Il canneto di Eridu

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Almanacco, LXXVII

Settantasettesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
4 aprile 2013

Oggi possiamo essere un po’ più faceti (o molto più seri, dipende dai punti di vista) occupandoci di argomento assai più gradevole rispetto al precedente. Ovvero della fine della civiltà come noi la conosciamo sul pianeta Terra.

No, tranquilli, non sto parlando di un’Apocalisse prossima ventura… ma della tipica situazione che si prospettava in quel foltissimo corpus mitico costituito dagli anime (cartoni animati giapponesi) degli anni Settanta-Ottanta, con ferocissimi alieni che attaccavano il pianeta per conquistarlo/distruggerlo/razziarlo e una squadra di coraggiosi che (al grido di «e difendiam la terra!») si scagliavano contro il nemico, il più delle volte alla guida di un robot (forse la più stupida forma possibile di macchina bellica).

Come mai tutto questo proprio oggi? Perché ricorre un anniversario speciale, e se è vero che oggi ci sarebbero anniversari molto più importanti da ricordare, noi ci dedichiamo a questo: a quel 4 aprile del 1978 quando su Rai2, alle 18:45, venne trasmessa in Italia la prima puntata di Atlas Ufo Robot.

E ora, al mio segnale, scatenate l’inferno, e ditemi qual era, o è, il vostro robottone giapponese preferito!
Prot! (questo è il segnale).

Dimenticavo, per inciso il mio preferito era Daltanious, con il suono mitico leone Beralios.

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«La festa della fine del mondo»

E dopo tutto questo parlare di millenarismo, di maya, millennium bug e fine del mondo, ho pensato che questo vecchio racconto è quanto di più “in tema” abbia prodotto.

Bella festa. Ben fatta. Più di metà erano donne. Sullo spiaggione saremo stati più di un migliaio. Cinquecento donne, in effetti, già basterebbero a dar senso a una festa, ma come unica nota non rendono giustizia a quello che sarebbe comunque stato l’evento di sempre, o meglio, di mai più.
Era infatti la festa della fine del mondo, la festa dell’ultimo giorno, un ultimo dell’anno ad infinita potenza, ed era qui, a due minuti di Ritmo Abarth da casa mia, sullo spiaggione del Bosco.
Gli organizzatori avevano piazzato verso est un grande schermo con le immagini di Al Jazeera in diretta dalla valle di Josafat. Fin dagli inizi della serata, quando da noi il tramonto arrossava il grasso crepitante degli spiedini sulle griglie, là si lavorava ordinatamente, per preparare il gran finale di tutto.
Dallo schermo si poteva vedere il cielo della Terrasanta infuocato dai primi diavoli, seguiti da angeli in oplitiche schiere alate. Altre inquadrature in tachicardica successione mostrarono un brulichìo di creature intente a sciogliere burocratismi, come la rimozione dei sette sigilli o lo scioglimento dei quattro angeli legati sulle rive dell’Eufrate.
Proprio un bel lavoro, quelli della sezione video… le immagini erano nitide e senza difetti di trasmissione. Molti si sedettero a seguire la diretta, invece di andare in giro con la sabbia nelle scarpe cercando l’ultima ragazza.
– Ciao… non guardi la diretta?
– La sto registrando a casa, magari la guardo domani.
L’idiota. Zonzai altrove.
Un enorme palco, affiancato da ben più enormi altoparlanti, era calcato con tracotante veemenza da una mezza dozzina di stuprastrumenti, con corde di basso elettrico che volavano come rondini centrate da una scarica di mitra.
Sudando in coro, un centinaio di giovani locali puzzava la propria da sempre ben celata vitalità, proprio il giorno in cui c’era di tutto, meno che vita, a disposizione, sui tavoli del buffet.
Un numero di ostica determinabilità (ma sicuramente eccessivo) di palloncini a basso costo, come in un profetico antinferno, correva a destra e a sinistra, seguendo ritmicamente l’alito della folla, spallonando in un’ebbra festosità altimetrica in attesa di un mozzicone mal spento, di una puntina, di un coglione bramante di calpestare qualcosa. Sembravano quasi persone.
Il caldo mi fece propendere per un rapido allontanamento, in direzione di alcuni facinorosi che avevano preso possesso di una piccola autocisterna dei pompieri, in zona perché non si sa mai, e si apprestavano a “fare gli scherzi”. Che bello.
Ben conoscendo l’esito finale (ovvero che sarei finito vittima, magari di rimbalzo, di qualche stronzata) frapposi tra me e loro un più che rassicurante intervallo, ripassando davanti allo schermo. Stavano convocando i primi per il Giudizio Universale, giusto poco dopo che la donna aveva schiacciato col tallone la testa del drago: che effetti speciali… altro che Matrix…
Appena un paio di unità di tempo dopo che un tale fu dannato per l’impronunciabilità del cognome, il cuoco della grigliata, votandosi al martirio, gridò:
– Gli spiedini sono cotti!
Venne assalito da un manipolo di esaltati che lo scuoiarono razziando mangiabilia e non. Cercai anch’io di rimediare uno spiedo ma i danni riportati furono di gran lunga superiori ai benefici.
Un mitomane, per chiudere in bellezza, gridando – largo a Belial! si diede fuoco e si mise a correre in mezzo alla gente, finendo poi ingloriosamente spento nel gabinetto mobile.
In una zona appartata, velata da una luce minacciosamente soffusa, ambosessi chiacchiericciavano risolinando in maniera vagamente beota, romanticosamente vicini. Veniva servita dell’anguria con vodka ghiacciata, secca. Ne favorii in abbondanza.
Voci sfuggite ad ogni guinzaglio portavano notizia di condanne di massa dalla valle del Giudizio, con inutili tentativi di corruzione nei confronti di giurie per nulla inclini al compromesso.
Fu il panico: vincitori e vinti, fottuti e fottenti, nessuno poteva sentirsi sicuro dell’esito finale, tutti cominciarono a contare le buone azioni a credito.
Nuove voci, nuove follie: amnistia di massa. Tutti con bottiglia in mano in una doccia di spumante leggermente aromatizzato alla triglia.
Quanto a me continuavo a godermi la serata, almeno l’ultima, osservando i miei simili che cercavano di divertirsi ed attendevano con angoscia l’ora in cui sarebbero stati chiamati.
Per raggirare il tempo qualcuno mise in piedi una partita di calcetto.
Gioco anch’io! Testa o croce. Testa, palla nostra. Ragazzi tre in difesa. Io gioco a sinistra! Passa, cerca di smarcarti. Ma no, come si fa a sbagliare così! Ma dai, sei un maiale!
Ad un tratto arrivò uno degli organizzatori:
– Piantatela che se mi perdete il pallone domani mio fratello si incazza.
A nulla valsero le proteste di chi gli ricordava che probabilmente il “domani” non sarebbe mai arrivato, così la partita venne rinviata a data non destinabile.
Ripassai davanti allo schermo.
– Marco Delmiglio!
– Merda… tocca a me…

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