Il canneto di Eridu

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Almanacco, LX

Sessantesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
28 gennaio 2013

Se le mie informazioni sono esatte, oggi è un anniversario particolare. Infatti 55 anni fa, nel 1958, vedono la luce dei piccoli oggetti di plastica che hanno fatto storia, per lo meno la nostra storia, di noi nati negli anni Settanta.

Sto parlando dei mattoncini Lego. Che, tanto per dire, solo sabato sera facevano parte dei regali ricevuti da uno del mio giro, un frequentatore del Canneto.

Ora, se dovessi mettermi a scrivere di Lego probabilmente mi commuoverei e finirebbe in lacrime e melanconia.
E lo faccio.
Vi parlo per esempio di quando a 6 anni i miei mi portarono in un negozio di giocattoli a vedere il castello di Lego, il primo, quello giallo, nel periodo in cui ero intrippato fuori misura con i cartoni animati di «La spada di King Arthur», con tanto di 45 giri in vinile in heavy rotation nel mio mangiadischi. Potrei parlare del fatto che non volevo la stazione di polizia, ma il castello, e mi dicevano che Santa Lucia forse mi avrebbe portato la stazione di polizia, perché il castello… mah… era finito… e invece trovarmelo davanti fu una grande emozione.
Potrei raccontarvi di quanto mi piaceva la serie di Legoland Castello, con la locanda, o il carro-prigione regalatomi da mia nonna, o il technik che mi regalò l’altra nonna. E il castello piccolo grigio con il portone rosso, pezzo macante nella mia collezione.
E il Legoland Spazio dell’amico Juan, che aveva delle piattaforme lunari fatte col gesso, molto belle. E le piattaforme della città che invece facevano parte si una delle mie prime santalucie, a 3-4 anni.

Ma una bella domandona ora la pongo a voi, vecchi miei. Tra tutti quelli che avete avuto, qual è l’oggetto in Lego che più avete desiderato e per il quale avete più gioito? E quale invece quello che avete desiderato e mai ottenuto?

Sì, contano anche oggetti comprati da adulto, o che vorreste ancora comprare…

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#34. Trittico.

Trentatrè trentini entrarono a Trento
tutti e trentatrè trotterellando [ad libitum].
[Scioglilingua popolare]

Se vi mancano i soldi per fare 40 giorni nella Polinesia francese. Se trovate deprimente passare mezze giornate a vedere gli yacht di gente per cui la crisi è solo nelle fiabe per mettere paura ai bambini, come l’orco o il lupo. Se mettervi in coda verso gli ombrelloni diomionnò proprionnò. Se Firenze, Venezia, Napoli, sticazzi, sticazzi e ancora sticazzi, sempre le stesse mete, sempre gli stessi monumenti. Se le grandi capitali europee questa volta no, che dare altri soldi a tedeschi, francesi e inglesi non pare il caso.

Ecco, se tutto questo, e magari qualcosa d’altro, epperò non c’avete voglia di fare proprio tutta tutta l’estate in piscina, allora vi vien buono questo post che vi consiglia tre mete per il fine settimana.

Tre città, nel triveneto, col nome che inizia per “tr”, tanto per insistere con questa trepidante consonanza. Tre città troppo belle per non essere viste, pur senza la tracotanza artistica di Roma o il truzzismo di Milano.

Sapete bene che questa non è la moltoamata wikipedia, e nemmeno una fottuta guida touring. Quindi non sciorinatemi la stratafava imperiale per voglia di rigorosissime informazioni psicostoriche. Vi rutterei in faccia. Accettate queste righe come impressioni e consigli dal canneto di Eridu direttamente a casa vostra.

Trento
Amo molto il capoluogo trentino. Ci sono già stato svariate volte. È una città bella, tranquilla, pulita e ordinata (che visitare una cittadina con nelle mari l’odore di ungulati decomposti non è mai piacevole). E ci sono alcune perle da vedere assolutamente.
Ad esempio non potete permettervi di non aver mai visto in vita il Castello del Buonconsiglio. Chi come me fin da piccolo ha giocato coi castelli di Lego imitando le vicende di Reartùdicamelot, con “l’Ancillotto” furbopiùdiungatto, beh, di fronte a castelli meravigliosi come questo non può che sbalordirsi a mascella divaricata e innamorarsi a prima vista. E tra l’altro tra le sue mura il Buonconsiglio spesso ospita mostre davvero interessanti. E non parlo di quelle minchiate che talvolta capita di vedere, quelle cose del tipo “l’arte catalana da Picasso a dalì” (che poi magari ti trovi un Picasso bruttino, un Dalí di attribuzione incerta, e ottocento crostacce da rigattiere imbrattate da ignoti rovinalenzuoli). Parlo invece di vedere l’oro dei sarmati, o mostre archeostoriche sui principi guerrieri dell’età del ferro, quella roba che a chi frequenta il canneto in genere ci attizza assai.
A Trento poi, mentre passeggiate sul lungo Adige con un occhio a montagne che forse solo i monaci tibetani potrebbero guardare con sufficienza, potete arrivare fino alla locale sede del MART, dove c’è una Venere al bagno con colombe da mettersi a urlare.
Poi andate in piazza, e il complesso del duomo e del palazzo vescovile – con quello stile da medioevo germanico che in Italia potete vedere solo da qui in su – vi lascerà senza dubbio soddisfatti. E non dimenticate una foto in posa col Nettuno della fontana.
E potrete concludere la vostra visita con Tridentum, uno degli scavi romani meglio gestiti e più facilmente visitabili e godibili che abbia visto finora, tutto nel fresco dei sotterranei della città, per dire che se trovi dei resti romani mentre fai un parcheggio, invece di inveire contro la sorte dovresti lodare Giove, Marte e Quirino, perché a far le cose a modino non sono un inghippo, ma la più splendida delle opportunità.
Che Trento, oltre ad essere città bella e tranquilla, vi possa anche offrire una cucina da gran ludibrio, è ovviamente cosa della quale non c’è alcun bisogno di far menzione. Vi dico solo così, in ordine sparso: carne salada, finferli, mirtilli, castagne, capriolo, canederli.

Treviso
L’acqua in città dà sempre un tocco in più. E di acqua i trevigiani ne habbo parecchia, con quegli splendidi canali che attraversano la loro piccola, incantevole città.
E i canali signficano ponti, viuzze, passeggi, e creano scampoli di grandissimo ingegno architettonico, creano suggestioni di balconi, sottopassi, archi e volte e mulini e portici. Una città per amanti della fotografia, per gente che una scalinata in sasso e un vaso di gerani sono una piccola gioconda.
E in più Treviso si è costruita una solida reputazione per le esposizioni temporanee, con le grandi mostre organizzate alla Casa dei Carraresi, con le ultime 4 (una ogni due anni) dedicate alla storia della cina (vi dico solo che ho visto alcune statue dell’esercito di terracotta e una riproduzione della Città Proibita). La prossima mostra sarà sul Tibet, e strafanculo, potete giurarci che io timbrerò il cartellino.
E poi Treviso è città ricca di curiosità, e al di là dei luoghi comuni legati alle scelte politiche deve essere una città che nutre sincero interesse nelle altre culture, se consideriamo queste grandi mostre, ma anche il fatto che potete trovare piccoli negozi di cose lontane, come uno che è il paradiso degli amanti del Giappone.
Una curiosità: l’area che si estende dall’est trevigiano al Friuli occidentale sta diventando una specie di piccola Provenza, grazie ad una intelligente riqualificazione agricola e artigianale del territorio attraverso la coltivazione e lavorazione in loco della lavanda.

Trieste
Per ultima, in questo viaggio verso oriente, viene Trieste.
È una città molto diversa dalle precedenti. È una grande città, con grandi palazzi, grandi viali. Città di mare, con una piazza che toglie il fiato, grande com’è ed affacciata da un lato sul mare. Roba da Atlantide, con tanto di alte colonne che delimitano il proscenio marino.
Trieste è una città splendida, le cui ferite sono troppo recenti per essere completamente sanate, e la cui posizione a cuneo in territorio slavo fa sì che forse sanate del tutto non lo saranno mai, almeno fino a quando il concetto di confine non apparterrà definitivamente a un passato oscuro e barbaro.
Trieste non dà l’impressionedi Treviso, della piccola città ben tenuta, del gioiellino. Né della città di montagna turistica e dalla vocazione europea.
Trieste è una capitale, a tutti gli effetti, e lo è in un modo mitteleuropeo, viennese, che fa pensare che tra le capitali d’Europa, le varie Strasburgo e Bruxelles, le città di confine tra mondo germanico e mondo franco, ci starebbe benissimo, col suo essere punto d’incontro di mondo italiano, slavo, austriaco e di là magiaro.
E tutti queste cose si respirano nell’aria di Trieste e dei suoi dintorni, nel castello di Miramare dei Thurn und Taxis, nell’orrore di Basovizza o della risiera di San Sabba, nel cuneo oltre il cuneo formato dalla cittadina di Muggia, nel delizioso tram che da Trieste sale sul carso di Opicina.
Si respira salendo a Opicina e guardado verso est: si vedono tre promontori vicini, ed appartengono a tre stati diversi.
Ma non si creda che Trieste sia solo una città austera e cupa, a mezza via tra i rimpianti per la provincia perduta e la severità dei suoi palazzi.
Nei giorni in cui l’ho visitata ho visto un allegrissimo e variopinto mercato europeo lungo il canal grande, e un matrimonio in kimono in un pub.

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