Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

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#63. Sfumatura.

“Ho capito la sfumatura signore.
Propongo una nuova tattica: c1, fai vincere il wookiee.”
[C3PO/D3BO, Guerre Stellari, ep. IV]

C’è un concetto che fin da piccoli non ti insegnano, ed è quello della sfumatura. Forse è troppo complicato da imparare e te lo lasciano per quando sarai più grande. Anche se a volte ti viene da chiederti se non è più difficile convertire i tuoi colori piatti in sfumature, una volta che li hai già fatti tuoi.

Per esempio, partiamo dall’asilo: cominci a colorare coi pennarelli dentro le righe. Qui ci va il giallo, tutto quello che è dentro è giallo, lo stesso giallo, e fuori ci va il non-giallo. Altro pennarello, altro colore: qui ci va il rosso. E così via. Le sfumature verranno più avanti, sono difficili. E ti abitui a ragionare per compartimenti chiusi, precisi, definiti. Limitati. Stai dentro le righe. Stai dentro il foglio.

E poi vai a scuola, e ti confronti con le materie. Questa è l’ora di geografia, in questa ora si fa solo geografia, ci sono i cazzo di fiumi da imparare. Affluenti di destra e di sinistra (che poi scoprirai che rispetto al Po gli affluenti di sinistra sono a nord, nelle “regioni di destra”, e gli affluenti di destra sono a sud, e percorrono le “regioni di sinistra”, ma lo scoprirai molto dopo, quando avrai capito che persino i concetti di destra e sinistra, così facilmente quantizzabili, sono sfumati…).
Poi c’è l’ora di storia, e si fa solo storia. E l’ora di arte, e a onor del vero non si fa solo arte ma anche un po’ di casino. Ma è normale: in arte si vedono le cose belle, si prova a fare cose belle, e il casino è bello. È difficile scindere casino e arte. Ma mischiare arte e storia, portarle avanti in parallelo, mischiarle con la geografia, e ricordarsi che arte e geometria vanno a braccetto, e geometria e matematica pure, e l’arte è sorella della biologia, e soprattutto che la filosofia è madre di tutto… bah, cose troppo difficili, più avanti. Si dice agli studenti: «dovete fare i collegamenti, i bravi studenti fanno i collegamenti». Certo, i collegamenti con le altre materie. Ma mica ti spiegano come fare. E soprattutto diventa difficile fare collegamenti tra storia che studio in prima e relativa arte che mi insegnerai in quarta. E ancor di più se l’insegnante di storia e quella di arte si reputano scambievolmente due stronze e fanno apposta a ripeterti che l’altra ha detto una cazzata.
E stai dentro le ore. Il ragionamento a compartimenti stagni inizia a cristallizzarsi, le porte che li collegano cigolano sempre più, i tombini si sigillano.

Quando sfogli un libro di storia, già dai titoli ti fai l’idea che l’uomo sia un organismo quantico, e la sua storia lo sia di conseguenza. “Preistoria”, “Egizi”, “Sumeri”… e continui a farti un’idea del mondo quantico. Pensi che i sumeri erano fatti così, vestiti così, e pensavano così, e poi “sono arrivati” gli assiri che invece erano fatti-vestiti-pensavano colà, e poi i babilonesi, e di fianco gli hittiti, e laggiù gli egizi, e tutti nascono, vivono, muoiono. Una concezione “creazionista” dell’umanità, dal punto di vista filosofico, con popoli che compaiono, quasi fossero stati creati.
E invece l’evoluzione dell’uomo, dei suoi costumi, dei suoi pensieri, non è discreta, e non procede a quanti. È fluida e continua, come dire… sfumata. E queste sfumature si allungano come gradienti nel tempo, ma anche nello spazio.

Quando finalmente riesci ad arrivarci, se ci arrivi, capisci che l’universo è effettivamente quantico, che i compartimenti stagni esistono davvero, ma sono a un livello così fine, così tessiturale (parlo di particelli, di quanti energetici per la struttura della realtà, e di singoli individui, non certo di società o popoli, per la struttura sociale e storiografica) che il suo effetto è radicalmente diverso da quello che pensavi. Diventa così facile comprendere che hai sbagliato tutto, diventa evidente che le categorie che hai fin qui usato per descrivere il mondo (le linee all’interno delle quali hai colorato) sono fittizie, che tutto è molto più sfumato e che ai margini tutto si compenetra e si contamina.

Lo capisci, eccome, in politica. Dove le diversità che credevi fondanti scopri che sono invece molto meno reali di quanto immaginavi. Lo scopri nella vita di tutti i giorni, quando – se sei fotunato – puoi assistere allo sgretolamento dei tuoi pregiudizi.
E lo scopri, se hai la fortuna di avere degli amici che ti portano articoli che hanno trovato su una rivista (grazie Sarah & Mauro!), quando ti rendi conto di quello di cui mi sono reso conto io.

Stiamo parlando di una stupefacente scoperta archeologica, effettuata nella Turchia anatolica – non lontano dal confine con la Siria – nel sito di Göbekli Tepe (inserisco qui una piccola notazione: badate bene che sono un fortissimo avversatore dell’archeologia sensazionalistica e scalporistica del tipo “accazzo la sfinge è in realtà di 25000 anni fa e l’hanno costruita gli allllieni”, ecco per dire, questa qui è roba seria).
Il sito è stato “scoperto” negli anni Sessanta, ma scavato metodicamente a partire da metà anni Novanta da gruppi di scavo tedeschi (Istituto archeologico germanico, poi Università di Heidelberg e di Karlsruhe). Il sito è costituito da un vero e proprio santuario megalitico (“Una cattedrale neolitica”, infatti, titola enfaticamente Elena Agudio su Art e Dossier di marzo 2013) risalente, secondo ipotesi confermate da tecniche da datazione al C14, a ben 11.000 (undicimila, cazzo!) anni fa. La struttura è veramente imponente, con pilastri di 15 tonnellate, bassorilievi, sculture raffiguranti animali e un insieme di simboli astratti e zoomorfi che potremmo trovare somiglianti a una primitiva forma di protoscrittura, o comunque di narrazione pittografica. E la cosa stupefacente è che siamo in quella che siamo abituati a considerare piena preistoria: i ritrovamenti di ossa di animali e resti di piante non sembrano lasciare dubbi, la gente che ha edificato questi impressionanti monumenti non aveva ancora vissuto quella che chiamiamo la “rivoluzione neolitica”, erano cacciatori e raccoglitori nomadi. E questo era il loro centro di culto, il santuario cui millenni di generazioni lavorarono e in cui millenni di generazioni confluirono per celebrare i loro riti.

Storia? Preistoria? Civiltà? Neolitico? Mesolitico? Scrittura? Tradizione orale? Religione? Sciamanesimo? Quanti di questi termini corrispondono a termini precisamente identificabili e non sfumati uno nell’altro? Potevano popoli come quelli che chiamiamo egizi, sumeri, greci, nascere dal nulla? Ovviamente no. Affondano in tradizioni anteriori, o coeve ma traslate nello spazio. Lo studio della storia “spot”, intendendo a spot sia spazialmente che temporalmente, non può che risultare dannoso nella formazione di una persona, spingendola a chiudersi nella confortevolezza delle proprie certezze, all’interno delle righe, come il bambino che colora bene.
E le evidenze archeologiche, ogni giorno di più, ci insegnano che il passaggio evolutivo sia fisico che sociale non è stato a spot, ma lento e sfumato, e faremmo meglio ad accettare il prima possibile che l’evoluzione e la contaminazione hanno costruito la civiltà, la storia, l’essere umano moderno.

Segnalo “Una cattedrale neolitici. Gli scavi di Göbekli Tepe in Turchia” di Elena Agudio, su Art e Dossier di marzo 2013, per una prima informazione su questa cultura mesolitica e le sue costruzioni megalitiche, e poi al volume – che devo ancora leggere, ma ho prontamente ordinato – “Costruirono i primi templi”, di Klaus Schmidt.

Almanacco, LXXXI

Ottantunesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
22 aprile 2013

Il balzo indietro di oggi è abbastanza ampio. Con un fortissimo calcio in culo temporale vi rispedisco tutti al 1529, quando, con il Trattato di Saragozza, la Spagna e il Portogallo perfezionarono la suddivisione del pianeta nelle loro due zone di influenza, create nel 1494 con il Trattato di Tordesillas e ridefinite per determinare a chi spettasse commerciare nelle Molucche. Non era la prima volta che due potenze si dividevano artificiosamente il mondo conosciuto: lo fecero Egizi e Hittiti con il trattato di Qadeš, nel 1274 a.C., a seguito della nota battaglia. E non sarà l’ultima: pur senza una regolamentazione ben precisa USA e URSS si divisero il globo in aree di influenza (esiste un gioco in scatola che simula il periodo della guerra fredda, Twilight Struggle, tra l’altro tradotto e prodotto in italiano da Asterion, casa editrice eccellente di Correggio).

Detto questo, devo dire che la suddivisione del mondo tra Spagna e Portogallo la trovo particolarmente evocativa. Intanto perché si situa in uno dei periodi storici che meno mi piace e che per questo meno conosco, e per di più con degli stupidi collari. E poi perché mi porta profumo di spezie, e polvere da sparo, e mare, e la morbidezza della seta, e il tintinnìo delle monete d’argento.
E la domanda di oggi verte su questo: vi piace il Cinquecento? È un periodo storico che vi affascina? Perché?

#55. Giocavano.

Lo ricordo come fosse accaduto ieri, e invece era una mattina di parecchi anni fa. Ma parecchi, sul serio. Più di venticinque, più di un quarto di secolo.

È uno dei ricordi più vividi dei tempi delle scuole elementari. Insieme a una gomma bianca e grigia che avevo in mano mentre stavo piangendo ancora qualche tempo prima (non ho altri grandi ricordi di quell’evento, è un’immagine che ho in testa). Insieme a un adesivo della bandiera della CEE regalatoci dalla maestra (che aveva un fratello giornalista a Strasburgo). Insieme al primo giorno di scuola, quando dopo un paio d’ore volevo mangiare la merendina che mi aveva dato la mamma, perché avevo fame e nessuno mi aveva detto che c’era l’intervallo, per mangiarla, e all’appunto della maestra (“mangi dopo, con tutti gli altri”) mi chiedevo se dovevo aspettare che avessero proprio tutti fame.

Il ricordo in questione è un po’ più recente degli altri, è infatti legato a uno degli ultimi giorni della quinta, è legato agli esami. Che adesso, mi pare, più nemmeno esistono.

Ricordo che avevo un compagno di classe – che chiameremo Gianlupo – che aveva fin lì offerto un esame… come dire… poco brillante, e arrivati all’interrogazione gli venne chiesto che argomento aveva preparato. Lui rispose con una certa titubanza: «i romani». Quelle furono le ultime due parole di senso compiuto che disse Gianlupo in quella circostanza. Ma soprattutto, ricordo una maestra (non la nostra, non si usava che ti facesse gli esami la tua maestra) che per “aiutarlo” lo incalzava con domande che volevano sembrare amichevoli, del tipo «dicci qualcosa», «qualcosa saprai», «cosa ti piace dei romani», «che giocattoli usavano».
Ecco, lì si interrompono i miei ricordi sull’esterno, e si volgono interamente al mio interno, a quello che ho pensato io.

La domanda era interessante e apriva un mondo al di là del nozionismo del sussidiario: la storia poteva non essere solo una sequenza di guerre, di conquiste, di piramidi e papiri, ma anche vita quotidiana, cibo, vestiti, giocattoli. E poi, la ricordo bene, una sensazione di disagio, quella che ti dà una forte ingiustizia alla quale sei troppo piccolo per opporti. Come poteva Gianlupo rispondere a quella domanda? Non ne avevamo mai parlato in classe, non c’era sul sussidiario, non avevamo fatto alcuna gita in cui fosse comparso un giocattolo romano come per magia, a darci un’indicazione. Era un’autentica domanda del cazzo, alla quale forse nemmeno in un esame universitario, se non specialistico, e se non per culo, uno studente avrebbe potuto rispondere. Figuriamoci Gianlupo, che già non sapeva una mazza di niente di quello che c’era scritto sul libro.

La domanda era del tutto ininfluente. Ma il modo in cui si era chiuso l’esame mi aveva lasciato l’amaro in bocca, perché influente o meno era del tutto ingiusto. Chiudere dopo quella domanda sembrava una cosa del tipo «eh ma se non sai nemmeno questa puoi anche andare a casa», quando era l’unica domanda impossibile fatta fino a quel momento, mi faceva apparire quella maestra come una totale stronza.

Non so se scattò qualcosa nella mente del piccolo me di allora, qualcosa che mi convinse che se nella vita uno non sa un cazzo di giochi è fottuto, ma resta il fatto che nel corso degli anni mi appassionai sempre di più all’argomento, e in particolare ai giochi antichi. Quelli veramente antichi, intendo, non quelli da mercatino tipo le macchinine degli anni Sessanta o i bambolotti delle nostre mamme.
Quelli dei sumeri, invece.

Ricordo così che alle medie volli, volli, fortemente volli in regalo una scatola denominata pomposamente “grandi giochi riuniti”, che radunava grandi classici (tipo dama, scacchi, mulino) a giochi meno noti all’epoca, come la dama cinese, il pachisi, il bellissimo malefiz o gioco della barricata, il reversi, il gomoku/gobang. E volli tanto, ma tanto, al punto da comprarmelo con paghette messe via, una bellissima (beh, dai, bella) tavola di backgammon in valigetta in similpelle, e ci giocai tantissimo con mio padre.
Crescendo iniziai a leggere sulla storia dei giochi, e imparai che qualcosa di quasi identico al backgammon era già giocato dai romani (esistono il gioco della tavola, e il ludus duodecim scriptorum), e che il pachisi era un antico gioco indiano, giocato in grande stile dai maharajà con splendide schiave come pedine. Imparai che i giochi “di corsa”, come il gioco dell’oca o quello dei cavalli, ma anche come il backgammon e il pachisi, avevano illustrissimi antenati antichi nelle civiltà più ammirate: gli egizi avevano il senet, i sumeri il gioco reale di Ur.

Arrivò anche il momento in cui mi resi conto che i regolamenti di questi antichissimi giochi non potevano che essere “interpolati”, che è una parola magnifica per dire “inventati di sana pianta”, e questo mi causò un po’ di disullusione: avevo davvero a che fare con i sumeri o solo con un buontempone che aveva trovato un antico artefatto e non aveva resistito alla tentazione della scoperta completa, ovvero il regolamento, e aveva finito per inventarsi la parte mancante. Poco importa, in realtà, perché la sacralità del gioco reale di Ur (o di come diavolo lo potessero chiamare i sumeri) gliela diamo noi, per il suo appartenere a quell’epoca. Se penso alla sacralità che avrà un giochino da happy meal ritrovato magari tra 5000 anni mi vengono i brividi…

Resta il fatto che comunque quel gioco ci parla. Ci dice quanto l’idea di gioco sia antica (connaturata nella stessa essenza del mammifero, se consideriamo che moltissimi mammiferi giocano), e quanto sia antica la voglia di darsi delle regole nelle quali circoscrivere il gioco (e già questo è più recente), creando un sistema nel quale muoversi. E anche l’inclusione dell’elemento randomico, che probabilmente (questo sì) conferiva una certa sacralità, inducendo gli dei a prendere delle decisioni nel come far cadere il dado, per far sì che vincesse l’uno o l’altro, e quindi trarre l’auspicio di chi era veramente il favorito dagli dei, beh, lo trovo davvero affascinante.

Bene, considerando a questo punto che praticamente tutti i popoli antichi giocavano, qual è tra i giochi antichi il vostro preferito? Amate gli scacchi e in generale i giochi di cattura? Il backgammon e i suoi emuli basati sull’arrivare prima? I giochi di controllo del territorio, come il reversi o il go? Oppure i molti parenti del mancala, o wari, il gioco africano, praticato con sassolini e buche nel terreno, oppure vecchi telefonini Nokia?

Vi segnalo “Il grande libro dei giochi” di Paolo Pietrasanta, volume massivo che offre una buona panoramica sui giochi di carte e da tavolo. Per giochi da tavolo si intendono qui i cosiddetti astratti tradizionali, non i giochi in scatola tematici moderni.

Almanacco, XX

Ventesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
4 novembre 2012

Novant’anni fa un archeologo suddito di Sua Maestà britannica fa una scoperta sensazionale: rinviene la tomba di un faraone poco più che fanciullo, e con essa una quantità di opere d’arte e di oro davvero impressionante. Impressionante soprattutto perché non si tratta della tomba di un grande faraone, ma di un semisconosciuto ragazzo che regnò davvero per poco tempo dopo la fine della parentesi eretica amarnita.
Tra gli oggetti più belli la famosa maschera (uno dei soggetti preferiti per i puzzle) e le quattro splendide dee d’oro. Tra i più commoventi, invece, una coroncina intrecciata di corda e fiori, che si sono conservati, messagli al collo (probabilmente) dalla giovane moglie Anksunamun.

Ora, eccoci arrivati alle domande di oggi (no, basta giacobbismo, niente maledizione di Tutankamon o allineamento delle piramide con la costellazione della scrofa di nebbia): qual è la scoperta archeologica che preferite, la cui storia vi ha più emozionato, e qual è la scoperta archeologica che ancora non è stata fatta e dalla quale trarreste il maggior ludibrio se venisse realizzata.

#47. Tesoro.

Mi è capitato uno di quei colpi di fortuna che si raccontano nelle leggende metropolitane. Di quelli tipo che il papà di Billy trova Gizmo dal mercante cinese. Tipo Bilbo che trova l’unico anello. Ma senza gremlins e nazghul attaccati al culo.
Ma procediamo con ordine, che qui si fa confusione e si ingenerano aspettative che saranno poi disattese.

Cominciamo col dire che non ho trovato niente che mi renderà più ricco economicamente. Niente monetina comprata a 5 € che in realtà ne vale 400.000, niente crosta impolverata che si rivela un Van Gogh, niente cartolina con dietro un disegnino a penna di Picasso comprato al mercato delle cartoline pucciose natalizie. Tranquilli. In compenso ciò che ho trovato mi arricchirà in maniera gargantuesca dal punto di vista culturale, e darà modo alla mia anima di edificare torrioni invincibili di tracotante visione della luce superna. Mica pane e merda, insomma.

Un passo indietro. Nel fine settimana, onde sfruttare regalo di vacanzina in scatola regalatoci tempo fa e ormai prossimo alla scadenza, io e la mia compagna ci siamo concessi un giretto nella zona del Delta del Po, abbiamo visitato Adria, abbiamo pucciato le manine nella foce del Po di Tolle, abbiamo attraversato paesini dai nomi curiosi (Gnocca, Donzella, Oca, in sequenza). Infine, prima di andare a vedere un paesino litoraneo dove ero stato in vacanza poco più di trent’anni fa, ecco che facciamo tappa a Comacchio, dove sfoggio il mio “culo da sagra”. Eh sì, perché quando decido di visitare un posto, spesso, cocco l’evento topico stagionale prenotando il giorno quasi a caso. Così per esempio, a Füssen, in Algovia, ho beccato a cazzo l’annuale Kaiserfest (epocale rievocazione storica, tipo che non c’avete idea, colla giostra dei cavalieri, i soldati in armatura, i cani da guerra bardati, le schiave coi serpenti…), a Ravenna la Notte d’oro, a Bolzano sono finito nella settimana della musica e nel mio albergo c’era pieno di giovani musicisti di tutto il mondo. E ieri a Comacchio, cosa poteva esserci? Nientemeno che la “Sagra dell’anguilla”.

Per carità, onore e rispetto per il povero pesce serpentiforme, che in forma di larva si è fatto una gran camminata per arrivare dal mar dei Sargassi fino al delta del Po, ma vi devo dire che fatto arrosto in spiedo è cibo di ottimo pregio, che si gradisce assai con la polenta.

Detto questo, per i comacchiesi è uso in occasione della sagra avere molte bancarelle in giro per la città, e tra queste ve n’erano diverse di libri vecchi e usurati, di audiocassette (sembra quasi sia passata un’eternità, eh?) e financo qualche videocassetta. E mentre curiosavo, la mia compagna – che evidentemente mi conosce – mi fa: “Questo ti può interessare?”. Mah… fa vedere.

Diamine.

Interessava, dannazione, interessava davvero. Un tesoro nascosto in una discarica. Un prezioso avvinto dal fango. Un vecchio libro degli anni Settanta, con una copertina in pelle come si usava all’ora, e piccole scritte in oro. “Dal Nilo all’Eufrate”. E che minchia sarà? E aprilo, idiota…
E tosto apertolo, eccolo rivelarsi per una antologia-compendio di letterature antiche…

Potete (potete?, ma sì, dai, se girate da un po’ su questo blog potete) immaginare il mio crescente stupore quando sfogliandolo ho iniziato a trovarci roba tipo un Inno ad Ishtar del 1600 a.C., altre preghiere, un frammento di canto d’amore sumerico del 2000 a.C..
E poi il Poema di Gilgamesh (del quale, per inciso, ho da poco assistito a una coinvolgente rappresentazione teatrale itinerante all’interno delle mura di Pizzighettone, in provincia di Cremona), forsela più antica composizione epica dell’umanità e, cosa davvero stupefacente, di una attualità e forza sconvolgenti, con il suo confronto tra l’uomo apparentemente invincibile e la paura della morte, ella sì invincibile.
E poi l’Enuma Elish, in molte delle sue parti più interessanti, testo cosmogonico sumerico della prima parte del II millennio a.C., e la storia di Nergal e Ereshkigal, le divinità babilonesi dell’oltretomba, e l’altro grande poema epico sumerico, quello di Enmerkar e il signore di Aratta, del quale ho avuto già modo di parlare. E poi detti, proverbi, testi gnomici, memorie storiche e passi del codice di Hammurapi.

Ma come preannunciato dal titolo, non c’è solo Mesopotamia. Anche letteratura Hittita e Ugaritica. E testi rituali egizi, e fiabe, e la storia di Sinuhe, e poesie d’amore.

Praticamente nel comodissimo spazio di un libro ho tutto quanto ci hanno lasciato le più antiche civiltà della nostra porzione di mondo, ho due millenni di saggezza, di bellezza, di domande, di amore, di truzzismo e di immortalità. Pronti per essere assorbiti. E il tutto a quale prezzo? Alla smodata cifra di un euro, peraltro pagato dalla mia compagna dacché non avevo moneta. Certo che la saggezza dell’umanità costa proprio poco, eh?

Che gran culo.

Il testo è “Dal Nilo all’Eufrate. Letture dell’Egitto dell’Assiria e di Babilonia”, è edito da Edipem ed è il n° 59 della collana “La nostra biblioteca classica in cento volumi”. La scelta dei passi e le note al testo sono a cura di Alfonso Di Nola.

Almanacco, I

Apro oggi una nuova… una nuova… mmh, rubrica? modalità di scrittura? cazzabubbola? bah, vedete voi. Quello che conta è che inizia da oggi. E che si chiama Almanacco. Presenterà testi brevi, rispetto ai “temi”, ispirati in qualche modo alla giornata. Il santo del giorno, piuttosto che un proverbio, un evento storico accaduto quel giorno, oppure uno che accadrà in un futuro immaginario, o che non è mai accaduto perché lo immagino io e basta, o ché ne so, non voglio mettere limitazioni anzitempo. Una solta di Canneto di Eridu giornaliero (e… quasi, dai), in pillole. Si richiederà la vostra partecipazione, naturalmente. Principalmente in due forme. La prima consiste nell’ascoltare la sigla dell’Almanacco del giorno dopo, se non ogni volta almeno una tantum. La seconda nel commentare, nel rispondere alle domande e sollecitazioni che l’Almanacco porrà.
Peraltro, unicamente per questa volta, sareste gentilissimi a dirmi se vi piace l’idea.

Prima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu. 11 ottobre 2012

L’11 ottobre del 1138 un terribile terremoto, secondo la United States Geological Survey il terzo più violento di ogni epoca, colpì la zona di Aleppo distruggendo castelli crociati e fortezze islamiche, senza alcun riguardo per l’una o l’altra parte impegnate nel conflitto. Questo non può che richiamare immediatamente la tragedia che sta sconvolgendo quella regione.

A questo punto quello che vi chiedo è di dedicare un pensiero alla Siria, mettendo nei commenti qualcosa che riguarda la Siria o una sua città (tipo un rinvenimento archeologico, un famoso episodio storico, una vicenda religiosa, una curiosità). La somma di quei pensieri sarà un bouquet di fiori per la Siria.

#38. Sole.

Finché risplenderà il sole, non si potrà dire che è solo una palla di gas infiammabile.
[D.H. Lawrence]

Alzo gli occhi al cielo e vedo il sole. E penso alle civiltà al sole di Ceram. Penso agli egizi, col loro occhio di Ra, il dio-sole. Penso alle civiltà nate sotto il sole rovente della Mesopotamia, del Messico, dell’altopiano iranico. Penso ad Helios, e al suo carro, al suo viaggio nel ciele. E penso che se non distolgo lo sguardo alla svelta la mia retina è fottuta.

Ed ecco che nell’abbaglio completo, nel fantasma verde che mi obnubila la vista, sono colto da un’intuizione: ho appena sperimentato la perfetta comunione degli opposti. Il sole, ciò che ci permette di vedere, e quindi la luce, la vista, ma anche la verità, in questo momento è per me l’opposto: quello che abbagliandomi mi sta togliendo la possibilità di vedere, mi costringe al buio, intride i miei occhi di falsi bagliori verdastri e fantasmi inafferrabili.

Del resto Helios – il dio solare greco – porta il sole su un cocchio di cavalli bianchi, e il cocchio trainato da cavalli (ma neri) è simbolo attribuito anche ad Hades, il dio dell’oltretomba all’opposto del disco solare.

Ma cos’è il Sole?

Se rispondiamo con le parole della scienza, ci troviamo a descrivere la stella più prossima a noi, una stella giallo, di classe G (nella sequenza principale del diagramma Hertzsprung-Russell che mette in relazione temperatura, e quindi colore, con la luminosità), che sta al centro del sistema al quale dà il nome. Una stella come tante. Una grande sfera di gas ardente, con la sua fusione nucleare, il suo stato plasmatico con gli elettroni che sciamano indipendentemente dal nucleo (da quando ho imparato, al liceo, questa definizione, non ho mai potuto evitare di pensare agli elettroni come a una massa di folli esaltati e festosi in mandria, tutti in corsa sanza ragione e sanza meta). Con i suoi brillamenti e le sue macchie solari, la cui attività tanto intimorisce i nostri bravi ingegneri, sempre alla ricerca di una minaccia che giustifichi la loro presenza sul libro paga delle grandi aziende.

E se da un lato queste parole scientifiche sono comunque affascinanti e interessanti, siamo costretti a dare ragione allo scrittore inglese D.H. Lawrence (sì, quello dell’amante di Lady Chatterley) quando dice «è mera presunzione credere che noi vediamo il Sole così come lo vedevano le antiche civiltà». C’è la stessa differenza che c’è tra il vedere un ammasso di carne e sangue e tendini, e vedere tuo padre. Entrambe le cose sono vere. Chi vede il composto organico e tu che vedi tuo padre, avete entambi ragione. Guardate nello stesso punto, ma non vedete la stessa cosa, e lo stesso accade a noi o ai greci antichi guardando il sole.

Loro ci vedevano il padre. Ci vedevano chi aveva elargito energia e vita, e al quale rendevano offerte. Come dice Kerenyi: noi vediamo ancora il Sole, ma abbiamo perduto Helios (e infatti, nel momento in cui Helios e il Sole non sono più coincidenti, ecco che diventa accettabile persino per la Chiesa l’eliocentrismo, ché collocare una palla di gas qua o là fa pochissima differenza, mentre mettere una divinità pagana al centro dell’universo è un tantino pericoloso).

E così, per quanto noi possiamo essere naturalisti, animalisti eccetera, per quanto possiamo cercare di vivere in simbiosi con la natura e amarla e proteggerla, nel momento in cui abbiamo perduto la natura Madre e abbiamo solo l’insieme di animali e piante ed ecosistemi, non potremo mai più percepirla come gli indiani d’America, non potremo mai più esservi partecipi.

E il Sole, lungi dall’essere il padre, sarà il fuoco che ci abbronza e ci brucia, e ci riscalda, il terribile fuoco che arde al centro del sistema solare e che, se non avessimo un campo magnetico forte quanto quello che abbiamo, ci cuocerebbe non dissimilmente da poveri polletti in un forno.

Sto leggendo uno splendido – ma duro – testo, “Figlie del sole” di Károly Kerényi, e già il primo capitolo mi ha spinto a scrivere un post. E sì che l’attualità mi farebbe parlare d’altro. Ma non è escluso che ci arrivi nei prossimi giorni.

#23. Figurine.

Avendo – e avendolo più volte ribadito – l’animo del collezionista, anch’io da giovine sono caduto più e più volte nel malvagio mondo delle figurine.

A questo proposito, il reperto più vecchio che ho (non completo, purtroppo) è uno splendido album della formula 1 del 1979 (la constatazione che all’epoca dell’uscita avevo solo due anni e mezzo mi fa sorgere qualche dubbio sul fatto che fosse proprio mio, o un più probabile maldestro tentativo di qualche familiare di mascherare una propria voglia di figurine per un «lo prendo per il bambino», ma tant’è). Vedere oggi le figurine di Villeneuve (quello forte, non il figlio scemo), di Arnoux, di John Watson, della Lotus nera e oro, delle piste di Kijalami, Watkins Glen e Brands Hatch, sì, lo dico, fa un certo effetto, e mi spiace davvero che non sia completo.

Poi vennero gli albi degli animali, quelli che davvero facevo su io, e scambiavo le figurine con gli amici (un luccio per un canguro, il ghepardo per la parte sopra del rinoceronte nero), e soprattutto a conoscere parecchi animali, e ad amarli. Okapi, ocelot, gelada, irbis, carpa a specchio, panda rosso, mamba verde, suricati… sì, esistono. Se aveste preso l’album degli animali lo sapreste anche voi.

Arrivarono le medie, e lì fu la volta dei calciatori. Se fino a poco prima avevo solo una vaga idea dell’esistenza del calcio, e di Baresi, Hateley e Wilkins, fu con le medie che diventai ben più cosciente dell’esistenza di qualcosa chiamato scudetto. Anche grazie al fatto che la mia squadra, il Milan, finalmente riuscì a vincerne uno. E così, ecco gli albi Panini! Van Basten, “celo”. Vialli, “celo”. Gullit, “celo”. “Celavevano” tutti, del resto, con tanto di treccine. E anche Maradona, Careca, Brehme, Matthaeus. Sono i vari Rui Barros, Adriano Piraccini, Notaristefano, o lo scudetto del Como, o la mascotte del Pisa su vinile trasparente, o Hugo Maradona dell’Ascoli, i rari.

E ricordo poi anche la disgustosissima serie degli Sgorbions, quei mostriciattoli rivoltanti, ributtanti, rigettanti, vomitosi, brufolosi, catarrosi, smerdolosi, ruttofoni, scoreggiomani, mutilati nelle maniere più incresciose. Tutte quelle cose che fanno ridere un bambinetto scemo. Provate: «Caccole». «Ahahahahahah».
Ecco, furono un grande successo.

E naturalmente la cosa non si è fermata lì, nel corso degli anni ogni cartone animato, serie TV, ridicolo fenomeno di costume produsse una serie di bustine colorate assiepate in scomodi espositori piazzati nei posti più difficili da raggiungere dell’edicola all’angolo.

Fino a quando, e siamo alla fine dei tempi del liceo, la figurina muta. Richard Garfield ha la grande idea: il gioco di carte collezionabili. Così si stabilisce un doppio criterio per il valore di una carta (di per sé risibile): rarità ai fini collezionistici e utilità ai fini del gioco, che produce tesaurizzazione e ulteriore rarità per i collezionisti. Nasce Magic The Gathering, ed è un bestiale successo planetario. Si crea un nuovo standard nei giochi, un nuovo fenomeno di massa. Qualsiasi professore scopre in ritardo un nuovo nemico, ed è quel corposo multiverso di Angeli di Serra, Vampiri di Sengir, Draghi di Shivan, Vassalli di Gea e Geni Mahamoti, e quantaltrocazzo, che si diffonde e si radica sotto i banchi. Il paradiso dei collezionisti. Il paradiso dei giocatori. E io sono entrambe le cose.
Ma tutto passa e passa anche la MagicMania. Arrivano gli emuli di Magic per mocciosi frustrati, e quelli ce li possiamo risparmiare. Sì, direi che ce li possiamo davvero risparmiare.

E arriviamo, partiti da quell’albo del 1979, a ieri sera. Quando in un locale cremonese io e 4 amici ci troviamo a giocare. Non a Magic, è un po’ che non lo si gioca, ma a un grazioso gioco di carte (non collezionabili) chiamato 7Wonders. Non mi dilungherò sul gioco, ma posso dire che l’argomento mi è quantomeno congeniale (vedi #11. Meraviglia.), e i disegni nient’affatto male, sufficientemente evocativi. In breve tempo, e per la fermentazione nella panza degli zuccheri della coca-cola, ci si trova a fantasticare. In primis su una lista di meraviglie tratta dalla letteratura fantasy (Minas Tirith? La Barriera di A game of thrones?), poi su un’ipotetica collezione di figurine di personaggi storici… Così come da giovane mi sono appassionato agli animali anche grazie alle figurine, non potrebbe essere interessante produrre figurine anche su un tema appassionante come la storia dell’uomo? O meglio, gli uomini della storia.
È chiaro che non dovrebbero essere disegnati tipo i vecchi inserti de Il Giornalino, ma devono essere opere di tutt’altro spessore, tipo appunto i disegni delle carte di Magic. E corredati da brevi descrizioni che possano appassionare, far capire quanto cazzo era interessante quel personaggio.

Ed eccoci così, alfine, giunti a quello di cui volevo parlare.
Ipotizzando di fare un album di figurine dei personaggi dell’antichità, chi ci vorreste dentro?
Ne butto giù qualcuna…

Cleopatra. Una bella donna. Cioè, “una bella donna”? Semplicemente? Stiamo parlando di una ragazza molto giovane che ha fatto innamorare gli uomini più importanti di Roma. Cesare. Marco Antonio. Stiamo parlando della giovanissima regina del popolo che già allora vantava tremila anni di storia, al cui cospetto i grandi di Roma dovevano apparire come un macellaio arricchito al cospetto di un Asburgo. E al contempo un personaggio drammatico: risoluta, volitiva, disposta alla guerra civile contro il fratello, disposta ad andare a Roma, ma da regina, non da schiava. Ambiziosa abbastanza da toccare il potere sull’intero Impero, e disperata abbastanza da togliersi la vita. No, non semplicemente “una bella donna”, ma probabilmente una delle persone più affascinanti della storia.

E Sargon di Akkad, il primo imperatore di cui la storia certa ci parla. L’uomo che fonda Akkad, e unisce la Mesopotamia, fino all’Anatolia, fino al Mediterraneo. Millenni di civiltà si rifanno a quest’uomo come prototipo del grande re venuto dal nulla (il padre era giardiniere), e divenuto prima coppiere del re di Kish, poi egli stesso re, unificatore dei sumeri, fondatore di Akkad (da cui la lingua accadica prende il nome) fino a dominare i quattro angoli del mondo. Il re giusto, eppure conquistatore. Simbolo di tutte le doti del buon governo.

Poi metterei una bella coppia, in figurina doppia: Akenathon e Nefertiti. Lui, il faraone eretico, che in opposizione ai troppo potenti sacerdoti di Tebe del culto di Amon istituì una nuova religione, monoteista, sul culto del sole Aton. E costruì una nuova capitale, e un nuovo stile nell’arte, con la rappresentazione realistica, e non più idealizzata e senza difetti, dell’essere umano. Lei, la saggia e bellissima regina, la donna perfetta che nonostante le modifiche intervenute nell’arte amarnita è rappresentata comunque splendida.

E poi la schiera dei “nemici” dell’impero romano, romantici come solo i grandi sconfitti sanno essere. Interessante da questo punto di vista la regina Zenobia, che arrivò a costruire un vasto regno in oriente a partire dalla sua capitale Palmira, e combattè l’Imperatore Aureliano, fino a quando venne sconfitta, catturata mentre cercava col figlio di scappare attraversando l’Eufrate, e portata a Roma come bottino di guerra in catene d’oro. E Boudicca. La rossa figlia del re degli iceni, alla morte di questo essa stessa regina, reagì duramente all’occupazione romana, che trasse i nobili celtici in schiavitù e confiscò i beni, e per risposta (ce lo dice Tacito), venne umiliata, frustata in pubblico, e le sue figlie stuprate. Boudicca divenne così la più feroce e determinata oppositrice ai romani dell’intera Britannia. E organizzò una grande rivolta che arrivò a incendiare e radere al suolo Londinium (Londra). La ritorsione romana non si fece attendere, e Boudicca si avvelenò.

Ah, naturalmente c’è anche il più grande di tutti: Alessandro. Inutile parlare delle sue gesta e della sua vita, sono arcinote anche tra i meno amanti della storia. Ma sarebbe difficile davvero da rendere con un disegno il suo sguardo, buttarci dentro la determinazione di chi è arrivato ai confini del mondo, dalle colline malciucciate della Macedonia fino al tetto del mondo, alle vette dell’Hindukush. Buttarci dentro l’incapacità di fermarsi, le mille Alessandrie. Quella sì che sarebbe una versa sfida, rendere Alessandro un’immagine reale. Troppo scarso quello di Colin Farrel nel film di Oliver Stone.

E poi i grandi rivali, sempre in figurine doppie: Cesare e Pompeo, Scipione e Annibale, Marco Antonio e Ottaviano, e andando più indietro Ramses II e Muwatalli II, con il “grande pareggio” della battaglia di Qadeš, a seguito della quale fu firmato tra egizi e hittiti il più antico trattato di pace di cui ancora possediamo una copia, conservata all’ONU.

E Hammurapi, il re babilonese che ci diede il più antico codice di leggi scritto ancora conservato, e il suo ideale continuatore, Giustiniano, con il Corpus Iuris Civilis. Li metterei anche loro in doppia figurina, così, per vicinanza “tematica”.

Avete altre idee? C’è qualcuno che non può assolutamente mancare? Io ne potrei citare ancora mille, e mille mila. E non farei altro che rendere ancora più stridente il contrasto con un ipotetico album di figurine dei potenti dei nostri giorni. Perché oggi di certo non so chi vorrebbe una figurina di Monti, Holland, Draghi, Tsamaras, o peggio ancora della Merkel. Si riuniscono a gruppi alterni ogni dieci giorni e non risolvono una fava. Nella loro vita non faranno quello che fecero in dieci giorni gli uomini e le donne delle figurine sopra citate. Figuriamoci unire l’Europa. Bah. Il vertice del 28-29. Bah. Baaaaah. Baaahaahahaaaa. Humpf.

#22. Toro.

Le corna del toro si levano dal branco
e si infilano nel culo del pirla che legge.
[Pensilina dell’autobus di Persichello, anni ’90]

D’accordo, d’accordo. È con ogni probabilità la citazione più scadente che abbia piazzato finora a far da introduzione ad un pezzo. Ed è un peccato, perché il «toro», oltre a essere uno dei simboli più importanti di tutta la storia antica della civiltà, è anche il soprannome di un mio vecchio amico noto per la bontà d’animo ma anche per la notoria peculiarità di annodare le braccia a chi gli manca di rispetto (del tipo «i droidi non sono famosi per staccare le braccia agli avversari quando perdono»). Anche per questo, quindi, urge introdurre una seconda citazione, possibilmente erudita e di spiccatissimo valore, per far da contraltare alla precedente.

Tagliare la testa al tor…
Ehm, no.
Prendere il toro per le corn…
No, neppure.

Niente da fare. Non trovo una citazione decente. È evidente che per questa imponente e magnifica bestia non c’è più il divino rispetto che l’umanità tutta (o pressoché) nutriva in tempi andati.

Sì, perché il toro è rispettato e divinizzato fin dai primi segni che l’uomo ha tracciato.

Le grotte di Lascaux, in Francia, e quelle di Altamira, in Spagna, sono due siti (entrambi patrimonio dell’umanità dell’UNESCO) di epoca paleolitica, e tra i vari animali raffigurati in quelle due meraviglie pittoriche dell’antichissimità figura l’uro, oggi estinto, progenitore gigantesco dei bovini attuali. I dipinti, che ci riportano in un’età compresa tra i 18.000 e i 14.000 anni fa, ritraggono molti animali, probabilmente prede dell’uomo cacciatore.
Ma a togliere dal mucchio delle prede il bovino arriva la rivoluzione neolitica, che porta agricoltura e allevamento, peggiora lo stato dei denti, e porta soprattutto alla suddivisione del lavoro, alla città, e forse anche ad un’evoluzione della lingua, introducendovi un sacco di termini nuovi (e perdendone chissà quanti legati alla vita del cacciatore/raccoglitore) che, chissà, forse sono alla base dei termini architettonici e urbanistici che usiamo ancora oggi.

Per inciso, esiste una teoria linguistica, la teoria del nostratico, che fa risalire all’epoca una lingua ipotetica – il nostratico appunto – che sarebbe alla fonte delle famiglie linguistiche indoeuropee, uralo-altaiche, kartveliche, elamo-dravidiche, e financo il nostro amato sumerico. Questa teoria ha goduto di straordinario successo in Unione Sovietica, e il proto-nostratico venne ricostruito in maniera ipotetica similmente a quanto fatto per le radici indoeuropee. Possiamo farci guidare dal sapore di grano macinato grossolanamente, dal profumo di fango dei mattoni crudi, dal fascino di simboli come l’ascia bipenne o la testa di toro, e immaginare il suono di una lingua primigenia, che potremmo anziché nostratico anche semplicemente definire “umano”, e leggere questa poesia del nostraticista russo Vladislav Illič-Svityč:

K̥elHä wet̥ei ʕaK̥un kähla
k̥aλai palhA-k̥A na wetä
śa da ʔa-k̥A ʔeja ʔälä
ja-k̥o pele t̥uba wet̥e

La lingua è un guado nel fiume del tempo,
ci porta alla dimora dei nostri antenati;
ma non vi potrà mai giungere,
colui che ha paura delle acque profonde.

Ma torniamo al nostro toro. All’epoca in cui – secondo i nostraticisti – veniva parlata una lingua simile a quella che vedete scritta poco sopra, in Anatolia si imboccava la grande strada che porta alla città. Il centro neolitico di Çatalhöyük è, finora, la città degna di questo nome più antica che abbiamo ritrovato (grazie al fatto che venne distrutta da un incendio, sciagura per l’epoca, enorme colpo di culo per noi vivi), con le sue case costruite addossate le une alle altre, senza strade a dividerle, e gli ingressi dal soffitto raggiungibili tramite scale. In questo sito sono state trovate delle grandi sculture a testa di toro, veramente bellissime e straordinariamente moderne nella loro stilizzazione.
Il toro, per l’allevatore, emergeva tra le altre bestie, per la sua forza con la quale dominava e difendeva il branco, e per la sua potenza generatrice, simbolo di fertilità. Potenza che porta vitelli e latte.
Al contempo, a fianco della forza virile generatrice, il toro porta le corna che ricordano la forma a falce della luna, e quindi si legano al ciclo femminile e alla dea generatrice, la terra, simboleggiata poi dalle veneri simbolo a loro volta di fertilità, nonché espressione della ninfa, la donna nell’età fertile, funzione divinia corrispondente alle categorie dell’amore, della generazione, della sessualità.

Il toro è il centro delle cosmogonie di molti popoli. I culti misterici mitraici fanno risalire all’uccisione del toro primigenio da parte di Mitra la nascita del mondo. Il vitello d’oro dell’antico testamento è in realtà il culto del toro come simbolo di El adorato dai patriarchi ebraici, vietato poi nella terra promessa da Mosè. Il toro compare ancora nelle insegne del faraone Narmer (primo faraone della prima dinastia) e per gli egizi è comunque un simbolo importante: tiene tra le sue corna il disco solare ed è allo stesso tempo simbolo di fertilità e simbolo funerario, legato ad Osiride e alle sue rinascite. Il toro fa bella mostra di sé sullo stendardo da guerra della città mesopotamica di Mari, ed è rappresentato in statuette di rame sumeriche del terzo millennio avanti Cristo.

Il toro è al centro della simbologia cretese, ed è un tema sul quale – ne sono certo – l’amico Topus farà un corposo ed affascinante intervento nei commenti. E sono sicuro che una volta che l’avrò letto non potrò esimermi dal leggere il libro sulla civiltà minoica che ho già comprato e che aspetta solo uno stimolo potente per farsi leggere (e il fatto che io spesso legga sul cesso non deve comunque gettare ombre su quale sia lo stimolo che attendo).

Per ora Creta mi interessa di sponda. Mi interessa soprattutto per un mito greco ivi ambientato, e per un sintomo, di cui parleremo dopo.

Il mito è ovviamente troppo famoso per star lì a descriverlo minuziosamente, ne faccio, come si dice oggi, un turboriassunto.
Il re di Creta, Minosse, riceve in dono da Poseidone uno splendido toro bianco da sacrificare. Minosse fa il furbetto del quartierino, occulta il toro bianco fico e sacrifica un altro bovino, probabilmente un po’ bolso e cicciotto, col quale viene bene la grigliata dopo il sacrificio. Poseidone se ne accorge, che mica è dio per niente, e decide di vendicarsi in maniera originale: fa innamorare Pasifae, moglie di Minosse, del toro bianco.
Ora, per quanto Pasifae si riveli vacca, e per quanto il toro sia simbolo della fertilità, la regina ha oggettive difficoltà ad accoppiarsi col toro, epperciò chiede aiuto a Dedalo, geniaccio ateniese in esilio, il quale costruisce una vacca di bronzo (o di legno, a seconda della tradizione) nella quale Pasifae si adagia e tramite la quali si accoppia col toro. Senza porci questioni sulla capacità di produrre prole di due specie piuttosto dissimili, accettiamo il fatto che la regina resta incinta, e partorisce un mostro: il minotauro Asterione (stellazza?), che viene chiuso in un gigantesco labirinto costruito ancora una volta da Dedalo (che evidentemente non sa stare lontano dai guai). Dedalo, tra l’altro, visto che ormai sa troppe cose, viene chiuso nel labirinto col figlio (le colpe dei padri ricadono sui figli). Dedalo e Icaro se ne vanno in volo con ali di cera, ma il giovane intemperante si avvicina troppo al sole e muore.
Passa il tempo, e gli ateniesi fanno uno sgarbo a Minosse (l’uccisione di un figlio, il più delle volte) e sono costretti a pagare un tributo altissimo: 7 fanciulli e 7 fanciulle da mandare a morire nel labirinto ogni tot anni (variano da tradizione a tradizione) sbranati dal minotauro, che a causa dello scombussolamento genetico risulta un carnivoro stretto.
A un certo punto Teseo, eroico figlio del re di Atene Egeo, decide di mischiarsi ai fanciulli sacrificandi. Arriva a Creta, fa il filo ad Arianna, figlia di Minosse. La poverina ci casca, e lo aiuta. Teseo si infila armato, nottetempo, nel labirinto e fa secco il minotauro, e riesce poi ad uscire dal labirinto grazie allo stratagemma del filo legato al piede, poco dissimile dalle briciole di Pollicino.
Teseo uccide il minotauro (fratellastro di Arianna) e si porta dietro la principessa, salvo poi piantarla in Nasso (la abbandona sull’isola con quel nome, Dia secondo altre fonti).
Sulla via del ritorno dimentica di cambiare le vele come promesso al padre (per fargli sapere della vittoria) che credendo così che il figlio sia morto si butta in mare.

Ora, credo proprio che il suddetto mito sia uno dei miti più belli in assoluto. Per gli studiosi di mitologia più interessati a leggere nel racconto una parafrasi degli eventi storici (come Robert Graves), qui c’è tutto lo scontro di civiltà tra i micenei e i minoici, con il prevalere dei greci continentali che si ribellano ai tributi nei confronti dei cretesi dei quali causano la caduta della civiltà, evidenziata dall’uccisione del toro nel suo labirinto (il palazzo di Cnosso).
Per gli studiosi di psicologia e sociologia, invece, questo è uno dei miti più farciti di archetipi fondanti per la civiltà occidentale. Dall’artefice Dedalo, primo esempio di scienziato inventore, fino al giovane privo di esperienza che se non ascolta gli insegnamenti finisce per bruciarsi. Dalla mancanza nei confronti della divinità che s’incazza, all’insana follia amorosa che conduce la regina alla rovina. E per finire il labirinto, la mente dell’uomo, che si pone come un ostacolo che contiene un mostro, e l’uomo deve affrontarlo, altrimenti quest’ostacolo (rappresentazione dell’inconscio) continuerà a riproporsi (il tributo dei fanciulli). E Teseo, l’uomo maturo, decide infine di affrontarlo, con l’aiuto di Arianna, la donna che rappresenta la realtà, gli affetti a cui l’uomo deve aggrapparsi per tornare dal viaggio dentro se stesso, una volta affrontato e sconfitto il mostro.

Il problema, però, è che uccidere il mostro significa sì superare la condizione di bestialità e arrivare all’uomo civilizzato, ma anche cercare di sopprimere una parte di sé che, volente o nolente, l’uomo ha dentro di sé: il suo cervello da rettile. L’uomo deve quindi affrontare il minotauro, senza sottrarvisi, ma deve davvero ucciderlo? O solo rendersi conto che al centro del labirinto un minotauro c’è davvero? Quale delle due è la mossa giusta?
Io ho provato a dire la mia con un racconto, che pubblicherò (visti gli esiti del sondaggio) nei prossimi giorni.

Nel frattempo, ci è rimasto in sospeso un sintomo: il toro, decadente, muore nel labirinto. E da lì non sarà più quello di prima. Il vitello d’oro viene spaccato da Mosè, un altro sintomo. Il sintomo di una civiltà che sta finendo, la civiltà mediterranea della dea madre, della fertilità, della natura, del medio oriente.
Una civiltà che sta lasciando il posto alla visione indoeuropea, patriarcale, guerriera, e alla visione ebraica monoteista, di un Dio invece che di una dea.
E dall’unione di queste due civiltà/filosofie/religioni, con san Paolo, al cristianesimo, e alla sua società basata sul senso di colpa, e della porta del labirinto sigillata. Ma al di là di quella porta il minotauro c’è ancora, ed è vivo.

Ci sarebbe molto da citare, ma mi limito, per ora, a consigliare ancora una volta il Dizionario dei simboli di Chevalier-Gheerbrant, e aggiungo “I miti greci” di Robert Graves

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