Il canneto di Eridu

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Bestiario, IV

Quarta pagina del Bestiario del Canneto di Eridu.
Il gatto Munchkin

«È insito nella natura umano lo stupirsi allorquando le naturali proporzioni vengono sovvertite». Questo disse il famoso critico d’arte norvegese Fjordøff. O almeno, così riportò, inventando spudoratamente, un mio compagno di classe (del quale non farò il nome, dirò solo che è abituale frequentatore del Canneto) in una verifica di storia dell’arte ai tempi del liceo. E gli andò pure bene, dacché la professoressa non riconobbe la minchiata e nemmeno si prese la briga di verificare. Del resto era lei che stava verificando noi. Non poteva immaginare che al contempo noi pesassimo lei…

Resta il fatto che il concetto espresso dal sedicente Fjordøff è quantomai vero. E ancor più vero è nella selezione attuata dall’uomo sugli animali domestici, che ha prodotto, a partire da animali selvatici probabilmente affini ai nostri lupi, risultati dalle differenze eclatanti. Penso all’irish wolfhound (una bestia che in piedi sulle zampe posteriori passa i due metri) e lo confronto con l’esecrabile scassamaroni noto come “yorkshire terrier”. Penso ai filiformi levrieri e al tarchiatello british bulldog, dal bassethound dalla trascurabile altimetria all’alano che ha il cuore decisamente lontano dal buco del culo, il pinscher nano – il neutrino dei cani – come l’immane mastino inglese.

Tra i gatti la selezione, pur avendo dato origine a molte razze diverse, non ha prodotto risultati così diversi. Anche perché il gatto tutto può essere meno che un animale da lavoro, se con lavoro non si intende di tanto in tanto matare un roditore o coprire la merda con la sabbietta. E quindi, viste le minori esigenze morfologiche lavorative, la selezione si è incentrata su effimeri caratteri come il pelo o il muso più o meno prominente. Fa eccezione questa strana razza che ho appena conosciuto, molto rara nel nostro paese, che si è andata consolidando attraverso incroci tra gatti di varie razze presentanti un carattere presentatosi spontaneamente. Il carattere, fissato poi dagli incroci, è quello delle zampette corte, tipo bassotto, tipo corgi.

Il gatto munchkin, o gatto bassotto, è un animale davvero curioso. Mi stupisce che non abbia ancora invaso le bacheche di tutti i social network. Ma, a dispetto della pucciosità o attrattività, la razza in questione non può che sollevare un dubbio zoo-etico: ha senso cercare di selezionare caratteri che provocano disfunzionalità nell’animale? Pesci rossi con occhioni sporgenti, cani con pelle cadente e pieghe cutanee che si riempiono di parassiti, strutture ossee provate da un peso eccessivo, zampe corte, sono caratteri da perpetuare che la selezione naturale farebbe immediatamente sparire… è giusto che vengano perpetuate dall’uomo?

Io mi sbilancio e dico sì. Il fatto che queste particolari razze di animali da compagnia si siano diffuse, considerando che l’uomo non è avulso dal sistema “natura”, significa che sono un successo evolutivo. Caratteristiche che li rendono particolarmente gradevoli alla specie dominante, alla lunga, non possono essere considerate caratteri svantaggiosi. Ma è chiaro che il dibattito che si può aprire è un ginepraio, che pone l’uomo al centro dell’analisi: è parte della natura o se ne è chiamato fuori? Questo è il vero quesito con il quale siamo chiamati a confrontarci, in primis.

Riconosco, comunque, che il mio “sì” alla selezione attuata dall’uomo mi mette in difficoltà al passaggio successivo: sarebbe legittima la manipolazione genetica (eugenetica?) applicata per ottenere particolari caratteristiche? Oggi già si costruiscono batteri che producono insulina, e gattini fluorescenti… ma cani da guardia dai denti a sciabola? E poi magari puzzole che spruzzano vetriolo, delfini in grado di individuare sommergibili nemici, zanzare velenose teleguidabili, mucche che fanno il tè… qual è il confine?

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