Il canneto di Eridu

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#59. Parallele.

C’è una splendida pagina di uno degli scrittori più originali e amati dai geek di tutto il mondo – Douglas Adams – che parla di universi paralleli. Ci fa capire, con il suo solito linguaggio apparentemente scientifico e logico, quanto sia assurdo cercare di capire il succitato concetto per «chiunque si trovi sotto il livello di Dio Superiore», invitandoci a «far boccacce e barbugliare senza timore di renderci ridicoli» come unica reazione sensata alla sottoposizione di pantomime segaiole e/o fisiche sugli universi paralleli.

Questa drammatica tossicità è, naturalmente, diretta emanazione della tossicità dei due termini in questione. Tanto “universi” quanto “paralleli” non sono concetti semplici e intuitivi. E messi insieme diventano ancor più infausti. Intanto va detto che il termine universo, nel comune linguaggio, ha un significato un tantino “universale”, omnicomprensivo, e pertanto sentirlo declinare al plurale, “universi” appunto, è potenzialmente una contraddizione. E anche il concetto di paralleli non è da meno: se normalmente due oggetti possono essere paralleli, a cosa può essere parallelo qualcosa che include già tutti gli oggetti esistenti?
Occorre cambiare modo di pensare, non aver paura di attraversare sabbie mobili e terreni insidiosi e mal frequentati, sprezzare il pericolo del ragionamento speculativo, impugnare la teoria delle bolle e quella delle stringhe come fossero delle mappe, e, comunque, finire per perdersi. Già, perché se non siete almeno al livello di Dio Superiore, o comunque, anche nel migliore dei casi, almeno un elevato di livello di fisico teorico, per quanto detto all’inizio meglio fareste a far boccacce e barbugliare, piuttosto che fingere competenza con occhio spiritato e carico di suggestione, pronti a entrare al servizio di Giacobbo o nella squadra di Mistero (i due grandi ordini cavallereschi dell’arcano affabulatorio).

Ma tranquilli, tranquilli, non siamo qua per parlare di viaggi in universi paralleli, di yeti che leggono nel pensiero col solo scopo di evitare chi li vuole fotografare, o financo del buon vecchio John Titor (che beninteso, appena prima di morire sparirà in una nuvola di permanganato di minchiata e tornerà al futuro come neanche Michael J. Fox).
Siamo invece pronti a parlare di cinema, e di una particolare categoria di film che al momento non ho nemmeno idea se esista o meno. So solo che quando questi film escono in DVD, li riconosco e li piazzo sempre nella stessa zona delle mie scansie.
Quali film? Come definirli, difficile. Sono film accomunati essenzialmente da due fattori principali: 1) hanno una trama non lineare; 2) mi piacciono assai. I film in questione sono Donnie Darko, Memento, Fight Club, Inception e Cloud Atlas, da poco visto al cinema e che mi ha dato l’idea per questo tema. Per inciso, se non avete ancora visto qualcuno di questi film e siete tra i fighetti che saltano e si strappano i capelli se per caso qualcuno anticipa qualcosa della trama, fermatevi qui, perché se devo commentare non ho voglia di farlo col freno a mano tirato per tema di aver inciso in maniera potenzialmente drammatica sulla vostra disponibilità tricotica. Sì, per farla breve ci saranno spoiler, come si dice in rete.

Lo ripeto, spoiler.

Cominciamo senz’altro. La verbosissima introduzione sugli universi paralleli la si deve al fatto che tutti i film in questione in un certo qual modo vanno a giocare su argomenti affini a questo. La cosa è molto evidente per esempio in Donnie Darko, con il suo “universo tangente”, e lo pseudobiblium “La filosofia dei viaggi nel tempo”. Qui gli universi sono veramente paralleli, e per evitare il paradosso che causerebbe la distruzione del nostro universo, i personaggi finiscono inevitabilmente per agire seguendo delle azioni prestabilite, dei wormhole che, non visti, tracciano le loro azioni prima che si compiano. Donnie, che si salva all’inizio del film sfruttando un paradosso spazio-temporale, muore alla fine pareggiando i conti.
Memento non tratta di universi paralleli, ma gode di una struttura che può aiutarci a decodificare il multiverso e a capire come lo possiamo percepire. Il film è composto di spezzoni a se stanti: visto che il protagonista è affetto da una patologia che gli cancella la memoria a breve termine (è costretto per questo a lasciarsi un sacco di messaggi), ogni pezzo del film è lungo solo il tempo della sua memoria, e va a ritroso, finendo per fare in modo che ogni pezzo spiega quello che è accaduto nel precedente, dall’ultimo col finale risalendo fino all’inizio (intervallato da spezzoni in bianco e nero nell’ordine corretto, giusto per confondere un po’ le cose). Il fatto che ogni volta il protagonista perda la memoria finisce per rinchiuderlo in un universo con un orizzonte spaziale e temporale minuscolo: ogni spezzone è un universo, cercare di comprendere la possibilità di multipli universi (o multiple dimensioni) rinchiusi in quello spezzone è impossibile. Ci si può riuscire solo ricorrendo ad artifici, come quello che attua il protagonista (con i messaggi che si lascia, ai quali crede come un dogma, senza aver coscienza del perché ci crede) o come quelli che attuiamo noi (il linguaggio fisico/matematico è in fondo esso stesso un artificio che si pone tra noi e una realtà altrimenti per noi inconoscibile alla fonte, come del resto il mito, o la religione).
Fight Club ci mostra il punto di vista inverso. Il protagonista soffre di uno sdoppiamento della personalità, e non riesce a capire tutto quello che sta accadendo fino a quando non comprende la cosa e non riesce, nel finale, a “uccidere” la seconda personalità. L’uomo sarebbe in grado di uscire dal “suo” universo, in pratica, ma è prigioniero di convenzioni e idee e limitazioni che lo contingentano, e solo liberandosi di tutti questi limiti può accedere alla comprensione del tutto, dell’universo, o meglio, degli universi. Se vogliamo un’interpretazione di questo tipo è più adatta alle filosofie orientali che non alle religioni occidentali: non è attraverso uno strato intermedio in più che si può conoscere l’universo, ma eliminando tutti gli strati intermedi che già ci sono.
E arriviamo così a Inception. Non vedevo un film così bello da lo sa Kevin quanti anni, dove Kevin è un individuo che non sa un accidente di niente (sì, è ancora Douglas Adams, ma oggi mi sento così). In questo film abbiamo storie concentriche, sogni incastonati uno dentro l’altro: dalla realtà un gruppo di persone viaggia all’interno del sogno di uno di essi, e da questo sogno viaggia all’interno di un sogno, e via così per diversi livelli. Se immaginiamo una storia come un cerchio, qui i cerchi sono concentrici. Universi uno dentro l’altro: immaginate, nel nostro universo, se ogni atomo fosse a sua volta un universo, fatto di atomi che sono a loro volta universi. Nel film non è chiaro, alla fine, se il protagonista è riuscito a ritornare a ritroso fino alla realtà o se si trova ancora in un sogno, e quindi se tutto il film si è svolto solo in un sogno. Come dire: potrai mai stabilire se quello in cui vivi è l’ultimo universo, o sei ancora in mezzo alla scala?

Finita la carrellata dei film che sono già sul mio comodino, eccone uno che ho visto da poco al cinema, pochi giorni orsono. Sto parlando naturalmente di Cloud Atlas. Cominciamo col dire che oggi, a distanza di 3 giorni, ho sciolto del tutto la riserva: il film mi è piaciuto un sacco. Già, perché all’uscita ho sospeso il mio giudizio in attesa della possibilità di rifletterci un po’ su con calma. Morale: ci ho riflettuto, e mi è piaciuto.
Le molte storie raccontate dai Wachowski e da Tykwer (un team che varrebbe una fortuna a Scrabble) sono labilmente legate da un seso comune di rivolta contro il sopruso e i confini, da un segno a forma di cometa, e soprattutto da un legame derivante dal fatto che in ogni storia c’è un personaggio che entra in contatto con un libro, un film, un messaggio lasciato da un personaggio di una storia precedente. In ogni storia c’è un limite, dicevamo, un sopruso, un confine imposto, contro cui il personaggio lotta e che alla fine riesce in un certo modo a superare. E questo è il messaggio positivo. Ma ci saranno sempre limiti, soprusi e confini imposti contro cui combattere, e se vogliamo questo è il messaggio negativo. Il film non è dei più veloci, ma raccontare 6 storie diversissime (si va dal film storico, alla storia d’amore, al film d’azione complottista, fino alla fantascienza e al post apocalittico) con linguaggi diversi ma sempre efficaci, non è per niente semplice, e il film riesce nel suo intento.
Dove sono qui gli universi? Beh, intanto qui ci sono i paralleli. Non sono rette, sono segmenti paralleli, con un inizio e una fine. Ma il parallelismo, pur tra storie tanto diverse, è evidente: e qui ci fa capire che si possono mettere in parallelo anche oggetti e grandezze apparentemente inconfrontabili. E viaggiare da un universo all’altro, come da un tempo all’altro, in fondo è possibile: attraverso le storie, il racconto, che in fondo è il vero protagonista della narrazione, che perpetua se stesso di era in era, trascendendo esso per primo i limiti che lo spazio e il tempo sembrano imporre. Ecco perché la narrazione è la prima via per l’immortalità, che a sua volta è il primo grande concetto di trascendenza dell’umanità.

Il romanzo di Douglas Adams che comprende la sublime pagina sugli universi paralleli è “Praticamente innocuo”, “Mostly harmless” in lingua originale, ed è il quinto della serie della Guida galattica per gli autostoppisti.

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#50. Cantina.

“La maggior parte degli anglofoni ammetterà che “cellar door” è ‘bello’, specialmente se dissociato dal suo significato e (e dalla sua pronuncia). Più bello di “cielo”, per esempio, e decisamente più bello di “bello”. Ecco, in gallese per me i “cellar doors” sono straordinariamente frequenti […] e sono abbondanti le parole in cui si può trovare piacere nella contemplazione dell’associazione di forma e senso.”
[J.R.R. Tolkien, “Sull’inglese e il gallese”]

Di Tolkien ho già parlato, addirittura gli ho dedicato un intero post. Questo non ne ricalcherà le orme, ma non può che partire da una sua considerazione, ovvero l’esistenza di sintagmi (unità lessicali anche composte da più parole) straordinariamente belli, per la forma, il modo in cui sono scritti (o pronunciati), indipendentemente dal loro significato.
“Cellar door”, per esempio, che significa la porta della cantina (qualcuno ricorderà la citazione nel film Donnie Darko, peraltro davvero bello), è uno splendido esempio di questo tipo, al punto che Tolkien definisce questi sintagmi con il termine di “cellar doors”, asserendo che il gallese ne è pieno, e facendomi venire voglia di studiare il gallese, dannazione.

E chissà quanto doveva essere pieno di cellar doors la lingua nostratica del neolitico, o quella del paleolitico, o più indietro le prime forme di comunicazioni degli ominidi fonanti, quando tutti i suoni dovevano giocoforza rendere l’idea che esprimevano di puro effetto sonoro, ed essere puri. Quanto pieno di cellar doors dev’essere il linguaggio delle megattere!

Siccome, completamente ignari dello studio di Tolkien, già ai tempi del liceo io e il buon vecchio Topus ci eravamo lanciati nella ricerca delle parole che nella lingua italiana “suonavano meglio”, in relazione o meno al loro significato, ho deciso di riprendere ora il discorso. All’epoca, ricordo, trovavamo eccezionale il modo in cui la parola “esoso” già solo col suono rendesse l’idea del suo significato, e che anche non conoscendolo chiunque avrebbe potuto desumerlo dal semplice ascolto. In secondo luogo si amava parecchio il termine “arcano”, fascinoso e misterioso di per sé, indipendentemente dal significato (significato che non produce lo stesso effetto, per esempio, sulle parole “fascinoso” e “misterioso”).

Eccoci però ai giorni d’oggi, e ai miei gusti attuali. Vi proporrò qualche cellar door, ma sta a voi poi proporne altri.

Personalmente adoro il sintagma notte dei tempi. L’idea di un passato così lontano da essere avvolto dall’oscurità, dall’oblio, dalla difficoltà di ricordo che ci prende al mattino per i sogni fatti la notte. Il pensiero di un’epoca remota per la quale la luce (simbolo della ragione) non esisteva, un’epoca buia di atrocità e magia, ma anche di sogno e lontananza dalla logica, dalla ragione, dall’impegno ordinato dei nostri tempi. E poi il suono: quell’allitterazione di tre “t” e una “d”, pronunciatelo, notte dei tempi, sembrano i ticchettii (anche ticchettio non è male, tra l’altro) di un orologio che va all’indietro, risalendo il tempo alla rovescia.

Mi piace anche inverno nucleare, il sintagma che descrive cosa accadrebbe alla terra alla fine di una guerra atomica, con la nube di polvere che avvolgendo il pianeta riduce la quantità di raggi solari che ne riscaldano la superificie, dando l’avvio a un’epoca di freddo, di grigio, ma non stagionale, ma di migliaia di anni… Ecco, poche espressioni coniate rendono così bene l’idea di qualcosa da avitare a tutti i costi, e sono convinto che sia, in fondo, anche grazie all’efficacia di espressioni così se la guerra atomica, e il relativo inverno nucleare, sia stata evitata.

L’ultimo cellar door che mi viene in mente è un po’ particolare. Normalmente si tende a considerare la scienza come una disciplina fredda, e tra le fredde discipline la più gelida non può che essere la fisica. Giusto?
Giusto un cazzo. Come può una disciplina gelida generare una cosa magnifica come orizzonte degli eventi?
Forse non ci siamo capiti, ripeto la domanda. Come può una disciplina gelida generare una cosa magnifica come ORIZZONTE DEGLI EVENTI?
Sinceramente non so trovare sintagma più bello, più affascinare, più pieno di possibilo significati di questo, che descrive il limite oltre il quale i fotoni non possono più sfuggire al campo gravitazionale del buco nero, per cui l’oscurità è infinitamente completa. Da lì non c’è più uscita dal pozzo gravitazionale (altro discreto sintagma), la struttura dello spazio è strappata e il tempo cessa di avere significato.
Ma orizzonte degli eventi è magnifico. Orizzonte descrive un limite, ma allo stesso tempo è uno spazio vasto, l’ultimo che possiamo vedere. E questo è l’orizzonte degli eventi, quindi del tempo, il limite, ma il limite più vasto possibile entro il quale il tempo scorre.
Concetto soverchiante, su vocaboli che soli sembrano secchi, aspri. Sublime.

Per il concetto di cellar door in Tolkien, si veda la solita bellissima antologia di saggi “Il medioevo e il fantastico”

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