Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

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#42. Incroci.

“Mogli e buoi dei paesi tuoi”
[Detto italiano]

Ricordo che un amico tempo fa (e con tempo fa intendo qualcosa tipo quindici anni) sosteneva implicitamente la colossale e solenne minchionitudine del suddetto detto, dato che a suo dire tutte le donne più belle del mondo provengono da cocktail genetici particolarmente audaci. Per esempio, citava Cameron Diaz (che vanta nelle proprie linee parentali cubani, tedeschi, inglesi, olandesi e cherokee), Piper Perabo (di padre portoghese e madre norvegese), Naomi Campbell (di madre giamaicana, e pare abbia progenitori cinesi) e così via. Ora, senza tirare in ballo i buoi ma mantenendoci alle mogli, potremmo anche considerare il fatto che l’uscita da gruppi geneticamente omogenei possa garantire una variabilità maggiore, e quindi fenotipi più peculiari e distinguibili, e quindi da un certo punto di vista quell’amico aveva le sue ragioni.

Ora, di preciso non so come mai mi sia tornato in mente, ma ripensando a quello ed esasperando un po’ il concetto, mi è tornato in mente anche un romanzo letto tempo fa (Ayla figlia della terra, di Jean M. Auel, primo libro di una saga in cui la cosa migliore è il primo libro…) ambientato all’epoca della diffusione dell’uomo di Cro-Magnon in Europa, mentre i neanderthaliani declinano. In questo romanzo si avanza l’ipotesi di una possibile ibridazione Cro-Magnon x Neanderthal. Tra l’altro mi ha confermato un esperto che questa ibridazione è qualcosa di più che una semplice possibilità, e che la “pistola fumante” (nella forma di fossili di struttura ibrida) è già stata rinvenuta.

Doveva essere davvero uno strano mondo, quello. Oggi te ne vai in giro per il pianeta, e anche se certe persone sembrano alieni per il modo di ragionare, e altre sembrano bestie per il modo di comportarsi, comunque incontriamo sempre e solo esponenti della nostra stessa specie (sì, ci sono gli animali, ma il rapporto con loro si basa comunque su principi e modi di comunicazione del tutto diversi). In quel tempo, invece, potevi andartene in giro e trovare un’altra specie intelligente (o per lo meno intelligente in modo simile a noi), così simile da poterla riconoscere come affine, al punto da provare istinti sessuali (non mi spingo fino all’amorosi perché non abbiamo evidenze del fatto) interspecie.
Una roba alla D&D, dove potresti avere una fidanzata elfa, o alla Star Trek, con una vulcaniana. No, con una wookie mai, davvero, per favore.

Ma passando di italiano in norvegese, di americano in neanderthaliano, di cromagnon in elfo o in vulcaniano, superati i limiti della quotidianità, della preistoria, della fantascienza e della fantasia, riesco ormai a intravvedere i contorni del mito, dove l’ibridazione era un tantino più spinta. Donna con toro (Pasifae, che partorisce il minotauro). Donna con cigno (Leda, che depone due uova dalle quali nascono Castore & Polluce e Elena & Clitennestra). Donna con pioggerella dorata (non ridete! mi riferisco a Danae, che partorì poi Perseo). E poi creature ibride per natura, come la chimera e il centauro, il satiro e la sirena (che originariamente era mezza donna e mezzo uccello, solo poi è diventata mezzo pesce). E possiamo parlare anche dei nephilim, i figli giganti e mostruosi generati nelle più belle figlie degli uomini da Azazel e compagni, che dovevano essere i guardiani dell’umanità (angeli secondo Tertulliano e altri commentatori cristiani, divinità pagane pregiudaiche per altri studiosi, comunque è un passo presente in Genesi e nel libro di Enoch che crea non pochi grattacapi ai teologi).

L’ibrido, dunque, ha sempre affascinato l’umanità.

Al punto che dalla notte dei tempi (che splendido sintagma, così evocativo) ha sempre cercato di plasmare animali e piante intorno a sé attraverso tecniche di ibridazione e selezione.
Ad esempio, due animali addomesticati in tempi remoti sono l’asino e il cavallo. Cercando un animale in grado di portare in dote sia la forza del cavallo che la resistenza dell’asino, ecco che vennero incrociate le due specie (o magari inizialmente avvenne per caso).
Incrociando cavalli e asini, si ottengono muli e bardotti. Sapete qual è la differenza tra i due? Ricordo che una volta nella mia compagnia nacque questa discussione (a volte si parla proprio di qualsiasi cosa) e alla fine le due teorie sembravano dotate entrambe di una certa logica, e partivano entrambe da un punto fermo: il mulo è decisamente più comune e famoso del bardotto. Secondo alcuni doveva quindi il mulo essere figlio d’asina e di cavallo, dacché chi ha una cavalla accetterebbe malvolentieri di farla coprire da un asino, animale considerato di minor pregio, e quindi di sminuirla. Secondo altri invece il mulo doveva essere figlio d’asino e cavalla, dacché è più facile per una cavalla (che è di dimensioni maggiori) partorire il figlio di un asino, che non per un’asina partorire il puledro di un cavallo, probabilmente troppo grosso per lei. Non è ben chiaro comunque il motivo, ma la risposta giusta è la seconda: asino maschio e cavalla femmina. E il mulo assomiglia di più all’asino, il bardotto al cavallo.

Nel frattempo, ho scoperto che non solo esiste (ormai solo in zoo, dacché in natura gli areali dei genitori ormai hanno intersezione nulla) il tigone, incrocio tra tigre maschio e leonessa, ma anche il ligre, più comune incrocio tra un leone maschio e una tigre femmina. Il suo aspetto è quello di un grosso leone con diffuse striature da tigre. A differenza dei leoni e come alle tigri, alla ligre piace molto nuotare.
Una curiosità: leone femmina e tigre maschio trasmettono entrambi al tigone il gene inibitore della crescita, quindi esso risulta molto più piccolo dei genitori, al contrario tigre femmina e leone maschio non lo trasmettono al ligre, che quindi cresce per tutta la vita, diventando decisamente più grosso sia del leone che della tigre, rendendolo il più grande felino presente sul pianeta terra.
Tutti i ligre maschi conosciuti sono sterili, mentre le femmine sono fertili e si possono accoppiare con tigri, dando vita al ti-ligre, o con leoni, dando vita al leo-ligre. Idem per le femmine di tigone, e via di li-tigone e ti-tigone. Bel casino.

Sembra frequente in natura questa cosa dei maschi sterili e delle femmine fertili, visto che anche nel caso dello dzo, ibrido che nasce dall’incrocio tra un toro ed una femmina di yak, le femmine sono feconde e lattifere, mentre il maschio è sterile. E chissà se era così anche per gli ibridi neanderthaliano-cro-magnon.

Ci sono poi curiosi casi in natura, un tempo reputati incroci e poi, più sensatamente, ricondotti allo status di specie. Uno di questi è l’okapi, un tempo ritenuto dagli studiosi un incrocio tra la zebra e la giraffa (cosa del tutto impossibile), o perlomeno l’anello di congiunzione tra i giraffidi e gli equidi. Ma esami del DNA hanno cancellato ogni dubbio, portando gli scienziati a dichiarare l’okapi come specie a se stante. E molto affine alla giraffa, a dispetto delle striature zebrate. Peraltro il nome scientifico della giraffa, Giraffa camelopardalis, sembra alludere a una miscela di leopardo e cammello…

A proposito di anelli di congiunzione: il panda gigante, il cui nome in cinese significa orso-gatto, non ha ovviamente niente a che fare con il gatto, ma è un urside a tutti gli effetti. La cosa curiosa è che alcuni scienziati non lo classificano urside, ma membro di una singola famiglia (gli ailuridi) costituita dallo stesso e dal panda rosso, che naturalmente non gli somiglia per niente, e che (e qui la curiosità) è detto anche firefox. Stando a wikipedia, Mozilla Firefox prenderebbe il nome dal panda rosso… cosa succederebbe incrociando una Panda con un browser? Si navigherà lentamente ma senza impiantarsi mai per decenni, anche in montagna?

Cito poi il caso del quagga, curiosa sottospecie di zebra che si è estinta nel 1883, prima di stabilire con certezza se fosse una specie a se stante, una semplice sottospecie o un incrocio tra zebra e qualcosaltro (generalmente definiti zebroidi).
Studi successivi hanno finito per identificarla con una sottospecie della zebra di pianura. È in atto è un programma per “ricrearla” geneticamente attraverso incroci di questo animale, con il quale, grazie alla prole fertile, si incrociava già in natura a suo tempo senza problemi, alimentando a sua volta la confusione.

“Se senti rumore di zoccoli pensi a un cavallo, non a una zebra”
[da “Dr. House MD”]

Ok, ok. Questo per considerare che se mi soffio il naso è più probabile che abbia un raffreddore che una rara malattia tahitiana che combinata con una poco comune alterazione del sangue dell’artico causa perdita di muco dal naso. Bene. Ma, un momento, sentite questo rumore di zoccoli? Cosa sarà?
Forse non è un cavallo, forse nemmeno una zebra… potrebbe essere…
1) uno zorse o zebramulo (zebra x cavalla);
2) uno zony (zebra x pony);
3) uno zetland (zebra x pony shetland);
4) uno zebrass (zebra x onagro);
5) uno zebrasino (zebra x asino).
Bel casino, eh? Che sarà?

Se poi fosse l’onagro, invece, fate attenzione. Potrebbe essere solo il primo di una imponente invasione di carri da guerra sumerici. Sì, erano trainati da onagri. Quanto tempo che su questo blog non si parlava più di sumeri. Troppo, davvero troppo.

Spostiamoci ora nella botanica. Sapete che si è stabilito geneticamente che tutti gli agrumi sono stati originati semplicemente da tre specie originali (cedro, mandarino e pomelo, che sarebbe poi quello strano pompelmone che a volte sotto Natale c’è al supermercato, e che molti guardano con disprezzo pensando a chissà quale diavolo di industria genetica l’abbia creato…). Tutti gli altri agrumi non sono altro che ibridi e incroci che nel corso dei secoli, grazie alla facile ripetibilità, hanno dato origine a specie vere e proprie.

Tra gli ibridi, quindi, figurano tutti gli agrumi oggi più largamente consumati (l’arancia forse derivante da pomelo e mandarino, il limone derivante da cedro e pomelo)… a loro volta, poi ibridati fra loro:
basti pensare che ibridando arancia e mandarino si è ottenuta poi la clementina, mischiando arancio dolce e pomelo s’è fatto il pompelmo, che re-imbastardito con l’arancio ha prodotto il pompelmo rosa e mischiato con il mandarino ha dato origine al mapo, da limone e cedro si è giunti alla limetta, meglio nota come lime. A sua volta il lime, incrociato con il cedro, ha dato origine a una curiosa specie nota come combava, che sembra un lime bitorzoluto,
Pochi sanno, però, che il chinotto è anch’egli un agrume, derivato probabilmente dall’arancio amaro (un altro agrume ancora) che, a sua volta, incrociato col cedro ha dato origine al bergamotto (entrambi sono molto usati in profumeria). E non ho neanche iniziato a parlare poi degli ibridi con il kumquat, o fortunella, o mandarino cinese…

L’uomo in questo caso mi dà l’idea di un pittore che con tre colori sta realizzando infiniti quadri…
Mi dà un’idea meno romantica quando bombarda il grano di radiazioni per vedere cosa ne esce, e crea e commercializza il grano duro Creso senza sapere bene cosa è stato modificato con quei bombardamenti, ecco…

Per il controverso argomento dei nephilim, vi rimando a Genesi 6:4 e al libro di Enoch. Troverete poi da soli dozzine e dozzine di testi para-occultistico-cazzoni in grado di delucidarvi sul fatto che la loro presenza nelle sacre scritture sia praticamente la prova scientifica dell’esistenza dei giganti, della caduta degli angeli, degli alieni, della magia e di un sacco d’altre cazzate.

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#29. Fate.

Ho visto un film d’animazione bello e poetico. Mi riferisco ad Arrietty. Il mondo sotto il pavimento, l’ultima opera dello Studio Ghibli arrivata in Italia.

Per chi stesse osservando un curioso punto di domanda arancione comparsogli una dozzina di centimetri sopra la crapa, urge una breve introduzione. Lo Studio Ghibli è uno studio cinematografico giapponese findato nel 1985 da Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Ecco, se non avete mai visto un anime in grado di stupirvi per la bellezza dei disegni, delle musiche, delle storie, è perché probabilmente non avete mai visto un loro lavoro.

Tra i lavori dello studio Ghibli che ho visto finora, ho avuto la sensazione di riconoscere due generi distinti. Da un lato film più complessi, affascinanti e per certi versi inquietanti, come il premio Oscar La città incantata, La principessa Mononoke, Porco Rosso e Il castello errante di Howl. Dall’altro storie semplici, fiabe raccontate con una delicatezza e una poesia non comuni, come Ponyo sulla scogliera, Il mio vicino Totoro e Kiki consegne a domicilio. E questo nuovo Arrietty.

Se davvero non ne avete visto nemmeno uno è ora di rimediare. La città incantata non va perso. Mi raccomando.

Ma torniamo ad Arrietty. La storia è ispirata ai romanzi della scrittrice londinese Mary Norton (editi in Italia per i tipi di Salani) ed è incentrata su una ragazzina appartenente alla specie dei prendimprestito, dei piccoli uomini che, nascosti nelle case degli umani, vivono delle cose che loro scartano o perdono. Centrale in questa vicenda è l’incontro con un ragazzo umano, Sho, e la storia di un’amicizia che travalica le grandi differenze tra i due e i problemi e i pericoli che dividono umani e prendimprestito.

Questo film riunisce, tra l’altro, due grandi passioni della mia compagna: il Giappone e il “piccolo popolo”, passioni che con il tempo mi hanno contagiato e che ormai condivido.

Intanto cominciamo col dire che il termine italiano “fate” è fuorviante, visto che fa riferimento sia, da un lato, alla fata delle leggende mediterranee (dalla mitologia greca al folklore italiano e francese) – ovvero la donna semi-divina dotata di poteri magici, emersa dal tardo medioevo con tanto di abiti da dame di corte e bacchetta magica – sia alle fairy, le creature celtiche o anglosassoni che costituiscono nel loro insieme il Sidhe, il piccolo popolo, la gente della dea Danu (i Tuatha de Danaan) quando i milesi invasero l’Irlanda e li spinsero a fuggire nel sottosuolo (o nell’Oltretomba, o comunque in luoghi irraggiungibili se non attraverso la smarrimento, attraversando un fiume, una foresta eccetera, comunque metafore della morte).

I nomi di tutte le creature che compongono questo eterogeneo mosaico suoneranno di certo familiari al giocatore di D&D, purtroppo non le loro storie e leggende.

Ci sono i tetri spriggan, guardiani dei tesori, ladri e mascalzoni che possono gonfiarsi fino a proporzioni mostruose. Ci sono le Gwragedd Annwn, fate delle acque cui si ispira anche la Dama del Lago madrina di Lancillotto nel ciclo arturiano. E gli elfi dei boschi, cui era attribuita la paternità delle punte di freccia in selce che venivano ritrovate. E poi c’è la leggenda dei changeling, i mostruosi bambini delle fate lasciati nella culla al posto dei bambini rapiti.
Il leprecauno è un industrioso elfo irlandese ciabattino, che conosce l’ubicazione di pentole d’oro. E dopo una giornata di lavoro se la spassa facendo casino nei greggi di pecore, ed è noto con il nome di cluricauno. I goblin sono ladri e dispettosi che raggirano gli umani, a volte con i fruttini proibiti del mondo delle fate. I molesti coboldi della tradizione germanica sono minatori, mentre i gallesi li chiamano Coblynau e in Cornovaglia picchiettanti.
I nani della mitologia norrena sono fabbri eccezionali, hanno forgiato Mjolnir, il martello di Thor, e Brisingamen, la collana di Freyja.

Se sei d’aria lascia che la nebbia grigia ti avvolga,
Se di terra lascia che la miniera scura ti accolga,
Affonda il tuo anello se sei un pixie
Cerca la tua sorgente se sei un nixie.
[Walter Scott]

Pixie, urchin, fuochi fatui e spiritelli sono i più piccoli membri del piccolo popolo. Phooka, o Puck, come lo chiama Shakespeare, cambia aspetto ed è un seguace del re degli elfi Oberon. Ci sono poi i molti spiriti che trascinano nelle acque gente incolpe per annegarla, come il kelpie. Le selkie, invece, sono donne che si mutano in foche.

Ci sono poi tutta una serie di elfi domestici – brownies – che aiutano gli uomini nel lavoro. Tra questi il più singolare è probabilmente il kilmoulis, un brownie mugnaio privo di bocca che si nutre cacciandosi il cibo nel naso.

Un’infinità di creature e leggende. Un’infinità di miti. Di storie locali. Create per educare i bambini a star lontani dai fiumi, o dalle miniere, create per spiegare fenomeni o consolare perdite inconsolabili.
Il piccolo popolo non è dissimile da tutte le altre forme che assume la fantasia umana, in questo.

Dissimile è la multiformità che ha assunto, dissimile la diffusione trasversale a qualsiasi barriera linguistica o religiosa, come se il mondo delle fate fosse un insieme i archetipi comuni all’inconscio dell’uomo, al di là delle sue divisioni linguistiche e culturali (basti ricordare che i temi delle fiabe sono ricorrente in tutto l’areale che va dall’Europa, all’Asia, all’Africa e alle Americhe, escludendo la sola Oceania – ce lo dice Kerenyi, in Miti e misteri).

Dài, dài.
Ora inventate una creatura fatata.
Vediamo se riuscite ad essere originali, o se è impossibile sfuggire ai cliché pre-programmati nel nostro encefalo.

Consiglio un libro davvero splendido, sul mondo delle fairy e sulle leggende che lo circondano: si tratta di “Fate”, di Brian Froud e Alan Lee, a cura di David Larkin, corredato da splendide illustrazioni.

C’è un buon film sulla leggenda delle selkie, ed è “Il segreto dell’isola di Roan”, del 1994. E attenzione: se vi venisse voglia di vedere “Changeling” con Angelina Jolie, vedreste un bel film ma che con i figli scambiati dalle fate c’entra solo a livello di metafora.

Di recente ho letto un romanzo davvero strano, dal sapore assai fiabesco, amaro, triste, poetico. Si tratta di “La ragazza dai piedi di vetro” di Ali Shaw.

#12. Tramonto.

I’ve seen things you people wouldn’t believe,
attack ships on fire off the shoulder of Orion,
I watched the c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gates.
All those moments will be lost in time,
like tears in rain. Time to die. »
[Rutger Hauer / Roy Batty, in Blade Runner]

Il tramonto è una condizione dell’anima. È quello stato del pensiero romantico, disposto al declino, che si strugge per una rovina.

Il tramonto chiude una storia. E ne apre un’altra.
È la partenza degli elfi per l’occidente, la fine del libro rosso dei confini occidentali, e l’inizio dell’era degli uomini. È il ritrovo dei cavalieri dopo la quest del graal, che prelude alla fine della leggenda e all’inizio della storia: non ci sono più magie e meraviglie, solo guerre. È il crepuscolo degli idoli, il Ragnarok. È la fine dell’era mitica. È la morte dell’ultimo drago. È il crollo dell’impero romano, la fine dell’antichità, che dà il via alla nascita dell’Europa moderna.

La voglia di guardare il tramonto è un racconto dei tempi della scuola, è il desidero di restare attaccati a quell’età dell’oro in cui tutto è possibile, quell’età della giovinezza che scivola via, con i suoi sogni e le sue folli speranze. Gli occhi restano fissi sul disco solare, che diviene arco, che diviene sottile striscia e poi sparisce. E ci lascia un presente buio. E ci lascia uno sguardo fisso verso un punto in cui non c’è più niente.

Il film più tramontizio che mi sia capitato di vedere è Un mercoledì da leoni, di John Milius. Qualcosa di più di un film sul surf: è un film su una generazione, quella dei giovanissimi dei primi anni ’60, quella che ha cantato Will you still love me tomorrow (che dice non a caso: “ok, stanotte è tutto bellissimo, ma domani mi amerai ancora?”… come dire che questo periodo scanzonato di ragazzi che si divertono in spiaggia è splendido, ma come sarà il domani?). La generazione che poi si è svegliata partendo per il Viet Nam, che ha sofferto la perdita dei miti giovanili, e si è poi trovata poi adulta, sulle stesse spiagge da cui è partita, per cercare di far pace con la voglia di aggrapparsi al tramonto.

Ma nel tramonto c’è anche il sottile piacere della rovina, il vedere che in fondo è bello anche se va tutto a rotoli. C’è Into the wild, c’è la fine più “romantica” – nel senso originale del termine – che si possa immaginare, e che pure ci sta così bene. C’è il non-lieto fine di King Arthur, con i funerali. E che pure ci sta così bene.

E se ci sta così bene è forse perché in fondo la nostra è stata una generazione che è vissuta al tramonto. Abbiamo visto il tramonto del comunismo, ora il tramonto del capitalismo occidentale, e – gli dei non vogliano – anche il tramonto del sogno europeo. Forse ce l’abbiamo dentro che le cose non possano poi funzionare, in fondo in fondo. Forse ce l’abbiamo dentro il germe della rovina, essendo creature che alla fine, dopo tutto, pur con tutte le rabbie, lotte, paure e disperazioni, sono destinate a morire.

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