Il canneto di Eridu

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M5 – la stretta di Reykjavík

La stretta di Reykjavík
E mentre leggo oggi che – a seguito della crisi in Ucraina e Crimea – missili (forse atomici) russi sono puntati su Berlino, mentre la crisi in Ucraina arriva a livelli allarmanti, come posso non dedicare un piccolo spazio nel mausoleo dell’umanità, sotto forma di una fragilissima scultura di cristallo con due mani che si stringono, a un evento occorso quando ero davvero giovincello (dieci anni compiuti da poco), l’11 ottobre del 1986.

Sto parlando del vertice di Reykjavík tra il presidente americano Reagan e il segretario del PCUS Gorbačëv (o Gorbaciov, come si traslitterava all’epoca), che aprì la strada alla ratifica del trattato INF che abolì gli euromissili, e inizio a chiudere quella porta aperta dal dopoguerra, dal blocco di Berlino, dalla crisi dei missili di Cuba, dalla guerra fredda che spaccò a metà l’Europa. Sì, quella stessa Europa che oggi ci pare carta straccia e che vogliamo buttare via, quasi non fosse una conquista, quasi non fosse un elemento chiave nel mantenerci in uno stato di non guerra così lunga che mai ve ne fu uno simile in Europa occidentale dai tempi di Ottaviano Augusto.

Ben ricordo quanto mi sembrò bella, allora, la possibilità che una situazione tetra come una guerra atomica potesse essere allontanata dalla volontà di leader politici, sospinti dalla loro gente. Tanto quanto mi sembre agghiacciante oggi che quell’eventualità possa invece oggi riavvicinarsi ad opera di leader evidentemente meno saggi, sospinti da popoli evidentemente più folli.

E quindi sì, una stretta di mano di cristallo, bellissima, ma, ricordiamolo, fragilissima.
Perché giocare alla guerra fredda sperando di rilanciare l’economia alzando il tasso di paura, è un gioco pericoloso. E il cristallo è facile da rompere.

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#62. Saggi.

Storpio non è un insulto. È una parola bellissima.
Deriva dal greco, «storpieus», che vuol dire «saggezza».
[Corrado Guzzanti, alias Gabriele La Porta, alias Corrado Guzzanti]

Lo so, lo so. Con la politica sto cercando di smettere. Che poi finisce che uno si illude di poter cambiare il mondo e gli viene il magone doppio quando si accorge che era un’illusione. Però che volete farci, sono un uomo senza qualità: mi appassiono di tutto ma di niente abbastanza per restarci ancorato, e quindi sono costretto di tanto in tanto, nel mio peregrinare, a tornare a ognuna delle mie passioni, per vedere se qualcosa è cambiato e come, e per riappassionarmi.
Purtroppo mi succede anche con la politica, anche se a dire il vero era molto che riuscivo a starne (abbastanza lontano). Detto questo, tra tutte le mosse politiche belle, meno belle, illusorie, realistiche e infami, ma soprattutto tra quelle infami, ho notato che la politica mi fa ancora incazzare come una volta. E questo, per esempio, non succede coi sumeri. O con la letteratura arturiana.

Detto questo, procediamo spediti fuor di metafora verso l’obiettivo del tema di oggi (ed era ora, che di temi su questo blog se ne vedono ultimamente sempre meno, e pare che l’Almanacco e il Canneto tendano a diventare la stessa cosa, che è male). Ovvero, dato che il Nostro Magnifico Presidente (quello che disapprovare è peccato) ha ideato la figura dei dieci saggi, e che questa cosa fa molto sporca dozzina, e mi piace, ma visto che i personaggi che ha scelto sinceramente non mi danno alcun brivido (e alcuna rassicurazione politica), e visto che i suddetti saggi, che parevano già dimenticati, stanno tornando d’attualità come possibili ministri, ecco giunto il momento di scendere in campo… ehm, di salire in cattedra… vabbhèccheccazzo, ci siamo capiti, tocca a noi.

Ma, naturalmente, tocca a noi come si intende sul Canneto, con pieni poteri, in lungo e in largo, pescando in ogni epoca e in ogni storia vera o immaginaria. Troviamo dieci saggi che salvino il paese, attingendo a piene mani da dovunque, quandunque, comunque e merdunque. Dieci saggi, dieci consiglieri, dieci guide per un paese allo sbando.

Per parte mia comincio col dire chi non ci metterò: contro ogni previsione (vostra) non ci metterò Merlino, perché il regno che lo vedeva consigliere è finito decisamente male, e quindi non mi pare il caso. Vero, l’ha tenuto in piedi per un po’, ma di fatto è stata la durata di una generazione. No, Merlino, torna a casa, stavolta non tocca a te.

1) Primo problema che prendo in analisi: l’Europa. Quello che ci mettiamo, per risolvere anche (ma non solo) questo problema, è Pericle, politico a tutto tondo dell’epoca d’oro di Atene, l’Atene del V secolo. Un uomo al comando in grado di dare un’impronta culturale di altissimo livello, con una visione strategica ampia sul ruolo del suo paese sullo scacchiere internazionale, e in grado di discutere alleanze internazionali vantaggiose (la Lega Delio-Attica può essere vista come l’UE di allora?). Direi che è l’uomo giusto alla guida dei dieci saggi. E poi ci vedo bene anche un’acropoli, qui a Eridu.
2) Passiamo al secondo. Al giorno d’oggi credo che il giornalismo in Italia sia molto, molto, molto scadente e decadente, e abbia l’assoluta necessità di tornare alla sua funzione primigenia. Non deve sorprendere quindi la mia seconda scelta, con un altro personaggio essenziale: Enmerkar, il re della città stato sumerica di Uruk, protagonista di una delle saghe più antiche dell’umanità (Enmerkar e il signore di Aratta). Enmerkar, nell’epica sumerica, tra i vari meriti semidivini, ha quello di aver inventato la scrittura. Questo sì che vuol dire riportare il giornalismo alle origini.
3) Terzo problema, terzo saggio. Io non ho idea di quale possa essere la causa e quale la soluzione, ma è evidente che l’Italia di oggi ha delle difficoltà ad affrontare il tema della giustizia. In passato già più d’uno si è cimentato con il problema di dover far funzionare meglio questa fondamentale macchina dello stato, ma quello che ha risolto meglio il problema mi pare sia stato un re cassita, dinastia ed etnia a quell’epoca al governo di una città destinata a diventare, nel giro di una generazione, egemone della sua zona. Mi riferisco ad Hammurapi di Babilonia. Hammu, sei dentro. Bella storia il codice.
4) E subito a seguire occorre riordinare e semplificare il complesso e intricatissimo insieme che costituisce il nostro regolamente comune, quel corpus che va sotto la definizione di 4 codici (civile, penale, di procedura civile, di procedura penale). Anche qui ci vuole un regnante, e vado a pescare un imperatore bizantino, in grado di riunire la cultura greca, il diritto romano, le grandi tradizioni dell’oriente: mi riferisco a Giustiniano, padre – anzi, per la precisione, mandante – del Corpus Iuris Civilis.
5) Quinto problema quello che più i giornali paiono sentire, quello legato allo spread, al debito pubblico, ai titoli di stato. Chi frequenta questo blog ha, di sicuro, già intuito quale sarà il quinto saggio. Non può che essere una figura autorevole che ha risolto in maniera originale un problema affine a quello che si trova ad affrontare l’Italia in questo periodo. Perché occorre colpo d’occhio, intuizione, e pensiero laterale, per trovare soluzioni nuove e scorciatoie interessanti. L’uomo giusto è il Re di Francia Filippo il Bello, con la sua soluzione (finale) al problema del debito pubblico. Con buona pace dei templari.

Con Filippo il Bello si completa il primo dei due sottogruppi, i 5 saggi nobili. Si tratta infatti di 5 regnanti, che devono insegnare ai nostri politici come risolvere i grandi problemi dello stato. I prossimi saranno i 5 saggi civili, 5 persone incaricate di ristabilire unità di intenti tra dipendenti (i politici) e sovrani (il popolo).

6) Sesto saggio assoluto, e primo tra i saggi civili, è di nuovo un greco (la Grecia ha in casa la soluzione a qualsiasi crisi): Socrate. Sì, Socrate. Perché occorre ripartire dalle scuole, occorre ricominciare a insegnare ai giovani qualcosa, ricostruire il paese partendo dal futuro. Questo pagherà senz’altro. Ma per farlo, occorre “corrompere l’animo dei giovani ateniesi”, insegnare in un modo nuovo, insegnare il rispetto delle regole condivise anche quando sono ingiuste, e lottare per cambiarle.
7) E mentre scrivo di corsa, per anticipare l’incarico di un presidente del consiglio reale, e per questo così banale, eccomi balzare all’occhio il fatto che tutti i saggi fin qui nominati risalgono a epoche molto lontane. Forse i loro meriti mi appaiono più grandi perché lontani, o forse i loro aspetti negativi sono più facilmente oscurabili, al netto di epoche storiche considerate “infanzia dell’umanità” e per questo analizzate con una certa (e ingiusta) indulgenza. Ma occorre sporcarsi un po’ di più le mani e arrivare più vicini ai giorni nostri, per poter essere portatori di palle. E così introduciamo il settimo saggio. Serve qualcuno da dedicare alla pacificazione sociale, qualcuno per tenere a freno la popolazione mentre si cercano soluzioni, e quel qualcuno non può che avere una grande anima. Benvenuto a bordo, signor Gandhi.
8) Tra i temi scottanti del paese ci sono le infiltrazioni. Infiltrazioni della delinquenza nelle istituzioni, delle istituzioni nelle imprese private, delle imprese private nella cosa pubblica, insomma, nessuno sta al suo posto. Serve un’azione moralizzatrice della cosa pubblica. Serve un’etica civile. Confucio è il nome che scelgo, senza alcun indugio, per questo ruolo. Del resto la sua vita e i suoi insegnamenti hanno portato un po’ di luce nell’epoca “delle primavere e degli autunni”, un’epoca difficile di instabilità politica e corruzione, di guerre tra poteri feudali, insomma, è ottimo per i giorni nostri.
9) Tutti uomini, finora. Invertiamo subito la tendenza: gli ultimi due saggi saranno donne. Inseriamo Florence Nightingale, come super-consulente per la sanità (e così torniamo anche in un’epoca più recente). È ora che gli ospedali facciano gli ospedali, e non le aziende. E siano organizzati in maniera scientifica, efficiente, e caritatevole. Non su principi basati su e solo su rigide regole economiche. La Nightingale è stata la prima a farlo, può rifarlo anche oggi che la sanità ha preso una brutta strada.
10) Chiudiamo con un personaggio fondamentale. Da che mi sono attenuto a personaggi storici, a personaggi storici (o pseudo-storici) rimango ancorato. Ma ciò che manca in questo elenco sono gioventù, ardimento, coraggio, pazzia, capacità di stravolgere gli schemi con azioni sconsiderate e incapacità di accettare passivamente un destino ingiusto e nefasto. È vero, non è ciò che normalmente si chiama “saggezza”, ma serve, al pari della saggezza, per togliere dalla merda lo stato. E se queste qualità si uniscono a un radicato senso di appartenenza, ecco che abbiamo Clelia, la giovane romana fuggita dalla prigionia etrusca del re Porsenna.

Ecco fatto. Ho nominato i miei dieci saggi. Ora potete nominare i vostri, ma per ognuno che inserite, dovete anche dirmi uno dei miei che volete togliere…

Almanacco, LXV

Sessantacinquesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
14 febbraio 2013

Salto indietro nel tempo, per questo terzo post odierno. Dopo il bestiario e il racconto, eccoci qui di nuovo per un bell’almanacco. E chissà che gli idoli d’argilla di Eridu non finiscano per portarmi lume anche per un tema, e fare un clamoroso en plein giornaliero di tutte e quattro le rubriche (e a proposito di rubriche: ci saranno novità).

Il salto indietro di oggi ci riporta all’anno del Signore 842, quando abbiamo un evento di un certo peso per la storia europea.
Si è soliti considerare Carlo Magno uno dei padri dell’Europa, memori del suo lungo governo su francesi, tedeschi e italiani contemporaneamente. Eppure già possiamo imputargli una mancanza che fino a oggi perdura: la mancata estensione dell’Europa fino a Costantinopoli, a causa di un mancato accordo per le nozze con l’Imperatrice bizantina Irene la Grande.

Il figlio Ludovico il Pio, poi, diede un deciso colpo di grazia ulteriore all’unità dell’Impero, dividendolo tra i figli Carlo il Calvo (cui lasciò la Francia occidentale, l’odierna Francia), Ludovico il Germanico (erede della Francia orientale, odierna Germania) e Lotario (Imperatore).

I fratelli Carlo e Ludovico, poi, il 14 febbraio dell’842, si incontrarono a Strasburgo e giurarono, ciascuno nella lingua dell’esercito dell’altro, di essere alleati e nemici di Lotario. Questi giuramenti sono la prima testimonianza scritta di una lingua romanza (l’antico francese, per la parte giurata da Ludovico il Germanico). L’effetto fu il ridimensionamento dell’area governata da Lotario, che si restrinse alla fascia comprendente Olanda, Fiandre, Alsazia e Lorena, Svizzera, Lombardia (la terra dei longobardi) e tutto il regno d’Italia.

Curiosamente, la divisione più o meno persiste tutt’ora. A parte il fatto che l’eterogeneo regno di Lotario si è ulteriormente frammentato. Con ulteriore curiosità possiamo notare che la terra occidentale fu quella degli scrittori (trovatori, chanson de geste, romanzi cortesi, e poi via via fino ai romanzi francesi dell’Ottocento), la terra orientale quella dei musicisti e dei filosofi, la lotaringia quella del commercio e delle arti figurative (unendo in questo tanto i mercanti delle Fiandre ai banchieri della Toscana, ai mercanti veneziani, ai lanaioli fiorentini, ai genovesi, e poi agli olandesi con la loro Compagnia delle Indie, ma anche la magnificenza della Roma dei papi, del Rinascimento toscano, della pittura fiamminga). Il tutto con lodevoli eccezioni per le quali non vale qui la pena di grattugiarmi la minchia.

Ora, qual è il vostro dipinto rinascimentale preferito?

#51. Due.

Da piccolo disegnare carte geografiche era uno dei miei passatempi preferiti. Ricalcavo il profilo delle terre emerse, e poi “decidevo” il futuro degli stati, separandoli, unendoli in confederazioni, oppure frammentandoli. E così ai miei tempi ho diviso l’URSS e la Jugoslavia molto prima della storia, per esempio. La stessa fine, ricordo, avevo destinato alla Spagna (irresistibile la voglia di staccare Catalogna e Aragona dalla Castiglia) e Regno Unito. Ma tutti poi riuniti nell’Unione Europea. Oggi mi rendo conto che ero un perfetto e normalissimo cittadino europeo. Ma procediamo con ordine.

Fin dall’antichità uno dei passatempi preferiti dall’uomo sembra quello di unire e dividere entità statali. Secessioni e unificazioni sono all’ordine del giorno nei libri di storia con una frequenza impressionante. Verrebbe da chiedersi se è davvero impossibile convocare una grande assemble all’ONU e, una volta per tutte, prendere in esame tutte queste situazioni e risolverle una per una. E stabilire una volta per tutte se nazione e popolo e stato sono entità che devono insistere su un’unico spazio comune, oppure se vige la regola che si fa un po’ a cazzo come capita.

Ora, voi tutti che avete girolato per un po’ nel Canneto sapete benissimo che la mia sponsorizzazione in favore della madre di tutte le unioni, ovvero la fondazione di un’Europa Unita, è solida e convinta. Ebbene, con questo post cercherò di capire se nel mondo ci sono situazioni di unioni e/o divisioni in corso da risolvere e in che modo mi auguro che vada a finire.

Non parlerò quindi, per una volta, di tempi antichi, ma di presente, quasi di attualità. Niente lamentazioni sulla divisione dell’Impero romano d’oriente e d’occidente, o sulla nascita di Francia, Germania e Lotaringia.

Poco tempo fa, in un almanacco, ho ricordato le dimissioni di Honecker, che furono il primo eclatante passo verso la riunificazione della Germania. Un paese che a causa della più grande guerra di tutti i tempi era stato spartito in 4 parti (poi ridotte a due), una capitale che ne ha seguito le stesse sorti, veniva finalmente ricondotto ad essere un unico paese. Un momento unico, importantissimo, che restituisce all’Europa uno dei suoi paesi storicamente più forti, importanti, trainanti sia dal punto di vista economico-industriale che culturale (il tedesco è la lingua della filosofia, e in tedesco si esprimevano forse i più grandi scrittori di musica del continente). Di due, quindi, se n’è fatta di nuovo una, e qui siamo apposto. Dovrebbero essersi messi il cuore in pace sulla “terza Germania”, quella oltre la linea dell’Oder-Niesse, che ormai è Polonia e Russia. La Prussia, in pratica, possiamo lasciarla definitivamente ai libri di storia.

“Lo Yemen, architettonicamente, è il paese più bello del mondo.”
[Pier Paolo Pasolini]

Nel 1990 aveva finalmente ritrovato unità anche il popolo yemenita, e quella che i romani chiamavano Arabia Felix, e che prima ancora era stato il Regno di Saba, tornò ad essere un’entità statale unita. Precedentemente divisa in uno stato assolutista a nord e da uno marxista a sud, anche qui da due se n’è fatta una. Ufficialmente democratica, ma sai com’è, Saleh non pareva proprio essere il principe della democrazia, col suo 96% alle elezioni. Vedremo se il suo sostituto sarà un paladino della modernizzazione delle istituzioni, o se come in tutti gli altri più famosi casi la primavera araba tenderà a scivolare in un gelido autunno della libertà.

E prima ancora, attraverso la fin troppo famosa guerra del Viet Nam (vabbhè che gli americani ci sono rimasti male a perdere una guerra, però dai, coraggio, può succedere, adesso però basta schiacchiarci i testicoli con rambi e apocalipsi e giacchetti). Di due, un po’ a calci (molto a calci), però se n’è fatto uno. E lì di sicuro è finita così.

Lontana dalla fine è la situazione della Corea, divisa tra il nord comunista dittatoriale e il sud capitalista. La fine della guerra fredda, alla fin fine, credo che pian piano porterà anche alla fine della Corea del nord. Anche la Cina in fondo sta diventando un paese capitalista, e la Corea del Nord reggeva soprattutto sul suo capo carismatico (?) infine spirato. Chissà che presto dalle ceneri di uno degli stati canaglia (un presidente degli Stati Uniti che non nominerò ha definito così un’altra nazione… della serie non demonizzare il nemico) nasca una nuova potenza nell’estremo oriente. E chissà se il Giappone sarà d’accordo.

Sono ancora due di fatto anche gli stati su Cipro. Turco-ciprioti non riconosciuti dall’ONU a nord e greco-ciprioti a sud. Difficile prevedere come possa andare a finire. I greci hanno votato contro la riunificazione del paese in un referendum alla vigilia dell’ingresso nell’UE, a causa del fatto che il piano Annan non prevedeva una soluzione al problema dei coloni inviati dalla Turchia e dei grecociprioti scappati a sud che hanno perso le loro proprietà a nord. Tipo che vi dice qualcosa, vero?
La speranza mia comunque è che un giorno la Turchia possa essere pronta all’ingresso nell’Unione, e che questo spiani la strada anche alla riconciliazione cipriota. Per ora di due sono rimaste due, e lo stop al trattato non lascia presagire una soluzione troppo veloce. E la capitale Nicosia è divisa in due con tanto di muro. La nuova Berlino, ma senza film.

Divisa è anche l’Irlanda. Il problema irlandese è stato uno dei più grossi nell’Europa fino allo scorso decennio, con l’IRA impegnata in una vera e propria guerra per l’unione del Nord protestante, sotto il controllo del Regno Unito, con il resto dell’Eire. Come finirà? Mah. La sensazione è che si andrà avanti così, a meno che non si arrivi a uno strappo definitivo tra UE e Regno Unito, con gli inglesi a prendere una strada diversa dal continente (o viceversa…). Allora forse la sensazione di una maggiore divisione tra irlandesi potrebbe riaprire ferite ormai quasi rimarginate.

Ma, come detto, il passaggio da 2 a 1 non è l’unica strada percorribile. C’è l’inverso, passaggio che in questo momento viene perseguito, o è stato perseguito di recente, in numerose aree del pianeta. Nel ’93 cechi e slovacchi si sono separati, pacificamente. Sempre nel ’93 si sono ufficialmente divisi eritrei ed etiopi, e ben meno pacificamente. In Indonesia l’isola di Timor si è divisa (passando da una quasi guerra, un quasi intervento, e un referendum) tra la parte occidentale, rimasta con l’Indonesia, e gli indipendentisti della parte orientale. Si è diviso il Sudan, e ora c’è il Sud Sudan.

Ma la crisi sta spingendo l’indipendentismo e la divisione anche nelle zone occidentali dove meno te l’aspetti.

La Scozia cerca l’indipendenza dagli inglesi, e c’è già in programma un duro referendum concesso dal Regno Unito a denti stretti. Inizialmente il partito scozzese che fa capo agli autonomisti aveva richiesto un doppio referendum, del tipo a) indipendenti b) autonomi ma non indipendenti c) un cazzo di niente. Ma gli inglesi non hanno voluto b: tutto o niente. E vaffanculo.
La Catalogna dai castigliani, e qui il referendum chissà se mai ci sarà e se dagli spagnoli verrà accettato e riconosciuto… di certo qui i catalani repubblicani hanno da qualche decennio il dente avvelenato contro i castigliani franchisti… e barcellonesi e madridisti sono pronti a prendersi a cazzo in faccia non solo in campo.
In Belgio i gli indipendentisti fiamminghi vogliono le Fiandre indipendenti dalla Vallonia, e lo stato unitario scivola sempre più verso la confederazione.
L’Europa dei 25, così, potrebbe trovarsi in breve in un’Europa dei 28, senza nuovi ingressi (in realtà 29, visto che la Croazia, un tempo la capofila della dissoluzione jugoslava, sta per entrare), con una di quelle magie che solo agli europei riescono.

Siamo proprio gente strana, noi europei. Un continente minuscolo e una quantità di stati in continuo e costante aumento. Avrà un senso? Sarà la giusta strada da seguire per l’umanità? O il futuro è dei mega-stati previsti nei libri di fantascienza degli anni ’70-’80? Che cartina potrei disegnare per l’Europa, ora?

#46. Premio.

Non ho mai amato il premio Nobel. Che ci volete fare. Intanto perché ogni premiazione basata senza regole di partecipazione di fatto permette di premiare un po’ quel che si vuole. Il curioso mix tra “premi alla carriera” e premi per qualche evento particolare in corso è sotto gli occhi di tutti, così come spesso è fin troppo evidente che certi premi sono un tantino precipitosi, per usare un termine fin troppo leggero.

Ma tra tutti i Nobel, quello ancora più farraginoso è il premio Nobel per la pace. Anzi, per utilizzare la giusta dizione, “Premio Nobel per il mantenimento della pace”. È un calderone nel quale si può mettere veramente di tutto, e questo non fa altro che screditare la Fondazione che lo elargisce, perché di fatto la connota politicamente. Detto questo, poi, c’è da dire che il Nobel per la pace, al di là di diplomatici oscuri al grande pubblico o organismi assolutamente bipartisan e come tali facili da premiare (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, premiato nel ’54, l’UNICEF nel ’65, il Comitato contro le mine anti-uomo nel ’97, Medici Senza Frontiere nel ’99…) è andato più di una volta a personalità che ancora non avevano fatto tutto quello che andava fatto per meritarlo. Obama nel 2009 non aveva ancora finito il giro dei colloqui dopo l’insediamento e già era premio Nobel in virtù de “i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e cooperazione tra i popoli”. Ora, con tutto il bene che gli voglio e per quanto io speri che Romney sia ricacciato indietro nell’oblio donde proviene, Obama non aveva ancora fatto uno stratacazzo di niente per la cooperazione tra i popoli. Peraltro non che abbia fatto tantissimo nemmeno poi, se non altro ha interrotto la politica di Bush Jr, ed è già un bel merito, ma “venire dopo” quello non è di per se un merito.

Non altrettanto prematuro fu il premio a Rabin e Arafat, ma mi vien da dire che il Nobel andava assegnato una volta raggiunto l’obiettivo. E il conflitto israelo-palestinese, tra alti e bassi, mi sembra ancora, comunque, lontano dalla soluzione. Mi sarebbe piaciuto veder festeggiare il loro Nobel con una bella festa per la nascita di due paesi in pace, con fuochi artificiali, non raffiche di mitra. Non fu così, e poi Rabin venne assassinato. E le cose andarono come andarono, e non andarono mai bene.

Oggi, per giungere all’attualità, che mi ero ripromesso di trattare eventualmente solo nell’Alamanacco, e ovviamente ho già cambiato idea, è stato assegnato il Nobel per il mantenimento della pace all’Unione Europea. Ok. I giornali italiani accolgono la notizia con una certa compostezza: quelli da sempre europeisti si accorgono che non è il momento per esserlo, e lo dicono con scarsa enfasi. Quelli antieuropeisti ci ricordano che l’Europa non ha saputo arginare la crisi economica (e infatti l’UE non dovrebbe essere in odore di ricevere il Nobel per l’economia, tra l’altro, ma si vede che non hanno controllato) ed è percepita molto lontana dai cittadini (vicini invece ci sono i politici nostrani, troppo vicini, e soprattutto troppo interessati a incularmi il portafogli). E d’improvviso riesplode il loro livore per i Nobel di Obama e Dario Fo. Che insomma, che tua sia europeista, nero o comunista, se non sei dei loro il Nobel non te lo meriti, e vattene anche un momentino a fanculo.

Per me invece il Nobel alla UE va benissimo. Soprattutto per la motivazione. In base al testamento di Nobel, che è un po’ l’articolo 0 del regolamento del premio, il Nobel per la pace va «alla persona che più si sia prodigata o abbia realizzato il miglior lavoro ai fini della fraternità tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione di eserciti permanenti e per la formazione e l’incremento di congressi per la pace». L’Europa si batte contro la pena di morte, cerca di fare da intermediario in tutte le situazioni di conflitto, si oppone allo strapotere di aziende in regime di cartello o di monopolio, processa dittatori e criminali di guerra, e soprattutto ha permesso, in 60 anni, di passare da un mezzo continente di gente pronta a tagliarsi la gola e spararsi alla prima avvisaglia di crisi, a un mezzo continente pacificato, che non ha grosse intenzioni di decimarsi reciprocamente la popolazione o di fare rastrellamenti casa per casa. Sì, c’è del casino economico, ma si può aggiustare. La UE è una casa esigente, per starci dentro non puoi fare il cazzone. Non puoi vietare la libertà di stampa, non puoi eliminare gli avversari politici. No, è vero, non è ancora perfetta, e si sarebbe potuta fare meglio e prima. Ma nel ’43 ci stavamo sterminando da 1500 anni, e oggi non è più così. Alla faccia degli autori dei titoli della stampa, quella poco sobria, quella che ce l’ha con Dario Fo, con Obama, con l’Unione Europea. Per inciso, tra l’altro, nel testamento di Alfred Nobel sta scritto che il premio per la pace viene assegnato da una commissione di cinque persone eletta dal Parlamento norvegese… che tutto è fuorché europeista…

Detto questo, suvvia, ciascuno assegni i suoi Nobel. I Nobel classici sono Pace, Fisica, Chimica, Medicina, Letteratura, poi è stata aggiunta l’Economia.

#33. Olimpica.

Nell’antichità le Olimpiadi erano sacre. Ma proprio sacre davvero, nel senso che erano disputate (celebrate?) in onore di un dio. E che dio, visto che si parla di Zeus, mica dell’ultimo dei pirla. Il suo stesso nome si rifà al Di̯ēus protoindoeuropeo, il cielo. Quello che poi diviene Dyeus phatēr (Padre Cielo), Iuppiter (in latino), Dyaus Pita (in sanscrito), eccetera. Il dio celeste (per favore, per favore, non si parla di bassa politicanza, per favore) delle antiche religioni indoeuropee. Forse anche per questo il cristianesimo non li vide mai di buon occhio, e appena fu saldo il suo potere in seno all’impero, i giochi olimpici vennero vietati (393 d.C.) dall’imperatore Teodosio.

Erano sacri, dicevamo, e protetti dall’ἐκεχειρία (mani ferme), la tregua olimpica. È vero che non era – come invece spesso si crede – una tregua volta a fermare tutte le guerre, ma solo a garantire un corretto svolgimento dei giochi (e quindi vietava le guerre nell’intorno dei giochi), ma nell’immaginario collettivo ormai è entrata così. E anche se, da ché io mi ricordi, non c’è stato un anno in cui le guerre hanno rispettato la tregua olimpica, mi fa un po’ male vedere la situazione in Siria. Un po’ di più del solito.

Mi fa più male perché è una guerra civile. Mi fa più male perché potrebbe essere fermata in pochi giorni, ma l’Europa ancora non esiste, e i membri dell’Unione Europea sono occupati in esercizietti di economia domestica quotidiana con cui tirano ogni giorno una copertina cortissima, invece di tesserne nuovi pezzi. La Russia protegge Assad, la Cina chi lo sa, gli Stati Uniti hanno troppe cose a cui pensare – tipo le elezioni – e poi la Siria confina con Turchia, Israele, Libano e Iran… cioè, per dire, ce ne fosse uno bello pacifico e senza conflitti nei dintorni.

Mi fa più male perché nei primi giorni dell’Olimpiade veniva bombardata Aleppo. Sulla terra le due città più antiche tutt’oggi abitate sono Damasco e Aleppo, che vantano 5 millenni di storia ininterrotta. Quando Roma nasceva, quando Alessandro conquistava il mondo, Aleppo aveva già più di duemila anni. Aleppo ha visto nascere Babilonia, Gerusalemme, Atene, Costantinopoli. Aleppo era capitale di Yamkhad, ha visto gli hittiti fare guerra agli egizi. Ha visto nascere la scrittura. Cioè rendiamoci conto, la scrittura non c’era, e Aleppo c’era già.

Lo so, lo so. La guerra è tragedia ovunque sia. Persino a Milano2, dice il Pino, e ha ragione. Non c’è una guerra bella anche se fa male. Non c’è una guerra meno grave. Ma queste città hanno visto il piedi assiro, il giogo babilonese, e hittita, e persiano, e macedone, e romano. Hanno visto arrivare gli arabi, con la loro fiammante conquista, e poi i crociati. Hanno visto i turchi, i mongoli, gli inglesi.

Evidentemente non basta ancora. Oggi per le strade di Aleppo si ammazzano.
E a Londra ci sono le Olimpiadi.
E io non posso fare a meno di pensare a Eracle che misura lo stadio, e agli elleni che difendono la tregua olimpica dai facinorosi spartani.
E non molto distante, ai commerci nei mercati di Aleppo, con i colori delle stoffe fenice e delle spezie dell’India. E non posso fare a meno di esser triste.

#30. Canederli.

Vi propongo in questa occasione un tema a richiesta. Il buon Mauro mi ha chiesto di parlarvi di canederli. Vediamo dove ci porta questa cosa, proviamo, dài.

I canederli sono un piatto tradizionale, costituito da polpettozzi di un composto di pane raffermo, latte e uova, cotti in brodo o acqua salata, e poi consumati in brodo oppure asciutti, con burro fuso. A seconda della variante si possono aggiungere ingredienti per insaporire e personalizzare la ricetta, come speck, formaggio, prezzemolo. Inutile star lì a sottolineare che io ho provato a farli e non mi sono venuti neanche male – seppure poco cedevoli alla forchetta – in variante con speck e pane senza glutine.

Ora, è chiaro ed evidente che sarebbe inutile, in un blog come questo che non ha certamente la cucina tra le finalità principali, il piantare qui una ricetta copiata su qualche sito mitteleuropeo. Quindi non lo farò.
Però sappiate che è un ottimo piatto, e se lo volete assaggiare fatto bene vi potete concedere un giretto in Trentino, una bella escursione verso un rifugio, e poi un piatto fumante di canederli. Allieta la giornata. Non come il capriolo, va bene, ma allieta la giornata.

Ma concediamoci qualche divagazione elucubrativa.

Cominciamo a considerare qual è l’areale di diffusione del canederlo. Con nomi diversi (il più noto dei quali è probabilmente “knödel”), il nostro gnocco di pane è cucinato e apprezzato in Trentino, nell’Alto Adige-Süd Tirol (e anche nel Tirolo austriaco, incluso l’est), nel bellunese, in Friuli. Praticamente tutta l’Euregio del Tirolo, anche se oggi come oggi l’Europa non ha tanto tempo da dedicare al tema delle Euregio.
Il canederlo è poi tipico anche in Austria, Baviera, Boemia, Slovacchia. Financo in Polonia. E anche se la cultura (e quella culinaria è una forma di cultura, nel senso di un insieme di conoscenze e gusto estetico che si legano) si espande per aree in qualche modo contigue, per vicinanza di territorio o di aspirazioni, ignorando i confini, l’areale dei canederli non può che farci ricordare (pur non aderendovi completamente, soprattutto nella parte orientale), una volta disegnato su una cartina geografica, il vecchio Impero Austro-Ungarico (col vicino Regno di Baviera).

L’Austria-Ungheria è stato uno dei primi due grandi stati multi-nazionali moderni, essendo l’altro il Regno Unito.
Nel Regno Unito convivono gli inglesi – cresciuti nella stratificazione di elementi romano-brittonici, anglo-sassoni, franco-normanni (sostanzialmente celti, romani, tedeschi, vichinghi, francesi, sovrapposti tipo lasagna) – con gruppi culturalmente più antichi e isolati: gli scozzesi (pitti e scoti sono sempre stati piuttosto refrattari alla mescolanza), i gallesi (le cui marcate origini celtiche sono tuttora riscontrabili nei gradevolissimi toponimi come Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch… no, dico davvero, c’è…), gli irlandesi dell’Ulster.

Ma in Austria-Ungheria convivevano austriaci, ungheresi, boemi, tedeschi, italiani, croati, sloveni, serbi, bosgnacchi, ruteni… qualcosa in più, diciamo. E se è vero che in un regime assolutista le minoranze etniche in genere non stanno mai benissimo (ma non è che avessero molti meno riconoscimenti che non le minoranze disomofone in stati assolutamente democratici come la Francia di oggi), è pur vero che, il canederlo insegna, una certa cultura di stampo austro-ungarico mitteleuropeo si andava diffondendo.
Cosa sarebbe successo senza la Prima Guerra Mondiale a distruggere il più grande stato dell’Europa centro-orientale? È stato lungimirante da parte delle potenze occidentali (Francia e Inghilterra) permettere la dissoluzione di uno degli stati più antichi d’Europa, e magari uno stato che avrebbe potuto stabilizzare una regione che invece ha portato avanti guerra e tragedia e sterminio fino all’altro ieri pomeriggio?
Avrebbe potuto l’Austria-Ungheria essere la gamba orientale dell’Unione Europea (mancante fino agli anni Novanta), magari addirittura l’esempio di come costruire uno stato sovranazionale?

A posteriori verrebbe da dire che no, non sono stati lungimiranti, e che peraltro no, non avevano grossi appigli per fare quello che hanno fatto. C’è da considerare che se a ogni popolo doveva corrispondere uno stato, l’Inghilterra andava smembrata e doveva rinunciare a tutto il suo impero coloniale prima di toccare la monarchia asburgica. Se le minoranze andavano tutelate, qualcosa per corsi, occitani, baschi, piccardi e bretoni andava fatta. E c’è da chiedersi come potessero ritenere perfettamente ingiusto avere italiani sotto il controllo dell’Austria, e invece giusto avere austriaci sotto il controllo dell’Italia (mi riferisco ovviamente alle zone germanofone dell’Alto Adige).

C’è anche da chiedersi se l’ascesa dei fascismi in Germania e Italia avrebbe (e probabilmente sì, avrebbe) contagiato anche l’Austria-Ungheria, creando anche qui una pericolosa terza gamba forse più forte che un nugolo di piccoli stati. O magari sarebbe esplosa sotto alle tensioni pro-naziste pro-comuniste pro-occidentali, deflagrando con 30 anni di ritardo in maniera ancora più clamorosa e roboante di quanto non sia successo. O magari sarebbe diventata uno stato fortemente anti-fascista, un potente Alleato in grado di aprire un fronte difficile a meridione tra la Germania e l’Impero Ottomano.

Ma sono domande che non avranno mai risposta, e le risposte che avranno saranno solo supposizioni oziose poco interessanti. Di certo c’è che ogni guerra porta con sé una catastrofe, e la conferenza di pace successiva raramente fa di meglio.

Le guerre è meglio non farle, che finirle.
I canederli è meglio mangiarli, che tirarseli.

#28. Duemila.

Il motore del 2000 sarà bello e lucente
Sarà veloce e silenzioso, sarà un motore delicato
Avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina.
[Lucio Dalla, “Il motore del Duemila”]

Blood rack barbed wire
Politicians’ funeral pyre
Innocents raped with napalm fire
Twenty first century schizoid man.
[King Crimson, “21st century schizoid man”]

Sono nato nel 1976, e quel numero mi pareva da piccolo tanto complicato e tanto difficilmente distinguibile da tutti gli altri.

Ho un flash della mia prima improvvisa presa di coscienza di qualcosa chiamato “anno”, ed è quando facendo il saputo, a sei anni, giocando sul divano con una macchinina (rappresentante un modello d’epoca) dico a mia madre: «Questa è una macchina antica, è del 1982». E lei mi risponde: «Siamo adesso nel 1982».
Prima di quel ricordo, non ne ho altri che riguardano direttamente una mia consapevolezza dell’anno in corso.
E poi, invece, ne ho. Come quando giocando con amici fingevamo di essere dei corridori di formula uno, e che fosse l’anno 2000, quando avrei avuto 24 anni e sarei stato grande. Nella mia mente si formò l’associazione di idea 2000 = adulto. E ho sempre percepito il 2000 un po’ come la data spartiacque. L’anno zero, il divisorio, tipo avanti Cristo / dopo Cristo.

In realtà il 2000 non ha avuto niente di speciale, anche se da un certo punto di vista è forse proprio dal duemila in poi, finito il servizio civile, con una morosa stabile, con una consapevolezza diversa del lavoro, che ho iniziato a scrollarmi di dosso un’epoca post liceale piuttosto confusa. Ma a parte il significato che ha avuto per me, il 2000 non è stato molto diverso dal 1999 o dal 2001.
Certo, dopo l’ondata millenarista dell’anno mille, con flagellanti, frustate, eretici, ricordatichedevimorire, eccetera, anche il duemila ha avuto il suo rigurgito di finedelmondismo. Non sotto la forma del millennio precedente, ma sotto la bandiera – un po’ ridicola – del Millennium Bug. E poi oggi c’è il nuovo millenarismo maya. Chissà, magari l’anno prossimo toccherà agli etruschi. O ai sarmati. Chissà quando hanno previsto la fine del mondo i pelasgi. Chissà da che pianeta provenivano i loro dei.

La verità è che il mondo non finirà tanto presto, e a meno di colpi di sfiga davvero epocali (una cometa gigantesca, che però vedremmo con un certo margine di anticipo), quando tra qualche miliardo di anni il sole esploderà, l’umanità avrà già lasciato in massa questo sistema solare. E chissà dove sarà diretta.

Ma torniamo a questo pianeta, che è tutt’ora vivo e vitale, come diceva De Filippo del teatro. Ormai, arrivati al 2012, superato il primo decennio del millennio, il decennio della moneta unica, il decennio delle torri gemelle, è giunto il momento di fare un po’ il punto della situazione.

Intanto, c’è da dire che siamo parecchio in ritardo. Tramite social network, smart phone con geolocalizzatore, diffusione capillare delle celle telefoniche e delle telecamere di sicurezza, ci stiamo avvicinando a “1984” di Orwell, ma non ci siamo ancora arrivati, e il ritardo è di 28 anni (manca poco, però). Per quanto riguarda la colonizzazione del sistema solare, rispetto a “2001 Odissea nello spazio” (un film che mi è nemico almeno quanto mi è nemico “Il signore degli anelli” come libro… i grandi classici che non sopporto… e non riesco a vincere) il ritardo di 11 anni difficilmente sarà colmato anche solo nei prossimi 40, anche se una base che orbita intorno alla terra c’è, e se non ci fosse stata questa crisi forse saremmo andati oltre. Stiamo a vedere.

Su altre cose, però, andiamo bene. Infatti siamo in ritardo anche sulle previsioni catastrofiste, da quelle sulla fine delle risorse a quelle sul clima. Petrolio ce n’è ancora, il clima si riscalda ma Venezia non è così vicina a sprofondare, i ghiacciai si riducono, ma tutto sommato tengono, e il mondo muore di fame non più di 20 anni fa, semmai un po’ meno. Molti paesi del cosiddetto terzo mondo ormai sono più ricchi di quelli del primo, ed è piuttosto probabile che la partita per il controllo del pianeta, spostatasi prima dal centro dell’Europa a USA e URSS, sia ormai in viaggio verso paesi ancora più – un tempo – periferici. L’Asia, il Brasile. Per l’Africa c’è ancora da aspettare, purtroppo, ma prima o poi ci arriveremo, arriverà anche il riscatto mondiale del continente degli egizi.

Mai, mai scorderai l’attimo, la terra che tremò,
l’aria si incendiò e poi silenzio
E gli avvoltoi sulle case sopra la città,
senza pietà
[Claudio Maioli, “Ken il guerriero”]

Le previsioni di una terza guerra mondiale nucleare fortunatamente sono andate per ora a strafanculo. Ci siamo andati vicini, con la baia dei porci, con la crisi dei missili a Cuba, e con parecchie altre minchiatelle. Ma quando comanda per tutti il soldo, ci saranno sempre guerre periferiche e mai sostanziali. Questo naturalmente se gli europei, che sono notoriamente cazzoni avariati, non decideranno ancora una volta di dimostrare la loro vera natura. Stiamo a vedere anche qui. Per lo meno è finito il boom dei rifugi antiatomici e dei film alla “The day after”. E questo è un peccato, perché lo scenario post-atomico mi è sempre piaciuto assai. In fin dei conti la generazione nata a metà anni Settanta non sarebbe la stessa senza “Mad Max” e “Ken il guerriero”, eccheccazzo.

I sogni, ma di questo si è già assai parlato, di un’Europa unita e dell’uomo su Marte, stanno conoscendo battute di arresto che, per chi aveva straordinaria fiducia nell’uomo, sono piuttosto dure da digerire, ma se ne può uscire, dài.

Con l’avvento degli smart phone moderni siamo arrivati, a mio parere, a un passo dall’umanità 2.0. Un gran numero di capacità vengono sempre più spostate al di fuori dell’essere umano: il sapere, la memoria, l’orientamento, l’esperienza, sono sempre più sostituite dalla capacità tecnica di trovare nello spazio condiviso della rete le informazioni e conoscenze richieste. Abbiamo quindi paradossalmente un essere umano che sa sempre di meno, ma ha a disposizione un numero di informazioni sempre maggiore.
Quando questo accesso sarà più trasparente (ovvero interno e non esterno, con un accesso diretto dal cervello e non a mano tramite uno schermo) arriveremo ad un tipo di civiltà completamente diverso, con prerogative completamente diverse e problemi/potenzialità che al momento diventa addirittura difficile immaginare. Ma potrebbe essere divertente provarci.

Più insetti? Più mente collettiva? Un po’ già sembra che accada, da un certo punto di vista. Il pensiero unico si va affermando sempre di più, e anche quando è contrario a quello di tendenza è un pensiero unico di controtendenza, con crociate lanciate attraverso i social network che hanno tanta più voce quanto più account vi aderiscono. Potremmo trovarci di fronte al non plus ultra della democrazia, una democrazia diretta e “immediata”, nel senso di “non mediata” dalla politica. Oppure potremmo trovarci di fronte alla fine dell’essere umano come individuo discreto, e alla nascita di una nuova forma sociale continua e fluida il cui comportamento potrebbe forse essere studiato come si trattasse di un unico individuo polinucleato. Tipo formicaio, tipo alveare. Tipo psicostoria di Asimov.

Per concludere, mi immaginavo a correre in formula 1, nel 2000, e invece mi viene da vomitare anche solo coi videogiochi di corse.

Immaginavo grandi passi avanti nella società, o grandi passi indietro: la fine della sofferenza oppure sofferenza in ogni dove, e invece non ci siamo mossi granché e forse la sofferenza è una grandezza fissa sul pianeta, che si sposta ma non muta in proporzione. Immaginavo astronavi, e invece siamo ancora alle automobili, e tendono ad assomigliare sempre più, da fuori, a quelle del passato. Immaginavo computer in ogni dove, ed è così, solo che sono molto più cool di come li credevo, e più piccoli, e più potenti, e più efficienti. Immaginavo i mezzi di informazione in grado di manovrare le persone, e siamo arrivati a vederlo, fino all’esatto contrario, con le persone che creano e plasmano giorno dopo giorno nuovi mezzi di informazione. Come accade con Twitter.

Nota: Così, incidentalmente, 2000 è anche il numero di contatti che questo blog ha raggiunto proprio in questi giorni, e per un blog solo testuale e con pezzi anche piuttosto lunghi, devo dire che è un bel successo, e sono contento, e andrò avanti.

Tra i libri citati, “2001 odissea nello spazio” di Arthur Clarke e “1984” di George Orwell sono i più famosi. Ma forse val la pena di leggere anche qualche romanzetto degli anni Settanta su un possibile olocausto nucleare. Tipo uno che avevo letto, “Non deve accadere”, di una scrittrice italiana di cui ho perso memoria e che avevo letto alle medie. Non era un granché, ma mi è tornato in mente. Il concetto di psicostoriografia – una scienza che studia su basi matematiche gli eventi storici e preconisce il futuro attravers equazioni – è stato introdotto da Isaac Asimov con il ciclo della Fondazione, attraverso lo splendido personaggio di Hari Seldon.

#27. Politica.

Oggi non voglio di parlare di politica. Ed è davvero difficile. Perché la politica è un po’ tutto.
Da dizionario è l’occuparsi della polis, la città, lo stato, la comunità. E ogni giorno un poco facciamo politica, anche solo quando vediamo qualcosa per terra e lo buttiamo nel cestino, di fatto stiamo già facendo politica.

Lo stesso quando invece c’è qualcosa nella nostra tasca e lo buttiamo per terra.

Anzi, volendo ben vedere è forse proprio questo che oggi è più percepito come politica: l’occupare abusivamente qualcosa che non è nostro. Occupare risorse pubbliche mettendoci i nostri parenti, occupare soldi pubblici spendendoli per nostri interessi personali, occupare spazio pubblico per una festa organizzata da gruppi a noi vicini. E occupare un angolo di marciapiede pubblico con il pacchetto di sigarette appena buttato. O con una gomma da masticare. La politica è ormai vista come abuso.

È chiaro, quindi, che diventa difficile dire in giro cose come “io amo la politica”, oppure “la politica è la cosa più bella di cui ti puoi occupare”, o infine “la politica è il livello più alto cui può aspirare l’animo umano”. Si fa un po’ la figura degli zozzoni.
E invece si avrebbe abbastanza ragione. Difficile immaginare un compito più sacrale che occuparsi di quello spazio comune che nasce con la nascita stessa del patto sociale, della condivisione di forze e impegni, e beni, e volontà, che è lo stato.

Comprensibile, quindi, che chi si ritrova ad amare la politica intesa in questo senso non possa che provare una nausea forte, fortissima, esacerbante, quando vede la politica ridotta al malinteso e maledetto ruolo di sinonimo di abuso. È come omologare il sesso allo stupro, il cibo alla preda, la cacca con le scorie radioattive.

Ed è quindi normale, normalissimo, sentire il bisogno di parlare di politica quando la politica non è ben fatta. Quando è così vituperata e mal fatta.
Che poi, tra l’altro, chi crede di far politica onestamente, chi ci mette l’anima, è anche più pericoloso. Proprio perché ci mette l’anima, infatti, è portato dall’italico genoma a fare politica con spirito da tifoso, e a non cercare di portare avanti campagne per il bene della polis, ma del partito: sta facendo partitica. Se va in giro ad attaccare manifesti, se raccoglie fondi, non sta partecipando a una generazione di idee, sta solo portando legna per la squadra. E anche questa è malapolitica, la politica della parte. Quando proprio il termine polis ci parla di molti, e il termine partito invece indica una parte, pochi quindi. Una visione politica non può che essere, dall’etimo stesso, una visione molteplice, vasta, complessa. La visione dell’uomo che fa politica onestamente è dotata sì di onestà, ma è priva di complessità. Mentre il disonesto è spesso complesso, ma manca di onestà: sa pensare in modo politico, ma non in favore della polis.

Se, quindi, lo stato nasce come patto sociale, e la politica è l’occuparsi nel modo migliore possibile del bene della polis, senza pensare a noi stessi ma al bene comune, ne consegue che il livello successivo (ovvero l’organismo sovranazionale, composto da stati come soggetti) dovrebbe occuparsi del bene comune e non del bene del singolo stato.

Ne consegue che non esiste un vertice europeo in cui si sia fatta buona politica: ogni decisione, infatti, viene presa badando ai tornaconti e agli interessi dei singoli stati. Se volessimo davvero bene all’Europa non confideremmo ogni giorno nel fatto che vengano prese decisioni vantaggiose per il nostro singolo staterello, ma per il bene dell’Europa nel suo insieme, e quindi della prosecuzione del cammino di integrazione europea.

Per concludere, se vogliamo buona politica su base nazionale, dobbiamo affidarla a gente che si preoccupi del Paese e che si dimentichi dei propri interessi.

E allo stesso modo la buona politica europea deve essere affidata a gente che non rappresenta i vari stati, ma tutti quanti allo stesso tempo, gente che si presenta per essere eletta di fronte a tutti i cittadine europei, e a tutti i cittadini europei deve rendere conto. Finché le tappe della nascita dell’Unione sono affidate a gente tedesca eletta dai tedeschi, italiana eletta da italiani, francese eletta da francesi, di passi avanti per il bene comune non ne avremo, ma avremo solo un passetto per il bene italiano, un passettinino per il bene maltese, un bel passo per il bene tedesco… ma la somma di tutti i beni, in questo caso, è largamente, largamente inferiore al bene totale dell’Europa.

Ecco, lo sapevo, non ci sono riuscito.

Nota: ho riorganizzato un poco il blog. Le categorie, da mille mila che erano, in quanto riguardavano i temi trattati, sono diventate solo due. Ora indicano la forma espressiva, e sono Tema e Racconto. Tema comprende i post normali, strutturati a mo’ di diario, in cui si dibatte un tema a partire da qualsiasi spunto anche recensivo, o si fa un saggiobbreve, come dicono nelle scuole. Racconto comprende, ma pensa, i racconti, il materiale fictionale.

#26. Speranza.

Ma la speranza è l’ultima a morire
Chi visse sperando morì, non si può dire
[Litfiba, “Gioconda”]

C’è molta speranza, ma nessuna per noi
[Franz Kafka]

Ecco, c’è davvero molto da dire, ma la voglia di farlo non è tantissima.

C’è che viene da chiedersi come è possibile che facciano ogni volta mille conti, mille tagli, mille tasse, mille operazioni per recuperare X miliardi di euro, perché ne servono X-1 e X è per la sicurezza, e poi dopo tre mesi ne servono altri X+5. Cosa è successo? Avete sbagliato i conti? Oppure c’è che, e a un certo bel punto occorrerà pure ammetterlo, non ci state capendo una beata gran fava imperiale decorata ambulante di nulla, e andate avanti dando calci in culo al buio sperando di trovare l’uscita del labirinto?
Lasciatevelo dire: così non funziona. Non ha funzionato in passato, remoto o recente che fosse, e non ha funzionato per la Grecia, nel presente. Prima di trovare soluzioni, occorre capire il problema, e se non ci state capendo la suddetta fava poliaggettivata, beh, lasciate stare.

C’è da dire che c’è stata una grande guerra. E dopo la grande guerra un grande sogno: quello di costruire una casa in cui stare tutti insieme e non fare mai più una grande guerra. E ci sono state le crisi economiche, che ci hanno fatto capire che non avremmo mai avuto una macchina come la volevamo, o che avremmo perso la casa che ci eravamo guadagnati, ma stavolta è la prima volta che una crisi ci fa capire che possiamo perdere anche un grande sogno.

C’è da dire che se nel 1994, quando dopo tangentopoli c’era la speranza di costruire un’Italia diversa, a pochi mesi dalle elezioni fossero saltati fuori Craxi e Forlani dicendo: «Uè, ci ricandidiamo, e la sapete l’ultima? Secondo i sondaggi prendiamo pure il 30%, tricchetricchetracche!», beh, la speranza sarebbe andata a dar via il culo ma proprio di gran carriera, eh. E invece stavolta succede così.
Ci eravamo convinti che per quanto di merda fosse ridotta la nostra politica, almeno non ci sarebbe stato più di mezzo un elemento di quel genere, che non voglio nemmeno citare per tema che mi porti sfiga, e invece eccolollì, a volte ritornano.
Solo che di solito gli zombie che ritornano non hanno su il cerone, e si può liberarsi di loro definitivamente, in un modo o nell’altro. Qui niente sembra funzionare.

C’è da dire che le agenzie di rating hanno rotto la minchia come e più dei centrocampisti spagnoli nella finale degli europei. Ok, a volte ritornano, ma c’è bisogno di grattugiarci subito i maroni? Magari nemmeno ritorna, alla fine, dai.

C’è che il bosone di Higgs è proprio una bella scoperta, un risultato scientifico straordinario, ma che dire. In primis è poetico ed immaginifico come un’equazione differenziale. E poi a mala pena pareggia la delusione della scoperta che i neutrini non viaggiano più veloci della luce. Era tutta una bufala. Come il tunnel Gelmini.
Bosone di Higgs, ok. Ma andare su Marte è roba di un altro pianeta. Spero che almeno New Horizon (la sonda in viaggio verso Plutone, che dovrebbe arrivare nel 2015) abbia la forza di affascinarmi che ebbe a suo tempo il Voyager 2, quando solleticò Urano e poi baciò Nettuno. Ricordo la serata di Urano, con la diretta su Quark preceduta da 2001 Odissea nello Spazio (un film di cui non ho mai capito una suddetta fava, un po’ come i politici di questa crisi).
Ma avevamo scoperto nuovi pianeti e poi l’Unione Astronomica ha cambiato idea, non erano pianeti, e per buona misura ci hanno tolto anche Plutone (astrologi puppate, peraltro).

C’è anche che «il popolo molte volte desidera la rovina sua ingannato da una falsa specie di bene» (Machiavelli) è una frase che i politici conoscono troppo bene, e i popoli troppo poco. E questo è un fottuto problema, perché non è una frase che fan studiare a scuola.

C’è crisi. Non c’è speranza. Rassegnazione, forse, non speranza. Convinzione che in un modo o nell’altro finirà, anche solo per sfinimento, non speranza. Speranza no.
Gran brutto circolo vizioso, quello sì.

Vorrà dire che ci distrarremo coi circensi. Tra un po’ ci sono le Olimpiadi, e potremo far finta che esiste un mondo di pace e fratellanza e sana competizione sportiva in cui in fondo l’importante è esserci, che è bello anche solo sentire tanti inni nazionali. Non costa niente. Più o meno.

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