Il canneto di Eridu

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Almanacco, LXXV

Settantacinquesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
29 marzo 2013

Negli ultimi giorni le cupe vicende politiche del nostro paese mi hanno affascinato a tal punto (intendiamoci, quel genere di fascino che può suscitare un film horror giapponese) che ho finito per passare pochissimo tempo nell’umidità generatrice del Canneto. Forse anche perché di umidità, non generatrice ma reumatofora, in questo momento in pianura padana ce n’è fin troppa.

Ma rieccomi qua, oggi, di “venerdì santo”. Quel giorno che forse è il più triste di tutti, nel calendario, per la cristianità, quel giorno in cui si ricorda la crocifissione dell’uomo-dio. Ma anche quel giorno che forse, concettualmente, è il più importante di tutti, perché ci ricorda che per rinascere bisogna prima morire, e quindi che ogni primavera ha bisogno di un inverno. E questo non può che rallegrarci, in fondo, perché questo inverno che sembra non volerci mai lasciare ha in fondo la sua utilità. E perché guardando il tetro spettacolo di consultazioni da operetta per la formazione di un nuovo governo possiamo avere la speranza (anche se non la fiducia) che questa deprimente rappresentazione sia l’abisso più profondo, o almeno ne faccia parte, in cui occorre calarsi per prendere la rincorsa verso la rinascita.

Da almanacco, per concludere, non posso che ricordarmi della mia maestra delle elementari, Agata Ersilia Cerri, che mi insegnò che quando era piccola lei nel giorno del venerdì santo per tradizione i bambini legavano le catene dei camini alle biciclette, e così correndo queste catene si pulivano dalla fuligine. E mi insegnò che anche se all’epoca avevo sette anni era importante che io guardassi il telegiornale, sempre e comunque, ed è anche memore di quell’insegnamento che insisto a cercare informazione, anche quando sono disgustato dalla pessima qualità in cui è sprofondata. E mi insegnò che un’Europa unita va fatta, perché lei la guerra l’aveva vista da vicino, ed era molto meglio la pace, anche mal fatta, garantita da un’Europa unita, ed è per questo che, sempre e comunque, sosterrò che dobbiamo trovare un modo per farla bene questa cazzo di Europa, perché buttare via il più bel progetto che sia stato fatto in questo continente dai tempi del neolitico è una fottuta follia.

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«Estratto da un rapporto sullo stato delle province orientali»

Come dovevano sembrare i culti dell’oriente agli occhi di un pragmatico, ma impressionabile, legato romano? E che dire di un oscuro rituale romano, l’evocatio, con il quale il generale assediante evocava (e-vocava, chiamava fuori) dalla città assediata i suoi dei, spingendoli a passare dalla parte di Roma, dove sarebbero stati evocati? Sarà stato utilizzato anche nella conquista della Giudea? Curioso che poi il dio adorato dagli ebrei abbia avuto come massimo centro mondiale del suo culto proprio Roma…

E per concludere le segnalo uno strano episodio. Non si tratta di un fatto tanto grave da richiedere un suo intervento immediato, tuttavia preferisco che ne sia a conoscenza, anche se questo significa, da parte mia, allungare ulteriormente questo già vasto rapporto. La vicenda è oscura: si tratta di maledizioni, rituali, divinità asiatiche. Lo so, sono sciocchezze di cui l’uomo probo non si dovrebbe occupare, che bene starebbero nel retrobottega di qualche ciarlatano, normalmente. Normalmente: ma questa remota provincia è estrema in tutto, e tutto concorre a intorbidire le acque, ad allentare la ragione. Qui le condizioni non sono mai normali. Se non fossi qui, avvolto da quest’aria affascinante, così calda da sembrare il respiro del mondo, probabilmente collocherei l’episodio in questione nella categoria delle quotidiane brutture dell’uomo. Ma io sono qui, e ci vuole la freddezza di chi è lontano per separare la verità dalla suggestione, per cancellare le finte maledizioni e smascherare i tradimenti che nascondono, per dissipare i misteri e far luce su vaneggiamenti e superstizione.

So che lei, come me, ha sempre amato lo studio dei popoli delle province di confine e, probabilmente, le avranno già detto delle religioni di questa parte del mondo. Le trovo strane, per certi versi oscure. Ricorda quando parlammo dei culti di Galli e Germani, e di come i loro dei fossero facilmente sovrapponibili ai nostri? Qui non è così. Baal, Melqart e Astarte, adorati nella regione più a nord, sono divinità diverse, difficili da definire, più simili ai crudeli idoli dei barbari cartaginesi. Nella zona più a sud, l’odierna provincia di Giudea, la situazione è ancora più anomala: adorano un dio di nome Jahvè e non lo considerano semplicemente il più potente, ma addirittura l’unico esistente. I giudei, inoltre, concepiscono la religione in maniera quantomeno restrittiva: consideri che qui parlare in modo improprio di materie religiose è considerato un reato. E qui arriviamo alla nostra vicenda: proprio per questo reato, infatti, una cinquantina di giorni fa è stato giustiziato un predicatore definito dai suoi adepti “figlio di Jahvè”. La portata della cosa, per i locali, è molto più seria di quanto possa sembrare a un romano.

Il primo evento inquietante legato a questa vicenda riguarda il delatore che ha permesso l’arresto, un uomo che risulta registrato come Giuda. Si tratta di uno dei seguaci più stretti del predicatore. Alcuni giorni dopo l’esecuzione è stato trovato impiccato. Secondo alcuni si tratta di suicidio, per altri di una vendetta dei vecchi compagni. La tesi del suicidio ci offre una risposta semplice, ma poco probabile. Credo di più che qualcuno abbia deciso di farlo tacere per sempre. Forse i compagni, o forse qualcuno che si è servito di lui per poter arrestare “questo figlio di Jahvè”.
O forse entrambe le cose.

Se la condanna del predicatore ha comunque una giustificazione riconducibile, agli occhi dei locali, alla divinità, è evidente che l’omicidio dell’informatore ha uno scopo ben meno celeste: qualcosa andava nascosto, e ad ogni costo. Ma cosa? Forse qualcosa che stava per venire a galla a proposito di culti molto meno innocenti di quanto potessero sembrare. Forse alcuni adepti avevano deciso di far fuori il predicatore, affidando a Giuda l’incarico di consegnarlo. Giuda, portato a termine il compito, si è trovato nella condizione di poterli ricattare. Una sola la soluzione possibile: ucciderlo.

O c’è davvero una divinità dietro tutto questo? A Roma nessuno crederebbe mai alla storia di Jahvè che si è vendicato del responsabile della morte di suo figlio, ma qui qualcuno comincia ad esserne convinto. Anche tra i romani. Alcuni di noi, infatti, sono rimasti molto colpiti dalla vicenda. Longino, il centurione incaricato di verificare la morte dei condannati, ha trafitto il costato del predicatore e subito dopo, e io l’ho bene inteso, ha esclamato sconvolto che in quell’uomo crocifisso riconosceva il figlio di Javhè. Quindi ha raccolto un pugno di terra inzuppata dal sangue che colava dalla lancia. Il sangue… il sangue è di certo uno degli elementi cruciali della vicenda, e mi permette di aggiungere altri particolari raccapriccianti. Un giudeo ha raccolto in un vaso il sangue che colava dal corpo del predicatore in croce. Ancora: io stesso ho udito alcuni seguaci affermare di essersi nutriti del corpo e del sangue del loro signore. E il cadavere di quell’uomo è stato trafugato dal sepolcro alcuni giorni dopo la morte. Chi è stato? Perché? Dobbiamo davvero credere che vengano praticati riti cannibalici? I trafugatori non hanno lasciato traccia. Gli adepti sostengono che il predicatore sia tornato dal mondo dei morti.

Ma la domanda più importante, per noi, è di certo questa: quanto è esteso questo strano culto che già fa proseliti tra i romani, come evidenzia il caso di Longino? Per ora mi accomiato senza risposte, ma con un’ulteriore riflessione. Che ci siano un dio o solo degli uomini dietro questo caso, e lo appurerò molto presto, si tengano pronte le legioni. E giunti alle porte di Gerusalemme credo sia prudente, almeno per dare coraggio alle truppe, compiere l’antico rituale con cui già l’Africano chiamò gli dei fuori da Cartagine, portandoli dalla parte di Roma.

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