Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivio per il tag “civiltà”

Almanacco, XCIV

Novantaquattresima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
11 luglio 2013

L’undici di luglio è una data interessante, sono accaduti diversi eventi di una certa rilevanza nella storia dell’uomo. Ma in questo almanacco non ci occuperemo di alcun evento epocale. E non pensate di cavarvela con così poco, perché su questo argomento ci torneremo.

L’11 luglio del 1920, nella città azera di Baku, nacque un personaggio notevole, tal Zecharia Sitchin. Autore di vari best sellers, è soprattutto noto come uno dei più famosi divulgatori della cosiddetta “Teoria degli antichi astronauti”, insieme a Peter Kolosimo, Erich von Däniken e Giorgio Tsoukalos (il primo a dispetto del nome d’arte è un modenese, gli altri due svizzeri), un corpus assolutamente non organico di teorie che mettono gli alieni al centro dei più grandi eventi della storia umana, fino a spingersi a considerare gli umani come creati dagli alieni attraverso ibridazione di loro stessi con homo erectus, a ipotizzare che gli antichi dei fossero alieni che ingravidavano donne umane, a credere che molti riferimenti nei testi sacri delle antiche civiltà siano chiare prove della loro teoria, e parlano anche di guerre atomiche nell’età del bronzo, distributori di microonde per navi aliene nascosti nelle piramidi, macchine del tempo e astronauti raffigurati dai bassorilievi maya. Sitchin, in particolare, arrivò a dire che la terra si era formata per lo scontro di due corpi celesti, Nibiru e Tiamat, nella zona della fascia degli asteroidi, evento “descritto” dai testi sumerici e babilonesi.

In questo periodo sto investendo del tempo guardando “Enigmi alieni”, trasmissione che punta tutto su queste teorie, e devo dire che ogni volta che credo siano arrivati al punto più estremo possibile, mi dimostrano che mi sbaglio.
Ora, senza ridere, fate la prova. Cercate di inventare teorie ancora più estreme, più clamorose. Non abbiate paura di esagerare, siate folli, siate tamarri. Vediamo se ci riuscite.
Io non ce l’ho fatta, per quanto mi sia sforzato di sparare alto arrivo sempre largamente al di sotto del loro livello, e quando mi sembra di averli superati scopro che la mia idea è già una teoria, un po’ edulcorata.

Annunci

Bestiario, IX

Nona pagina del Bestiario del Canneto di Eridu
Il lupo

Se ci fosse qualcosa come un “senso dell’universo”, sono sicuro che dipenderebbe, tra poche altre cose, dallo sguardo del lupo. L’armonia delle forme e dei colori, l’inclinazione delle linee, l’inquietudine, la viva intelligenza, la curiosità, l’attenzione. Lo sguardo degli dei, mi verrebbe da dire. È tutto in quegli occhi, in quel muso, in quell’espressione.

Se l’uomo è in qualche modo centrale nell’universo, lo è di certo anche il suo alter ego, il lupo. Il rapporto tra le due creature è incredibilmente stretto: intanto sono creature che fanno branco, con una struttura sociale complessa e gerachizzata, e che condividono territori simili. Sono pressoché onnivori, sono cacciatori, hanno una suddivisione dei compiti all’interno della loro società.
Non poteva che essere un lupo il primo animale ad avvicinarsi all’uomo e a divenirne compagno di viaggio e di caccia (e non creatura allevata per cibarsene): la più antica traccia che ci è giunta di questa simbiosi è di dodicimila anni fa: in Israele abbiamo trovato una tomba di un uomo con il suo cane, ascrivibile alla cultura natufiana.

E così, mentre la controparte “buona” del lupo, quella più vicina all’uomo che percorreva la strada della civiltà, dell’agricoltura, dell’allevamento, delle città, rafforzava il suo legame con il nuovo branco, fino a essere riconosciuto come “il migliore amico dell’uomo”, veniva via via esiliata la controparte “cattiva”, quella non addomesticata e più coerente con la sua natura, quella più simile all’uomo selvaggio nella sua fase pre-civile. Il lupo come bestia selvatica suprema, come opposto alla civiltà e per questo suo più grande nemico, diveniva così il cattivo delle fiabe, per atterrire i bambini. Diventava al contempo esempio di ciò che l’uomo non doveva essere (ammonimento per i bambini: fuori dalla civiltà, fuori dalle regole da essa portate, c’è la ferocia, il caos, il male) e ciò che aveva perduto.

Nel mito sumerico è un uomo dei boschi, un uomo selvaggio, Enkidu, che viene mandato a uccidere Gilgamesh, l’uomo civilizzato, il re di Uruk talmente forte, fiero e arrogante da irritare gli dei. Ma Enkidu conosce la civiltà (tramite l’incontro con la prostituta sacra) e viene “addomesticato”, e come il lupo addomesticato diviene il migliore amico dell’uomo, anche Enkidu, una volta civilizzato, diviene l’inseparabile amico di Gilgamesh. Vista l’antichità del mito sumerico – a un’epoca nella quale la città non era cosa scontata, e la popolazione nomade che sopravviveva di razzia era ancora normalità – possiamo credere che questo motivo epico fosse chiaramente percepito dall’uditore, anche sotto la stratificazione di elementi culturali e filosofici (il rispetto per gli dei e il potere, e soprattutto il confronto dell’uomo con i propri limiti e la propria mortalità).

Il tema dell’uomo dei boschi, dell’uomo lupo, si mantenne forte nelle leggende europee. Due lupi (Skoll e Hati) alla fine dei giorni raggiungeranno e sbraneranno la luna e il sole nella mitologia nordica.
E arriviamo al medioevo, con il fiorire delle leggende sui licantropi (e gli altri mutaforme), portatori dell’elemento del doppio, dell’uomo-bestia. Del conflitto interiore tra la natura e il caos, e l’ordine e la civiltà. Dell’ordine sociale garantito dai freni inibitori che non sono propri dell’animale selvaggio. In pratica, nel mito del licantropo confluiscono tutti i pensieri dell’uomo su ciò che lo differenzia dall’animale.

#63. Sfumatura.

“Ho capito la sfumatura signore.
Propongo una nuova tattica: c1, fai vincere il wookiee.”
[C3PO/D3BO, Guerre Stellari, ep. IV]

C’è un concetto che fin da piccoli non ti insegnano, ed è quello della sfumatura. Forse è troppo complicato da imparare e te lo lasciano per quando sarai più grande. Anche se a volte ti viene da chiederti se non è più difficile convertire i tuoi colori piatti in sfumature, una volta che li hai già fatti tuoi.

Per esempio, partiamo dall’asilo: cominci a colorare coi pennarelli dentro le righe. Qui ci va il giallo, tutto quello che è dentro è giallo, lo stesso giallo, e fuori ci va il non-giallo. Altro pennarello, altro colore: qui ci va il rosso. E così via. Le sfumature verranno più avanti, sono difficili. E ti abitui a ragionare per compartimenti chiusi, precisi, definiti. Limitati. Stai dentro le righe. Stai dentro il foglio.

E poi vai a scuola, e ti confronti con le materie. Questa è l’ora di geografia, in questa ora si fa solo geografia, ci sono i cazzo di fiumi da imparare. Affluenti di destra e di sinistra (che poi scoprirai che rispetto al Po gli affluenti di sinistra sono a nord, nelle “regioni di destra”, e gli affluenti di destra sono a sud, e percorrono le “regioni di sinistra”, ma lo scoprirai molto dopo, quando avrai capito che persino i concetti di destra e sinistra, così facilmente quantizzabili, sono sfumati…).
Poi c’è l’ora di storia, e si fa solo storia. E l’ora di arte, e a onor del vero non si fa solo arte ma anche un po’ di casino. Ma è normale: in arte si vedono le cose belle, si prova a fare cose belle, e il casino è bello. È difficile scindere casino e arte. Ma mischiare arte e storia, portarle avanti in parallelo, mischiarle con la geografia, e ricordarsi che arte e geometria vanno a braccetto, e geometria e matematica pure, e l’arte è sorella della biologia, e soprattutto che la filosofia è madre di tutto… bah, cose troppo difficili, più avanti. Si dice agli studenti: «dovete fare i collegamenti, i bravi studenti fanno i collegamenti». Certo, i collegamenti con le altre materie. Ma mica ti spiegano come fare. E soprattutto diventa difficile fare collegamenti tra storia che studio in prima e relativa arte che mi insegnerai in quarta. E ancor di più se l’insegnante di storia e quella di arte si reputano scambievolmente due stronze e fanno apposta a ripeterti che l’altra ha detto una cazzata.
E stai dentro le ore. Il ragionamento a compartimenti stagni inizia a cristallizzarsi, le porte che li collegano cigolano sempre più, i tombini si sigillano.

Quando sfogli un libro di storia, già dai titoli ti fai l’idea che l’uomo sia un organismo quantico, e la sua storia lo sia di conseguenza. “Preistoria”, “Egizi”, “Sumeri”… e continui a farti un’idea del mondo quantico. Pensi che i sumeri erano fatti così, vestiti così, e pensavano così, e poi “sono arrivati” gli assiri che invece erano fatti-vestiti-pensavano colà, e poi i babilonesi, e di fianco gli hittiti, e laggiù gli egizi, e tutti nascono, vivono, muoiono. Una concezione “creazionista” dell’umanità, dal punto di vista filosofico, con popoli che compaiono, quasi fossero stati creati.
E invece l’evoluzione dell’uomo, dei suoi costumi, dei suoi pensieri, non è discreta, e non procede a quanti. È fluida e continua, come dire… sfumata. E queste sfumature si allungano come gradienti nel tempo, ma anche nello spazio.

Quando finalmente riesci ad arrivarci, se ci arrivi, capisci che l’universo è effettivamente quantico, che i compartimenti stagni esistono davvero, ma sono a un livello così fine, così tessiturale (parlo di particelli, di quanti energetici per la struttura della realtà, e di singoli individui, non certo di società o popoli, per la struttura sociale e storiografica) che il suo effetto è radicalmente diverso da quello che pensavi. Diventa così facile comprendere che hai sbagliato tutto, diventa evidente che le categorie che hai fin qui usato per descrivere il mondo (le linee all’interno delle quali hai colorato) sono fittizie, che tutto è molto più sfumato e che ai margini tutto si compenetra e si contamina.

Lo capisci, eccome, in politica. Dove le diversità che credevi fondanti scopri che sono invece molto meno reali di quanto immaginavi. Lo scopri nella vita di tutti i giorni, quando – se sei fotunato – puoi assistere allo sgretolamento dei tuoi pregiudizi.
E lo scopri, se hai la fortuna di avere degli amici che ti portano articoli che hanno trovato su una rivista (grazie Sarah & Mauro!), quando ti rendi conto di quello di cui mi sono reso conto io.

Stiamo parlando di una stupefacente scoperta archeologica, effettuata nella Turchia anatolica – non lontano dal confine con la Siria – nel sito di Göbekli Tepe (inserisco qui una piccola notazione: badate bene che sono un fortissimo avversatore dell’archeologia sensazionalistica e scalporistica del tipo “accazzo la sfinge è in realtà di 25000 anni fa e l’hanno costruita gli allllieni”, ecco per dire, questa qui è roba seria).
Il sito è stato “scoperto” negli anni Sessanta, ma scavato metodicamente a partire da metà anni Novanta da gruppi di scavo tedeschi (Istituto archeologico germanico, poi Università di Heidelberg e di Karlsruhe). Il sito è costituito da un vero e proprio santuario megalitico (“Una cattedrale neolitica”, infatti, titola enfaticamente Elena Agudio su Art e Dossier di marzo 2013) risalente, secondo ipotesi confermate da tecniche da datazione al C14, a ben 11.000 (undicimila, cazzo!) anni fa. La struttura è veramente imponente, con pilastri di 15 tonnellate, bassorilievi, sculture raffiguranti animali e un insieme di simboli astratti e zoomorfi che potremmo trovare somiglianti a una primitiva forma di protoscrittura, o comunque di narrazione pittografica. E la cosa stupefacente è che siamo in quella che siamo abituati a considerare piena preistoria: i ritrovamenti di ossa di animali e resti di piante non sembrano lasciare dubbi, la gente che ha edificato questi impressionanti monumenti non aveva ancora vissuto quella che chiamiamo la “rivoluzione neolitica”, erano cacciatori e raccoglitori nomadi. E questo era il loro centro di culto, il santuario cui millenni di generazioni lavorarono e in cui millenni di generazioni confluirono per celebrare i loro riti.

Storia? Preistoria? Civiltà? Neolitico? Mesolitico? Scrittura? Tradizione orale? Religione? Sciamanesimo? Quanti di questi termini corrispondono a termini precisamente identificabili e non sfumati uno nell’altro? Potevano popoli come quelli che chiamiamo egizi, sumeri, greci, nascere dal nulla? Ovviamente no. Affondano in tradizioni anteriori, o coeve ma traslate nello spazio. Lo studio della storia “spot”, intendendo a spot sia spazialmente che temporalmente, non può che risultare dannoso nella formazione di una persona, spingendola a chiudersi nella confortevolezza delle proprie certezze, all’interno delle righe, come il bambino che colora bene.
E le evidenze archeologiche, ogni giorno di più, ci insegnano che il passaggio evolutivo sia fisico che sociale non è stato a spot, ma lento e sfumato, e faremmo meglio ad accettare il prima possibile che l’evoluzione e la contaminazione hanno costruito la civiltà, la storia, l’essere umano moderno.

Segnalo “Una cattedrale neolitici. Gli scavi di Göbekli Tepe in Turchia” di Elena Agudio, su Art e Dossier di marzo 2013, per una prima informazione su questa cultura mesolitica e le sue costruzioni megalitiche, e poi al volume – che devo ancora leggere, ma ho prontamente ordinato – “Costruirono i primi templi”, di Klaus Schmidt.

Almanacco, LXXI

Settantunesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
6 marzo 2013

Ho appena scoperto che il 6 di marzo 1619 è la data di nascita di tal Hercule Savinien de Cyrano de Bergerac, curiosissimo personaggio nel cui cognome avrete di certo riconosciuto quel Cirano de Bergerac immortalato da Edmond Rostand nella celeberrima opera teatrale. Ora, questo personaggio pare veramente curioso, di certo poco imbrigliabile nelle categorie della sua epoca, e arrivò a scrivere opere che potremmo definire precorritrici della fantascienza: “L’altro mondo. O gli stati e gli imperi della Luna” e “Gli stati e gli imperi del Sole”.

E voi, che di certo ne avete letti, in quale testo antecedente al Novecento trovate il germe più antico della fantascienza? Avanti, miei piccoli Kolosimi, ditemi.

Ah, per inciso, oggi si compiange o deride un personaggio politico che di certo ha inciso molto nella storia degli ultimi vent’anni: il capo di stato o dittatore venezuelano Hugo Chavez. Una sua frase voglio qui posizionare, perché viene usata per deriderlo, ma in fondo la trovo tutt’altro che banale: ”Non è da escludere che vi sia stata una qualche forma di civiltà su Marte. Ma forse sul pianeta rosso sono arrivati il capitalismo e l’imperialismo ed hanno distrutto tutto”. Su punti di vista simili a questo sono state scritte alcune tra le opere più poetiche e visionarie della storia della fantascienza.

#22. Toro.

Le corna del toro si levano dal branco
e si infilano nel culo del pirla che legge.
[Pensilina dell’autobus di Persichello, anni ’90]

D’accordo, d’accordo. È con ogni probabilità la citazione più scadente che abbia piazzato finora a far da introduzione ad un pezzo. Ed è un peccato, perché il «toro», oltre a essere uno dei simboli più importanti di tutta la storia antica della civiltà, è anche il soprannome di un mio vecchio amico noto per la bontà d’animo ma anche per la notoria peculiarità di annodare le braccia a chi gli manca di rispetto (del tipo «i droidi non sono famosi per staccare le braccia agli avversari quando perdono»). Anche per questo, quindi, urge introdurre una seconda citazione, possibilmente erudita e di spiccatissimo valore, per far da contraltare alla precedente.

Tagliare la testa al tor…
Ehm, no.
Prendere il toro per le corn…
No, neppure.

Niente da fare. Non trovo una citazione decente. È evidente che per questa imponente e magnifica bestia non c’è più il divino rispetto che l’umanità tutta (o pressoché) nutriva in tempi andati.

Sì, perché il toro è rispettato e divinizzato fin dai primi segni che l’uomo ha tracciato.

Le grotte di Lascaux, in Francia, e quelle di Altamira, in Spagna, sono due siti (entrambi patrimonio dell’umanità dell’UNESCO) di epoca paleolitica, e tra i vari animali raffigurati in quelle due meraviglie pittoriche dell’antichissimità figura l’uro, oggi estinto, progenitore gigantesco dei bovini attuali. I dipinti, che ci riportano in un’età compresa tra i 18.000 e i 14.000 anni fa, ritraggono molti animali, probabilmente prede dell’uomo cacciatore.
Ma a togliere dal mucchio delle prede il bovino arriva la rivoluzione neolitica, che porta agricoltura e allevamento, peggiora lo stato dei denti, e porta soprattutto alla suddivisione del lavoro, alla città, e forse anche ad un’evoluzione della lingua, introducendovi un sacco di termini nuovi (e perdendone chissà quanti legati alla vita del cacciatore/raccoglitore) che, chissà, forse sono alla base dei termini architettonici e urbanistici che usiamo ancora oggi.

Per inciso, esiste una teoria linguistica, la teoria del nostratico, che fa risalire all’epoca una lingua ipotetica – il nostratico appunto – che sarebbe alla fonte delle famiglie linguistiche indoeuropee, uralo-altaiche, kartveliche, elamo-dravidiche, e financo il nostro amato sumerico. Questa teoria ha goduto di straordinario successo in Unione Sovietica, e il proto-nostratico venne ricostruito in maniera ipotetica similmente a quanto fatto per le radici indoeuropee. Possiamo farci guidare dal sapore di grano macinato grossolanamente, dal profumo di fango dei mattoni crudi, dal fascino di simboli come l’ascia bipenne o la testa di toro, e immaginare il suono di una lingua primigenia, che potremmo anziché nostratico anche semplicemente definire “umano”, e leggere questa poesia del nostraticista russo Vladislav Illič-Svityč:

K̥elHä wet̥ei ʕaK̥un kähla
k̥aλai palhA-k̥A na wetä
śa da ʔa-k̥A ʔeja ʔälä
ja-k̥o pele t̥uba wet̥e

La lingua è un guado nel fiume del tempo,
ci porta alla dimora dei nostri antenati;
ma non vi potrà mai giungere,
colui che ha paura delle acque profonde.

Ma torniamo al nostro toro. All’epoca in cui – secondo i nostraticisti – veniva parlata una lingua simile a quella che vedete scritta poco sopra, in Anatolia si imboccava la grande strada che porta alla città. Il centro neolitico di Çatalhöyük è, finora, la città degna di questo nome più antica che abbiamo ritrovato (grazie al fatto che venne distrutta da un incendio, sciagura per l’epoca, enorme colpo di culo per noi vivi), con le sue case costruite addossate le une alle altre, senza strade a dividerle, e gli ingressi dal soffitto raggiungibili tramite scale. In questo sito sono state trovate delle grandi sculture a testa di toro, veramente bellissime e straordinariamente moderne nella loro stilizzazione.
Il toro, per l’allevatore, emergeva tra le altre bestie, per la sua forza con la quale dominava e difendeva il branco, e per la sua potenza generatrice, simbolo di fertilità. Potenza che porta vitelli e latte.
Al contempo, a fianco della forza virile generatrice, il toro porta le corna che ricordano la forma a falce della luna, e quindi si legano al ciclo femminile e alla dea generatrice, la terra, simboleggiata poi dalle veneri simbolo a loro volta di fertilità, nonché espressione della ninfa, la donna nell’età fertile, funzione divinia corrispondente alle categorie dell’amore, della generazione, della sessualità.

Il toro è il centro delle cosmogonie di molti popoli. I culti misterici mitraici fanno risalire all’uccisione del toro primigenio da parte di Mitra la nascita del mondo. Il vitello d’oro dell’antico testamento è in realtà il culto del toro come simbolo di El adorato dai patriarchi ebraici, vietato poi nella terra promessa da Mosè. Il toro compare ancora nelle insegne del faraone Narmer (primo faraone della prima dinastia) e per gli egizi è comunque un simbolo importante: tiene tra le sue corna il disco solare ed è allo stesso tempo simbolo di fertilità e simbolo funerario, legato ad Osiride e alle sue rinascite. Il toro fa bella mostra di sé sullo stendardo da guerra della città mesopotamica di Mari, ed è rappresentato in statuette di rame sumeriche del terzo millennio avanti Cristo.

Il toro è al centro della simbologia cretese, ed è un tema sul quale – ne sono certo – l’amico Topus farà un corposo ed affascinante intervento nei commenti. E sono sicuro che una volta che l’avrò letto non potrò esimermi dal leggere il libro sulla civiltà minoica che ho già comprato e che aspetta solo uno stimolo potente per farsi leggere (e il fatto che io spesso legga sul cesso non deve comunque gettare ombre su quale sia lo stimolo che attendo).

Per ora Creta mi interessa di sponda. Mi interessa soprattutto per un mito greco ivi ambientato, e per un sintomo, di cui parleremo dopo.

Il mito è ovviamente troppo famoso per star lì a descriverlo minuziosamente, ne faccio, come si dice oggi, un turboriassunto.
Il re di Creta, Minosse, riceve in dono da Poseidone uno splendido toro bianco da sacrificare. Minosse fa il furbetto del quartierino, occulta il toro bianco fico e sacrifica un altro bovino, probabilmente un po’ bolso e cicciotto, col quale viene bene la grigliata dopo il sacrificio. Poseidone se ne accorge, che mica è dio per niente, e decide di vendicarsi in maniera originale: fa innamorare Pasifae, moglie di Minosse, del toro bianco.
Ora, per quanto Pasifae si riveli vacca, e per quanto il toro sia simbolo della fertilità, la regina ha oggettive difficoltà ad accoppiarsi col toro, epperciò chiede aiuto a Dedalo, geniaccio ateniese in esilio, il quale costruisce una vacca di bronzo (o di legno, a seconda della tradizione) nella quale Pasifae si adagia e tramite la quali si accoppia col toro. Senza porci questioni sulla capacità di produrre prole di due specie piuttosto dissimili, accettiamo il fatto che la regina resta incinta, e partorisce un mostro: il minotauro Asterione (stellazza?), che viene chiuso in un gigantesco labirinto costruito ancora una volta da Dedalo (che evidentemente non sa stare lontano dai guai). Dedalo, tra l’altro, visto che ormai sa troppe cose, viene chiuso nel labirinto col figlio (le colpe dei padri ricadono sui figli). Dedalo e Icaro se ne vanno in volo con ali di cera, ma il giovane intemperante si avvicina troppo al sole e muore.
Passa il tempo, e gli ateniesi fanno uno sgarbo a Minosse (l’uccisione di un figlio, il più delle volte) e sono costretti a pagare un tributo altissimo: 7 fanciulli e 7 fanciulle da mandare a morire nel labirinto ogni tot anni (variano da tradizione a tradizione) sbranati dal minotauro, che a causa dello scombussolamento genetico risulta un carnivoro stretto.
A un certo punto Teseo, eroico figlio del re di Atene Egeo, decide di mischiarsi ai fanciulli sacrificandi. Arriva a Creta, fa il filo ad Arianna, figlia di Minosse. La poverina ci casca, e lo aiuta. Teseo si infila armato, nottetempo, nel labirinto e fa secco il minotauro, e riesce poi ad uscire dal labirinto grazie allo stratagemma del filo legato al piede, poco dissimile dalle briciole di Pollicino.
Teseo uccide il minotauro (fratellastro di Arianna) e si porta dietro la principessa, salvo poi piantarla in Nasso (la abbandona sull’isola con quel nome, Dia secondo altre fonti).
Sulla via del ritorno dimentica di cambiare le vele come promesso al padre (per fargli sapere della vittoria) che credendo così che il figlio sia morto si butta in mare.

Ora, credo proprio che il suddetto mito sia uno dei miti più belli in assoluto. Per gli studiosi di mitologia più interessati a leggere nel racconto una parafrasi degli eventi storici (come Robert Graves), qui c’è tutto lo scontro di civiltà tra i micenei e i minoici, con il prevalere dei greci continentali che si ribellano ai tributi nei confronti dei cretesi dei quali causano la caduta della civiltà, evidenziata dall’uccisione del toro nel suo labirinto (il palazzo di Cnosso).
Per gli studiosi di psicologia e sociologia, invece, questo è uno dei miti più farciti di archetipi fondanti per la civiltà occidentale. Dall’artefice Dedalo, primo esempio di scienziato inventore, fino al giovane privo di esperienza che se non ascolta gli insegnamenti finisce per bruciarsi. Dalla mancanza nei confronti della divinità che s’incazza, all’insana follia amorosa che conduce la regina alla rovina. E per finire il labirinto, la mente dell’uomo, che si pone come un ostacolo che contiene un mostro, e l’uomo deve affrontarlo, altrimenti quest’ostacolo (rappresentazione dell’inconscio) continuerà a riproporsi (il tributo dei fanciulli). E Teseo, l’uomo maturo, decide infine di affrontarlo, con l’aiuto di Arianna, la donna che rappresenta la realtà, gli affetti a cui l’uomo deve aggrapparsi per tornare dal viaggio dentro se stesso, una volta affrontato e sconfitto il mostro.

Il problema, però, è che uccidere il mostro significa sì superare la condizione di bestialità e arrivare all’uomo civilizzato, ma anche cercare di sopprimere una parte di sé che, volente o nolente, l’uomo ha dentro di sé: il suo cervello da rettile. L’uomo deve quindi affrontare il minotauro, senza sottrarvisi, ma deve davvero ucciderlo? O solo rendersi conto che al centro del labirinto un minotauro c’è davvero? Quale delle due è la mossa giusta?
Io ho provato a dire la mia con un racconto, che pubblicherò (visti gli esiti del sondaggio) nei prossimi giorni.

Nel frattempo, ci è rimasto in sospeso un sintomo: il toro, decadente, muore nel labirinto. E da lì non sarà più quello di prima. Il vitello d’oro viene spaccato da Mosè, un altro sintomo. Il sintomo di una civiltà che sta finendo, la civiltà mediterranea della dea madre, della fertilità, della natura, del medio oriente.
Una civiltà che sta lasciando il posto alla visione indoeuropea, patriarcale, guerriera, e alla visione ebraica monoteista, di un Dio invece che di una dea.
E dall’unione di queste due civiltà/filosofie/religioni, con san Paolo, al cristianesimo, e alla sua società basata sul senso di colpa, e della porta del labirinto sigillata. Ma al di là di quella porta il minotauro c’è ancora, ed è vivo.

Ci sarebbe molto da citare, ma mi limito, per ora, a consigliare ancora una volta il Dizionario dei simboli di Chevalier-Gheerbrant, e aggiungo “I miti greci” di Robert Graves

Navigazione articolo