Il canneto di Eridu

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Archivio per il tag “Bruto”

#40. Rivoluzione.

“Let your voice speak for the revolution
All join forces with all the powers that you feel
Let your heart beat for the revolution
Led by the templars of steel!”
[Hammerfall, “Templars of steel”]

Immaginate per un momento di vivere nel solito medioevo come nel post precedente, in un periodo imprecisato di vostra scelta (tanto sempre secoli bui sono), e che il mondo vi faccia abbondantemente schifo alla fava (e forse qui si può anche far poca fatica). Volete quindi cambiare il mondo, il problema è che pare che questo mondo abbia una fortissima resistenza al cambiamento, e che i vostri tentativi non risultino semplicemente vani, ma quantomeno pericolosi. Per voi, ovviamente.

Immaginate ora di essere riusciti, per far fronte all’arroganza del potere costituito di Impero e Papato, ad aprire un portale attraverso il quale far giungere nel mondo draghi e giganti e altre creature particolarmente utili in casi del genere, e di essere sul punto di riuscire a portare a casa la vostra graande rivoluzione. Sì, graande con due “a”.
A questo punto, però, vi trovate a fronteggiare la reazione del potere, che mette in cambo tutta la sua macchina disinformativa per togliervi l’appoggio delle masse che desiderate affrancare, travolgendovi di accuse e fango e merda (che è termine che se non sbaglio mancava da troppo tempo su queste pagine digitali), dipingendovi come il mago malvagio che ha aperto le porte del mondo alle creature dell’inferno. Uno stronzo, insomma.

Immaginate, poi, che per dare il colpo di grazia alla vostra carica rivoluzionaria i poteri forti riescano a evocare 12 uomini – dalla storia e dalla leggenda – per fare la pelle a voi e alle creatura che vi stanno aiutando. Oddio, la pelle…
Ebbene: ora avete anche voi questa possibilità, dodici uomini o semi-uomini in grado di far pendere la bilancia a favore vostro. Chi evocate?

Attenzione però, che rispetto al post #39. Dozzina. il lavoro che dovete fare è solo apparentemente simile. Là si richiedeva sacrificio, comunità e unità d’intenti, strenua difesa di fronte a forze soverchianti che attaccano, solidità e conservazione sociale (non a caso erano molti gli eroi “culturali” che ho inserito, i simboli di certe culture contro ad aggressioni esterne).
Qui si cerca qualcosa di diverso: la rivolta, l’attacco, la conquista, la capacità di sollevare le masse contro lo statu quo.

È così che quindi Leonida non è più un leader adatto: qui non si vuole un re che difende la casa e tutto ciò in cui crediamo da secoli, ma qualcuno disposto a trascinarci in una grande impresa per quello che vogliamo cambiare. E di certo non è facile trovare figure di questo genere nell’epos di periodi storici dominati da forze culturali di tipo conservativo, come la religione. Sarebbe più facile trovarne nell’era recente. Ma il compito è chiaro, siamo nell’antichità. E andrebbe bene qualche oscuro capo senza nome di popoli del mare, oppure degli Hyksos, qualcuno che ha trasformato il modo di pensare del proprio popolo, offrendo una nuova terra, una nuova prospettiva o una nuova religione. Un Mosè, un Attila, un Abramo, ad esempio, potrebbero andar bene. Un Tamerlano. Un Alessandro, per certi versi. Ma in tutti questi nomi di grandissimi condottieri manca la componente rivoltosa-rivoluzionaria che trovo invece in un altro elemento, che sarà quindi il leader della mia squadra: sto parlando di Spartaco, il gladiatore trace che dal 73 al 70 a.C. portò avanti una incredibile rivolta di gladiatori e schiavi durante la quale ottenne numerose vittorie e portò alla sua causa moltissimi oppressi. Sì, direi che è l’uomo giusto. E poi “Sparta” presente nel suo nome ne fa il degno avversario del re di Sparta Leonida, capo dei suoi avversari!
Al suo fianco un altro capo rivoltoso carismatico: l’eroe scozzese William Wallace, o Uilliam Uallas, per dirla alla scozzese medievale (che significherebbe poi Guglielmo il Gallese, per aggiungere un po’ di confusione…), che alla fine del tredicesimo secolo guidò il suo popolo alla rivolta contro gli inglesi.
Anche per lui, come per Spartaco, valgono le doti e le imprese militari, ma soprattutto la presa sulla gente.
Il terzo condottiero dovrebbe poi, sulla stessa scia, essere un altro capo carismatico.
Perché ho intenzione di lavorare a cellule e costruire – invece di un unico grande gruppo da 12 – tre gruppi da 4 individui, costituiti da un condottiero, un guerriero, un uomo di propaganda e infine un jolly, con caratteristiche peculiari diverse, in modo da diversificare meglio le tre cellule e renderle adatte a missioni differenti.
Per il terzo, quindi, vedo bene un orientale. Anche se non possiamo forse definirlo propriamente un rivoluzionario, l’uomo giusto è il Prete Gianni della misteriosa “Lettera” medievale. Questa è una missiva – in realtà una bufala medievale, ma di grande successo all’epoca – in cui un potentissimo sovrano cristiano orientale, dai territori di tali dimensioni e di tali ricchezze che i principi europei non erano degni nemmeno di prestargli le mogli, annunciava la sua prossima discesa in campo contro gli infedeli al fianco dell’Europa. Fu di certo di grande successo, questa leggenda, se persino Marco Polo nel “Milione” dettato in carcere ne parla e ne descrive le terre… e pensate che sorpresa quando il Prete Gianni apparirà davvero alle porte dell’Europa, ma non dalla parte prevista o sperata dai potenti d’Europa…

Vediamo ora di ultimare le cellule.

Il primo gruppo, quello di Spartaco, lo vorrei impegnare su Roma. Ne consegue che i personaggi in gioco devono già conoscere l’ambiente della città, ed essere già in grado di affrontare l’Impero.
Scelgo intanto come guerriero addizionale Bruto, congiurato contro Cesare, personaggio di certo poco amato nel medioevo di corte, vista la sua opposizione alla nascita dell’Impero, e sgradito al ghibellino Dante che lo piazza nel posto peggiore dell’inferno, in una bocca di Lucifero (forse un posto ancora peggiore c’era, in Lucifero, ma lì Dante non ci ha piazzato nessuno… magari ha tenuto libero il posto per qualcuno che ci voleva provare con Beatrice…).
Poi, come propagandista, scelgo Barabba, rivoltoso giudaico anti-romano, probabilmente zelota. Il fatto che la folla ebraica decise di scegliere lui anziché Gesù come graziato dalla condanna a morte, rende chiaro che aveva un forte carisma, visto che solo pochi giorni prima Gesù era comunque stato accolto con grandi onori al suo ingresso in Gerusalemme. Capo politico, organizzatore di rivolte, assassino: poco si sa di Barabba, e quel poco è confuso dall’alone accecante di luce informativa incentrata sul suo “antagonista”. Ma il personaggio resta interessante e potenzialmente ideale per questa missione.
Infine il jolly. Tra gli antiromani carismatici in questo caso conviene, a mio modo di vedere, scegliere una donna affascinante. Una donna ambita da tutti i potenti, una donna che si sappia muovere e ottenere vantaggio da uno o dall’altro. Scelgo Cleopatra. E chissà che non abbia a disposizione anche leoni e serpenti, e l’oscura magia egizia…

Il secondo gruppo, agli ordini di Uilliam Uallas, si occupera delle isole britanniche. E quindi, se il condottiero solleva gli scozzesi, ecco che al suo fianco la regina guerriera Boudicca, celtica, può chiamare a raccolta il senso di libertà dei gallesi, unici discendenti dei brittonici rimasti in Albione, e guidarli contro il potere che è sassone, poi normanno, poi nel suo complesso inglese, ma mai, mai più brittonico.
E poi il propagandista è di certo uno degli uomini la cui invenzione principale si è diffusa in maniera virale e con grandioso successo nei secoli nella cultura europea, dall’Inghilterra alla Francia, dalla Provenza all’Italia, alla Germania, alla penisola iberica: sto parlando del monaco gallese Goffredo di Monmouth, ideatore del ciclo arturiano come lo intendiamo noi.
Per finire mi gioco il jolly con un santo, perché la storia dimostra che gli abitanti di quelle terre è meglio convincerli che picchiarli, e mi riferisco a Maewyin Succat, meglio noto come san Patrizio, che riuscì a portare l’Irlanda alla cristianità con una peculiarissima forma di sincretismo religioso, con il quale incorporò nel cristianesimo l’antico paganesimo irlandese.

Il gruppo orientale, agli ordini del Prete Gianni, è anche quello più oscuro, vuoi perché la sua guida porterà a compimento la crudele beffa nei confronti dei potenti d’Europa, vuoi perché per le grandi aree da conquistare lo doterò di personaggi più ambigui e border-line, indipendenti dallo schema precedentemente fissato, più legati al mondo della morte.
Il primo a farne parte è Ivan della fiaba dell’Uccello dalle piume di cristallo, che durante le sue avventure incotrò e divenne amico del lupo grigio, e quando Ivan venne ucciso e la moglie Yelena rapita, il lupo lo riportò dal mondo dei morti a riprendersi la sua vendetta, oltre alla sua sposa.
Poi una donna da prendere con le molle, una guerriera visionaria e invasata, oppure una santa, chissà… di certo una ragazza il cui urlo di battaglia, “chi mi ama mi segua”, rende bene l’idea di che razza di fonte di ispirazione dovesse essere per gli uomini che guidava in battaglia. Sto parlando, ovviamente, della Pulzella d’Orleans, Giovanna d’Arco.
Per concludere ci mettiamo un mago, una figura inquietante: il pifferaio di Hamelin, che liberò la città dai topi ma poi, non pagato, fece sparire tutti i bambini della città.

Ecco qua, finito.
Non resta – per voi – che trovare i vostri dodici nemici da far fronteggiare ai dodici salva-terra!

Tra i testi citati consiglio di certo la anonima “Lettera del Prete Gianni”, testo medievale pubblicato con testo originale a fronte, nella solita biblioteca Medievale di Luni/Carocci, e poi “Il milione” di Marco Polo, che io ho in edizione Bur.

Su Goffredo di Monmouth, oltre alla sua “Storia dei re di Britannia” pubblicata in Italia in Guanda, consiglio il saggio “Re Artù” di Marc Rolland.

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#32. Traditori.

«Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,
disse ‘l maestro, «è Giuda Scarïotto,
che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
De li altri due c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
e l’altro è Cassio, che par sì membruto.

[Dante Alighieri, “Inferno”, in “Commedia”]

Siamo alla fine del nono cerchio, quello dei traditori. Un Dante quantomeno inquieto – e vorrei ben vedere – si trova dinnanzi a Lucifero in persona, che tradì Dio ed è quindi qui dannato. È alto come un palazzo, per metà conficcato nel ghiaggio, ed ha tre facce, e le tre anime che con le sue tre fauci maciulla sono i peggiori traditori in assoluto: Giuda che tradì Gesù, Bruto e Cassio che tradirono Giulio Cesare. E così Dante unisce perfettamente in una dissacrata foto di gruppo i due traditori di Dio (padre e figlio) e i due traditori dell’Impero (quasi altrettanto grave, essendo Dante ghibellino).
Il nono cerchio, peraltro, è pieno zeppo di traditori (e ci mancherebbe altro) presi dalla cronaca del tempo, dalla storia (ma è clamorosa l’assenza di Efialte, pastore che con il suo tradimento causò la morte degli spartani di Leonida… ma chissà quanto era nota la vicenda nel Trecento) e dalla mitologia. Anche dalla mitologia arturiana. E se fugacemente vi compare Mordred (ribellatosi contro il padre Artù), tra i traditori della propria famiglia o della patria, è vistosa, vistosissima, l’assenza di due personaggi che – per carità, per amore! – una certa esperienza in tradimento l’hanno messa in campo.

Mi riferisco a Lancillotto e Tristano, con le sodali Ginevra e Isotta.
E sì, stiamo per tuffarci in un altro post a tematica arturiana, ma questo l’avevate già capito.

Intanto diciamo che Dante ci parla di questa gente, in realtà. Non li dimentica. Ci parla di Lancillotto e Ginevra nella vicenda di Paolo e Francesca («galeotto fu il libro e chi lo scrisse», tipo «mortacci loro e di chi non glielo dice con la mano alzata»). Ma soprattutto mette all’inferno Tristano, anche se derubrica il tradimento nei confronti della famiglia (re Marco è suo zio), passandolo dal girone dei traditori ad un più lieve secondo cerchio (tra i lussuriosi, travolti da incessante bufera come in vita furono travolti dalle passioni). Ma vediamo di analizzare i due casi, per capire se i quattro amanti potevano anche fare una fine peggiore, o se sono stati ingiustamente accusati.

Tristano e Isotta

La vicenda di Tristano e Isotta è spesso inserita nel grande corpus della materia di Bretagna, ma ne è originariamente distinta. Nelle storie più antiche Tristano non è un cavaliere della tavola rotonda.

I fatti. Tristano è un giovane valentissimo cavaliere, figlio dei signori di Lyonesse/Leonois Meliadus ed Eliabel, oppure Rivalin e Blanzifleur (secondo Thomas e Goffredo di Strasburgo). La madre, avvertendo prossima la morte per le conseguenze del parto, gli dà il nome di Luke Tristano, dacché avrà un’esistenza triste. E non sa nemmeno quanto. Dopo esser stato educato al combattimento e alla musica dallo scudiero Governale, va a prestare servizio dallo zio, re Marco di Cornovaglia che, diciamolo, è un pezzo di merda. Agli occhi del lettore moderno questa già sarebbe una gigantesca attenuante, se non una giustificazione tous court, ma per il sapore antico non era così. Anzi. Più il signore era stronzo, più ci faceva bella figura l’eroe a prestar fede alla stupida promessa fattagli. Così Eracle fa bene a portare a termine le dodici fatiche invece di spezzare le corna a Euristeo per le sue richieste assurde, e Cu Chulainn fa bene a prestare servizio come cane da guardia a Culann per averne ucciso il cane precedente.
E così il buon Tristano aiuta re Marco, al punto che libera la Cornovaglia da un tributo umano dovuto all’Irlanda, uccidendo il fortissimo e gigantesco guerriero Moroldo (anche Morholt), come ogni anno venuto ad esigerlo (vi ricorda mica qualcosa? tipo Teseo?). In questo combattimento, però, rimane ferito, e l’arma avvelenata di Moroldo gli causa una malattia mortale, e quindi chiede di essere deposto su una scialuppa in balia dei flutti, e la scialuppa lo porta, per la legge del culo jedi destino, proprio in Irlanda, dove viene salvato da Isotta la Bionda, principessa d’Irlanda e pure maestra nell’uso di pozioni. Tralasciando una dozzina di capitoli intermedi, Tristano dopo qualche anno torna in Irlanda e vince, per conto di re Marco, la mano della principessa. La madre di Isotta, anch’essa pozionara, prepara un magicissimo filtro d’amore che farà sì che la figlia si innamorerà della prima persona che vedrà dopo aver bevuto, e le consegna il filtro perché lo beva dopo il matrimonio, in camera con re Marco. La sfiga fa sì che la giovane bevva il filtro in nave con Tristano, e scoppia il casino.

Ysot ma drue, Ysot mamie
en vus ma mort, en vus ma vie
[Thomas, “Tristan”]

A questo punto il bravo Tristano e la brava Isotta sono belli e fottuti, perché non possono fare più nulla per sottrarsi al loro amaro destino. Che li farà amanti incomparabilmente infelici, bastonati dalla sorte, scoperti, costretti a prove drammatiche. Tristano resterà sempre fedele alla regina. In esilio si sposerà con la sorella dell’amico Kahedin, chiamata Isotta dalle Bianche Mani, impegnandosi però a non toccarla per un anno. E l’anno non scadrà mai, perché un giorno Tristano resta avvelenato, e manda un messo a chiamare Isotta la Bionda per aiutarlo. Dà istruzioni al messo che, sulla via del ritorno, metta vele bianche se Isotta lo ama ancora ed ha acconsentito a venire a curarlo, altrimenti nere (vi ricorda mica qualcosa? tipo Teseo?). Guarda caso, Isotta accorre, ma il messo dimentica di cambiare le vele, Tristano vede le vele nere e muore di dispiacere. Isotta arriva, e muore di dispiacere pure lei. Come ci dice Maria di Francia nel “Lai del Caprifoglio”, se si tenta di separare il nocciolo e il caprifoglio, muoiono entrambi.

Mais ki puis les volt desevrer,
Li codres muert hastivement
Et chevrefoil ensemblement
— Bele amie, si est de nus :
Ne vus sanz mei, ne mei sanz vus.
[Marie de France, “Lai du chèvrefeuille”]

Il verdetto: per l’accusa di tradimento, Tristano e Isotta sono assolti perché il fatto è avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà. Per l’accusa di lussuria, Tristano e Isotta sono assolti perché il fatto è avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà.
Sia che prestiamo fede alla versione di Beroul, per la quale è stato solo il filtro a renderli schiavi dell’amore l’uno per l’altra, sia che si segua quella di Thomas, per cui già si amavano, è comunque il filtro a farli agire contro l’onore loro e di re Marco, non la scelta. Finché hanno libera scelta, infatti, seguendo il loro dovere stanno prestando fede ai giuramente fatti e stanno rispettivamente portando allo zio la sposa come promesso, e andando in moglie al re di Cornovaglia obbedendo ai desideri della famiglia. Non hanno ceduto alla lussuria e non hanno tradito. Fino a quando non sono stati costretti dall’elemento soprannaturale. Tristano, dimostrando nei fatti la sua indole di fedeltà, non tradirà mai neppure Isotta la Bionda, nemmeno quando esiliato si troverà a sposare Isotta dalle Bianche Mani.

Quindi possiamo dire che non solo la loro pena non andava commutata in “nono cerchio”, ma che anche il “secondo” è di troppo. E re Marco è comunque un pezzo di merda, e quindi un po’ se l’è anche meritato, e vaffanculo.

Lancillotto e Ginevra

La vicenda di Lancillotto – a prima vista assimilabile – è in realtà molto diversa. Intanto dobbiamo verificarne il contesto storico. La storia di Tristano è di derivazione molto antica (la storia si radica in similitudini con miti che vanno dalle vicende del ciclo celtico dell’Ulster fino alle antiche mitologie dell’antica Grecia e oltre). Al contrario la mancanza di riscontri antecedenti ci porta a ritenere Lancillotto un’invenzione di Chrétien de Troyes, ed è quindi databile al XII secolo. Chrétien scriveva alla corte di Marie de Champagne, una donna viva e brillante, amante delle arti e della letteratura in particolare, figlia di Eleonora d’Aquitania. Pare che Marie fosse una profonda sostenitrice dell’amor cortese (e lasciamo al lettore trarre le conclusioni su cosa questo significasse in pratica). Cosa si intende con amor cortese? Si parte dalla convinzione che l’amore nobiliti il cuore che lo porta, e lo nobiliti a causa della tensione causata dall’equilibrio tra profonda gioia e disperata disperazione, grande fervore, vicina intimità e distanza incolmabile. In pratica, l’amor cortese è impossibile all’interno del matrimonio, ed è adulterino per sua stessa natura. E radicale è la distinzione tra matrimonio e amore. Ovvio quindi che in questa corte nasca il personaggio di Lancillotto (o almeno che prenda la forma a noi più nota), e la relazione adulterina per antonomasia, quella tra il cavaliere e la regina Ginevra.

I fatti. Figlio di re Ban di Benoic, alleato di Artù nell’epoca in cui questi deve unificare il regno contro i baroni ribelli (tra i quali il più acerrimo è re Lot di Orkney, padre di Galvano e marito di Morgause o Morcadès, sorella maggiore di Artù), Lancillotto, a seguito della caduta e morte del padre, viene allevato e cresciuto da un’incantatrice, nota come la Dama del Lago, insieme ai cugini Lionello e Bohors.
La Dama è la stessa che dà Excalibur al re, in cambio della promessa che il re, un giorno, avrebbe esaudito un suo desiderio. E questo desiderio si presenta quando la Dama manda alla corte del re Lancillotto, cresciuto, perché sia armato cavaliere ed entro al suo servizio.
Artù nel frattempo ha unificato e consolidato il regno, ha nominato il suo primo cavaliere – il giovane Galvano, suo nipote (che è anche il primo in linea dinastica per una eventuale successione). Segnamoci questa cosa, perché è importante.
Lancillotto si presenta a corte, viene accolto, e deve essere fatto cavaliere. Nonappena lui e Ginevra si vedono, si innamorano l’uno dell’altra, e così il giovane fa di tutto per riuscire, con un escamotage, a farsi nominare cavaliere dalla regina anziché dal re, e riceve da lei la sua spada. Anche questo è importante, segnamocelo.
Lancillotto non è cavaliere molto presente a corte, tutt’altro. Preferisce camuffarsi e partire errante, e senza farsi riconoscere partecipare a imprese e tornei, nei quali ottiene grandi lodi e onori, e sparisce prima di ritirare il premio per non farsi scoprire.
Dalle Isole Lontane, però, cala Galehaut (Galeotto, lui, non il libro), “figlio della bella gigantessa”, con il suo esercito. Costui – identificato pseudo-storicamente come un invasore vichingo – ha deciso di sottomettere trenta re, e gli manca solo Artù per portare a termine l’impresa. Ma quando Galehaut sembra avere ormai in mano la vittoria, le imprese di Lancillotto cambiano le sorti della battaglia, e lo stesso Galehaut visto il grande coraggio e la prodezza del cavaliere decide di arrendersi a lui, diviene il suo più grande amico e consegna il suo regno ad Artù. Fa anche da internediario e organizza il primo incontro clandestino tra Ginevra e Lancillotto, ed è per insistenza della stessa regina che Galehaut, Lancillotto e il suo fratellastro Estor delle Paludi diventano cavalieri della Tavola Rotonda.
Tralasciando anche qui le mille imprese che costituiscono il corpus del Lancelot en prose e dei mille altri testi che ne descrivono la gloria, ricordiamo solo che è Lancillotto il cavaliere che salva Ginevra, caduta – per imprudenza del re – nelle mani di Meleagant il fellone.

Alla fine di tutta la vicenda, i due amanti vengono scoperti da Agravain, il fratello scarso e poco acuto di Galvano, e da questo si ingenera la fine della tavola rotonda. A seguito della formalizzazione dell’accusa alla regina – episodio al quale Galvano, pur di non prender parte a un’azione tanto orrenda, non partecipa – Lancillotto e il suo clan irrompono per liberare la regina, e in questa azione l’amante di Ginevra, non riconoscendolo, uccide alle spalle un disarmato Gueheriet, fratello di Galvano oltre che uno dei cavalieri più forti ed amati della tavola rotonda. Questa azione scatena l’ira di Galvano, e da qui partirà la guerra tra i due più forti cavalieri del mondo, guerra che condurrà alla fine dell’era arturiana.

Ora, riprendiamo un attimo quei due punti segnalati prima. Galvano e Lancillotto, i due cavalieri più forti, più nobili e più famosi della corte di Artù, non sono assolutamente due personaggi equivalenti o interscambiabili.
Galvano è un personaggio solare, la sua forza cresce all’approssimarsi di mezzogiorno, orario al quale diventa invincibile, non nega mai il suo nome e non si presenta mai sotto false insegne.
E come eroe solare è legato al re (è il primo cavaliere fatto da Artù, ed è anche primo cavaliere e difensore del regno. È il cavaliere del re.
Al contrario Lancillotto è un personaggio lunare, cede alla follia, si presenta spesso mascherando le insegne o nascondendo il nome, sia volontariamente che in episodi come quello della Carretta. E soprattutto è il cavaliere della regina, è da lei fatto cavaliere, da lei riceve la spada, in suo nome compie le proprie imprese e sempre in sua difesa si erge quando ella abbisogna di un campione per un giudizio di Dio.
Anche l’adesione alla tavola rotonda di Lancillotto è richiesta dalla regina.

Il verdetto. Lancillotto è scagionato dall’accusa di tradimento nei confronti di Artù per il cavilloso fatto che in realtà alla regina, e non al re, deve tutto, e della regina è cavaliere. I suoi feudi gli derivano per eredità paterna da Ban di Benoic che non era vassallo di Artù. Sarebbe colpevole di tradimento verso l’amico (Artù, ma anche Galvano), ma qui si va nel fumoso. L’amicizia con il re non è mai chiarissima, è più che altro una certa stima, e pare un po’ poco. E con Galvano c’è amicizia, ma non è Galvano che tradisce, in fondo, e cerca anche di evitare lo scontro finale.
È però colpevole per quanto riguarda l’accusa di lussuria: la passione lo travolge al punto di mettere a repentaglio tutto il regno di Logres. Diciamo che il piazzamento (anche se non direttamente, ma solo per nomina) di Dante è corretto, quindi. Potremmo anche accusarlo di falsa testimonianza, quando difende l’onore della regina in un giudizio di Dio.

Ginevra, viceversa, non è solo colpevole di lussuria, ma anche di tradimento. Lei non ha la scusante di Isotta, non ha bevuto alcun filtro. Decide deliberatamente del suo destino, e la sua scelta condurrà alla tragedia non tanto / non solo lei e Lancillotto (tra i pochi a sopravvivere alla fine di tutto, seppur ritirati in conventi), ma tutto il mondo arturiano

Ma quindi, Lancillotto la sfanga? Si becca solo le accuse minori, mentre Ginevra viene fregata? Eh sì, è furbo il ragazzo. Si è messo a posto la coscienza e con la legge attraverso i magheggi e i trucchetti sul fatto di essere cavaliere della regina, ma ha inguaiato la sua dama. Non sarà traditore, ma resta comunque un pezzo di merda, moralmente…

Il corpus della letteratura arturiana, riguardo i temi trattati, è veramente vasto.

Qui si è parlato delle tre opere su Tristano di Thomas, Beroul e Goffredo di Strasburgo.
La versione di Béroul (giullare normanno del XII secolo) – della quale ci sono rimaste poche migliaia di versi – è considerata la versione più aderente alla leggenda primitiva ed è matrice di molte traduzioni e versioni successive, tra cui il “Tristrant” tedesco di Eilhart d’Oberg e il “Tristano in prosa” (che comprende anche molte altre vicende oltre a quelle di Béroul. In italiano il Tristano di Béroul è pubblicato da Jaca Book.
La versione anglo-normanna di Thomas (anglo-normanno vissuto alla corte di Enrico II ed Eleonora d’Aquitania), altrettanto mutila di quella di Béroul (ne abbiamo sostanzialmente solo la conclusione), è considerata la versione “cortese”, quella che introduce più elementi rispetto al sostrato celtico. In Italia è pubblicato da Garzanti.
La sua versione della vicenda ci è nota anche grazie a Goffredo di Strasburgo, che nel primo decennio del Duecento ne compila una traduzione in tedesco. Anche il suo romanzo (edito in Italia negli Oscar Mondandori) ci è giunto mutilo, ma la benevolenza della sorte fa sì che la parte perduta sia in questo caso proprio il finale che manca in Thomas, per cui con i due testi riusciamo a coprire l’intera storia (peraltro ripresa anche in traduzione norvegese da Frate Roberto, 1226).

Si è poi parlaro si Lancillotto, e di Chrétien che gli ha dedicato il suo “Lancillotto o il cavaliere della carretta”, probabilmente il primo, il più famoso e il più bello dei romanzi che riportano l’intera vicenda degli amori di Lancillotto e Ginevra.
Altro opera fondamentale è l’anonimo “Lancillotto in prosa”, o “Ciclo vulgato”. Corpus estremamente complesso e intrecciato, con le vicende che scorrono parallele intrecciandosi le une alle altre come in un romanzo moderno – ma con un certo disamore verso una cronologicità coerente – il Ciclo vulgato è pienamente godibile per il pubblico moderno anche attraverso la rielaborazione moderna di Jacques Boulenger, versione che mi piace molto.

Un lavoro che prende tutte le storie e le mette insieme, Tristano incluso, è la “Storia di re Artù e dei suoi cavalieri” di Thomas Malory. Ma è opera più recente (XV secolo) e molto interpolata, e anche se bellissimo (e avente il merito di approfondire in maniera originale le vicende di Gareth (Gueheriet), fratello di Galvano, lo amo meno di altre opere. In Italia lo troviamo edito negli Oscar Mondadori.

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