronieri con Ezio Zermiani, o quelle motociclistiche di Guido Meda?

M1 – L’altare di Omero

Ben venuti all’inaugurazione di questa nuova rubrica, il Mausoleo del Canneto di Eridu. Come spiego nella pagina relativa, sono stato colto da megalomania. Ciclopica. Ho deciso di imitare i grandi re di Eridu, quelli che vivevano 20.000 anni. Quelli che edificarono nel Nunki (il luogo potente, come veniva definita) circondato dall’Abzu (le acque lontante, quelle che circondavano la terra) la Ziqqurat di Eridu. Li imiterò in maniera metaforica edificando una specie di memoriale per personaggi che rispetto, o ammiro, o amo, o per i quali provo una qualsiasi forma di attrazione. Persone che possano rappresentare l’umanità di fronte agli dei e perorare la sua causa, dimostrando la sua grandezza, la sua bellezza, la sua sete di conoscenza, la sua pietà. Ognuno di questi indivdui (che potrà essere una persona storica, ma anche mitologica, e persino letteraria, perché sono comunque emanazione dell’umanità) sarà ricordato per qualcosa di specifico (difficile, o forse inumano, sperare di trovare persone con soli lati positivi), e sarà ricordato in questo Mausoleo da qualcosa a lui dedicato: una statua, una lapide, una colonna, un albero, una cascata, una roccia, un altare. Venite, dunque, ordinatamente, a visitare il Mausoleo, di qui cominciando.

L’altare di Omero
Prima di iniziare questa rubrica avevo (e in fondo ho tuttora) decine di centinaia di idee di personaggi cui dedicare un monumento. Ma di fronte alla pagina bianca della prima iscrizione mi sono trovato smarrito. Perché qui non si tratta di dedicare UN monumento, ma IL PRIMO monumento. Potranno seguirne a centinaia, di più importanti, più belli, meglio descritti e meglio motivati, soprattutto quando la rubrica si sarà stabilizzata, ma questo resterà sempre il primo, e va scelto con criterio. Diventa una sorta di patrono di questo blog, e non può essere piazzato a cazzo.
Ci ho pensato parecchio, e alla fine ho deciso che il primo monumento non può che essere per uno scrittore. Forse il primo grande scrittore dell’antichità per il quale abbiamo un nome, anche se la sua figura è controversa, giacché di lui non sappiamo quasi nulla se non per leggenda.
E gli dedichiamo un altare, un altare pagano, perché le sue furono storie di uomini ma anche di divinità. Un altare che ricordi quello di Pergamo, con le vicende delle sue storie scolpite in bassorilievi marmorei, ma dipinti, come lo erano un tempo, e non bianchi, plastici simulacri ai nostri occhi della vividezza dei personaggi di un tempo. E così, riviventi nel marmo, Achille ed Ettore, Odisseo e Agamennone, Athena e Ares, Priamo, Paride, Afrodite, Calipso e Penelope… celebreranno la grandezza dell’opera di Omero. Ricordando con esso il cronista che narrò la guerra, gli uomini che ne diffusero la storia, gli aedi che la trasformarono in leggenda, le voci che la ripresero in tutto il mondo greco, gli uomini che inventarono l’alfabeto e i poeti che lo usarono per trascrivere i loro poemi tramandati oralmente. Tutti questi uomini sono Omero, l’Omero che celebriamo qui, e che dimostra che il lavoro di così tanta umanità può ben diventare un uomo solo al cospetto degli dei.

#39. Dozzina.

Il dodici è un numero particolarmente affascinante.
Lungi da me cialtronesche tentazioni numerologiche di stampo occultista, resta comunque innegabile che il dodici ha un certo significato nella struttura del nostro mondo. Intanto sono dodici le lunazioni (i cicli lunari) complete in un anno, e corrispondentemente (troppo perché non ci sia relazione) sono dodici e più o meno della stessa durata i cicli mestruali delle donne.
È chiaro che di fronte a due cose tanto importanti (un astro maggiore del nostro cielo, e il ritmo della fertilità della donna) il dodici non può che essere un numero che fin dall’antichità ha avuto una certa importanza. In fondo il dodici collega la luna, e quindi la notte (metà del tempo) e la donna (metà dell’umanità), è insomma parte integrante della trama del reale percepito dall’uomo.
E se arriviamo anche ai giorni nostri, apparentemente senza alcun motivo le uova, i fiori, le bottiglie si comprano e regalano a mezze dozzine o dozzine: appare chiaro come fino ad oggi il dodici sia rimasto come un numero pesante nell’inconscio collettivo.

Ma di questo, in realtà, non avevo alcuna intenzione di parlare. Sono stato traviato dal titolo. Perché volevo parlare di “dozzina” intesa come “sporca dozzina”, che dal film del ’67 è diventato, indipendentemente dal valore numerico, il miglior termine possibile per indicare una squadra di gente dotata di gran fornimento di maroni, in grado di svolgere un’impresa disperata. Meglio di “Vendicatori”, a dirla tutta, perché quel termine dà l’idea che ormai la frittata sia fatta e ci sia solo voglia di prendersi una rivincita, e alla fine la vendetta è un piatto di merda. Sì, perché l’obiettivo dev’essere evitare di farci sterminare, dopo sai che mi frega.

Ora, a seguito di uno scambio di idee con un affezionato lettore (che tra l’altro ieri ha tagliato il traguardo di tre dozzine di anni, tanto per dire) ho deciso di concedermi il lusso di immaginarmi un pianeta terra in epoca medievale, incasinato già di suo perché si sa che se li chiamavano secoli bui un motivo ci deve pur essere, e di aprire un portale in grado di far giungere sulla terra creature malvagie e mostruose da una terra sconosciuta, al servizio di un feroce individuo con l’obiettivo dichiarato di conquistare il mondo.

Di fronte, però, la possibilità – per una qualche magia, diciamo – di creare una squadra di 12 individui, presi dalla storia, dal folklore, dalla mitologia, in grado di fronteggiare questa mostruosa invasione. Ebbene, avendo questa possibilità, chi sarebbero i dodici? Come comporre questa squadra di avengiatori ante litteram e, soprattutto, ante tragediam?

Cominciamo a strutturare la squadra.

In primis serve un leader. La storia e la letteratura ne sono piene, ma qui serve qualcuno abbastanza carismatico da essere seguito, abbastanza folle da non fermarsi di fronte a niente e nessuno, e abbastanza leale da mettersi al comando di una missione suicida pur di salvare il mondo. Non va bene un Pericle, troppo politico. Né Carlo Magno o Giulio Cesare, spinti da desiderio di potere personale. E nemmeno Artù, che parte bene a inizio vicenda ma poi si spegne (e poivorrei evitare personaggi arturiani, che potrebbero fare una sporca dozzina da soli). Forse Cincinnato, grande dictator romano, ma sempre di politico, non di guerriero, si tratta. L’uomo giusto è un altro, il leader di questa squadra non può che essere un uomo in grado di trascinare la sua squadra al sommo sacrificio, e in grado egli stesso di sacrificarsi: Leonida I di Sparta. Alle Termopili guidò 300 spartani, più 400 tebani e 700 tespiesi, in una battaglia che ancora oggi è sinonimo di coraggio, eroismo, sacrificio e maroni a grappoli, oltre che capacità di comando, per tenere lì inchiodati alla morte quei 1400 uomini. E quando il persiano Serse disse agli spartani di deporre le armi, Μολὼν λαβέ, «venite a prenderle», gridò Leonida. Più, probabilmente, un invito a comparire in retro di fronte alla fava divina per tutti i persiani. E 20.000 se ne portarono nella tomba, prima di morire a causa del tradimento di Efialte. La merda.

E al fianco di Leonida, suo braccio destro e guerriero disposto a morire pur di salvare il mondo, di certo piazzerei Roland. No, non Cristiano Roland, ma semplicemente Roland, che nella medievale Chanson de Roland difende a Roncisvalle le retrovie dell’esercito carolingio contro gli arabi, e riuscirebbe a portare a casa tutti i suoi se non fosse per il tradimento di un’altra merda, Gano di Maganza. Roland è un esempio di grandissimo guerriero («guerra non fa nessuno grande», n.d. Yoda) disposto al sacrificio persino per l’onore della Francia. Di certo non si tirerà indietro se c’è da salvare nientepopodimeno che l’umanità…
Ah, sia chiaro, il Roland della Chanson, non l’Orlando dell’Ariosto che spacca mezzo mondo perché va giù di testa per la patata di Angelica, quello forse non ce lo potremmo permettere.

Di certo poi servono altri combattenti valorosi. Chi meglio di Cú Chulainn, eroe delle saghe irlandesi, al quale le profezie vaticinano grandi imprese e gloria e vita breve (un po’ come Achille, ma molto meno stronzo). A diciassette anni, da solo, difende l’Ulster dall’esercito del Connacht per mesi affrontandone i guerrieri uno ad uno, e fronteggiando al contempo anche la temibile dea guerriera Morrigan. Sì, direi che è una delle scelte migliori per difendere l’umanità da mostri, draghi, eccetera.
Che poi un eroe celtico ci vuole, è sicuramente più oscuro e sporco di uno statuario greco antico e un francese medievale in armatura scintillante. Cioè, non so se mi spiego, a Cú Chulainn quando si incazza si chiude un occhio e l’altro si ingrossa enormemente, bello da vedere non dev’essere.
Bestione sì, bello no. Per niente.

E ci mettiamo anche Eracle, l’incredibile Hulk dell’antichità, bello grezzo. Dodici fatiche ha compiuto (e ancora la dozzina c’è di mezzo, già per questo non può mancare), non vogliamo donargli la possibilità di compierne una tredicesima e salvare il mondo?
Vogliamo, vogliamo.
Eracle non era un eroe brillante, né sveglio, e neppure il classico compagnone. Facilmente raggirabile, ma allo stesso tempo collerico e dalle pessime reazioni in caso di raggiro, è però fedele alla parola data e dotato di senso del dovere. Altrimenti dopo 4 fatiche avrebbe mandato tutti all’Ade, soprattutto quel pezzo di merda di Euristeo.
Sì, è l’uomo (anzi, il semidio) giusto per il posto del bestione buono.

Altro uomo della prima linea è Beowulf, guerriero del popolo dei geati (tribù di ceppo gotico), che attraversa il mare per portare aiuto a Hrothgar, re dei danesi, la cui “casa degli eroi” (più che un palazzo occorre immaginarsi una costruzione megalitica) è straziata dalle incursioni del gigante Grendel, che nella notte divora i guerrieri. Beowulf sconfigge Grendel, e persino la madre, mostro ancora più potente, e chiude la propria vita uccidendo un drago che vessa la sua terra. Insomma, un gran bel curriculum, non vi pare?

Per chiudere la prima linea di guerrieri mettiamoci un cavaliere cristiano. Anzi, il santo patrono dei cavalieri: san Giorgio. Il megalomartire. La sua vicenda, occorre ricordarlo, ricorda in parte quella di Perseo e Teseo, con un tributo di giovani vite richiesto annualmete da un mostro che a un certo punto porta alla condanna il figlio o la figlia del re. In questo caso si trata della principessa. E il cavaliere Giorgio irrompe, fa stramazzare al suolo il drago, e poi (secondo la Leggenda aurea di Iacopo da Varagine) gli mette al collo la cintura della principessa. Da quel momento il drago segue Giorgio come animale mansueto. E a noi un eroe che abbia un drago al suo servizio serve, eccome, se vogliamo davvero salvare il pianeta!

Ci mettiamo poi Perseo, meno grosso, forse, ma con Pegaso al suo servizio svulazza e può colpire dall’alto. Anche perché se no contro i mostri volanti c’è poco da fare, abbiamo solo il drago di san Giorgio, e in più serve assolutamente qualcuno in grado di volare veloce in perlustrazione. E comunque di personaggi come Perseo che hanno affrontato un sacco di mostri ce ne sono pochi (e il mostro marino che doveva sbranare Andromeda, e la gorgone Medusa…). E per di più è intelligente (a differenza di gran parte dei tamarri elencati precedentemente) e pure ben voluto dagli dei, il ché non guasta.

Ci serve poi un gruppo di personaggi meno da impatto, più furbi e dotati di altre risorse rispetto alla forza bruta.

Dopo tutti questi combattenti di prima linea, ad esempio, è buona norma avere qualcuno in grado di colpire a distanza. Di certo il più famoso arciere, conosciuto da tutti, è Robin Hood. Quello delle ballate medievali tradizionali, quello un po’ oscuro, protagonista di vicende inquietanti, a tratti. Un eroe ben poco solare, e soprattutto slegato dalle vicende di Locksley celeberrime di Ivanhoe e Kevin Kostner. Ma comunque un eroe sufficientemente pieno di sé per tuffarsi in un’impresa oltre il limite del mito.

E un mago è indispensabile. Ma non mi tuffo a capofitto su Merlino o i suoi emuli, scelgo Angelica. L’Angelica dell’Orlando Innamorato, figlia del re del Catai (quindi cinese), bellissima e scaltra, dotata di arti magiche. Tutti si innamorano di lei, e per tutti intendo tutti i più cazzuti guerrieri del pianeta, eppure lei se la cava sempre, e alla grande. Potrebbe essere in grado di intrufolarsi nel campo nemico, e raggirare qualcuno. Sì, potrebbe.

Sempre tra le persone in grado di intrufolarsi nel campo nemico, ci serve una persona veloce, velocissima. E chi meglio di Atalanta di Arcadia, la vergine cacciatrice figlia di Zeus (e questo ne fa una sorellastra di Eracle) e protetta da Artemide, invincibile nella corsa. Certo, una volta venne sconfitta con un bieco trucco, ma ormai dovrebbe averlo imparato…

È l’ora di cambiare ambiente mitico, e spostarci dall’Europa. Aladino compare nella redazione francese de Le mille e una notte, è un cialtrone e un ladro, di lui non ci si può fidare granché. Ma un anello di protezione e una lampada magica con un genio lo rendono automaticamente un candidato ideale. Può colpire in volo come Perseo, ha a disposizione magie come Angelica, anzi, di più. E da ottimo ladro, è anche lui indiziato speciale per missioni di infiltraggio.

E infine, serve una creatura non umana, una specie di mascotte. E dal folklore medievale spunta la volpe Renard, che supera in astuzia tutti gli altri animali! Chi meglio di lui per guidare l’intrusione?

E così siamo arrivati a 12. Molti altri avrei voluto mettere, da Teseo a Sindbad, da Gilgamesh a Enkidu, da Davide a Sansone, da Orfeo a Ippolita, regina delle Amazzoni, e per finire Ossian, il bardo che avrebbe potuto narrare le vicende degli eroi.
E voi, chi scegliereste?

Eccoci dunque a parlare delle fonti del testo.
La “Chanson de Roland”, scritta dal sedicente Turoldo, è l’esempio tipico di chanson de geste francese. Qui parte la materia di Francia. L’edizione di cui sono in possesso, ottima, è edita da Mursia e curata da Finoli e Pozzoli.
Di Cú Chulainn potrete leggere in “Saghe e leggende celtiche – la saga irlandese di Cú Chulainn”, a cura delle solite Agrati-Maggini.
Beowulf è protagonista di un omonimo poema sassone, la cui edizione italiana, per i tipi di Carocci, è curata da Giuseppe Brunetti. Ci ha scritto peraltro un saggio Tolkien, saggio che potete trovare nell’antologia tolkeniana “il medioevo e il fantastico”, nella Biblioteca Medievale di Luni.
Per san Giorgio ho già menzionato la “Leggenda aurea”, mentre per il Robin Hood più antico e folklorico consiglio il prezioso e quasi introvabile “Le ballate di Robin Hood”, a cura di Nicoletta Gruppi, in Einaudi.
De “Le mille e una notte” esistono mille e una versioni in mille e una edizioni diverse. Non sono in grado di eleggerne una a mia favorita, se già io e la mia compagna ne abbiamo due diverse.
“Le metamorfosi” di Ovidio ci parlano di Atalanta, mentre per Angelica chi meglio del Boiardo col suo “Orlando innamorato” e dell’Ariosto e il suo “Orlando furioso”? Le mie edizioni sono in Einaudi.
Per concludere, per approfondire il tema del personaggio di Renart, consiglio, di Massimo Bonafin, “Le malizie della volpe. Parola letteraria e motivi etnici nel Roman de Renart”.
Di Ossian torneremo a parlare, lasciamolo lì un momento.

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