Il canneto di Eridu

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#49. Lealtà.

Le due conquiste più alte della mente umana sono i concetti gemelli di “lealtà” e di “dovere”. Quando questi concetti gemelli vengono disprezzati… squagliati in fretta! Magari riuscirai a salvarti, ma è troppo tardi per salvare quella società. È spacciata.
[Robert Anson Heinlein, “Lazarus Long l’Immortale”]

Mi dà sempre un sottile piacere iniziare un post con una citazione di Heinlein. Lo sento quasi come un modo per sdebitarmi con lui per Straniero in terra straniera, o per La luna è una severa maestra. Anzi, non per sdebitarmi, perché le ore di appassionato divertimento e di riflessione che mi ha regalato non potrò mai rendergliele, ma per rendergli l’onore che merita e che spesso non gli è concesso. Tra gli scrittori importanti del secolo tutti si guardano bene dal citarlo, e anche tra gli scrittori di fantascienza è ben lontano, nella fama e nel rispetto, da Asimov o Bradbury. Eppure, nonostante tutto, è stato Heinlein, nel bene e nel male, quello che mi ha dato più da pensare, e questo è un grande risultato: significa che il libro è in grado di andare molto al di là di quel che c’è scritto. Grokkate?

Grokkare è un termine fondamentale di Straniero in terra straniera, forse il più famoso, se non il più bello (sempre che “bello” sia una qualifica ordinabile) dei romanzi di Heinlein. Grokkare significa sostanzialmente “bere”, nella lingua degli enigmatici esseri di Marte. Ma anche, in senso traslato, “essere con qualcuno”, “comprendere” (prendere con sé, assimilare), capire, assorbire. Grokkare è un verbo che indica la piena assimilazione di qualcosa, che dopo fa parte di te integralmente. Potremmo applicare il termine “grokkare” alle cose che apprendiamo nell’infanzia, quell’insieme di valori che vanno a costruire il nostro io al punto che da semplici concetti esterni appresi vanno ad identificarci, a descriverci: quella è la piena assimilazione. Una persona è leale, ad esempio, di indole, di comportamento, in base a elementi appresi nell’infanzia, e che finiscono per definirlo, appunto, “leale”. Uno può tenere dei comportamenti leali anche simulati, o per motivazioni contingentali (tornaconto, denaro, opportunità provvisorie o durature), ma non “è” leale. Non ha grokkato la lealtà.

La lealtà è una qualità poco apprezzata. Se ci pensate, al pensiero della lealtà finirete per collegare, nella cinematografia o nella letteratura contemporanea, figure di secondo piano, spesso non troppo intelligenti, “ma” leali (come Samvise Gamgee nel Signore degli anelli), oppure subalterni dotati di una lealtà spesso mal riposta in personaggi tanto superiori quanto poco degni di tale lealtà, al punto da diventare spesso una virtù negativa, un sinonimo di fanatismo, oppure di cieca devozione.

In realtà la lealtà, piuttosto che nei confronti di una persona, è un atteggiamento generale nei confronti della vita. Un individuo leale non è quello che protegge il suo capo anche a costo di comportarsi in maniera sleale nei confronti degli altri. Quella sarebbe una lealtà contingentata, a una persona, a una situazione, a un’azione. Il “leale”, colui che ha grokkato la lealtà, va cercato in ben altro genere di personaggi.

In particolare vorrei citare due personaggi che camminano sul filo sottile che separa storia, letteratura e leggenda. Galvano e Attilio Regolo. Non mi occuperò delle relative figure storiche o paleo-leggendarie, ma dei personaggi descritti in particolare in due opere.

In Syr Gawayn and the Grene Knight, Galvano, cavaliere che chi mi segue da un po’ avrà imparato a conoscere, è protagonista di un’avventura in cui viene messa a prova la sua lealtà. Attenzione, non la sua “lealtà al re”, ma la lealtà in generale, come atteggiamento nella vita.
Durante la festa di capodanno irrompe alla corte di Artù un gigantesco cavaliere, completamente verde, sia negli abiti che nella pelle e nella chioma. Costui sfida la corte, chiedendo se c’è un cavaliere che ha il coraggio di accettare la sua sfida: il cavaliere verde si farà tagliare la testa dal cavaliere di Artù se questi accetterà, dopo un anno, di farsi tagliare la testa dal cavaliere verde. Per far sì che non venga gettato biasimo sulla corte di Artù, è Galvano che accetta di sottoporsi alla sfida, e taglia la testa al cavaliere, che poi tra lo stupore generale la raccoglie e se ne va.
Dopo un anno Galvano parte alla ricerca della dimora del cavaliere verde per prestar fede alla parola data. Dopo una serie di avventure, raggiunge un castello dove il signore locale, Bertilak, lo ospita, invitandolo ad un gioco: per tre giorni Bertilak andrà a caccia nella foresta e Galvano resterà nel castello, e alla fine della giornata si scambieranno i premi ottenuti.
Nei tre giorni, la moglie di Bertilak mette alla prova la lealtà di Galvano, insidiandolo. Galvano accetta solo dei baci casti (per non tradire la cortesia), sulla guancia, che rende come “premio della giornata” a Bertilak. Alla fine del terzo giorno, però, la dama del castello offre a Galvano una cintura verde che lo salverà dalla decapitazione, a patto che questi non lo riveli a nessuno. Quando si trova a scambiare i premi con Bertilak, Galvano, costretto a scegliere se dare la cintura e tradire la fiducia della dama, o non darla e tradire la fiducia di Bertilak, decide di non dare e dire nulla.
Così, il giorno dopo, quando si presenta il cavaliere verde per tagliargli la testa, Galvano subisce tre tentativi di spiccargli il capo, corrispondenti ai tre giorni: per i primi due l’ascia non arriva a colpirlo, per il terzo lo colpisce facendogli solo un graffio, perché si è comportato slealmente nei confronti dell’uno ma non dell’altro.
Galvano, però, è colpito nell’animo: essendo leale dentro, si sente in colpa per il tradimento di lealtà portato a termine, e porterà sempre indosso quella cintura, per serbare memoria dell’evento. La vicenda si conclude con il chiarimento dell’avventura soprannaturale, con la spiegazione della magia di Morgana dietro la vicenda.

Marco Atilio Regolo, invece, era un console romano del III secolo a.C., nonché comandante in capo dell’esercito romano nella prima guerra punica, che oppose Roma a Cartagine.
La sua leggenda venne ripresa da E narrata da Tito Livio, nel momento in cui a Roma si sentiva un bisogno di un ritorno alle virtù tradizionali romane, quei boni mores dei tempi della repubblica, quelli della cultura romana, non ancora “imbasardita” con quella delle genti conquistate. Quella dei romani contadini e costruttori, gente semplice ma coraggiosa e leale. Gente del sud, direbbero negli Stati Uniti, con la musica dei Lynyrd Skynyrd.
Comunque questo Attilio Regolo, come è più noto, dopo una fase iniziale di successo della sua campagna, fu pesantemente sconfitto a Tunisi dallo stratego spartano Santippo, al soldo dei cartaginesi, e tratto in prigionia. Durante gli anni di prigionia, Attilio Regolo ebbe modo di conoscere meglio la realtà cartaginese, e le difficoltà economiche e strutturali in cui versava.
Secondo la leggenda i cartaginesi mandarono Attilio Regolo a Roma per convincere i suoi compatrioti a firmare la pace con Cartagine, con la promessa che se non fosse riuscito nell’impresa sarebbe dovuto tornare a Cartagine per essere messo a morte. Il console tornò a Roma, quindi, ma, invece di perorare la causa della pace, comunicò le difficili condizioni in cui versava lo stato cartaginese ed esortò i romani a resistere e continuare nella pugna, ché la vittoria avrebbe arriso di lì a poco. Finita la sua ambasciata, fedele alla parola data, oltre che alla patria, tornò a Cartagine per essere messo a morte. Qui venne privato delle palpebre per subire l’abbacinamento, e poi gettato giù da una collina in una botte piena di chiodi. Che si sa, una volta avevano una certa fantasia sul come far finire la vita, un plotone d’esecuzione era una roba da ridere.

Vorrei a questo punto evidenziare la più grossa differenza tra le due leggende, che sta tutta nel finale. Il lieto fine per Galvano, la morte per Attilio Regolo.
Il primo, poema medievale, risente tra le varie cose della morale cristiana: le buone azioni saranno premiate, devi essere fedele ai comandamenti per meritarti il paradiso. Questo schema, figlio di una buona idea di marketing (ok, devi comportarti in un certo modo, ma in cambio vinci qualcosa), ma di fatto crea una insanabile frattura sociale: se non credi nel premio (divino) ecco che te ne puoi sbattere della prescrizione. Niente ti obbliga ad essere leale, a quel punto. Non solo, ma questa idea che il bene viene comunque premiato, dal punto di vista sociale legittima le differenze sociali: se qualcuno è più ricco o più nobile di te e Dio lo permette, ci sarà un motivo.
Nel secondo, invece, prevale l’idea pagana, antica: in te risiede tutto quello che devi cercare, e l’onore, il prestigio sono tali indipendentemente dall’esito. La lealtà, comportamento acontingentato ben esemplificato dalla leggenda, dacché Attilio Regolo è leale sia verso i romani che verso i cartaginesi, senza scegliere come fa invece Galvano con la cintura, va perseguito fino all’estrema conseguenza, e non per evitare la stessa.

In questo l’antico pensiero romano era, in fondo, analizzato dal punto di vista di Lazarus Long l’Immortale (di Heinlein, citato all’inizio), straordinariamente superiore. E più lontana dal crollo la sua società, rispetto a quella cristiana medievale, per cui la lealtà è subordinata.

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«Estratto da un rapporto sullo stato delle province orientali»

Come dovevano sembrare i culti dell’oriente agli occhi di un pragmatico, ma impressionabile, legato romano? E che dire di un oscuro rituale romano, l’evocatio, con il quale il generale assediante evocava (e-vocava, chiamava fuori) dalla città assediata i suoi dei, spingendoli a passare dalla parte di Roma, dove sarebbero stati evocati? Sarà stato utilizzato anche nella conquista della Giudea? Curioso che poi il dio adorato dagli ebrei abbia avuto come massimo centro mondiale del suo culto proprio Roma…

E per concludere le segnalo uno strano episodio. Non si tratta di un fatto tanto grave da richiedere un suo intervento immediato, tuttavia preferisco che ne sia a conoscenza, anche se questo significa, da parte mia, allungare ulteriormente questo già vasto rapporto. La vicenda è oscura: si tratta di maledizioni, rituali, divinità asiatiche. Lo so, sono sciocchezze di cui l’uomo probo non si dovrebbe occupare, che bene starebbero nel retrobottega di qualche ciarlatano, normalmente. Normalmente: ma questa remota provincia è estrema in tutto, e tutto concorre a intorbidire le acque, ad allentare la ragione. Qui le condizioni non sono mai normali. Se non fossi qui, avvolto da quest’aria affascinante, così calda da sembrare il respiro del mondo, probabilmente collocherei l’episodio in questione nella categoria delle quotidiane brutture dell’uomo. Ma io sono qui, e ci vuole la freddezza di chi è lontano per separare la verità dalla suggestione, per cancellare le finte maledizioni e smascherare i tradimenti che nascondono, per dissipare i misteri e far luce su vaneggiamenti e superstizione.

So che lei, come me, ha sempre amato lo studio dei popoli delle province di confine e, probabilmente, le avranno già detto delle religioni di questa parte del mondo. Le trovo strane, per certi versi oscure. Ricorda quando parlammo dei culti di Galli e Germani, e di come i loro dei fossero facilmente sovrapponibili ai nostri? Qui non è così. Baal, Melqart e Astarte, adorati nella regione più a nord, sono divinità diverse, difficili da definire, più simili ai crudeli idoli dei barbari cartaginesi. Nella zona più a sud, l’odierna provincia di Giudea, la situazione è ancora più anomala: adorano un dio di nome Jahvè e non lo considerano semplicemente il più potente, ma addirittura l’unico esistente. I giudei, inoltre, concepiscono la religione in maniera quantomeno restrittiva: consideri che qui parlare in modo improprio di materie religiose è considerato un reato. E qui arriviamo alla nostra vicenda: proprio per questo reato, infatti, una cinquantina di giorni fa è stato giustiziato un predicatore definito dai suoi adepti “figlio di Jahvè”. La portata della cosa, per i locali, è molto più seria di quanto possa sembrare a un romano.

Il primo evento inquietante legato a questa vicenda riguarda il delatore che ha permesso l’arresto, un uomo che risulta registrato come Giuda. Si tratta di uno dei seguaci più stretti del predicatore. Alcuni giorni dopo l’esecuzione è stato trovato impiccato. Secondo alcuni si tratta di suicidio, per altri di una vendetta dei vecchi compagni. La tesi del suicidio ci offre una risposta semplice, ma poco probabile. Credo di più che qualcuno abbia deciso di farlo tacere per sempre. Forse i compagni, o forse qualcuno che si è servito di lui per poter arrestare “questo figlio di Jahvè”.
O forse entrambe le cose.

Se la condanna del predicatore ha comunque una giustificazione riconducibile, agli occhi dei locali, alla divinità, è evidente che l’omicidio dell’informatore ha uno scopo ben meno celeste: qualcosa andava nascosto, e ad ogni costo. Ma cosa? Forse qualcosa che stava per venire a galla a proposito di culti molto meno innocenti di quanto potessero sembrare. Forse alcuni adepti avevano deciso di far fuori il predicatore, affidando a Giuda l’incarico di consegnarlo. Giuda, portato a termine il compito, si è trovato nella condizione di poterli ricattare. Una sola la soluzione possibile: ucciderlo.

O c’è davvero una divinità dietro tutto questo? A Roma nessuno crederebbe mai alla storia di Jahvè che si è vendicato del responsabile della morte di suo figlio, ma qui qualcuno comincia ad esserne convinto. Anche tra i romani. Alcuni di noi, infatti, sono rimasti molto colpiti dalla vicenda. Longino, il centurione incaricato di verificare la morte dei condannati, ha trafitto il costato del predicatore e subito dopo, e io l’ho bene inteso, ha esclamato sconvolto che in quell’uomo crocifisso riconosceva il figlio di Javhè. Quindi ha raccolto un pugno di terra inzuppata dal sangue che colava dalla lancia. Il sangue… il sangue è di certo uno degli elementi cruciali della vicenda, e mi permette di aggiungere altri particolari raccapriccianti. Un giudeo ha raccolto in un vaso il sangue che colava dal corpo del predicatore in croce. Ancora: io stesso ho udito alcuni seguaci affermare di essersi nutriti del corpo e del sangue del loro signore. E il cadavere di quell’uomo è stato trafugato dal sepolcro alcuni giorni dopo la morte. Chi è stato? Perché? Dobbiamo davvero credere che vengano praticati riti cannibalici? I trafugatori non hanno lasciato traccia. Gli adepti sostengono che il predicatore sia tornato dal mondo dei morti.

Ma la domanda più importante, per noi, è di certo questa: quanto è esteso questo strano culto che già fa proseliti tra i romani, come evidenzia il caso di Longino? Per ora mi accomiato senza risposte, ma con un’ulteriore riflessione. Che ci siano un dio o solo degli uomini dietro questo caso, e lo appurerò molto presto, si tengano pronte le legioni. E giunti alle porte di Gerusalemme credo sia prudente, almeno per dare coraggio alle truppe, compiere l’antico rituale con cui già l’Africano chiamò gli dei fuori da Cartagine, portandoli dalla parte di Roma.

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