Il canneto di Eridu

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M2 – La parete rupestre

La parete rupestre
Dopo l’imprevista (e per me fortunata!) parentesi con il tema “sfumatura”, grazie a Göbekli Tepe, torniamo all’ultima nata tra le rubriche del canneto di Eridu, il Mausoleo.
Vi ricordo brevemente l’idea: si tratta di costruire un grande mausoleo dedicato all’umanità, in particolare alle persone che in qualche modo, secondo me, hanno contribuito a rendere grande l’umanità (persone reali o inventate, dacché anche le persone reali sono in parte inventate, visto che la loro storia passa attraverso la narrazione della stessa, e le inventate sono in parte reali, perché dalla realtà umana prendono spunto e la narrazione delle loro gesta non è dissimile da quella delle persone reali). È giunta l’ora, quindi, di continuare con la nostra opera architettonica e dunque aggiungiamo un nuovo elemento, dopo l’altare di Omero.

Con Omero abbiamo celebrato la narrazione. La capacità di narrare è uno degli elementi che caratterizza l’animale uomo, forme narrative (non semplicemente comunicative) in altri animali sono ignote. Un’altra delle attività umane più importanti che (al momento…) pare piuttosto caratterizzante è il fare arte, ovvero realizzare qualcosa per la ricerca del bello, senza un fine utilitaristico o di altro piacere immediato che non sia puramente estetico. L’arte come voglia di abbellire il mondo.
È anche vero che questo è sintomo di un’ambizione sconfinata, dacché per pensare di far qualcosa di più bello del Sahara, dei fiordi norvegesi, degli specchi lacustri delle Alpi, delle imponenti pareti innevate dell’Himalaya, o semplicemente dell’immensità del mare (e per tacer del sole!) occorre essere follemente ambiziosi, e follemente superbi.

Ma follemente ambizioso l’uomo lo è. E anche follemente superbo. Non c’è niente di stupefacente, quindi nel fatto che ci provi sempre, spesso con risultati disastrosi (sarebbe più bello il mondo senza l’uomo? ecco una domanda inquietante). Ma a volte invece ci riesce. E ci riesce bene. Non è questo il momento di fare un elenco di opere che a mio modo di vedere hanno abbellito il mondo, ma voglio comunque citare alcune tra le più antiche rinvenute: mi riferisco alle pitture rupestri di Altamira, in Spagna, e di Lascaux, in Francia (purtroppo queste ultime sono al momento in cui scrivo non visitabili, a causa di infestazioni fungine che vengono trattate per restaurare il sito), risalenti ad un periodo compreso tra i 18500 e i 16000 anni fa (circa 5000 anni prima di Göbekli Tepe, una distanza temporale superiore a quella che separa noi dalla costruzione della piramide di Cheope). Al momento la funzione di queste opere resta ignota, non sappiamo se aveva uno scopo cultuale, propiziatorio o semplicemente estetico. Ma che sia arte, in un qualche modo, è indubbio, e che l’uomo sapesse già raffigurare la realtà e riconoscere le pure forme, separandole dall’oggetto reale, è altrettanto evidente.

Per cui celebriamo l’arte, nel canneto di Eridu, e nel grande Mausoleo ecco che a far compagnia all’altare di Omero mettiamo qualcosa che celebri l’arte di un grande assoluto. Un grande di cui non abbiamo un nome, non sappiamo che faccia avesse, nemmeno che lingua parlasse e che suono potesse avere la sua lingua. Ma una parete dipinta con scene rupestri, nel mausoleo del canneto ci sta proprio bene. Non gli do un nome fittizio: qualsiasi nome rifletterebbe pregiudizio o fallacia nel mio pensiero verso quell’antichissimo maestro. E nemmeno gli attribuisco un nome collettivo, per non trasformarlo in un suono privo di significato. Ma lo riconosco come uno dei grandi assoluti della pittura, e gli tributo l’onore che merita.

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M1 – L’altare di Omero

Ben venuti all’inaugurazione di questa nuova rubrica, il Mausoleo del Canneto di Eridu. Come spiego nella pagina relativa, sono stato colto da megalomania. Ciclopica. Ho deciso di imitare i grandi re di Eridu, quelli che vivevano 20.000 anni. Quelli che edificarono nel Nunki (il luogo potente, come veniva definita) circondato dall’Abzu (le acque lontante, quelle che circondavano la terra) la Ziqqurat di Eridu. Li imiterò in maniera metaforica edificando una specie di memoriale per personaggi che rispetto, o ammiro, o amo, o per i quali provo una qualsiasi forma di attrazione. Persone che possano rappresentare l’umanità di fronte agli dei e perorare la sua causa, dimostrando la sua grandezza, la sua bellezza, la sua sete di conoscenza, la sua pietà. Ognuno di questi indivdui (che potrà essere una persona storica, ma anche mitologica, e persino letteraria, perché sono comunque emanazione dell’umanità) sarà ricordato per qualcosa di specifico (difficile, o forse inumano, sperare di trovare persone con soli lati positivi), e sarà ricordato in questo Mausoleo da qualcosa a lui dedicato: una statua, una lapide, una colonna, un albero, una cascata, una roccia, un altare. Venite, dunque, ordinatamente, a visitare il Mausoleo, di qui cominciando.

L’altare di Omero
Prima di iniziare questa rubrica avevo (e in fondo ho tuttora) decine di centinaia di idee di personaggi cui dedicare un monumento. Ma di fronte alla pagina bianca della prima iscrizione mi sono trovato smarrito. Perché qui non si tratta di dedicare UN monumento, ma IL PRIMO monumento. Potranno seguirne a centinaia, di più importanti, più belli, meglio descritti e meglio motivati, soprattutto quando la rubrica si sarà stabilizzata, ma questo resterà sempre il primo, e va scelto con criterio. Diventa una sorta di patrono di questo blog, e non può essere piazzato a cazzo.
Ci ho pensato parecchio, e alla fine ho deciso che il primo monumento non può che essere per uno scrittore. Forse il primo grande scrittore dell’antichità per il quale abbiamo un nome, anche se la sua figura è controversa, giacché di lui non sappiamo quasi nulla se non per leggenda.
E gli dedichiamo un altare, un altare pagano, perché le sue furono storie di uomini ma anche di divinità. Un altare che ricordi quello di Pergamo, con le vicende delle sue storie scolpite in bassorilievi marmorei, ma dipinti, come lo erano un tempo, e non bianchi, plastici simulacri ai nostri occhi della vividezza dei personaggi di un tempo. E così, riviventi nel marmo, Achille ed Ettore, Odisseo e Agamennone, Athena e Ares, Priamo, Paride, Afrodite, Calipso e Penelope… celebreranno la grandezza dell’opera di Omero. Ricordando con esso il cronista che narrò la guerra, gli uomini che ne diffusero la storia, gli aedi che la trasformarono in leggenda, le voci che la ripresero in tutto il mondo greco, gli uomini che inventarono l’alfabeto e i poeti che lo usarono per trascrivere i loro poemi tramandati oralmente. Tutti questi uomini sono Omero, l’Omero che celebriamo qui, e che dimostra che il lavoro di così tanta umanità può ben diventare un uomo solo al cospetto degli dei.

Almanacco, LXXVIII

Settantottesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
5 aprile 2013

Ventuno anni fa iniziava il più lungo (e uno dei più atroci) assedio della storia moderna.
L’assedio di Sarajevo, ad opera delle truppe jugoslave (sostanzialmente serbe) a seguito della dichiarazione unilaterale di indipendenza della Bosnia Erzegovina. Un assedio durato formalmente fino al 29 febbraio 1996 e i cui effetti si protraggono nel presente, e nel futuro, fino a chissà quando.

Un assedio, soprattutto, che ha trasformato un ponte in un fossato. Una grande città di incontro (una delle poche al mondo che nello spazio di poche centinaia di metri, nel centro storico, vanta sinagoghe, cattedrale e altre chiese cattoliche, chiese ortodosse, moschee ottomane) di popoli, di culture, di religioni, il crocevia tra occidente e oriente, diventa così il luogo dello scontro, il paese della follia dove mille divisioni sorgono, e dove il vicino si arma contro il vicino, e tutto è genocidio. Dove l’umanità, intesa come concetto, muore.

Il primo almanacco, lo scorso anno, vi ho chiesto un fiore per la Siria. Ora vi chiedo un pensiero per Sarajevo. Un pensiero legato a qualcosa che ha fatto fare passi avanti a società multietniche, qualche progresso nella storia, qualche città, qualche momento in cui l’unione di più popoli ha fatto progredire la civiltà. E ognuno di questi pensieri sia un mattone, e ogni mattone serva per ricostruire il ponte, quel ponte tra europa occidentale e orientale, tra cattolici e ortodossi, tra europa e asia, tra cristiani, ebrei e musulmani, un ponte tra le genti.

Parto io, con la prima città multietnica di cui si abbia conoscenza storica: Eridu. Con l’unione delle culture dei pescatori del golfo persico, degli agricoltori della cultura di Samara, e dei nomadi del deserto, nacque la civiltà sumerica, la prima di cui abbiamo notizia su questo pianeta.

Almanacco, XXX

Trentesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
19 novembre 2012

Buona settimana a tutti dal Canneto di Eridu. Stamane, galleggiando qua e là per le chiare acque del canneto, tra grilli e rane, ho visto i raggi del sumerico sole riflettersi su una bottiglia, e all’interno ho trovato un messaggio scritto da un marinaio a ricordo di quando, nel 1493, proprio il 19 di novembre, un notissimo europeo dopo aver tentato di buscar el levante por el ponente inciampò in un’isola che battezzò San Juan Bautista. Divenne poi Puerto Rico. Il fatto che proprio in questi giorni Puerto Rico abbia votato dopo anni per l’incorporazione come cinquantunesimo stato degli Stati Uniti d’America, mi ha fatto venir voglia di dedicargli questo post (e tra l’altro uno dei miei giochi in scatola preferiti si chiama proprio Puerto Rico).

Ora, la questione adesso è: come diavolo faranno a farci stare la cinquantunesima stella nella “Stars and stripes”, visto che 51 è numero primo e poco si presta alla scomposizione in linee?
E poi, vi piacciono le bandiere che richiamano nella simbologia l’originaria frammentazione del territorio? A me non molto, anche per l’Unione Europea preferirei avere un’unica stella dorata al centro, invece di dodici, per simboleggiare un unico grande paese… e anche per non dover aggiornare ogni anno le stelle…

Ma la domanda vera e finale di oggi è: qual è la vostra bandiera preferita? Valgono tutte le bandiere terrestri passate e presenti, anche di territori non indipendenti, ma non valgono fictional flags.

Almanacco, VII

Settima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
18 ottobre 2012

Prima dell’Almanacco vero e proprio, cito un evento capitato il 18 ottobre, un evento collegato ad una delle discussioni precedenti: nel 202 a.C. Si svolse la battaglia di Zama, che oppose i romani guidati da Scipione l’Africano e i cartaginesi, comandati da Annibale.

Ma non volevo legare l’almanacco di oggi a un’altra battaglia, e quindi eccomi a parlarvi del 18 ottobre 1989. In quella data si dimise da tutti gli incarichi Erich Honecker, segretario per 18 anni del partito socialista della Germania Est e organizzatore della costruzione del Muro di Berlino. Da lì il precipitare degli eventi portò il suo successore Egon Krenz all’apertura del muro, il 9 novembre.

Il muro. Tante volte ho pensato all’incredibile tragedia di una nazione spartita in quattro, di cui tre parti poi vengono divise ma non la quarta. E la capitale divisa in quattro segue la stessa sorte, con famiglie, amici, amori divisi.

Il muro. Quanti, quanti film hanno basato la loro fortuna sul muro. Quanti hanno sfruttato la sovrapposizione dell’iconografia tedesco-nazista e russo-comunista per dipingere il perfetto nemico dell’occidente filo-americano… già… quanti? In particolare, ne ricordate qualcuno? (Top Secret non vale… anzi, vale, ma l’ho già detto io).

«Bramosia»

E mentre i giorni di ferie scivolano troppo rapidamente verso sera, a fagiuolo ho recuperato questo racconto che vi piazzo lì, sperando di far cosa gradita, mentre medito il prossimo tema!

Non ho tempo. Non abbastanza. Lastricherei l’Asia se le cose che ho da fare fossero cubetti di porfido. Se fossero bambù il panda dominerebbe il mondo. Troppe, e non voglio farle di fretta. E non posso neppure accettare che la mia comprensione dell’universo si riduca a dare un’occhiata da una finestra e vedere una pioggia, una stagione, un anno o una vita. Bramo tutto: ho perso l’inizio, ormai è andato. Ma alla fine ci voglio, ci devo essere. Voglio vedere i titoli di coda dell’universo.

Obiettivo: diventare immortale. Poi avrò tutto il tempo. Abbatterò il concetto di limite. Ecco il senso della vita: renderla eterna. Ma qual è il punto di partenza di una simile impresa? Quale la strada?
Ci fu un re, Gilgamesh di Uruk, che, come me, voleva diventare immortale. Andò a Dilmun, oltre la foce dei fiumi, sul limitare dell’oltretomba sumerico. Là incontrò Ziusudra, il sopravvissuto al diluvio, divenuto immortale. Devo trovare Ziusudra.
Pochi preparativi, nessuna compagnia: mi lancio a capofitto tra secoli e deserti, nell’anima l’odore delle antiche gesta degli eroi. Riposo poco, solo per godere dell’ombra dei monti di pietra eretti dai discendenti di Gilgamesh. A Eridu bevo l’acqua dell’abisso, l’acqua della creazione. Infine energico il mio pugno percuote le porte di Dilmun, liberandole da cinque millenni di polvere e silenzio.
– Vattene – ecco la voce lamentosa di Ziusudra. Che avrà da lamentarsi, lui che è già immortale.
– Mi aprirai – rispondo arrogante – e mi dirai come diventare immortale!
– Non puoi diventare immortale, uomo. Lo sono gli dei.
– Tu non sei un dio, eppure sei immortale!
– È un dono degli dei, hanno scelto me. Vai via. Triste strada questa, che ti conduce contro un muro.

Non mi arrendo, Ziusudra. Se l’uomo deve morire non voglio più essere uomo. Me ne vado, devo cercare altre informazioni, non può finire così. Non può finire. Ma l’infinito (per diventare immortali bisogna farci l’abitudine) è tale in tutte le direzioni. Forse per essere immortali occorre esserci sempre stati, ecco perché l’uomo non può esserlo: essendo finito a ritroso, deve esserlo anche in avanti… a questo non c’è rimedio.
Devo approfondire. Animato da nuovo coraggio parto alla ricerca del primo uomo, ne saprà certamente di più. È fiducioso il passo che mi porta davanti all’oltretomba.
– Benvenuto – mi si rivolge uno con le ali di plastica – anche se non ti aspettavamo, non ancora.
– No, tranquillo, resto poco. Devo parlare con Adamo, poi me ne vado. Poche storie – e faccio per aggirarlo.
– Se entri non potrai più uscire. Non esiste ritorno. Quando entri è per sempre.
– Ma io voglio diventare immortale, non entrerò mai, allora!
– Ma tu sei immortale – dice – o almeno lo è la tua anima. Una volta finita la vita sulla terra qui ce n’è pronta per te una che non avrà mai fine.
– Lascia perdere. Non voglio un’altra vita, voglio questa. Non mi interessano mondi che non vedo, mondi del dopo. Voglio immortalità terrena. Chiama Adamo. Ne parlerò con lui, tu non puoi capire.
Aspetto Adamo. Si fa attendere… ha tempo, lui.
– So perché sei qui – dice – ma non troverai la risposta che speri. L’umanità è immortale, anche se ogni singolo uomo deve morire. All’inizio c’ero io, tu no. Non ci sarai neppure alla fine, la vedranno i tuoi discendenti. Puoi diventare eterno nella tua discendenza.
– Anche tu che sei mio avo non fai che gettarmi parole negli occhi per confondermi. Non voglio che qualcuno sia eterno al mio posto. Voglio esserci io, non qualche ignoto discendente. Io, vivo, di carne e di mente, davanti all’ultimo protone che annichilisce nell’entropia finale! Voglio gustarmi tutta la storia e tutte le storie, tutte le vittorie e le sconfitte, voglio vedere come ogni persona, ogni popolo, ogni sole, va a finire. Voglio essere io a chiudere il libro, a dire «per questo universo può bastare».

Il primo uomo non è una risposta, come non lo sono l’angelo e l’unico immortale. Perché l’uomo non dovrebbe essere immortale? Ma soprattutto, perché non dovrei esserlo io? Devo capire, serve calma, concentrazione. Speculazione. Non è più il tempo delle eroiche imprese. Invecchio: è tempo di un gradevole simposio con ospite filosofo e tartine da Antico Testamento. Qui troverò le tracce dell’immortalità e il mio intelletto, segugio astuto, seguirà la pista e stanerà la preda.
Intercetto il filosofo alla prima occasione.
– Voglio essere immortale – dico, con incipit perentorio, scardinando ogni forma di cortesia.
– Non puoi – mi risponde, ancora più secco.
– Perché gli dei possono e io no?
– Gli dei sono pensiero. Il pensiero può essere immortale, l’uomo no. Sii grande nel tuo pensiero, spingilo oltre i confini del tuo tempo. Solo così sarai immortale.

Non mi basta rendere eterno il mio pensiero. Per quanto grande sia non sarà mai completo, io voglio tutti i pensieri della storia. Non posso fermarmi. Ci vuole altra ricerca, c’è ancora speranza: non è finita, mi resta un po’ di tempo, scavando nell’affanno ho ancora voglia di farcela. Il ragionamento è figlio della calma, della meditazione. Al contrario, l’ispirazione è figlia del momento, è un’esplosione, deve essere scatenata, meglio se dalla pressione, dalla disperazione. Ormai sono al limite della pressione, guardo dall’orlo la mia fine. Ed ecco una grande ispirazione: devo sapere cosa cercavano i grandi uomini del passato, cercare nella loro gloria una scintilla di immortalità. Alessandro, il grande per eccellenza, il fulmine che ha incendiato il mondo. Ecco chi potrebbe dirmi qualcosa.
Cosa cercavi, Alessandro, nessun limite oltrepassato ti bastava, dovevi conquistare mondi, affrancarti dall’essere semplicemente un uomo! Immortale, dio, ecco cosa volevi essere, infinito nel tempo e nello spazio. Ma la tua frenesia si è spenta, i limiti sono risorti ad arginare la tua ispirazione. E fine di tutto: la morte.

E la vita finisce senza essere vissuta. Il senso estremo della vita non può essere funzione della vita stessa. “Eternizzare la vita è il senso della vita” è definizione ricorsiva, non si approda a nulla. E alla fine di una vita a cercare l’immortalità, l’unico approdo è la morte.

#21. Montagna.

Sarà perché finalmente qualche giorno di vacanza, meritato o meno che sia, comincia a comparire all’orizzonte.
Sarà perché le pappardelle al capriolo costituiscono un’esperienza che permette di trascendere la grezza materia ed apprezzare gradi di realtà altrimenti preclusi.
Sarà che precedentemente avevo toccato l’argomento solo di sponda, e quindi mi era rimasta, in fondo, un po’ di insoddisfazione latente.
Sarà che in questo post ho di nuovo la possibilità di parlare di sumeri, e dovreste ormai aver capito che è argomento ben in grado di titillare la mia lussuria intellettuale, e per non mi lascerò sfuggire l’occasione di mettere un’altra tag appropriata.
Sarà anche che nell’ultimo anno, da Tremonti a Monti di poco altro si sente parlare.
Sarà che sarà quel che sarà, come dicevano i Ricchi e Poveri, e ricchi e poveri sono sempre argomento attuale.
Sarà tutto questo e molto altro ancora, ma come già nel post #15. Prospettiva sono ancora qui a parlare di Montagna.

Cominciamo col considerare che l’idea di montagna come luogo di turismo sportivo è recente, ma allo stesso tempo ha radici antiche. Fin dalla preistoria gli uomini si spinsero in alta montagna con motivazioni legate alla sussistenza (caccia, allevamento, raccolta) o a particolari riti, oppure a viaggi/traversate. L’uomo del Similaun, Ötzi (la cui salma “riposa” in una speciale sala/ghiacciaia del Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano) in un periodo compreso tra il 3200 e il 3300 a.C. (più di 5000 anni fa, dunque), attraversava un ghiacciaio a quota 3200 m s.l.m., e morì perché assassinato, non certo per le condizioni ambientali. Forse è il più antico “scalatore” di cui abbiamo traccia, ma ci interessa di più il fatto che in epoca romana abbiamo notizia da Erodoto e altri storici di diverse imprese alpinistiche: questi sono i primi uomini di cui abbiamo una qualche informazione, che decisero di misurarsi con la montagna, come dire, di misurarsi con i giganti, e con il cielo stesso.

Certo, perché da sempre la montagna appare come una scala verso il cielo. Ma ne parleremo dopo.

Perché nel frattempo, saltando il medioevo (nel quale abbiamo comunque notizie di sporadiche imprese alpinistiche, come la salita di un monte di poco meno di 2000 metri in Provenza da parte di Petrarca e di suo fratello), arriviamo alla fine del ‘700, e precisamente al 1786, quando con la prima scalata al Monte Bianco viene fatta coincidere la nascita dell’alpinismo, pratica che prende il nome dalle montagne che per prime sono state teatro delle imprese: nell’arco di un secolo tutte le vette principali delle Alpi vengono raggiunte.

Ma se il misurarsi con la montagna è un misurarsi col gigante, col cielo, e in fondo infine con se stessi, non poteva passare molto tempo prima che nuove imprese venissero tentate. E così abbiamo la prima scalata dell’Everest, il monte più alto del pianeta, e poi del K2, e poi di tutti gli 8000 (sono 14, e prima del 1935 alcune di queste vette, come il K2, l’Annapurna e il Nanga Parbat, avevano una percentuale di decessi durante i tentativi di scalata davvero impressionanti, addirittura il 77% per il Nanga Parbat).
E poi riprovarle tutte in stile alpino, senza bombole di ossigeno. E poi tutte in inverno. Ecco, a questo proposito sappiate che ci sono ancora tre vette sul pianeta terra che nessuno è mai riuscito a scalare d’inverno fino alla cima. Si tratta del K2, del Nanga Parbat e del Broad Peak. Se ci volete provare, avete l’occasione per sfidare il vostro gigante. E perdere, probabilmente.

Reinhold Messner da Bressanone, un uomo che è sinonimo di montagna, di impresa, è stato il primo a riuscire nella scalata di tutti gli 8000. E poi non si è fermato, perché un uomo del genere non è che poi lo puoi mettere a fare l’impiegato, o a gestire un troiaio in un posto di villeggiatura per vips debosciati. E così nel 1990 è stato con Arved Fuchs il primo essere umano ad attraversare l’Antartide a piedi, senza motoslitte o cani, passando per il polo sud. E nel 2004, a sessant’anni, ha attraversato il deserto del Gobi a piedi. Come dire attraversare il parco Po in bici per me. Per dire, ecco.
Ho avuto l’occasione di fare una piccola escursione con lui, e cercare di carpire come un uomo può essere così in sintonia con la montagna, e soprattutto così in sintonia con il concetto di sfida. Purtroppo quel giorno in albergo c’era la carbonara, e nell’indecisione ho optato per sfidare gli spaghetti, facendo sfumare l’occasione. Ma devo confessare che spesso ho la sensazione di aver fatto una minchiata di rara proporzione. Di quelle che possono cambiare la direzione di una vita. O forse è proprio da questo che mi hanno salvato gli spaghetti.
Già. Perché la montagna ti dà tantissimo, ma è un’amante esigente che pretende davvero molto. A Messner ha preso molto. Dita. Vita. Anche dei fratelli. Ma deve avergli reso davvero tantissimo se ne è ancora così innamorato, se le dedica ancora tutto se stesso.

E del resto, quando vedete le foto di montagne come il K2, ma anche come il Cervino, non sentite d’improvviso l’aria farsi più sottile, un leggero peso al petto, e d’improvviso la sensazione che se non l’affronterete non avrete mai davvero superato un ostacolo? Io sì. A volte, almeno. Ed ho ben chiaro che quelle vette mi saranno precluse per sempre, perché già non sfiderò nemmanco traguardi più semplici. E poi tra l’altro sfidare traguardi più semplici sapendo cosa c’è dietro da affrontare… che dire, sarebbe quasi umiliante. Resterò mesto mesto in trattoria, ordinando ancora una porzione di canederli.

Ma le montagne da sfidare non sono solo quelle di pietra e neve. Quelle sono solo l’espressione più immediata, che ci dà la natura, di scale verso il cielo. Se toltechi, maya e aztechi si sono sentiti in dovere di edificare montagne di pietra per avvicinarsi agli dei, vuol dire che questo moto è antico. Vuol dire che è insito nell’animo umano, se dall’altra parte del pianeta i greci, il popolo che ha detto tutto prima di noi, posero i loro dei sull’Olimpo, il monte più alto della Grecia. E se è su una montagna che Dio si manifestò a Mosè dandogli le tavole della legge.
E soprattutto, se i sumeri e i loro vicini, in assiria, susiana, e nella zona di Jiroft, costruirono montagne di pietra a più livelli. Come se ogni livello fosse al contempo un traguardo e una base di partenza. Come se raggiunto l’obiettivo di una certa altezza, si fossero resi conto di non essere ancora arrivati al cielo, di non essere ancora al livello degli dei. C’è anche una teoria che vede nell’abitudine di costruire Ziqqurat una presunta prova dell’origine montana e non autoctona dei sumeri, ma sinceramente non mi convince, visto il vasto areale sul quale la costruzione di montagne di pietra è diffusa.
Alla più famosa di queste torri/montagna, a Etemenanki di Babele (Babilonia, o secondo alcuni autori in realtà si tratterebbe di Eridu, e questa seconda ipotesi, che ci volete fare, mi affascina…) è legato uno splendido mito, quello per il quale Dio, vedendo che gli uomini edificano una torre per raggiungerlo (una torre edificata però anche per riconoscersi e non disperdersi sulla terra, una torre per acquistare nome e fama), decide di abbatterla e di disperderli sulla terra, confondendo le loro lingue. E sempre su un monte, l’Ararat, l’uomo scende dall’arca per quella che appare una seconda creazione.

E del resto sono molte, moltissime altre le civiltà che pongono dei, paradisi, luoghi epocali sulle cime delle montagne. E moltissime le civiltà che ricostruiscono montagne di pietra e vi pongono i loro idoli. Procedendo verso oriente: musulmani (e in modo particolare i sufi) induisti, le genti cambogiane di Angkor Vat, buddhisti, taoisti. Addirittura la montagna sacra Kun’Lun dei cinesi, altro non è che la testa, il luogo apicale del corpo, dal quale poi, salendo in vetta, si trascende questo mondo.

E cosa c’è di più ovvio, quindi, della ricerca della trascendenza del proprio spirito dalla propria materia, e quindi in definitiva di se stessi, attraverso l’ascesa, la scalata, i silenzi, la fatica, la sfida della montagna?

Consiglio sul tema simbolistico della montagna nelle culture e nelle religioni, per avere un punto di partenza da cui partire per approfondire temi che ho solo accennato e banalizzato, di leggere la voce corrispondente sul “Dizionario dei simboli” di Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, pubblicato in bella e pratica edizione da BUR – Rizzoli.

Rimando al bel sito del Museo Archeologico dell’Alto Adige per ulteriori informazioni circa Ötzi.

Qui, invece, il sito del Museo della Montagna, uno dei lavori di Reinhold Messner che può dare una dimensione della sua passione. Se capitate nei dintorni di Bolzano, può essere un’idea interessante farci un giro.

Inutile che vi dica un’altra volta di leggere “Sumeri”, di Pettinato. Anzi, no, non è inutile. Leggetelo.

Per concludere, sondaggione:
Sto valutando se inserire nel blog, oltre alle mie deliranti elucubrazioni, anche i miei deliranti racconti. Che ne dite?

#1. Fine.

Cominciamo dalla fine.
Ovvero: quando un giorno avrò fatto una merdata di troppo, oppure il mondo l’avrà fatta a me, e me ne andrò.
L’uomo ha sempre amato la locuzione spaziale “andarsene”, al posto di morire. È tanto consolatoria. Dà l’idea che in fondo non è proprio finita, si va solo da un’altra parte, una bella gita.
Ah, qualcuno si ricordi di portare i tramezzini. I faraoni egizi, tutto sommato, facevano qualcosa di simile.

Ma torniamo a me.
Dove sarebbe quest’altra parte? Come vorrei che fosse il mio al di là?

Occorre una premessa, lunga e verbosa.
Si parte sei/settemila anni fa (per un lungo salto serve una lunga rincorsa, oppure buone gambe… io opto per la rincorsa).
Vicino al mare, alle spalle del deserto, nei pressi dell’estuario di un grande fiume, c’era una zona paludosa, ricca di acque sorgive, limpide e fresche, con un florido canneto (che in fondo il titolo del blog non posso averlo messo proprio a caso). In questo incrocio di ecosistemi così dissimili, persone altrettanto dissimili (gli agricoltori delle rive del fiume, i pescatori delle rive del mare, i pastori nomadi del deserto) crearono una comunità e poi una città.
Nacque così Eridu, la più antica delle città-stato sumeriche, quella su cui la regalità discese dal cielo (come dire, quella in cui per primo qualcuno disse “io sono lu re”), stando a quanto ci dicono le liste dei re che i sumeri, e più tardi tutti i popoli mesopotamici, hanno sempre così amato scrivere, copiare, ricopiare, ri-ricopiare, al punto che sono convinto che più di una testa-nera sorrida, nel suo aldilà, quando le liste vengono stampate ancora oggigiorno.

La città venne consacrata ad Enki, il dio delle acque sotterranee, il dio dell’Abzu (confronta “Abisso”), perché erano quelle acque sotterranee che sgorgando dal suolo permettevano l’irrigazione e la coltivazione, e la prosperità di Eridu. E ad Enki venne consacrata la grande Ziqqurat della città, e ad Enki si rivolse la sublime dea Inanna quando gli chiese di poter portare “la regalità” in Uruk (l’uomo ha sempre avuto bisogno di una giustificazione divina per dimostrare ai propri simili che se li prendeva a spadate sulle gengive c’era un motivo piùcchevalido).

Resta il fatto che fin dai primordi genti così diverse, come dicevamo, restarono affascinate da quella zona in cui sembrava che tutte le caratteristiche della terra dovessero riunirsi in un posto solo, e decisero che sì, quello doveva essere il luogo della creazione.

E allora, all’inizio di questo blog, financo nel titolo, non posso che mettere il canneto di Eridu, il punto della creazione per quella che è una delle civiltà più antiche tra quelle che possiamo chiamare madri. L’inizio.
E la fine, anche, perché se devo scegliere un posto dove passare l’eternità voglio che sia tranquillo, fresco e sereno, con un bel sole e i grilli, come doveva sembrare a tutti quei popoli il canneto di Eridu, un rifugio sicuro, se decisero che avrebbero trascorso lì il resto dei loro giorni.

Per la nascita di Eridu, cfr:
Gwendolyn Leick, “Città perdute della Mesopotamia”

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