Il canneto di Eridu

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Almanacco, LXXXIII

Ottantatreesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
24 aprile 2013

Hubble. Ventitre anni fa, nel 1990, lo Space Shuttle Discovery (all’epoca gli Shuttle erano ancora le navette di punta dell’umanità) mette in orbita uno dei più straordinari satelliti artificiali di tutti i tempi, il telescopio orbitale Hubble, che da lì ci regalerà immagini sorprendenti di un universo antichissimo, a due passi temporali dal big bang.

All’epoca avevo quasi quattordici anni e vivevo l’astronomia con una fascinazione totale, e sentivo che se l’umanità poteva “guardare così indietro nel tempo” era in grado – potenzialmente – di fare qualsiasi cosa, e i limiti erano lì solo per trovare un modo per superarli.

Oggi sono meno entusiasta, ho iniziato, vissuto con passione, e poi terminato un lungo viaggio nella fantascienza. Epperò mi guardo ancora intorno con le stesse speranze.

E voi, di quale grande passo scientifico o tecnologico vi augurate di essere informati domattina? E in quale campo riponete le maggiori speranze?

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Almanacco, XXVII

Ventisettesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
15 novembre 2012

Oggi potete smettere di chiamarmi Ismaele. Oggi infatti celebriamo tutt’altro genere di evento. Anche se pur sempre figlio dell’ingegno umano, l’evento di oggi è fallimentare, è un evento da un certo punto di vista crepuscolare. Sto parlando del 15 di novembre del 1988, e mi riferisco all’unico volo del Buran.

Il Buran era la navetta spaziale riutilizzabile sovietica, per il cui progetto l’URSS impiegò una quantità di risorse tali – nello sforzo di raggiungere e superare gli Stati Uniti – che non è esagerato pensare che contribuì al crollo del sistema sovietico. Si trattava di un programma ambizioso: il Buran era un “super-shuttle”, rispetto a quelli statunitensi era più grande, in grado di trasportare più merci, molto più pratico in fase di lancio, era sostanzialmente immune al tipo di incidenti che distrusse il Challenger e il Columbia, e il vettore per portare l’orbiter fuori dall’atmosfera era completamente riutilizzabile. Inoltre era progettato per compiere voli ed operazioni anche senza equipaggio (ed infatti proprio senza equipaggio fu il suo unico volo).
E così, quel 15 di novembre, partito dal cosmodromo di Baikonur il Buran fece il suo unico giretto nello spazio, prima di finire in un hangar che sarebbe diventato nel 2002, crollando, la sua tomba. Un modello completamente assemblato è visibile al Museo dello Spazio di Francoforte.

Buran, per inciso, è un termine che indica un vento freddo e carico di neve che soffia nella steppa sarmatica, portando neve e maltempo. Forse non un nome proprio benaugurale. Le navette statunitensi (e non solo gli shuttle) hanno invece nomi molto da ultima frontiera, da epoca pionieristica dello spazio: Challenger (sfidante), Voyager (viaggiatore), Pioneer (pioniere), Endeavour (sforzo), Mariner (marinaio), Enterprise (impresa), Discovery (scoperta).

Ma voi come chiamereste una navetta spaziale italiana? E una europea? Senza dire merdate, possibilmente…

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