Il canneto di Eridu

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Almanacco, LXIX

Sessantanovesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
5 marzo 2013

Salto indietro al 1876, oggi, sfogliando i polverosi almanacchi conservati nel Canneto di Eridu. Quel giorno, la bellezza di 136 anni fa, nasce il Corriere della Sera, probabilmente il più importante quotidiano italiano.

E la domanda, semplicissima, veloe, diretta di oggi è: che giornale leggete? Preferite il giornale cartaceo o le edizioni elettroniche? O addirittura testate solo online? E che ne pensate del discorso del finanziamento pubblico per i giornali?

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#41. Pubblicità.

“La pubblicità ha spinto questa gente ad affannarsi per automobili e vestiti di cui non hanno bisogno. Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non hanno veramente bisogno”
[Chuck Palahniuk, “Fight Club”]

Oggi la versione online del Corriere della Sera titolava: “Più di un giovane su tre non fa il lavoro che voleva”.
Il tema in realtà è molto interessante, al di là di quanto possa sembrare a prima vista.

La prima cosa che mi è venuta in mente, infatti, è stata una cosa del tipo: «sticazzi». Esattamente, proprio sticazzi. Perché penso che su 3 persone, di qualsiasi età, sia di gran luna inferiore a 1 il numero di persone veramente soddisfatte del proprio lavoro, e scende a una cifra risibile quello delle persone che fa il lavoro che voleva fare. Se poi pensiamo ad altre epoche storiche (anche recenti… tipo il 1939, o lontane, come il XIV secolo) questo numero diventa quasi imbarazzante. Imbarazzante per un giovane d’oggi insoddisfatto, intendo.

A una seconda riflessione, però, ho iniziato a considerare che in effetti in questo periodo è già tanta manna averlo, un lavoro, e quando lo trovi prendi quello che ti capita, e ti trovi a dover scegliere tra inseguire le tue aspirazioni di carriera, e restare magari senza niente da fare e alle spese dei genitori, e inseguire i bisogni della vita quotidiana e le aspirazioni sociali, tipo guadagnare un’indipendenza economica e un’affermazione personale a discapito del futuro e della possibilità di trovare il lavoro che hai sempre sperato.

Il passo successivo, però, mi ha portato a considerare la curiosa situazione per la quale nella nostra civiltà ci troviamo una grande massa di laureati, anche di buon livello e da buone università, costretta a lavori senza richiesta di professionalità, mentre chi non ha studiato si trova a partire presto in lavori sui quali possono costruire anche una carriera (da garzone a idraulico, elettricista, eccetera).

Dal mio punto di vista considero fondamentale un lavoro “creativo”, nel senso che il mio lavoro deve portare alla creazione di qualcosa, che può essere un disegno, un racconto, un’invenzione, ma anche la creazione di un’azienda – la mia – o di un prodotto. Si tratta in tutti questi casi di lavori che si traducono in un risultato in maniera immediata, e non mediata dal frutto del lavoro (il denaro). In poche parole, vedo il risultato del mio lavoro, e in più produco denaro, mentre se, per esempio, ho un ruolo anche importante ma non di tipo creativo, il prodotto del mio lavoro si traduce per me solo in stipendio. E la realizzazione personale non è solo una mera questione di denaro.

Detto questo, viene da chiedersi cosa abbia spinto le generazioni recenti a credere che:
1) tutti possono diventare dottori;
2) c’è bisogno di così tanti dottori.
Sicuramente la società. Il progresso. I genitori che vogliono offrire ai figli la possibilità di raggiungere un livello sociale più elevato.
E i giovani ci sono cascati.

Ma c’è un altro elemento che ha prodotto questi risultati, ed è la pubblicità. Una pubblicità che ha creato un clamoroso malinteso sociale, mischiando ciò che ti puoi permettere con il diritto di averlo. Un malinteso gravissimo, che da un lato ha fatto credere a tutti di poter diventare medici, scienziati e architetti, come fosse un diritto poi avere un posto di lavoro paritetico col proprio titolodi studio, e dall’altro ha creato la concezione di diritto di avere un iPhone, Sky, una BMW, la barca, eccetera.

Ho una brutta notizia.

Non sono diritti. Sono opportunità, sono aspirazioni. Sei libero di provare a diventare architetto. E hai anche l’opportunità di provarci. Non ti è garantito il diritto di farcel.

Non sono diritti. Sono beni di consumo. Lo vuoi? Te lo puoi permettere? Compralo. Non te lo puoi permettere? Fai senza. In culo alla pubblicità, si vive anche senza tutte quelle cose.
Se glielo spiegherai, lo capirà anche il tuo figlio adolescente. Capirà che non può avere un iPhone, perché non è un suo diritto averlo. In fondo sei tu che devi farglielo capire, fa parte del tuo dovere di genitore.

Grazie al cielo, poi, non tutte le publicità sono così efficaci. Grazie al cielo riusciamo ancora a provare disgusto di fronte a cagate impressionanti come la pubblicità della Sciueps con Uma Thurman. Che poi a me le bevande Sciueps piacciono pure, ma ogni volta che vedo quello spot ho un brivido di raccapriccio creativo. Vorrei frustare con un nove code tempestato di tappi del ginger ale il pubblicitario che l’ha inventata. O quello che costringe la Sandrelli (Dio l’abbia in gloria per Brancaleone alle crociate) a darsi delle pacche sui fiancotti reclamando la resistenza delle sue anche, dopo che ha fatto due scalini e recuperato un pallone. O quello che ci fa pensare ogni giorno a quanta cacca fanno Geppi Cucciari e la Marcuzzi. Probabilmente tantissima, peraltro, e mi hanno scatenato una mania competitiva.
E lasciamo perdere il genio della comunicazione che ha inventato lo slogan per la campagna di Bersani alle primarie del PD. «Si può cambiare qualcosa». Del tipo “per noi andrebbe bene così, ma se proprio volete cacare il cazzo, qualcosina cambiamo”. Dannazione! Tutto dovete cambiare! TUTTO! Avete capito? TUUUUUTTOOOOOOOOOO!!!

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