Il canneto di Eridu

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#65. Mela.

“Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente,
e vi collocò l’uomo che aveva plasmato.”
[Genesi, 2,8]

Quando parliamo di Eden pensiamo a un bellissimo giardino, ordinato, con ogni genere di fiori e piante da frutto, animali mansueti che fanno le fusa, sole pieno, acqua fresca, e due esemplari di essere umano, i primi e più perfetti perché fatti a immagine e somiglianza del creatore, che vagano ignudi per la giocondissima e assolata landa, nulla interessando loro se non il cazzeggio. Tutto è bello e tutto funziona a meraviglia, e di nulla si devono preoccupare. Arriva però il serpente che (malvagio intrigante!) irretisce la donna e la convince a contravvenire agli ordini del creatore, che pure erano chiarissimi:

“Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino,
ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare,
perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”
[Genesi, 2,16-17]

A essere precisi-precisi, questi ordini il creatore li aveva impartiti all’uomo, quando la donna ancora non era stata creata. La donna ricevette il comandamento in seguito, per bocca dell’uomo: evidentemente fin dall’inizio non è che si fidasse molto di quello strano individuo che già c’era prima di lei e affermava che lei era solo una sua costola. Ma questo è un tema complicato, e se già il creatore non è riuscito ad affrontarlo nel modo giusto (“sì, sì uomo, è così, però magari arrangiati tu a dirlo alla donna, che io c’ho da fare, eh?”) di certo non posso farlo io.
Torniamo all’Eden, torniamoci. Il mito dell’Eden (“Gan Eden”, giardino delle delizie, גן עדן in ebraico) è un mito molto antico, e la sua origine è fuori dalla Palestina: ce lo fa capire a suo modo la stessa Genesi, quando ce lo descrive come un luogo lontano, attraversato e irrigato da un fiume che poi si divide e ne forma altri quattro: i misteriosi Pison e Ghicon, e soprattutto il Tigri e l’Eufrate. È quindi verso la terra tra questi ultimi due fiumi, la mesopotamia, che dobbiamo guardare.

Incidentalmente i Sumeri (guarda caso c’entrano anche stavolta), ai quali possiamo far risalire il mito, collocavano l’Eden da tutt’altra parte. Per loro E.DIN (la dimora dei giusti) era nel paese di Dilmun (l’isola di Bahrein, nel Golfo Persico), un punto strategico di incontro mercantile dei “mondi” di allora: i mercanti di Sumer (la bassa mesopotamia), Meluhha (la valle dell’Indo e la costa attigua), Magan (le tribù della penisola omanita) confluivano in quest’isola, che doveva essere lussureggiante e ricchissima di acque sorgive, un vero e proprio giardino, per commerciare.

È evidente che il mito dell’Eden non può essere ridotto però al discorso del giardino: non è una semplice versione mediorientale dell’età dell’oro di Esiodo, un periodo mitico di stirpi di uomini vissute all’epoca del regno del titano Crono (il tempo) che vivevano dei frutti di una terra abbondante e generosa, in una sempiterna primavera, senza preoccupazioni, guerre e malattie. Che a sua volta è poi una versione greco-classica del nostro “si stava meglio quando si stava peggio”.

Il mito dell’Eden ha tutta un’altra funzione, e l’idea stessa di un giardino che funziona benissimo e in cui non ti devi occupare di nulla e sapere di nulla è evidente da due dettagli di non poco conto.
Il primo dettaglio è appalesato dal divieto di nutrirsi di un particolare frutto (quello dell’albero della conoscenza del bene e del male). Citando il Catechismo della Chiesa Cattolica: «”L’albero della conoscenza del bene e del male” (Gn 2,17) evoca simbolicamente il limite invalicabile che l’uomo, in quanto creatura, deve liberamente riconoscere e con fiducia rispettare»: l’uomo non deve cercare conoscenze che non sono alla sua portata (conoscenze totali, “del bene e del male” e quindi presumibilmente di tutto ciò che tra i due limiti è da porsi, quindi si parla di una conoscenza universale riservata a Dio) e che porterebbero alla sua distruzione, ma fidarsi e tenersene lontano.
Il secondo dettaglio è solo di poco più nascosto, ed è nascosto nella sua origine: la mesopotamia. Se è vero, con Wittfogel, che il dispotismo nasce con il controllo dell’irrigazione (il concetto di dispotismo idraulico, che il sociologo tedesco applica alle prime grandi civiltà idrauliche, quelle del Nilo, della Mesopotamia, dell’Indo, del Fiume Giallo e del Fiume Azzurro), sembra perfettamente funzionale al mantenimento del potere l’idea di una cosmogonia in cui il creatore si occupava di gestire il giardino irrigato dal fiume, e l’uomo non doveva nemmeno sapere nulla in merito, poteva vivere senza occuparsi di nulla, e il volere sapere troppo (leggi il nome dell’albero di cui si ciba) finisce per farlo cadere da quello stato di grazia a una condizione degradata.

Il passaggio quindi diviene, paradossalmente, da una età dell’oro in una società egalitaria antecedente l’Eden, ovvero prima che si creasse il giardino irrigato in cui qualcuno si preoccupa per te, un’età dell’oro in cui la preoccupazione per la gestione del proprio spazio vitale risiede interamente nell’individuo, a un’età del fango, in cui il neolitico prima, con la nascita delle città, e l’età del bronzo poi, con la civiltà, come amiamo definirla oggi, portano a uno stato in cui la gestione dello spazio vitale diventa esterna all’individuo e porta alla nascita del patto sociale, della gestione, del potere e soprattutto della conservazione dello stesso.

“Quando una cosa funziona, mai chiedersi perché”
[Pàul]

L’amico Pàul, informatico, diceva sempre così allorquando, apportate alcune modifiche di prova al sistema, senza una ben chiara ragione del motivo questi ricominciava a funzionare. Quindi, secondo Pàul, non era il caso di porsi ulteriori domande. Sarebbe perfetto per descrivere la situazione dell’Eden: tutto funziona, tutto è bello, tutto è pronto da mangiare e non ci sono preoccupazioni: perché preoccuparsi, perché chiedersi perché?
E non è domanda oziosa. Meglio vivere in pace l’Eden che affannarsi nel cercare risposte a domande che non vale la pena di farsi, non è vero? Certo, se la situazione fosse garantitamente perdurante dal passato e duratura verso il futuro. Ma il problema vero è che in realtà non è così, e l’attuale crisi ce lo dimostra. Una volta che i sintomi si sono manifestati, una volta che scopriamo improvvisamente che sotto l’Eden c’è un vulcano che sta per esplodere, diventa difficile intervenire.
Per spostarci su una metafora particolarmente cara ai popoli mediterranei, quella della vigna (pensiamo alle parabole cristiane, ma anche al culto di Dioniso). Se la nostra vigna funziona bene, questo non ci esime dall’occuparci di lei, dal trattare le piante, per esempio, contro parassiti. Perché la comparsa all’improvviso di una patologia devastante, dovuta alla mancanza di domande, di informazioni, produrrà un danno epocale per la vigna. Il fatto che non sta grandinando oggi, per intenderci, non ci garantisce dal fatto che non grandinerà mai. Il fatto che non notiamo parassiti sulle foglie, non significa che questi non siano già all’opera sulle radici.
Potremo ancora salvare la vigna quando la filossera avrà devastato tutte le nostre piante?
Quindi, alla faccia del mito, ben venga il nutrirsi dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, ben venga il sapere, sempre, ben venga qualsiasi cosa che operi contro la conservazione del potere che è elemento pernicioso che spreca risorse. Un governo che deve conservarsi è incline a generare ulteriori parassiti e a nutrirli a sua volta, e man mano che questo sistema di autoconservazione cresce e si nutre, diventa via via più difficile opporvisi, diventa via via più difficile cambiare strada persino per il governo stesso, fino a quando è del tutto impossibile, e il sistema è destinato al crollo.

Non so se per il nostro sistema sia tardi o meno, ma, mi sembra evidente, non ci si può più nascondere dietro l’episodio mitico, dietro il “tutto funziona, tutto è bello, tutto è pronto da mangiare”, perché qui pare proprio che non funzioni più niente, e che gli amministratori dello stato idraulico siano impegnati a tappare una falla qua e una là, sempre comunque pretendendo il nostro intervento disinteressato.
E questo potere parassitario, per di più, continua a dirci che non dobbiamo cercare conoscenze che non ci competono, che non dobbiamo giardare nel loro palazzo, quasi fossero dei, quasi fossero Artemidi che devono nascondere le proprie nudità, pronte in caso contrario a farci sbranare dai loro cani. E in fondo, forse, il punto è proprio questo, che il re-parassita è nudo!

C’è un giardino da ricostruire, e non lo possono fare i parassiti.
Continuare a rifiutarsi di mangiare quella fottuta mela ha davvero del masochismo più estremo.

Riguardo la civiltà di Dilmun, cfr. “A oriente di Sumer. Archeologia dei primi stati euroasiatici 4000-2000 a.C.” di Massimo Vidale, e “Sumeri”, di Giovanni Pettinato.
Il mito dell’età dell’oro è citato per la prima volta in Esiodo, “Le opere e i giorni”.

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«Bramosia»

E mentre i giorni di ferie scivolano troppo rapidamente verso sera, a fagiuolo ho recuperato questo racconto che vi piazzo lì, sperando di far cosa gradita, mentre medito il prossimo tema!

Non ho tempo. Non abbastanza. Lastricherei l’Asia se le cose che ho da fare fossero cubetti di porfido. Se fossero bambù il panda dominerebbe il mondo. Troppe, e non voglio farle di fretta. E non posso neppure accettare che la mia comprensione dell’universo si riduca a dare un’occhiata da una finestra e vedere una pioggia, una stagione, un anno o una vita. Bramo tutto: ho perso l’inizio, ormai è andato. Ma alla fine ci voglio, ci devo essere. Voglio vedere i titoli di coda dell’universo.

Obiettivo: diventare immortale. Poi avrò tutto il tempo. Abbatterò il concetto di limite. Ecco il senso della vita: renderla eterna. Ma qual è il punto di partenza di una simile impresa? Quale la strada?
Ci fu un re, Gilgamesh di Uruk, che, come me, voleva diventare immortale. Andò a Dilmun, oltre la foce dei fiumi, sul limitare dell’oltretomba sumerico. Là incontrò Ziusudra, il sopravvissuto al diluvio, divenuto immortale. Devo trovare Ziusudra.
Pochi preparativi, nessuna compagnia: mi lancio a capofitto tra secoli e deserti, nell’anima l’odore delle antiche gesta degli eroi. Riposo poco, solo per godere dell’ombra dei monti di pietra eretti dai discendenti di Gilgamesh. A Eridu bevo l’acqua dell’abisso, l’acqua della creazione. Infine energico il mio pugno percuote le porte di Dilmun, liberandole da cinque millenni di polvere e silenzio.
– Vattene – ecco la voce lamentosa di Ziusudra. Che avrà da lamentarsi, lui che è già immortale.
– Mi aprirai – rispondo arrogante – e mi dirai come diventare immortale!
– Non puoi diventare immortale, uomo. Lo sono gli dei.
– Tu non sei un dio, eppure sei immortale!
– È un dono degli dei, hanno scelto me. Vai via. Triste strada questa, che ti conduce contro un muro.

Non mi arrendo, Ziusudra. Se l’uomo deve morire non voglio più essere uomo. Me ne vado, devo cercare altre informazioni, non può finire così. Non può finire. Ma l’infinito (per diventare immortali bisogna farci l’abitudine) è tale in tutte le direzioni. Forse per essere immortali occorre esserci sempre stati, ecco perché l’uomo non può esserlo: essendo finito a ritroso, deve esserlo anche in avanti… a questo non c’è rimedio.
Devo approfondire. Animato da nuovo coraggio parto alla ricerca del primo uomo, ne saprà certamente di più. È fiducioso il passo che mi porta davanti all’oltretomba.
– Benvenuto – mi si rivolge uno con le ali di plastica – anche se non ti aspettavamo, non ancora.
– No, tranquillo, resto poco. Devo parlare con Adamo, poi me ne vado. Poche storie – e faccio per aggirarlo.
– Se entri non potrai più uscire. Non esiste ritorno. Quando entri è per sempre.
– Ma io voglio diventare immortale, non entrerò mai, allora!
– Ma tu sei immortale – dice – o almeno lo è la tua anima. Una volta finita la vita sulla terra qui ce n’è pronta per te una che non avrà mai fine.
– Lascia perdere. Non voglio un’altra vita, voglio questa. Non mi interessano mondi che non vedo, mondi del dopo. Voglio immortalità terrena. Chiama Adamo. Ne parlerò con lui, tu non puoi capire.
Aspetto Adamo. Si fa attendere… ha tempo, lui.
– So perché sei qui – dice – ma non troverai la risposta che speri. L’umanità è immortale, anche se ogni singolo uomo deve morire. All’inizio c’ero io, tu no. Non ci sarai neppure alla fine, la vedranno i tuoi discendenti. Puoi diventare eterno nella tua discendenza.
– Anche tu che sei mio avo non fai che gettarmi parole negli occhi per confondermi. Non voglio che qualcuno sia eterno al mio posto. Voglio esserci io, non qualche ignoto discendente. Io, vivo, di carne e di mente, davanti all’ultimo protone che annichilisce nell’entropia finale! Voglio gustarmi tutta la storia e tutte le storie, tutte le vittorie e le sconfitte, voglio vedere come ogni persona, ogni popolo, ogni sole, va a finire. Voglio essere io a chiudere il libro, a dire «per questo universo può bastare».

Il primo uomo non è una risposta, come non lo sono l’angelo e l’unico immortale. Perché l’uomo non dovrebbe essere immortale? Ma soprattutto, perché non dovrei esserlo io? Devo capire, serve calma, concentrazione. Speculazione. Non è più il tempo delle eroiche imprese. Invecchio: è tempo di un gradevole simposio con ospite filosofo e tartine da Antico Testamento. Qui troverò le tracce dell’immortalità e il mio intelletto, segugio astuto, seguirà la pista e stanerà la preda.
Intercetto il filosofo alla prima occasione.
– Voglio essere immortale – dico, con incipit perentorio, scardinando ogni forma di cortesia.
– Non puoi – mi risponde, ancora più secco.
– Perché gli dei possono e io no?
– Gli dei sono pensiero. Il pensiero può essere immortale, l’uomo no. Sii grande nel tuo pensiero, spingilo oltre i confini del tuo tempo. Solo così sarai immortale.

Non mi basta rendere eterno il mio pensiero. Per quanto grande sia non sarà mai completo, io voglio tutti i pensieri della storia. Non posso fermarmi. Ci vuole altra ricerca, c’è ancora speranza: non è finita, mi resta un po’ di tempo, scavando nell’affanno ho ancora voglia di farcela. Il ragionamento è figlio della calma, della meditazione. Al contrario, l’ispirazione è figlia del momento, è un’esplosione, deve essere scatenata, meglio se dalla pressione, dalla disperazione. Ormai sono al limite della pressione, guardo dall’orlo la mia fine. Ed ecco una grande ispirazione: devo sapere cosa cercavano i grandi uomini del passato, cercare nella loro gloria una scintilla di immortalità. Alessandro, il grande per eccellenza, il fulmine che ha incendiato il mondo. Ecco chi potrebbe dirmi qualcosa.
Cosa cercavi, Alessandro, nessun limite oltrepassato ti bastava, dovevi conquistare mondi, affrancarti dall’essere semplicemente un uomo! Immortale, dio, ecco cosa volevi essere, infinito nel tempo e nello spazio. Ma la tua frenesia si è spenta, i limiti sono risorti ad arginare la tua ispirazione. E fine di tutto: la morte.

E la vita finisce senza essere vissuta. Il senso estremo della vita non può essere funzione della vita stessa. “Eternizzare la vita è il senso della vita” è definizione ricorsiva, non si approda a nulla. E alla fine di una vita a cercare l’immortalità, l’unico approdo è la morte.

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