Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivio per il tag “Alessandro Magno”

#43. Viaggio.

“Gira gira insieme a noi ottanta giorni e poi
Il mondo noi l’avremo visto!
Tutto qui si fermerà aspetteranno solamente noi”
[Oliver Onions, “Il giro del mondo di Willy Fog”]

“And you run and you run to catch up with the sun
but it’s sinking,
racing around, to come up behind you again!
The sun is the same in the relative way,
but you’re older,
and shorter of breath, and one day closer to death.
[Pink Floyd, “Time”]

Il “viaggio” è un concetto straordinario.

Cominciamo col parlare del viaggio più semplice, quello letterale, quello che ci richiama le vacanze, per intenderci. Di fronte alla domanda «Quale posto al mondo vorreste tanto, tanto, tanto visitare, e in che condizioni, in che situazioni, in che tipo di viaggio (da solo, con l’amore, con gli amici, con perfetti sconosciuti, viaggio di lavoro, turistico classico, escursionistico, reportage, in barca, in aereo, in treno, a piedi coi sandali o a dorso di mulo…)», che ho posto agli amici su un social network e dal vivo, mi sono arrivate alcune risposte simpatiche. C’è chi vuole andare in una grande capitale, chi su un’isola esotica, chi vuole visitare grandi spazi o natura selvaggia. C’è anche chi, nella totale indecisione, o forse nella disperazione di non poter includere tutto il mondo (ché tutto il mondo varrebbe la pena di essere visitato), mi ha indicato un clamoroso viaggio che attraverso tre continenti lo porterebbe a vedere una bella fetta di pianeta.
Poi c’è chi ha esteso un po’ il concetto. Cisi, giovin (più o meno) scrittore cremonese che in genere ama ritrarre il mondo underground di operai e giovani in cerca di lavoro, si è staccato di prepotenza dal suo habitat puntando molto in alto: la conquista di un 8000, alla ricerca degli dei. Del resto si sa che gli scrittori sanno volare in alto.

Personalmente, dovendo scegliere uno ed un unico viaggio (la categoricità del linguaggio matematico è impareggiabile), e trovandomi come l’amico di poco sopra in grave difficoltà dovendo scegliere tra i vari posti del mondo, penso che sarei costretto a cercare un viaggio metaforico, un viaggio in grado di portarmi lontano da qui (luogo), ma al contempo profondamente in grado di farmi andare qui in profondità, facendomi scavare dentro me stesso. C’è chi dice che il posto giusto è l’India, anche se io credo che luoghi desolati e spaziosi come la steppa mongolica siano più adatti ad un viaggio interiore. Ma in fondo, se il viaggio deve essere interiore, la destinazione fisica è quasi irrilevante, serve solo un luogo in grado di dare lo spunto, il calcio in culo verso se stessi.

E allora, ecco che ci viene in aiuto ancora una volta la materia di Bretagna. Ci viene in aiuto perché lì il viaggio è sempre l’inizio di un’avventura, e l’approdo dell’avventura può essere raggiunto solo attraverso lo smarrimento. Solo quando si perde, in pratica, l’eroe può fare un incontro speciale, e misurare la sua forza, il suo coraggio, può sentire i suoi stimoli interiori, ed affrontarli. Solo quando si perde l’eroe può inseguire i suoi fantasmi, siano essi la lealtà messa alla prova (Galvano e il Cavaliere verde, nel quale Galvano dopo essersi perso approda ad un castello dove viene messa alla prova la sua lealtà, che egli dimostra), o l’amore (Ivano o il cavaliere del leone, nel quale l’eroe solo perdendosi può trovare l’avventura più grande e l’amore), oppure la morte e l’oltretomba (il Castello delle Pulzelle, misterioso luogo dove gli eroi arturiani incontrano le donne che ritenevano morte).

La morte poi è un concetto strettamente legato al viaggio. In fondo la vita non è il viaggio che tutti percorriamo, e non è identico per tutti solo l’approdo? E quindi non possiamo, attraverso questa metafora, sostenere che quello che conta non è la destinazione, ma il viaggio? Pena la sopravvalutazione della morte rispetto alla vita.

Ebbene, la giusta risposta è, come spesso accade: «dipende dal punto di vista» (ah, maledetto Obi Wan). L’esempio è il viaggio più grande che, per ora, l’umanità possa concepire (o meglio, concepire di realizzare), ovvero la missione per mettere il piede su Marte. Ebbene, in quel caso il viaggio è tutto finalizzato alla meta, e la meta è molto oltre il pianeta rosso. La meta è una nuova umanità, non più legata alla sua Terra natale, un’umanità nuova e vecchia allo stesso tempo, con nuove frontiere, nuove terre da esplorare e rendere umane. È solo un sogno fatto per vendere libri di fantascienza? Non credo, è lo stesso sogno che l’umanità ha sempre avuto. È il vero e più antico sogno americano, in fondo. Quello di un nuovo posto, un nuovo mondo dove costruire una civiltà più libera e più giusta, una civiltà in grado di offrire a tutti un’opportunità. Ma è anche la voglia di conoscere, di conquistare, di raggiungere i confini (connaturata all’uomo, che in quanto finito è costretto a commisurarsi con uno spazio infinito del quale cerca gli inesistenti confini). La voglia che avevano anche i grandi viaggiatori, e i vichinghi, e Alessandro, e i fenici, e i cretesi. La voglia che aveva l’ominide quando se ne andò da Olduvai, o quale che fosse la terra di origine, e si spinse in tutto il mondo e divenne uomo.

Ma il viaggio, comunque, contiene in se il germe del ritorno. E così l’uomo se ne andò dall’Africa un paio di milioni di anni fa, ed è comunissimo ancora oggi per chi ritorna in Africa dall’Europa sentire una specie di richiamo, di mal d’Africa, che lo richiama ancora e ancora…

E così, se il ritorno è contenuto nel viaggio, è interessante anche la domanda posta dall’equipaggio di Mars500 a chi li seguiva su twitter. Intanto dovete sapere che Mars-500 è una straordinaria missione organizzata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) in cooperazione con quella russa, nella quale 6 astronauti hanno simulato, chiusi in una finta astronave, il viaggio Terra-Marte-Terra, registrando le variazioni di stress, del carico ormonale, le risposte del sistema immunitario e altri parametri fisici. Un passaggio importante, in vista della conquista della nuova frontiera.
La domanda, dicevamo, che hanno posto, è sostanzialmente questa: qual è la prima cosa che fareste una volta tornati sulla terra da un viaggio di 520 giorni nello spazio?
La mia risposta (che ha portato un sorriso sull’astronave, mi ha detto l’astronauta italiano Diego Urbina che ha partecipato alla missione) è stata: la pipì contro una pianta, o nel mare giù dagli scogli. Semplicemente non avrei saputo pensare a una cosa più umana e al contempo più terrestre…

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«Bramosia»

E mentre i giorni di ferie scivolano troppo rapidamente verso sera, a fagiuolo ho recuperato questo racconto che vi piazzo lì, sperando di far cosa gradita, mentre medito il prossimo tema!

Non ho tempo. Non abbastanza. Lastricherei l’Asia se le cose che ho da fare fossero cubetti di porfido. Se fossero bambù il panda dominerebbe il mondo. Troppe, e non voglio farle di fretta. E non posso neppure accettare che la mia comprensione dell’universo si riduca a dare un’occhiata da una finestra e vedere una pioggia, una stagione, un anno o una vita. Bramo tutto: ho perso l’inizio, ormai è andato. Ma alla fine ci voglio, ci devo essere. Voglio vedere i titoli di coda dell’universo.

Obiettivo: diventare immortale. Poi avrò tutto il tempo. Abbatterò il concetto di limite. Ecco il senso della vita: renderla eterna. Ma qual è il punto di partenza di una simile impresa? Quale la strada?
Ci fu un re, Gilgamesh di Uruk, che, come me, voleva diventare immortale. Andò a Dilmun, oltre la foce dei fiumi, sul limitare dell’oltretomba sumerico. Là incontrò Ziusudra, il sopravvissuto al diluvio, divenuto immortale. Devo trovare Ziusudra.
Pochi preparativi, nessuna compagnia: mi lancio a capofitto tra secoli e deserti, nell’anima l’odore delle antiche gesta degli eroi. Riposo poco, solo per godere dell’ombra dei monti di pietra eretti dai discendenti di Gilgamesh. A Eridu bevo l’acqua dell’abisso, l’acqua della creazione. Infine energico il mio pugno percuote le porte di Dilmun, liberandole da cinque millenni di polvere e silenzio.
– Vattene – ecco la voce lamentosa di Ziusudra. Che avrà da lamentarsi, lui che è già immortale.
– Mi aprirai – rispondo arrogante – e mi dirai come diventare immortale!
– Non puoi diventare immortale, uomo. Lo sono gli dei.
– Tu non sei un dio, eppure sei immortale!
– È un dono degli dei, hanno scelto me. Vai via. Triste strada questa, che ti conduce contro un muro.

Non mi arrendo, Ziusudra. Se l’uomo deve morire non voglio più essere uomo. Me ne vado, devo cercare altre informazioni, non può finire così. Non può finire. Ma l’infinito (per diventare immortali bisogna farci l’abitudine) è tale in tutte le direzioni. Forse per essere immortali occorre esserci sempre stati, ecco perché l’uomo non può esserlo: essendo finito a ritroso, deve esserlo anche in avanti… a questo non c’è rimedio.
Devo approfondire. Animato da nuovo coraggio parto alla ricerca del primo uomo, ne saprà certamente di più. È fiducioso il passo che mi porta davanti all’oltretomba.
– Benvenuto – mi si rivolge uno con le ali di plastica – anche se non ti aspettavamo, non ancora.
– No, tranquillo, resto poco. Devo parlare con Adamo, poi me ne vado. Poche storie – e faccio per aggirarlo.
– Se entri non potrai più uscire. Non esiste ritorno. Quando entri è per sempre.
– Ma io voglio diventare immortale, non entrerò mai, allora!
– Ma tu sei immortale – dice – o almeno lo è la tua anima. Una volta finita la vita sulla terra qui ce n’è pronta per te una che non avrà mai fine.
– Lascia perdere. Non voglio un’altra vita, voglio questa. Non mi interessano mondi che non vedo, mondi del dopo. Voglio immortalità terrena. Chiama Adamo. Ne parlerò con lui, tu non puoi capire.
Aspetto Adamo. Si fa attendere… ha tempo, lui.
– So perché sei qui – dice – ma non troverai la risposta che speri. L’umanità è immortale, anche se ogni singolo uomo deve morire. All’inizio c’ero io, tu no. Non ci sarai neppure alla fine, la vedranno i tuoi discendenti. Puoi diventare eterno nella tua discendenza.
– Anche tu che sei mio avo non fai che gettarmi parole negli occhi per confondermi. Non voglio che qualcuno sia eterno al mio posto. Voglio esserci io, non qualche ignoto discendente. Io, vivo, di carne e di mente, davanti all’ultimo protone che annichilisce nell’entropia finale! Voglio gustarmi tutta la storia e tutte le storie, tutte le vittorie e le sconfitte, voglio vedere come ogni persona, ogni popolo, ogni sole, va a finire. Voglio essere io a chiudere il libro, a dire «per questo universo può bastare».

Il primo uomo non è una risposta, come non lo sono l’angelo e l’unico immortale. Perché l’uomo non dovrebbe essere immortale? Ma soprattutto, perché non dovrei esserlo io? Devo capire, serve calma, concentrazione. Speculazione. Non è più il tempo delle eroiche imprese. Invecchio: è tempo di un gradevole simposio con ospite filosofo e tartine da Antico Testamento. Qui troverò le tracce dell’immortalità e il mio intelletto, segugio astuto, seguirà la pista e stanerà la preda.
Intercetto il filosofo alla prima occasione.
– Voglio essere immortale – dico, con incipit perentorio, scardinando ogni forma di cortesia.
– Non puoi – mi risponde, ancora più secco.
– Perché gli dei possono e io no?
– Gli dei sono pensiero. Il pensiero può essere immortale, l’uomo no. Sii grande nel tuo pensiero, spingilo oltre i confini del tuo tempo. Solo così sarai immortale.

Non mi basta rendere eterno il mio pensiero. Per quanto grande sia non sarà mai completo, io voglio tutti i pensieri della storia. Non posso fermarmi. Ci vuole altra ricerca, c’è ancora speranza: non è finita, mi resta un po’ di tempo, scavando nell’affanno ho ancora voglia di farcela. Il ragionamento è figlio della calma, della meditazione. Al contrario, l’ispirazione è figlia del momento, è un’esplosione, deve essere scatenata, meglio se dalla pressione, dalla disperazione. Ormai sono al limite della pressione, guardo dall’orlo la mia fine. Ed ecco una grande ispirazione: devo sapere cosa cercavano i grandi uomini del passato, cercare nella loro gloria una scintilla di immortalità. Alessandro, il grande per eccellenza, il fulmine che ha incendiato il mondo. Ecco chi potrebbe dirmi qualcosa.
Cosa cercavi, Alessandro, nessun limite oltrepassato ti bastava, dovevi conquistare mondi, affrancarti dall’essere semplicemente un uomo! Immortale, dio, ecco cosa volevi essere, infinito nel tempo e nello spazio. Ma la tua frenesia si è spenta, i limiti sono risorti ad arginare la tua ispirazione. E fine di tutto: la morte.

E la vita finisce senza essere vissuta. Il senso estremo della vita non può essere funzione della vita stessa. “Eternizzare la vita è il senso della vita” è definizione ricorsiva, non si approda a nulla. E alla fine di una vita a cercare l’immortalità, l’unico approdo è la morte.

#23. Figurine.

Avendo – e avendolo più volte ribadito – l’animo del collezionista, anch’io da giovine sono caduto più e più volte nel malvagio mondo delle figurine.

A questo proposito, il reperto più vecchio che ho (non completo, purtroppo) è uno splendido album della formula 1 del 1979 (la constatazione che all’epoca dell’uscita avevo solo due anni e mezzo mi fa sorgere qualche dubbio sul fatto che fosse proprio mio, o un più probabile maldestro tentativo di qualche familiare di mascherare una propria voglia di figurine per un «lo prendo per il bambino», ma tant’è). Vedere oggi le figurine di Villeneuve (quello forte, non il figlio scemo), di Arnoux, di John Watson, della Lotus nera e oro, delle piste di Kijalami, Watkins Glen e Brands Hatch, sì, lo dico, fa un certo effetto, e mi spiace davvero che non sia completo.

Poi vennero gli albi degli animali, quelli che davvero facevo su io, e scambiavo le figurine con gli amici (un luccio per un canguro, il ghepardo per la parte sopra del rinoceronte nero), e soprattutto a conoscere parecchi animali, e ad amarli. Okapi, ocelot, gelada, irbis, carpa a specchio, panda rosso, mamba verde, suricati… sì, esistono. Se aveste preso l’album degli animali lo sapreste anche voi.

Arrivarono le medie, e lì fu la volta dei calciatori. Se fino a poco prima avevo solo una vaga idea dell’esistenza del calcio, e di Baresi, Hateley e Wilkins, fu con le medie che diventai ben più cosciente dell’esistenza di qualcosa chiamato scudetto. Anche grazie al fatto che la mia squadra, il Milan, finalmente riuscì a vincerne uno. E così, ecco gli albi Panini! Van Basten, “celo”. Vialli, “celo”. Gullit, “celo”. “Celavevano” tutti, del resto, con tanto di treccine. E anche Maradona, Careca, Brehme, Matthaeus. Sono i vari Rui Barros, Adriano Piraccini, Notaristefano, o lo scudetto del Como, o la mascotte del Pisa su vinile trasparente, o Hugo Maradona dell’Ascoli, i rari.

E ricordo poi anche la disgustosissima serie degli Sgorbions, quei mostriciattoli rivoltanti, ributtanti, rigettanti, vomitosi, brufolosi, catarrosi, smerdolosi, ruttofoni, scoreggiomani, mutilati nelle maniere più incresciose. Tutte quelle cose che fanno ridere un bambinetto scemo. Provate: «Caccole». «Ahahahahahah».
Ecco, furono un grande successo.

E naturalmente la cosa non si è fermata lì, nel corso degli anni ogni cartone animato, serie TV, ridicolo fenomeno di costume produsse una serie di bustine colorate assiepate in scomodi espositori piazzati nei posti più difficili da raggiungere dell’edicola all’angolo.

Fino a quando, e siamo alla fine dei tempi del liceo, la figurina muta. Richard Garfield ha la grande idea: il gioco di carte collezionabili. Così si stabilisce un doppio criterio per il valore di una carta (di per sé risibile): rarità ai fini collezionistici e utilità ai fini del gioco, che produce tesaurizzazione e ulteriore rarità per i collezionisti. Nasce Magic The Gathering, ed è un bestiale successo planetario. Si crea un nuovo standard nei giochi, un nuovo fenomeno di massa. Qualsiasi professore scopre in ritardo un nuovo nemico, ed è quel corposo multiverso di Angeli di Serra, Vampiri di Sengir, Draghi di Shivan, Vassalli di Gea e Geni Mahamoti, e quantaltrocazzo, che si diffonde e si radica sotto i banchi. Il paradiso dei collezionisti. Il paradiso dei giocatori. E io sono entrambe le cose.
Ma tutto passa e passa anche la MagicMania. Arrivano gli emuli di Magic per mocciosi frustrati, e quelli ce li possiamo risparmiare. Sì, direi che ce li possiamo davvero risparmiare.

E arriviamo, partiti da quell’albo del 1979, a ieri sera. Quando in un locale cremonese io e 4 amici ci troviamo a giocare. Non a Magic, è un po’ che non lo si gioca, ma a un grazioso gioco di carte (non collezionabili) chiamato 7Wonders. Non mi dilungherò sul gioco, ma posso dire che l’argomento mi è quantomeno congeniale (vedi #11. Meraviglia.), e i disegni nient’affatto male, sufficientemente evocativi. In breve tempo, e per la fermentazione nella panza degli zuccheri della coca-cola, ci si trova a fantasticare. In primis su una lista di meraviglie tratta dalla letteratura fantasy (Minas Tirith? La Barriera di A game of thrones?), poi su un’ipotetica collezione di figurine di personaggi storici… Così come da giovane mi sono appassionato agli animali anche grazie alle figurine, non potrebbe essere interessante produrre figurine anche su un tema appassionante come la storia dell’uomo? O meglio, gli uomini della storia.
È chiaro che non dovrebbero essere disegnati tipo i vecchi inserti de Il Giornalino, ma devono essere opere di tutt’altro spessore, tipo appunto i disegni delle carte di Magic. E corredati da brevi descrizioni che possano appassionare, far capire quanto cazzo era interessante quel personaggio.

Ed eccoci così, alfine, giunti a quello di cui volevo parlare.
Ipotizzando di fare un album di figurine dei personaggi dell’antichità, chi ci vorreste dentro?
Ne butto giù qualcuna…

Cleopatra. Una bella donna. Cioè, “una bella donna”? Semplicemente? Stiamo parlando di una ragazza molto giovane che ha fatto innamorare gli uomini più importanti di Roma. Cesare. Marco Antonio. Stiamo parlando della giovanissima regina del popolo che già allora vantava tremila anni di storia, al cui cospetto i grandi di Roma dovevano apparire come un macellaio arricchito al cospetto di un Asburgo. E al contempo un personaggio drammatico: risoluta, volitiva, disposta alla guerra civile contro il fratello, disposta ad andare a Roma, ma da regina, non da schiava. Ambiziosa abbastanza da toccare il potere sull’intero Impero, e disperata abbastanza da togliersi la vita. No, non semplicemente “una bella donna”, ma probabilmente una delle persone più affascinanti della storia.

E Sargon di Akkad, il primo imperatore di cui la storia certa ci parla. L’uomo che fonda Akkad, e unisce la Mesopotamia, fino all’Anatolia, fino al Mediterraneo. Millenni di civiltà si rifanno a quest’uomo come prototipo del grande re venuto dal nulla (il padre era giardiniere), e divenuto prima coppiere del re di Kish, poi egli stesso re, unificatore dei sumeri, fondatore di Akkad (da cui la lingua accadica prende il nome) fino a dominare i quattro angoli del mondo. Il re giusto, eppure conquistatore. Simbolo di tutte le doti del buon governo.

Poi metterei una bella coppia, in figurina doppia: Akenathon e Nefertiti. Lui, il faraone eretico, che in opposizione ai troppo potenti sacerdoti di Tebe del culto di Amon istituì una nuova religione, monoteista, sul culto del sole Aton. E costruì una nuova capitale, e un nuovo stile nell’arte, con la rappresentazione realistica, e non più idealizzata e senza difetti, dell’essere umano. Lei, la saggia e bellissima regina, la donna perfetta che nonostante le modifiche intervenute nell’arte amarnita è rappresentata comunque splendida.

E poi la schiera dei “nemici” dell’impero romano, romantici come solo i grandi sconfitti sanno essere. Interessante da questo punto di vista la regina Zenobia, che arrivò a costruire un vasto regno in oriente a partire dalla sua capitale Palmira, e combattè l’Imperatore Aureliano, fino a quando venne sconfitta, catturata mentre cercava col figlio di scappare attraversando l’Eufrate, e portata a Roma come bottino di guerra in catene d’oro. E Boudicca. La rossa figlia del re degli iceni, alla morte di questo essa stessa regina, reagì duramente all’occupazione romana, che trasse i nobili celtici in schiavitù e confiscò i beni, e per risposta (ce lo dice Tacito), venne umiliata, frustata in pubblico, e le sue figlie stuprate. Boudicca divenne così la più feroce e determinata oppositrice ai romani dell’intera Britannia. E organizzò una grande rivolta che arrivò a incendiare e radere al suolo Londinium (Londra). La ritorsione romana non si fece attendere, e Boudicca si avvelenò.

Ah, naturalmente c’è anche il più grande di tutti: Alessandro. Inutile parlare delle sue gesta e della sua vita, sono arcinote anche tra i meno amanti della storia. Ma sarebbe difficile davvero da rendere con un disegno il suo sguardo, buttarci dentro la determinazione di chi è arrivato ai confini del mondo, dalle colline malciucciate della Macedonia fino al tetto del mondo, alle vette dell’Hindukush. Buttarci dentro l’incapacità di fermarsi, le mille Alessandrie. Quella sì che sarebbe una versa sfida, rendere Alessandro un’immagine reale. Troppo scarso quello di Colin Farrel nel film di Oliver Stone.

E poi i grandi rivali, sempre in figurine doppie: Cesare e Pompeo, Scipione e Annibale, Marco Antonio e Ottaviano, e andando più indietro Ramses II e Muwatalli II, con il “grande pareggio” della battaglia di Qadeš, a seguito della quale fu firmato tra egizi e hittiti il più antico trattato di pace di cui ancora possediamo una copia, conservata all’ONU.

E Hammurapi, il re babilonese che ci diede il più antico codice di leggi scritto ancora conservato, e il suo ideale continuatore, Giustiniano, con il Corpus Iuris Civilis. Li metterei anche loro in doppia figurina, così, per vicinanza “tematica”.

Avete altre idee? C’è qualcuno che non può assolutamente mancare? Io ne potrei citare ancora mille, e mille mila. E non farei altro che rendere ancora più stridente il contrasto con un ipotetico album di figurine dei potenti dei nostri giorni. Perché oggi di certo non so chi vorrebbe una figurina di Monti, Holland, Draghi, Tsamaras, o peggio ancora della Merkel. Si riuniscono a gruppi alterni ogni dieci giorni e non risolvono una fava. Nella loro vita non faranno quello che fecero in dieci giorni gli uomini e le donne delle figurine sopra citate. Figuriamoci unire l’Europa. Bah. Il vertice del 28-29. Bah. Baaaaah. Baaahaahahaaaa. Humpf.

#11. Meraviglia.

Meraviglia. Come quella che si può provare di fronte a qualcosa che proprio non sembrava possibile. O a qualcosa che sapevamo benissimo possibile, eppure ci stupisce lo stesso.

La prima è la meraviglia dell’incredibile che si fa realtà, il manufatto che va al di là di quanto fa parte dell’esperienza in virtù di misure, proporzioni o bellezza. È la meraviglia di fronte all’opera splendida, o colossale, o inaspettata.

La seconda è la meraviglia di fronte a qualcosa che hai sempre visto, eppure non manca di scioglierti il cuore. Come quande verso le sette e mezza tutti se ne vanno un po’ a strafanculo a prepararsi per l’happy hour e per la prima volta nella giornata vedi il mare. L’hai avuto sotto gli occhi tutto il giorno, ma non importa, hai appena scoperto quanto cazzo è bello. Oppure la cascata che hai appena raggiunto dopo 4 ore di camminata, deve essere bella per forza dopo tutta ‘sta fatica, ma così bella, eh no, non eri pronto, davvero. O il manto di una pantera, ma è davvero così bello? Ma ha davvero quegli occhi? Non è la prima volta che capita nel raggio d’azione dei tuoi dispositivi visivi, eppure…
Ma più ancora, questa è la meraviglia che si prova di fronte a una vita che sboccia, che sembra ogni volta impossibile si possa fare davvero. Sembra una di quelle azioni da divinità, da libri di mitologia, e invece quella donna che hai davanti è la dea che ha compiuto l’impresa, e tu ti senti così inadeguato e trascurabile, e ogni tua impresa non ha più valore al cospetto dell’atto creativo della dea.

Ebbene, non siamo qui per occuparci del secondo tipo di meraviglia, ma del primo. Non dell’atto della divinità, ma dell’uomo.

Da piccoli, tra le prime cose da imparare per esercitare la memoria, ci sono i sette giorni della settimana. Le sette note musicali. I dodici mesi. L’alfabeto. La formazione del Milan.

Io preferisco le sette meraviglie del mondo antico. La piramide di Cheope, i giardini pensili di Babilonia, la statua di Zeus a Olimpia, il tempio di Artemide a Efeso, il Mausoleo di Alicarnasso, il colosso di Rodi, il Faro di Alessandria. Nomi sospesi tra la storia e il mito.

La grande piramide, accompagnata dalle due sorelle e soprattutto dalla sfinge (potremmo in effetti dire che l’intero complesso è un’unica, stupefacente meraviglia) è in effetti l’unica  che, pur soggetta a uno scorrer di tempo maggiore, è ancora lì nel deserto a far mostra dello splendore e della grandezza della quarta dinastia egizia, e dell’abilità del suo artefice, l’architetto Hemiunu cui è tradizionalmente attribuita.
Due meraviglie sono andate perdute, e di esse nulla ci rimane, tanto che ci si chiede ancora se fossero mito o realtà. Il colosso di Rodi, una gigantesca statua bronzea del dio Helios posta all’ingresso del porto dell’isola, dopo 56 anni dalla sua costruzione venne abbattuta da un terremoto, e ancora per 800 anni rimase sdraiata nell’acqua, fino a quando fu fatta a pezzi e “deportata” dagli arabi. I giardini pensili di Babilonia sono stati assorbiti dal tempo e dal mistero. Molte teorie sono state avanzate, e diversi edifici negli scavi dell’antica capitale sono stati identificati con la base dei giardini. Ma al giorno d’oggi gli studiosi non concordano praticamente su nulla, se non sul re babilonese Nabuccodonosor II, sotto il cui regno vennero edificati, a dispetto della tradizione che li attribuisce al volere della regina assira Semiramide.
Solo vestigia ci restano delle rimanenti 4 meraviglie.
Il Mausoleo di Alicarnasso, tomba del satrapo Mausolo, voluta e fatta erigere dalla moglie-sorella Artemisia, doveva suscitare un impressione grandiosa se ancora oggi il termine mausoleo si applica per i monumenti funebri. Il Mausoleo, alla cui realizzazione lavorarono gli artisti più importanti dell’epoca, come Prassitele e Skopas, venne abbattuto da un terremoto. La struttura in rovina venne definitivamente distrutta dai crociati, gente per bene rispettosa del culto e della storia.
Sempre in Asia Minore, ma nella città di Efeso, sorgeva l’Artemision, il grande santuario della dea Artemide. Venne edificato da re Creso, al quale la pecunia non mancava, e poi distrutto da un mitomane nel 356 a.C.… avete capito bene, venne distrutto da un mitomane, che desiderava passare alla storia, e il cui nome non riporterò per non contribuire nel mio piccolo alla perpetuazione della fama di quell’immenso idiota. Possa essere per sempre dimenticato, lui e la sua stirpe. Circostanza piuttosto curiosa, gli dei ci fecero la grazia di un evento in grado di offuscare il misfatto persino tra gli eventi salienti di quel giorno. Infatti in quelle stesse ore nasceva Alessandro Magno, l’uomo che avrebbe riscritto la geografia, la storia, la cultura e quantocazzo altro dell’Occidente e dell’Oriente.
Fidia, forse il più grande scultore greco, fu l’autore della statua di Zeus nel santuario di Olimpia. Un’immensa opera di avorio e oro, che rimase al suo posto per 800 anni prima di trovare l’ennesimo cazzone: in questo caso con buon proposito di conservarla, il funzionario bizantino eunuco Lauso la deportò nella sua collezione di arte pagana in un palazzo di Costantinopoli, che venne distrutto da un incendio portando con sé l’opera.
E finisco questa carrellata, che intendevo più rapida di quanto è stata, con il faro di Alessandria. Anche in questo caso si tratta di un’opera che ha finito per dare il proprio nome a tutta una categoria di oggetti, dacché il faro prende il nome dall’isola di Pharos su cui era posto. Anche qui il colpevole della distruzione fu un terremoto, come per il mausoleo e il colosso, e se parte della sua struttura venne utilizzato per la costruzione di un forte, molte pietre e statue sono state “conservate” per noi dal mare.

Ora, intanto possiamo dire che le sette meraviglie vennero codificate relativamente tardi nella sequenza che poi si è affermata, tanto che in precedenza molti altri elenchi di questo tipo erano stati tentati e mai ebbero una fortuna culturale come l’elenco classico. Possiamo dire che queste furono le meraviglie che erano in piedi tra il 250 e il 226 a.C., dacché solo per quei 25 anni furono tutte in piedi contemporaneamente, e questo è un dato davvero curioso, se pensiamo invece alla durata e al successo dell’idea di “sette meraviglie” e dell’elenco delle stesse.
Nel mondo antico ben altre e molte furono le meraviglie andate distrutte prima o edificate dopo quel venticinquennio, oppure che videro la luce in zone del pianeta troppo lontane. Penso alla porta di Ishtar di Babilonia, alla stessa Etemenanki, poi identificata con la torre di Babele. E poi la ziqqurat di Ur-Nammu ad Ur, le moschee di Samarcanda, Santa Sofia a Costantinopoli, i templi di Abu Simbel, Stonehenge, i moai dell’Isola di Pasqua, il complesso di Chichen Itza, le piramidi del sole e della luna a Teotihuacan, Macchu Picchu, Petra, il colosseo, la muraglia cinese, la città proibita a Pechino, Angkor Vat, il Taj Mahal, San Pietro, la cappella Sistina, i dipinti rupestri delle grotte di Altamira, il palazzo di Cnosso, il tempio di Salomone… tutte opere che destarono chissà quale riverenza e rispetto negli uomini dell’epoca, se ne destano ancora così tanto oggi. E chissà quante altre dobbiamo ancora identificarne, se le fortezze indo-arie dei Veda sono state localizzate solo nell’ultimo trentennio nell’area dell’Oxus.
Negli ultimi anni, poi, il desiderio di codificare altre liste di meraviglie è rispuntato, al punto che in occasione delle Olimpiadi di Atene 2004 fu l’Unesco a proporre una specie di sondaggio globale per scegliere una nuova lista.

Ma cos’è in definitiva una meraviglia? È un’opera che finisce per caratterizzare da sola 3000 anni di civiltà, come la piramide, oppure è semplicemente qualcosa che stupisce, costringendoti a sgranare gli occhi?
E quali opere moderne, degli ultimi centocinquant’anni, insomma, potrebbero a ben diritto essere definite meraviglie? Io vi do una mia lista, di sole sei meraviglie, con motivazioni. Gradirei vostri pareri e proposte, se volete. Perché il concorso dell’Unesco era ancora rivolto al passato, e quello che invece voglio capire io è quali delle opere del nostro tempo saranno ricordate tra duemila anni come le meraviglie dei nostri secoli.

1) La ISS. Di sicuro la Stazione Spaziale Internazionale si presta più di tutte le altre ad entrare nell’elenco. Intanto si tratta di una meraviglia che staziona in cielo, e questo le fa dare della merda a tutte le altre. E poi rappresenta lo spirito di comunità internazionale che permette di raggiungere traguardi incredibili. Poi si tratta di una meraviglia con scopi scientifici. E poi, accidenti, da lassù sì che la vista spacca il fiato.

2) La Tour Eiffel. Niente a che vedere come stupore in grado di suscitare e come meraviglia tecnica con la ISS. Ma è un simbolo. Cosa che la ISS non è riuscita ad essere, anche per questioni puramente estetiche. Rappresenta da sola una città e una nazione, e forse, fuori dall’Europa, è uno dei simboli più riconoscibili dell’intera Europa stessa.

3) La Statua della Libertà. Vale tutto quanto detto per la torre parigina, con in più lo spirito che rappresenta (una gemellanza di intenti e di obiettivi che le democrazie occidentali delle due sponde dell’Atlantico dovrebbero condividere, e non parlo di figa e petrolio).

4) Le Twin Towers del WTC. È vero, non ci sono più. E non erano poi nemmeno tanto belle. Torri alte, torri grosse, moderne, va bene. Allora sono più belle quelle di Kuala Lumpur, e di sicuro nei prossimi anni ne faranno di ancora più belle. Difficilmente, però, esisteranno mai due torri in grado di influenzare più di quelle del WTC, per la loro storia, la loro fine e quello che poi ne è conseguito, la storia del pianeta.

5) Il Nido d’uccello e il Cubo d’acqua. Con i giochi olimpici di Pechino 2008 la Cina, da paese emergente, ha iniziato ad affermarsi come potenza di primo piano del pianeta, iniziando di fatto la rincorsa agli Stati Uniti. Lo stadio e il centro acquatico, con il loro aspetto straordinario, hanno comunicato al mondo che la Cina ha soldi, ha potere, ha forza, ha stile, ha gusto, e non è disposta ad avere un ruolo secondario.

6) La Sagrada Familia di Gaudí. Iniziata a fine Ottocento e ancora in costruzione fino probabilmente al 2026, per un totale di 150 anni, è un’opera d’altri tempi. Anche perché cattedrali, ed opere religiose in generale, che siano state costruite nel nostro tempo e si mettano a sfidare opere di 400 anni fa, che ne sono poche.

Per le sette meraviglie antiche, vedi:
Peter Clayton e Martin Price, “Le sette meraviglie del mondo”

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