Il canneto di Eridu

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Almanacco, XXVII

Ventisettesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
15 novembre 2012

Oggi potete smettere di chiamarmi Ismaele. Oggi infatti celebriamo tutt’altro genere di evento. Anche se pur sempre figlio dell’ingegno umano, l’evento di oggi è fallimentare, è un evento da un certo punto di vista crepuscolare. Sto parlando del 15 di novembre del 1988, e mi riferisco all’unico volo del Buran.

Il Buran era la navetta spaziale riutilizzabile sovietica, per il cui progetto l’URSS impiegò una quantità di risorse tali – nello sforzo di raggiungere e superare gli Stati Uniti – che non è esagerato pensare che contribuì al crollo del sistema sovietico. Si trattava di un programma ambizioso: il Buran era un “super-shuttle”, rispetto a quelli statunitensi era più grande, in grado di trasportare più merci, molto più pratico in fase di lancio, era sostanzialmente immune al tipo di incidenti che distrusse il Challenger e il Columbia, e il vettore per portare l’orbiter fuori dall’atmosfera era completamente riutilizzabile. Inoltre era progettato per compiere voli ed operazioni anche senza equipaggio (ed infatti proprio senza equipaggio fu il suo unico volo).
E così, quel 15 di novembre, partito dal cosmodromo di Baikonur il Buran fece il suo unico giretto nello spazio, prima di finire in un hangar che sarebbe diventato nel 2002, crollando, la sua tomba. Un modello completamente assemblato è visibile al Museo dello Spazio di Francoforte.

Buran, per inciso, è un termine che indica un vento freddo e carico di neve che soffia nella steppa sarmatica, portando neve e maltempo. Forse non un nome proprio benaugurale. Le navette statunitensi (e non solo gli shuttle) hanno invece nomi molto da ultima frontiera, da epoca pionieristica dello spazio: Challenger (sfidante), Voyager (viaggiatore), Pioneer (pioniere), Endeavour (sforzo), Mariner (marinaio), Enterprise (impresa), Discovery (scoperta).

Ma voi come chiamereste una navetta spaziale italiana? E una europea? Senza dire merdate, possibilmente…

Almanacco, II

Alla luce della nuova “rubrica” ho provveduto a correggere l’indice, quello che vedete là in alto. Spero di aver reso ancora più comoda la visita al blog.

Seconda pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
12 ottobre 2012

Il 12 ottobre del 1960 Nikita Kruschev, premier dell’Unione Sovietica e segretario del PCUS, all’Assemblea delle Nazioni Unite, durante l’intervento del delegato delle Filippine riguardo la situazione dell’Europa orientale, protestando veementemente sbattè con forza la scarpa sul tavolo, in uno dei gesti immortalati dalle telecamere più famosi della storia.

Ricordo che più di vent’anni dopo, quando vidi per la prima volta la scena in televisione, ne rimasi impressionato. E la scena della scarpa rimase da allora nella mia memoria come icona della paura della guerra fredda. Quello che chiedo a voi è questo: qual è la sequenza filmata “storica” che più vi è rimasta impressa? Il crollo del WTC? Il ragazzo che ferma il carrarmato in piazza Tienanmen? Ditemi, ditemi.

#4. Nave.

He’s in the best selling show
Is there life on Mars?
[David Bowie, “Life on Mars”]

Da piccolo adoravo le navi spaziali.
Intanto ascoltavo il disco della sigla del cartone animato Blue Noah in heavy rotation, e questo poteva già essere un indizio. E sulla valigetta coi dischi avevo incollato gli adesivi di Capitan Harlock. E poi adoravo anche Star Blazers, Starzinger, e mi piaceva molto anche Legoland Spazio.
Ricordo anche che avevo fatto tutta una serie di disegni di navi spaziali, che dovevano essere ciascuna l’ammiraglia della flotta di un pianeta del sistema solare. E siccome all’epoca il mio pianeta preferito era Nettuno, la “Arizona V2”, come avevo battezzato la nave più fica che mi era venuta, era la nave di Nettuno. Non ho idea di che fino abbiano fatto quei disegni, ricordo solo che la “Arizona V2” era una tamarrata colossale, con un cannone frontale stile Argo ma in foggia di testa di tigre, naturalmente tutta tigrata. Era l’equivalente spaziale di una 106 rally leopardata, ribassata, coi cerchi dorati e l’alettone.

Poi sono cresciuto, e ho cominciato a interessarmi dello spazio vero, di astronomia, e di esplorazione spaziale. E di Shuttle.

Come dice Paolini nello splendido spettacolo sulla tragedia del Vajont, esiste un’età in cui tutti i maschi guardano con gli occhi sgranati e ammirati una diga, una portaerei, una centrale nucleare, un qualsiasi prodotto della tecnologia, purché bello grosso. E per me l’età era quella, i dieci anni non ancora compiuti, gli anni in cui leggevo sulle riviste scientifiche di mio papà di shuttle e di acceleratori di particelle. Era l’età in cui avevo la più cieca fiducia nell’uomo e nel fatto che bene o male avrebbe prima o poi passato tutte le frontiere pensabili. E naturalmente restai scioccato il 28 gennaio del 1986, quando il Challenger si trasformò in una palla di fuoco in volo durante il lancio della sua decima missione (un altro duro colpo fu il 26 aprile dello stesso anno, quando i reattori nucleari di Černobyl’ sembravano preannunciare un possibile inverno nucleare, ma è un’altra storia e raccontarla oggi, che è l’anniversario, sarebbe davvero banale).

Sono passati 26 anni e qualche mese e quell’immagine, quei pennacchi di fumo, mi sono rimasti così impressi che ricordo ancora bene quel giorno, quel telegiornale a casa di mia nonna. Ricordo ancora che mi chiesi che cosa poteva significare essere disintegrati, come quegli astronauti (allora non sapevo ancora, l’ho scoperto da poco in verità, che la cabina degli astronauti resse alla rottura del serbatoio esterno e si schiantò, con tre astronauti forse ancora vivi, ma probabilmente incoscienti, a 330 km/h contro il muro d’acqua dell’oceano).

Ciònonostante, dopo un attimo di scoramento, non persi fiducia nella tecnologia e nelle capacità dell’uomo, anche se cominciai a pensare che forse qualche intoppo alla colonizzazione dello spazio prima poi avremmo potuto incontrarlo. Ripresi fiducia con lo splendido progetto della ISS, una stazione spaziale orbitale le cui immagini ancora oggi mi aprono il cuore (forse ho ancora 10 anni, da qualche parte dentro di me). E la ripersi nel 2003, con la tragedia del Columbia, distrutto dalla fallacia di una piastrella di ceramica. Ma confesso che gli ultimi 4 anni sono quelli che più mi hanno demoralizzato.

Soprattutto il 2011.

Soprattutto il 2011, con i cari vecchi space shuttle mandati in pensione, e con la soppressione del progetto destinato a sostituirli, per cui attualmente l’umanità si trova senza una sola navetta capace di raggiungere la sua stazione spaziale orbitante e fare ritorno, ed è costretta ad affidarsi alle provvidenziali, ma vetuste, navette russe Sojuz, che si rifà ancora, per quanto modificata, alla Sojuz 7K-0K del 1967…
Soprattutto il 2011, dicevo, con le continue finte allusioni di potenziali eligendi a cariche importanti circa future colonizzazioni (o almeno basi) lunari, o viaggi su asteroidi o su Marte, autentiche chimere che mi trafiggono il cuore, perché sì, davvero, invidio la generazione che ha visto Armstrong sparpagliare col tallone polvere di luna.

E non credo che togliere pacchi di soldi alla NASA o ai programmi spaziali sia il metodo migliore per organizzarci a piantare una tenda sul pianeta rosso. E che cancellare il Progetto Constellation (una nuova frontiera dell’esplorazione spaziale statunitense, che non vedrà la luce) sia stata una buona idea. E che la decisione del Senato di non seguire Obama nella cancellazione totale dello sviluppo delle nuove navette Orion sia sufficiente ad avere ancora fiducia. E che “tecnologia” sia un iPhone sulla terra e non un piede umano su Marte.

E non credo che costruire portaerei sia un così bel modo di spendere soldi. E che il pianeta migliorerà togliendo fondi ai sogni e alla scienza, per darli agli speculatori e alle banche.

Per approfondire sul disastro del Challenger, in inglese sul sito della NASA:
Il rapporto Kerwin sulla tragedia del Challenger

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