Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivio per il tag “Asimov”

Almanacco, XV

Quindicesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
29 ottobre 2012

Nella città americana di Cincinnati, Ohio, il 29 ottobre del 1906 nasce un grande. Si tratta dello scrittore Fredric Brown, famoso soprattutto per i suoi racconti di fantascienza e il romanzo “Assurdo Universo”.
Devo dire che è uno scrittore che sento particolarmente vicino, per la predilezione per il testo breve o brevissimo, arguto, spesso con finale a sorpresa (e il famosissimo “La sentinella” ne è il τυπος). In pratica dovrebbe essere il mio scrittore ideale, quello da cui prendo ispirazione. Paradossalmente non è così, ho letto pochissimo di Brown. Tra gli scrittori dell’età d’oro della fantascienza – che va a costituire quasi un genere, anche se al suo interno ha migliaia di genere – ho letto tantissimo Asimov (Fondazione soprattutto) da ragazzino, ho amato i romanzi della legione dello spazio di Jack Williamson (space opera all’ennesima potenza), ho gradito molti lavori di Clarke. Ma soprattutto Heinlein, amato però non da giovane, ma riscoperto quando ero pronto.

E voi? Tra di voi sicuramente ci sono un sacco di lettori di fantascienza, e fantascienza pulp in particolare. Chi è il vostro preferito?

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#49. Lealtà.

Le due conquiste più alte della mente umana sono i concetti gemelli di “lealtà” e di “dovere”. Quando questi concetti gemelli vengono disprezzati… squagliati in fretta! Magari riuscirai a salvarti, ma è troppo tardi per salvare quella società. È spacciata.
[Robert Anson Heinlein, “Lazarus Long l’Immortale”]

Mi dà sempre un sottile piacere iniziare un post con una citazione di Heinlein. Lo sento quasi come un modo per sdebitarmi con lui per Straniero in terra straniera, o per La luna è una severa maestra. Anzi, non per sdebitarmi, perché le ore di appassionato divertimento e di riflessione che mi ha regalato non potrò mai rendergliele, ma per rendergli l’onore che merita e che spesso non gli è concesso. Tra gli scrittori importanti del secolo tutti si guardano bene dal citarlo, e anche tra gli scrittori di fantascienza è ben lontano, nella fama e nel rispetto, da Asimov o Bradbury. Eppure, nonostante tutto, è stato Heinlein, nel bene e nel male, quello che mi ha dato più da pensare, e questo è un grande risultato: significa che il libro è in grado di andare molto al di là di quel che c’è scritto. Grokkate?

Grokkare è un termine fondamentale di Straniero in terra straniera, forse il più famoso, se non il più bello (sempre che “bello” sia una qualifica ordinabile) dei romanzi di Heinlein. Grokkare significa sostanzialmente “bere”, nella lingua degli enigmatici esseri di Marte. Ma anche, in senso traslato, “essere con qualcuno”, “comprendere” (prendere con sé, assimilare), capire, assorbire. Grokkare è un verbo che indica la piena assimilazione di qualcosa, che dopo fa parte di te integralmente. Potremmo applicare il termine “grokkare” alle cose che apprendiamo nell’infanzia, quell’insieme di valori che vanno a costruire il nostro io al punto che da semplici concetti esterni appresi vanno ad identificarci, a descriverci: quella è la piena assimilazione. Una persona è leale, ad esempio, di indole, di comportamento, in base a elementi appresi nell’infanzia, e che finiscono per definirlo, appunto, “leale”. Uno può tenere dei comportamenti leali anche simulati, o per motivazioni contingentali (tornaconto, denaro, opportunità provvisorie o durature), ma non “è” leale. Non ha grokkato la lealtà.

La lealtà è una qualità poco apprezzata. Se ci pensate, al pensiero della lealtà finirete per collegare, nella cinematografia o nella letteratura contemporanea, figure di secondo piano, spesso non troppo intelligenti, “ma” leali (come Samvise Gamgee nel Signore degli anelli), oppure subalterni dotati di una lealtà spesso mal riposta in personaggi tanto superiori quanto poco degni di tale lealtà, al punto da diventare spesso una virtù negativa, un sinonimo di fanatismo, oppure di cieca devozione.

In realtà la lealtà, piuttosto che nei confronti di una persona, è un atteggiamento generale nei confronti della vita. Un individuo leale non è quello che protegge il suo capo anche a costo di comportarsi in maniera sleale nei confronti degli altri. Quella sarebbe una lealtà contingentata, a una persona, a una situazione, a un’azione. Il “leale”, colui che ha grokkato la lealtà, va cercato in ben altro genere di personaggi.

In particolare vorrei citare due personaggi che camminano sul filo sottile che separa storia, letteratura e leggenda. Galvano e Attilio Regolo. Non mi occuperò delle relative figure storiche o paleo-leggendarie, ma dei personaggi descritti in particolare in due opere.

In Syr Gawayn and the Grene Knight, Galvano, cavaliere che chi mi segue da un po’ avrà imparato a conoscere, è protagonista di un’avventura in cui viene messa a prova la sua lealtà. Attenzione, non la sua “lealtà al re”, ma la lealtà in generale, come atteggiamento nella vita.
Durante la festa di capodanno irrompe alla corte di Artù un gigantesco cavaliere, completamente verde, sia negli abiti che nella pelle e nella chioma. Costui sfida la corte, chiedendo se c’è un cavaliere che ha il coraggio di accettare la sua sfida: il cavaliere verde si farà tagliare la testa dal cavaliere di Artù se questi accetterà, dopo un anno, di farsi tagliare la testa dal cavaliere verde. Per far sì che non venga gettato biasimo sulla corte di Artù, è Galvano che accetta di sottoporsi alla sfida, e taglia la testa al cavaliere, che poi tra lo stupore generale la raccoglie e se ne va.
Dopo un anno Galvano parte alla ricerca della dimora del cavaliere verde per prestar fede alla parola data. Dopo una serie di avventure, raggiunge un castello dove il signore locale, Bertilak, lo ospita, invitandolo ad un gioco: per tre giorni Bertilak andrà a caccia nella foresta e Galvano resterà nel castello, e alla fine della giornata si scambieranno i premi ottenuti.
Nei tre giorni, la moglie di Bertilak mette alla prova la lealtà di Galvano, insidiandolo. Galvano accetta solo dei baci casti (per non tradire la cortesia), sulla guancia, che rende come “premio della giornata” a Bertilak. Alla fine del terzo giorno, però, la dama del castello offre a Galvano una cintura verde che lo salverà dalla decapitazione, a patto che questi non lo riveli a nessuno. Quando si trova a scambiare i premi con Bertilak, Galvano, costretto a scegliere se dare la cintura e tradire la fiducia della dama, o non darla e tradire la fiducia di Bertilak, decide di non dare e dire nulla.
Così, il giorno dopo, quando si presenta il cavaliere verde per tagliargli la testa, Galvano subisce tre tentativi di spiccargli il capo, corrispondenti ai tre giorni: per i primi due l’ascia non arriva a colpirlo, per il terzo lo colpisce facendogli solo un graffio, perché si è comportato slealmente nei confronti dell’uno ma non dell’altro.
Galvano, però, è colpito nell’animo: essendo leale dentro, si sente in colpa per il tradimento di lealtà portato a termine, e porterà sempre indosso quella cintura, per serbare memoria dell’evento. La vicenda si conclude con il chiarimento dell’avventura soprannaturale, con la spiegazione della magia di Morgana dietro la vicenda.

Marco Atilio Regolo, invece, era un console romano del III secolo a.C., nonché comandante in capo dell’esercito romano nella prima guerra punica, che oppose Roma a Cartagine.
La sua leggenda venne ripresa da E narrata da Tito Livio, nel momento in cui a Roma si sentiva un bisogno di un ritorno alle virtù tradizionali romane, quei boni mores dei tempi della repubblica, quelli della cultura romana, non ancora “imbasardita” con quella delle genti conquistate. Quella dei romani contadini e costruttori, gente semplice ma coraggiosa e leale. Gente del sud, direbbero negli Stati Uniti, con la musica dei Lynyrd Skynyrd.
Comunque questo Attilio Regolo, come è più noto, dopo una fase iniziale di successo della sua campagna, fu pesantemente sconfitto a Tunisi dallo stratego spartano Santippo, al soldo dei cartaginesi, e tratto in prigionia. Durante gli anni di prigionia, Attilio Regolo ebbe modo di conoscere meglio la realtà cartaginese, e le difficoltà economiche e strutturali in cui versava.
Secondo la leggenda i cartaginesi mandarono Attilio Regolo a Roma per convincere i suoi compatrioti a firmare la pace con Cartagine, con la promessa che se non fosse riuscito nell’impresa sarebbe dovuto tornare a Cartagine per essere messo a morte. Il console tornò a Roma, quindi, ma, invece di perorare la causa della pace, comunicò le difficili condizioni in cui versava lo stato cartaginese ed esortò i romani a resistere e continuare nella pugna, ché la vittoria avrebbe arriso di lì a poco. Finita la sua ambasciata, fedele alla parola data, oltre che alla patria, tornò a Cartagine per essere messo a morte. Qui venne privato delle palpebre per subire l’abbacinamento, e poi gettato giù da una collina in una botte piena di chiodi. Che si sa, una volta avevano una certa fantasia sul come far finire la vita, un plotone d’esecuzione era una roba da ridere.

Vorrei a questo punto evidenziare la più grossa differenza tra le due leggende, che sta tutta nel finale. Il lieto fine per Galvano, la morte per Attilio Regolo.
Il primo, poema medievale, risente tra le varie cose della morale cristiana: le buone azioni saranno premiate, devi essere fedele ai comandamenti per meritarti il paradiso. Questo schema, figlio di una buona idea di marketing (ok, devi comportarti in un certo modo, ma in cambio vinci qualcosa), ma di fatto crea una insanabile frattura sociale: se non credi nel premio (divino) ecco che te ne puoi sbattere della prescrizione. Niente ti obbliga ad essere leale, a quel punto. Non solo, ma questa idea che il bene viene comunque premiato, dal punto di vista sociale legittima le differenze sociali: se qualcuno è più ricco o più nobile di te e Dio lo permette, ci sarà un motivo.
Nel secondo, invece, prevale l’idea pagana, antica: in te risiede tutto quello che devi cercare, e l’onore, il prestigio sono tali indipendentemente dall’esito. La lealtà, comportamento acontingentato ben esemplificato dalla leggenda, dacché Attilio Regolo è leale sia verso i romani che verso i cartaginesi, senza scegliere come fa invece Galvano con la cintura, va perseguito fino all’estrema conseguenza, e non per evitare la stessa.

In questo l’antico pensiero romano era, in fondo, analizzato dal punto di vista di Lazarus Long l’Immortale (di Heinlein, citato all’inizio), straordinariamente superiore. E più lontana dal crollo la sua società, rispetto a quella cristiana medievale, per cui la lealtà è subordinata.

#14. Catastrofe.

Morire non è una catastrofe, la catastrofe risiede nel dover dormire affamato.
[Proverbio etiope]

Si sa che i nostri amati mezzi di informazione tradizionali hanno la catastrofe in bocca. È talmente sotto gli occhi di tutti che ripeterlo getta tutto il blog nella banalità, ma ormai una settimana di pioggia è una catastrofe, un giorno a 30 gradi e si passa ad allarme-caldo.
D’altra parte devono pur vendere per campare, direte voi. Il fatto è che, se continuano ad alzare l’asticella, tra un po’ diventeranno catastrofe anche i miei calzini dopo il calcetto, dico io. E forse lo direbbe anche la mia compagna. Ma questo è un altro discorso.

Il problema (dell’informazione catastrofica, non dei miei calzini) risiede proprio nel vendere per campare. La notizia non è un servizio reso alla comunità, ma una merce, e come tale deve essere “venduta”, sottostare alle leggi del mercato, e produrre un utile, tanto più consistente quanto più è elevato il numero di persone che ne fruisce.
Una notizia è quindi madida di interesse economico. E un interesse economico si traduce giocoforza in un interesse politico. Per cui se da un lato i mezzi di informazione vivono nella meno liberista delle situazioni, per cui devono passare le notizie di politica esattamente nel modo in cui vengono gradite dal loro editore – spesso politico – dall’altro per attirare compratori/inserzionisti pubblicitari devono tenere ben alta la soglia della paura, che fa sempre vendere, devono tenere la gente in ansia (che fa crescere l’attesa per altre notizie), senza che questa cosa degeneri, producendo distacco. È un po’ lo stesso principio dei film de paura, per cui la tensione deve essere sempre elevata, ma non troppo, per non scollare lo spettatore per la troppa tensione.

A seguito di questo modo di fare informazione, negli ultimi anni paure latenti sono state ad arte rinfocolate e riesumate, come la sicurezza in periodi in cui calava il numero dei reati, o il rincaro delle zucchine che influivano in maniera irrilevante sul paniere ISTAT, o l’invasione di tipo biblico di milioni di immigrati che si riduceva a una media di cinque arrivi per provincia. Hanno tenuto la gente impegnata in discussioni (e in intenzioni di voto), mentre paure più incombenti e reali venivano occultate, che tanto se ne occupavano loro.

Tra le paure “fomentate” ci sono ultimamente anche catastrofi personali, che sommate tutte insieme costruiscono una notevole catastrofe collettiva. Mi sto riferendo ai famosi suicidi degli imprenditori per la crisi. Pare infatti che i numeri non siano in aumento quanto vogliono far intendere certi mezzi di informazione. In questo caso, però, considerando che i piccoli imprenditori, gli artigiani, non hanno mai avuto una voce, e non hanno Confindustria o i Sindacati a battere i pugni per loro, tutto sommato questa ingerenza dei mezzi di comunicazione, per quanto probabilmente politicizzata perché fa comodo in questo momento, non è mal posta, e viene a sanare un vulnus realmente presente.

Comunque, in questo mare di catastrofi da operetta o da tragedia personale, raccontate dalle immagini patinate della tivvùggeneralista (come dicono gli azionisti Mediaset, intendendo tv della minchiata) però, negli ultimi anni ce ne sono state anche alcune gigantesche.
Penso a quelle epocali, nel senso che hanno segnato un’epoca, come lo tsunami dell’oceano indiano del 2004 – talmente gigante da aver portato il termine tsunami da vezzo di nicchia meteogiappo a parola d’uso comune nelle lingue occidentali – con 230.000 morti in 9 stati, 2 continenti. Catastrofi che ci sono arrivate in casa con le immagini a bassa risoluzione dei cellulari o delle telecamere di sorveglianza, con le voci di stupore e paura di sottofondo. Immagini che sono entrate nella memoria collettiva. Alla pari con Armstrong che scende sulla luna, o con la bambina in fuga in Vietnam, o il ragazzo davanti carrarmato a Tienanmen. Dalla diretta NASA, al grande reporter, alle televisioni, all’ultima frontiera, il report frazionato dei cellulari.

E poi c’è stato il terremoto dell’Aquila del 2009, l’alluvione del Veneto del 2010. E il disastroso terremoto del Giappone del 2011, con l’allarme nucleare. E le tante accuse al governo di aver nascosto la vera proporzione del rischio atomico, e l’enorme battage sul nucleare sì/nucleare no che ne è conseguito. I tempi cambiano, ma la frase precedente, da punto a punto, si può tranquillamente mettere in un articolo che parla di Černobyl’ 1986… Ma perché diavolo non facciamo mai passi avanti? Sono passati 25 fottuti anni e siamo ancora al punto di partenza, non si riesce a prendere una decisione, una direzione, un obiettivo, per una grama volta?

Poi abbiamo il terremoto dell’Emilia, di pochi giorni fa, e la notizia che si evolve, muta ancora, e torna notizia, informazione, diffusa dal social network. L’informazione arriva prima, in tempo reale, e dà immediatamente la misura di quanto successo, tempo prima del vecchio web, e drammaticamente prima dei mezzi di informazione tradizionale. E soprattutto, arriva dalla voce di chi c’è in mezzo, non mediata e immediata. Su twitter, in pratica, sei dentro la catastrofe.

Concludo questo parallelo tra catastrofe e notizia parlandovi di un libro. Si tratta di una vecchia antologia di racconti fantascientifici, pubblicata negli Oscar Mondadori negli anni Ottanta, dal titolo, pensa un po’, di Catastrofi!
Curato dal buon vecchio Asimov, da Martin Greenberg e Charles Waugh (in italiano da G. Lippi), questo tomo ci presenta una serie di bei racconti in salsa fantascientifica sul tema della catastrofe, con un andamento top-down per quanto riguarda la scala (dalla distruzione dell’universo alla distruzione della civiltà come la conosciamo) e, curiosamente, un andamento bottom-up per quanto riguarda il pathos. È infatti davvero interessante notare come i primi racconti, pur interessanti e ben scritti, come L’ultima tromba dello stesso Asimov, o Stelle volete nascondermi di Ben Bova (nel primo abbiamo una sorta di giudizio universale, nel secondo siamo alla fine dei tempi a causa dell’entropia), pur in un’atmosfera di distruzione immensa, quasi infinita, risultino meno drammatici, per il lettore, di quelli che presentano scenari di portata minore. Qui le cui tematiche sembrano più vicine, i rischi si percepiscono probabilmente più reali, come ne La benedizione oscura di Walter Miller Jr., in cui una malattia mette a repentaglio la sopravvivenza dell’umanità (uno dei migliori racconti su questo tipo di scenario apocalittico, scenario che peraltro adoro… sullo stesso tema consiglio anche il romanzo La città poco tempo dopo, di Pat Murphy). In questo racconto tra l’altro si intreccia alla vicenda principale un’appassionante storia d’amore, e anche se state gonfiando i bicipiti dicendo «Haaa! Roba da donne!», niente come una storia d’amore rende ancora più drammatica una vicenda che già lo è. Ma l’antologia va avanti, e si arriva al classico Il magazzino dei mondi di Robert Sheckley, in cui in una civiltà ormai in rovina un negozio permette – in cambio di dieci anni di vita – di trascorrere un po’ di tempo nella terra che fu… ed ecco che davvero si sente la vera angoscia di un futuro non troppo impossibile, non troppo lontano.

Come mai ci sia questo rapporto inverso tra dimensione della catastrofe e angoscia generata, io non lo so. Anche se forse il proverbio etiope posto all’inizio del post ci può dare un’indicazione…

Riporto i due testi di fantascienza che consiglio:
Isaac Asimov, Martin Greenberg, Charles Waugh (a cura di), “Catastrofi!”
Pat Murphy, “La città poco tempo dopo”

Il proverbio etiope è tratto da Wikiquote, che cita come fonte AA.VV., “I Proverbi dell’Africa Nera”, Giovane Africa Edizioni

#8. Alieni.

Sono atterrati duecento milioni
di Gothamiani, Blue Noah.
[I Superobots, “Blue Noah”]

Qui non troverete né risposta, né tantomeno domanda, sulla possibilità o meno dell’esistenza di alieni. Non troverete testimonianze, e nemmeno sbucherà improvvisamente Giacobbo con un filmato girato a Caracas con un cellulare che mostra un alieno di caucciù che cerca di ghermire dei passanti. E non troverete nemmeno un malassortito gruppo di modelli e modelle della Compagnia delle Indie che, con verve da settimana santa – e con la guida difficilmente intelligibile di Raz Degan o Paola Barale – cerca di dissertare di teorie parascientifiche con lo stesso sguardo competente che potrebbero vantare dei fisici nucleari al minchiacesimo giro di uischi parlando di cicli di lavastoviglie.

No, niente di tutto ciò.

E quindi mi par già di sentire quelli che sono capitati qui per caso, sfruttando le tags che wordpress infila in google, dopo che io le ho infilate a tradimento in lui. Mi par di sentire quelli che dicono «Ecco, un altro sito stronzo che mette tags di roba di cui non parla per attirare qui i gonzi». E li vedo che stanno già cambiando sito. E sbagliano.

Sbagliano.

Sbagliano innanzitutto perché questoqquà è un signor blog, e il bloggante medesimo qui sottoscritto (sempre alla ricerca di alternative umanamente audibili dei neologismi a matrice bloggistica) si fa in quattro pur di cavar fuori sempre un argomento interessante su cui pontificare ad minchiam. E sbagliano perché poi, alla fin fine, davvero in questo post si parlerà di alieni, e davvero nel senso di creature senzienti provenienti da altri mondi. Solo che gli altri mondi sono quelli della fantasia.

Intanto possiamo notare come più l’inventore di alieni è autorevole, più l’alieno inventato è interessante. Per cui se si parla di cazzoni in preda ad allucinazione e manie persecutorie l’alieno è quasi sempre umanoide (quasi che l’universo non avesse abbastanza fantasia per trovare forme diverse, ma forse è l’essere umano che non può concepire niente di intelligente e molto diverso da sé…) e soprattutto dimostra di aderire sempre a una buona serie di cliché. Che sia perché esistono davvero e quindi gli alieni vengono descritti così perché sono così, oppure se l’immaginario collettivo ha elaborato questi archetipi, lo lascio dire agli ufologi e ai [loro] psichiatri. Qui mi limiterò a descriverne qualcuno.

Il “grigio”, ovvero l’ometto ignudo magrolino coi grandi occhioni neri, da “Roswell”, diciamo. Ovvero quello che si vede nel famoso filmato “Santilli” (dal nome della persona che disse di averlo acquistato) mentre viene sottoposto ad autopsia dopo il millantato incidente di Roswell, New Mexico. A scanso di equivoci, prima di far sbrodolare gli appassionati, diciamo subito che il filmato è un falso, per la stessa ammissione dell’autore, girato a Londra nel ’95. Il grigio è anche detto nell’ambiente degli ufologi “reticuliano”, da Z Reticuli, loro mondo di provenienza.
I grigi compaiono in molti film di fantascienza. Sono presenti in Incontri ravvicinati del terzo tipo, tanto per dire. E sono molto somiglianti agli alieni di Signs. A questo proposito, in questo film gli alieni sono una razza avanzatissima tecnologicamente pronta a razziare il pianeta terra, che fa cerchi nel grano per segnare i punti di atterraggio (eh, queste razze avanzatissime che non hanno Google Maps), caratterizzata da un piccolissimo difetto: sono maledettamente allergici all’acqua. E attaccano un pianeta ricoperto per 2/3 d’acqua. Senza neanche una tutina isolante, così, gnudi come mammaliena li ha fatti. Cioè, con un monsone era un genocidio. Probabilmente era allergico all’acqua anche lo sceneggiatore, e per questo era dedito ad un abuso compulsivo di liquidi fermentati ad alto tenore alcoolico. Altre spiegazioni io non ne trovo.

Oltre ai grigi sono diffusamente riportati incontri con alieni detti “nordici”. Provenienti dalle Pleiadi, questi alieni ricordano molto gli svedesi, o gli elfi, e i loro avvistamenti sono molto comuni in Europa (in Svezia, direte voi… e lo direi anch’io, e invece pare li vedano spesso in Gran Bretagna). Voglio dare una coltellata agli amici che hanno letto con interesse i post su sumeri e età del bronzo: siccome non ci facciamo mancare niente, Zecharia Sitchin, complottista russo, sostiene che gli Annunaki (gli dei sumerici Anunna, passati poi in accadico) altro non sarebbero che alieni nordici provenienti dal pianeta Nibiru. Che s’ha’dda fa pe’campà.

Tra gli alieni più avvistati ci sono anche i rettiliani. E siccome ibridi uomo-rettile ci sono un po’ in tutte le mitologie, ovvio che la spiegazione sia esogena per tutti i complottisti del pianeta. Che ci siano ibridi uomo-qualsiasi-altro-animale-di-cui-vogliamo-assorbire-le-caratteristiche, ovviamente, per i complottisti non sembra importante. Meglio pensare che su un altro pianeta si sia formata una razza intelligente casualmente composta da caratteristiche di due specie differenti terrestri. Tipo “suca teoria del caos”, ecco. E “suca statistica”. Del resto si sa che, appena si hanno due dadi in mano, la statistica è una puttana.

Devo però dire che tra gli alieni sauromorfi, in un racconto del buon dottore Isaac Asimov ne ho incontrati di interessanti. Si trattava dei “Kloro”, creature che, guarda un po’, venivano da un pianeta dove invece di acqua e carbonio i mattoni della vita erano cloro e ammoniaca. Almeno lo sforzo di immaginare una struttura molecolare di base diversa Asimov l’ha fatta. Del resto non parliamo dell’ultimo dei cazzoni, anche se non è famoso per le sue storie di alieni. In un altro romanzo, per esempio, dal titolo Neanche gli dei, Asimov – tra altre intuizioni basate sul fatto che si sta parlando di uno scienziato e non di un cazzone – immagina una razza aliena piuttosto eterea, composta da tre “sessi”, che si devono fondere per avere un rapporto sessuale, e quando si fondono definitivamente creano un “duro”, ovvero una creatura concreta, che unisce le caratteristiche diverse dei tre sessi (razionale, emotiva, paterno). Di sicuro più difficile da immaginare rispetto a un grigio, e forse proprio per questo molto più interessante.

Robert Anson Heinlein, un altro scrittore di fantascienza che ha fatto la storia del genere, ci presenta gli alieni insettoidi chiamati «ragni» in Fanteria dello spazio (romanzo che nel 1959 postula l’esistenza nel futuro di due blocchi: anglo-russo-americani e blocco cinese…), che svolgono un po’ la funzione di nemici alieni con cui non bisogna empatizzare, con caratteristiche di mente collettiva poi riprese – e approfondite assai – da O.S. Card con la serie di romanzi de “Il gioco di Ender” e la razza degli Scorpioni, in cui la regina è la mente centrale e i vari operai, guerrieri, eccetera, altro non sono che “appendici” sacrificabili. Col proseguio della serie incontreremo un’altra razza aliena veramente particolare, i pequeniños, che hanno un complesso ciclo vitale durante il quale attraversano lo stadio di larve, di piccoli esseri umanoidi simili a maiali, di vegetali di tipo arboreo, e che questo sistema sta in piedi grazie a un virus che agisce sul patrimonio genetico.

Tornando a Heinlein, molto più interessanti dei ragni sono di certo i marziani di Straniero in terra straniera, un libro che, secondo me, tutti dovrebbero leggere. Anche tu. E lo stesso protagonista, Michael Valentine Smith, è umano ma cresciuto su Marte, ed è forse l’alieno più interessante della letteratura, per il suo sguardo veramente alieno con cui guarda e cerca di capire il nostro mondo. Anzi, di grokkare il nostro mondo. Per cui assume una funzione che sempre la fantascienza di qualità tende ad assumere, quella di usare l’altro per capire qualcosa in più sul noi.

Ed eccoci alla fine di questo viaggio su mondi immaginati, talvolta da grandi scrittori, talvolta da oscuri psicopatici. Molti altri ce ne sarebbero da descrivere, ma per fare un testo che parla di così tanti libri servirebbe un libro a sua volta, e sarebbe decisamente poco pratico. E forse anche fuori dalla mia portata.

Difficile riportare fonti, stavolta. Ho tratto un po’ di notizie da Wikipedia, più che altro per non incorrere in errori circa le razze aliene identificate negli incontri ravvicinati. Per quelle di letteratura e cinematografia ho attinto dalla mia memoria, e non posso far altro che rimandare ai romanzi e film citati nel post.

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