Il canneto di Eridu

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Almanacco, XC

Novantesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
25 maggio 2013

Almanacco fantafilmico oggi. Praticamente, benvenuti alla grande fiera del geek! Oggi ci ricordiamo e festeggiamo l’uscita nelle sale di due film mitici per la comunità geek mondiale: nel 1977 usciva nelle sale “Guerre Stellari” (poi, anni dopo, veniva enfatizzato il sottotitolo “episodio IV: una nuova speranza”), e nel 1983 era la volta de “Il ritorno dello jedi”. La storia di una generazione cambiava radicalmente.

Oggi, nell’attesa del settimo film della serie, atteso per l’anno prossimo venturo (e che sarà ad opera dello stesso regista autore del reboot dell’altro grande brand della fantascienza nerd, Star Trek), senza frapporre ulteriore indugio passo a porvi ben due domande. A tutti voi, compreso te, viaggiatore ramingo che passi di qua per caso. Orsù, dinci chi tu sie e commenta!

Già, ma non ho ancora fatto le domande… stamane sono confusionario.

1) citate almeno un film che secondo voi cita, strizza l’occhio o copia spudoratamente i film classici della serie. Da par mio vi riporto un clonaccio italoamericano di Luigi Cozzi (alias Lewis Coates), “Star Crash. Scontri stellari oltre la terza dimensione”, recensito dal buon Haranban, uomo che deve aver compiuto uno peccato talmente orrendo che lo ‘nferno non have bastevoli tormenti in serbo, e però lui rincara da se la dose, infliggendosi l’orribile punizione di guardare e recensire per voi la peggio merda.

2) tagliate dalla possibile risposa i due maggiori brand (Star Wars e Star Trek) e ditemi il vostro film di space opera / pulp preferito. Che sia truculento come Alien, ammiccante come Barbarella, per famiglie come Black Hole, o truzzotamarro come Flash Gordon non importa: scegliete!

#60. Orrore.

Tempo fa, una buona dose di tempo fa, ho postato un lungo post a tema “Meraviglia”, qui. La Meraviglia intesa come un’opera dell’ingegno, dell’arte, della tecnica, destinata a diventare al contempo simbolo del suo tempo, della gente che l’ha realizzata, del livello tecnologico e artistico raggiunto da homo sapiens per poterla realizzare.

Adesso siamo qui per l’esatto contrario. Parleremo di orrore. Di orrori, di orrori così tremendi che si possano definire buchi neri sul suolo terrestre. Opere legate a crimini così ignobili da rappresentare i più profondi baratri scavati dall’uomo quando, espulso dal suo stato di grazia, è stato scagliato nel punto più profondo della terra. Segni e memorie di quanto l’uomo possa essere un pezzo di merda. Oppure opere orrende, orrori visuali, disgusto allo stato puro, scempio del pianeta, peto nel naso degli dei, rutto in bocca a madre terra. Stupro della natura, scempio del pianeta.
Oppure, infine, desolanti incompiute, esempi di quanto l’uomo possa fallire i suoi scopi.

Tutti questi orrori, condensando il concetto, sono ciò che fa paura. Paura che l’umanità non possa salvarsi, se c’è qualcosa da cui salvarsi. E se la bellezza salverà il mondo, la bruttezza condensa la paura di non farcela.
Occorre stare attenti alla paura. La paura non è una cazzata.

“La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio conduce alla sofferenza. Io sento in te molta paura.”
[da “Star Wars, Episodio I”]

“La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale.”
[Frank Herbert, “Dune”]

Quindi, in buona sostanza, eccoci qua di fronte a una doverosa scelta. Il contraltare delle 7 meraviglie del mondo antico, e delle numerose meraviglie che abbiamo poi citato tutti insieme nel tema di cui sopra. Facciamo. I 7 orrori dell’umanità, che possa incorporare orrori estetici, orrori concettuali, orrori storici, qualsiasi cosa purché rappresentata da qualcosa di fisico e sufficientemente imponente. Comincio io, ovviamente e ve ne propongo 4.
Ma seguitemi, che di merda ce n’è tanta, e tutti devono spalare la loro parte.

Si comincia. Al primo posto metto qualcosa che esteticamente fa pure schifo, ma non è di certo l’estetica ciò che ci interessa, ma quello che rimanda alla memoria. È anche patrimonio dell’umanità, e il suo profilo causa orrore, paura, vomito. Mi riferisco alla rampa dei treni e all’ingresso del Vernichtungslagerr di Birkenau, vicino alla cittadina polacca di Oświęcim. Il suo profilo nero sulla piana innevata polacca è il simbolo della morte per eccellenza. Non credo che al momento, sul pianeta terra, ci sia un’immagine più efficace per rappresentare il male.
Quello vero, quello profondo, quello che fa venire voglia di vomitare.

Ci spostiamo, ma non poi di moltissimo, per individuare il secodo orrore del mondo. Si va in Ucraina, al confine con la Bielorussia, a vedere un orribile edificio, anzi, una parte: sto parlando del reattore 4 della Centrale Nucleare V.I. Lenin di Černobyl’. Ci ricorda della smodata ambizione dell’uomo, della sua grande capacità di realizzare immani opere, di governare potenze che solo le stelle possono esprimere. Ma anche e soprattutto ci parla dell’incuria, del pressapochismo, dell’approssimazione e dell’errore. E della tragedia.
E ci lascia un po’ di speranza, la speranza data dall’eroismo dei pompieri che morirono tutti per arginare quel mostro. E ci lascia la paura, la paura del mostro stesso, rinchiuso in quel sarcofago di cemento e piombo.

Acqua e petrolio sono per noi due delle sostanze più importanti. La prima è indispensabile per la nostra esistenza, il secondo è ancora centrale nella nostra civiltà, e ci permette di muoverci velocemente ed efficientemente, di avere materie plastiche con cui produrre tecnologie incredibili, di avere energia per tutti i nostri progressi.
Ma farle entrare in contatto non è mai una buona idea, e sul fondo del Golfo del Messico c’è il relitto di quello che probabilmente è stato il più grave incidente di questo tipo, quello causato dal disastro della piattaforma Deepwater Horizon. Una piattaforma rovesciata e distrutta a 400 m di profondità, più un fallito scafandro di cemento, più due pozzi laterali per far uscire il petrolio e allentare la pressione. Un mostruoso mausoleo del disastro.

Al quarto posto mettiamo un mostro ad “azionariato diffuso”. Parlo dei resti del Lago d’Aral, quello che un tempo era uno dei laghi più grandi del mondo, e che oggi è uno squallido gigante di fango, dove finiscono due fiumi prosciugati da una maldestra irrigazione, l’Amu Darya e il Syr Darya, ed è oggi quasi interamente una piana insalubre, costellata di relitti di navi e porti interrati, con quella che una volta era un’isola, Vozroždenie, e ospitava la grande base militare sovietica di Kantubek per la ricerca su armi chimiche e batteriologiche. Oggi è raggiungibile a piedi, e solo nel 2002 un’equipe americana ha neutralizzato tra le 100 e le 200 tonnellate di antrace… non virus dei calli podalici, eh, antrace. E peste bubbonica. E vaiolo. Per dire. E animali geneticamente modificati ancora oggi girano per la base. In quasi tutti i siti di viaggio è citato tra i 5/8/10 posti più pericolosi del mondo da visitare.

Ecco fatto. Per la mia parte basta così. Avete tre posti a disposizione, nominate, che di Orrori con la “O” maiuscola sul pianeta terra ce n’è a quintali. Io sono rimasto più sul relitto del disastro ambientale, e sul simbolo del genocidio. Ma voi siete liberi di andare anche sul disgusto estetico.

Su consiglio di Topus ho deciso di linkare i nomi degli orrori a delle foto, per rendere più immediato, appunto, l’orrore.

#13. Spezia.

Chi controlla la spezia, controlla l’universo.
[Dune]

Da poco ho una casa, e ci vivo con la mia compagna. Ora, non ci crederete, ma una delle cose che vedevo l’ora di possedere era uno spazio dove tenere le spezie. E ora me ne sto qui, a rimirare pepe nero e sale affumicato, coriandolo e bacche rosa, chiodi di garofano, zafferano, maggiorana, noce moscata e cannella. E altre. E altre ancora.

Che fascino può avere una vetrinetta di spezie?

Intanto un fascino estetico: sono belle. Hanno colori meravigliosi. Ci vedi i gialli dei tessuti dell’India, con il sole dentro. E i rossi densi della sabbia del deserto, o cupi come l’argilla. Neri opachi come le pietre dei vulcani, che sembrano assorbire la luce come buchi neri, o neri lucidi o marmorizzati, come il pepe di Cayenna. E il grigio ecrù del coriandolo, e bianchi come cenere, e cristalli di sale dai colori vitrei. E i verdi! Quanti verdi dati dalla diversa essicazione delle erbe aromatiche!
Nelle loro boccette si mostrano come tesori, in ordine per colore, o per tipo di bocceta, o per genere di sapore, o anche a cazzo. E sembrano i pigmenti d’un pittore fiammingo.

Poi hanno il fascino della magia che compiono, trasformando – su usate in modo appropriato – piatti insulsi in capolavori. Un po’ di paprika ravviva i sapori, il peperoncino calienta anche il più moscio dei secondi. E il profumo limonoso del coriandolo. E la cannella, deliziosa sul cedro col miele di castagno, o sull’ananas cotto alla griglia. E il delicato sapore dello zafferano, il re del risotto. E per tacer dei semi: finocchio, sesamo e papavero, ad esempio, rendono divina l’odiosa pagnotta abituale.

E poi, naturalmente, c’è il fascino del collezionista. Finché ci sarà una spezia che non risiede su uno dei miei ripiani, finché mancherà un colore, finché ci sarà un profumo che non allieta il mio piatto, ci sarà sempre spazio per aver voglia di procurarmi una spezia. È una sensazione ben nota a chi ha questo “animo”. Se possiedo una cosa, e so che ne esistono almeno altre sette o otto, è quasi sicuro che prima o poi ne prenderò una seconda. E una terza. E una quarta. Potrò aspettare anni, ma poi ne prenderò una quinta. Con le spezie sta accadendo piuttosto rapidamente, del resto erano anni che aspettavo di iniziare…

E per finire, c’è il sapore più forte. Il fascino più sottile, ma anche quello che mi cattura di più.

Quello della storia.

Le spezie hanno mosso oro a fiumi, e con l’oro hanno mosso vite, guerre, grandi imprese e grandi bassezze. Hanno mosso ingegno e coraggio.
Per le spezie Vasco da Gama per primo ha circumnavigato l’Africa per raggiungere le Indie. Sempre per le spezie Cristoforo Colombo ha provato la nuova via, con l’idea di buscar el levante por el ponente. I portoghesi costruirono di porto in porto la loro rotta delle spezie (seconda in fascino solo alla via della seta), poi gli olandesi, favoriti dal concatenarsi di eventi in Europa, si sostituirono ai lusitani dall’Europa alle Molucche, e istituirono la Compagnia Olandese delle Indie Orientali che per un secolo dominò la rotta e il commercio delle preziose essenze. Oh, ho detto la Compagnia Olandese delle Indie Orientali: immaginate navi colme di spezie e di cannoni che navigano al largo della costa, guidate da piloti arditi che affrontano tempeste e monsoni e sfuggono ai pirati, non piccoli barconi carichi di modelli e modelle che cazzeggiano facendo la doccia, pubblicizzando shampoo e controllandosi la messimpiega. Cose diverse.

Ecco, quindi. Ogni singolo chiodo di garofano profuma di giungla e galeoni, vele, mare, oriente, racchiude bellezze esotiche e pirati della malesia, bocche di cannone e spade, risuona di tempeste e spari, e fatica e paura, e è costato scorbuto e sudore, pianto e morte, e vedove e orfani, e tradimenti e rovine. Ogni singolo chiodo di garofano ha un peso immane, sulla storia, un peso in grado di curvarla, strapparla. Non va sprecato: va annusato, va assaporato, va usato nel migliore dei modi.
Perché porta bellezza, pagata a caro prezzo.
Come una meraviglia.

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