Il canneto di Eridu

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#43. Viaggio.

“Gira gira insieme a noi ottanta giorni e poi
Il mondo noi l’avremo visto!
Tutto qui si fermerà aspetteranno solamente noi”
[Oliver Onions, “Il giro del mondo di Willy Fog”]

“And you run and you run to catch up with the sun
but it’s sinking,
racing around, to come up behind you again!
The sun is the same in the relative way,
but you’re older,
and shorter of breath, and one day closer to death.
[Pink Floyd, “Time”]

Il “viaggio” è un concetto straordinario.

Cominciamo col parlare del viaggio più semplice, quello letterale, quello che ci richiama le vacanze, per intenderci. Di fronte alla domanda «Quale posto al mondo vorreste tanto, tanto, tanto visitare, e in che condizioni, in che situazioni, in che tipo di viaggio (da solo, con l’amore, con gli amici, con perfetti sconosciuti, viaggio di lavoro, turistico classico, escursionistico, reportage, in barca, in aereo, in treno, a piedi coi sandali o a dorso di mulo…)», che ho posto agli amici su un social network e dal vivo, mi sono arrivate alcune risposte simpatiche. C’è chi vuole andare in una grande capitale, chi su un’isola esotica, chi vuole visitare grandi spazi o natura selvaggia. C’è anche chi, nella totale indecisione, o forse nella disperazione di non poter includere tutto il mondo (ché tutto il mondo varrebbe la pena di essere visitato), mi ha indicato un clamoroso viaggio che attraverso tre continenti lo porterebbe a vedere una bella fetta di pianeta.
Poi c’è chi ha esteso un po’ il concetto. Cisi, giovin (più o meno) scrittore cremonese che in genere ama ritrarre il mondo underground di operai e giovani in cerca di lavoro, si è staccato di prepotenza dal suo habitat puntando molto in alto: la conquista di un 8000, alla ricerca degli dei. Del resto si sa che gli scrittori sanno volare in alto.

Personalmente, dovendo scegliere uno ed un unico viaggio (la categoricità del linguaggio matematico è impareggiabile), e trovandomi come l’amico di poco sopra in grave difficoltà dovendo scegliere tra i vari posti del mondo, penso che sarei costretto a cercare un viaggio metaforico, un viaggio in grado di portarmi lontano da qui (luogo), ma al contempo profondamente in grado di farmi andare qui in profondità, facendomi scavare dentro me stesso. C’è chi dice che il posto giusto è l’India, anche se io credo che luoghi desolati e spaziosi come la steppa mongolica siano più adatti ad un viaggio interiore. Ma in fondo, se il viaggio deve essere interiore, la destinazione fisica è quasi irrilevante, serve solo un luogo in grado di dare lo spunto, il calcio in culo verso se stessi.

E allora, ecco che ci viene in aiuto ancora una volta la materia di Bretagna. Ci viene in aiuto perché lì il viaggio è sempre l’inizio di un’avventura, e l’approdo dell’avventura può essere raggiunto solo attraverso lo smarrimento. Solo quando si perde, in pratica, l’eroe può fare un incontro speciale, e misurare la sua forza, il suo coraggio, può sentire i suoi stimoli interiori, ed affrontarli. Solo quando si perde l’eroe può inseguire i suoi fantasmi, siano essi la lealtà messa alla prova (Galvano e il Cavaliere verde, nel quale Galvano dopo essersi perso approda ad un castello dove viene messa alla prova la sua lealtà, che egli dimostra), o l’amore (Ivano o il cavaliere del leone, nel quale l’eroe solo perdendosi può trovare l’avventura più grande e l’amore), oppure la morte e l’oltretomba (il Castello delle Pulzelle, misterioso luogo dove gli eroi arturiani incontrano le donne che ritenevano morte).

La morte poi è un concetto strettamente legato al viaggio. In fondo la vita non è il viaggio che tutti percorriamo, e non è identico per tutti solo l’approdo? E quindi non possiamo, attraverso questa metafora, sostenere che quello che conta non è la destinazione, ma il viaggio? Pena la sopravvalutazione della morte rispetto alla vita.

Ebbene, la giusta risposta è, come spesso accade: «dipende dal punto di vista» (ah, maledetto Obi Wan). L’esempio è il viaggio più grande che, per ora, l’umanità possa concepire (o meglio, concepire di realizzare), ovvero la missione per mettere il piede su Marte. Ebbene, in quel caso il viaggio è tutto finalizzato alla meta, e la meta è molto oltre il pianeta rosso. La meta è una nuova umanità, non più legata alla sua Terra natale, un’umanità nuova e vecchia allo stesso tempo, con nuove frontiere, nuove terre da esplorare e rendere umane. È solo un sogno fatto per vendere libri di fantascienza? Non credo, è lo stesso sogno che l’umanità ha sempre avuto. È il vero e più antico sogno americano, in fondo. Quello di un nuovo posto, un nuovo mondo dove costruire una civiltà più libera e più giusta, una civiltà in grado di offrire a tutti un’opportunità. Ma è anche la voglia di conoscere, di conquistare, di raggiungere i confini (connaturata all’uomo, che in quanto finito è costretto a commisurarsi con uno spazio infinito del quale cerca gli inesistenti confini). La voglia che avevano anche i grandi viaggiatori, e i vichinghi, e Alessandro, e i fenici, e i cretesi. La voglia che aveva l’ominide quando se ne andò da Olduvai, o quale che fosse la terra di origine, e si spinse in tutto il mondo e divenne uomo.

Ma il viaggio, comunque, contiene in se il germe del ritorno. E così l’uomo se ne andò dall’Africa un paio di milioni di anni fa, ed è comunissimo ancora oggi per chi ritorna in Africa dall’Europa sentire una specie di richiamo, di mal d’Africa, che lo richiama ancora e ancora…

E così, se il ritorno è contenuto nel viaggio, è interessante anche la domanda posta dall’equipaggio di Mars500 a chi li seguiva su twitter. Intanto dovete sapere che Mars-500 è una straordinaria missione organizzata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) in cooperazione con quella russa, nella quale 6 astronauti hanno simulato, chiusi in una finta astronave, il viaggio Terra-Marte-Terra, registrando le variazioni di stress, del carico ormonale, le risposte del sistema immunitario e altri parametri fisici. Un passaggio importante, in vista della conquista della nuova frontiera.
La domanda, dicevamo, che hanno posto, è sostanzialmente questa: qual è la prima cosa che fareste una volta tornati sulla terra da un viaggio di 520 giorni nello spazio?
La mia risposta (che ha portato un sorriso sull’astronave, mi ha detto l’astronauta italiano Diego Urbina che ha partecipato alla missione) è stata: la pipì contro una pianta, o nel mare giù dagli scogli. Semplicemente non avrei saputo pensare a una cosa più umana e al contempo più terrestre…

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#33. Olimpica.

Nell’antichità le Olimpiadi erano sacre. Ma proprio sacre davvero, nel senso che erano disputate (celebrate?) in onore di un dio. E che dio, visto che si parla di Zeus, mica dell’ultimo dei pirla. Il suo stesso nome si rifà al Di̯ēus protoindoeuropeo, il cielo. Quello che poi diviene Dyeus phatēr (Padre Cielo), Iuppiter (in latino), Dyaus Pita (in sanscrito), eccetera. Il dio celeste (per favore, per favore, non si parla di bassa politicanza, per favore) delle antiche religioni indoeuropee. Forse anche per questo il cristianesimo non li vide mai di buon occhio, e appena fu saldo il suo potere in seno all’impero, i giochi olimpici vennero vietati (393 d.C.) dall’imperatore Teodosio.

Erano sacri, dicevamo, e protetti dall’ἐκεχειρία (mani ferme), la tregua olimpica. È vero che non era – come invece spesso si crede – una tregua volta a fermare tutte le guerre, ma solo a garantire un corretto svolgimento dei giochi (e quindi vietava le guerre nell’intorno dei giochi), ma nell’immaginario collettivo ormai è entrata così. E anche se, da ché io mi ricordi, non c’è stato un anno in cui le guerre hanno rispettato la tregua olimpica, mi fa un po’ male vedere la situazione in Siria. Un po’ di più del solito.

Mi fa più male perché è una guerra civile. Mi fa più male perché potrebbe essere fermata in pochi giorni, ma l’Europa ancora non esiste, e i membri dell’Unione Europea sono occupati in esercizietti di economia domestica quotidiana con cui tirano ogni giorno una copertina cortissima, invece di tesserne nuovi pezzi. La Russia protegge Assad, la Cina chi lo sa, gli Stati Uniti hanno troppe cose a cui pensare – tipo le elezioni – e poi la Siria confina con Turchia, Israele, Libano e Iran… cioè, per dire, ce ne fosse uno bello pacifico e senza conflitti nei dintorni.

Mi fa più male perché nei primi giorni dell’Olimpiade veniva bombardata Aleppo. Sulla terra le due città più antiche tutt’oggi abitate sono Damasco e Aleppo, che vantano 5 millenni di storia ininterrotta. Quando Roma nasceva, quando Alessandro conquistava il mondo, Aleppo aveva già più di duemila anni. Aleppo ha visto nascere Babilonia, Gerusalemme, Atene, Costantinopoli. Aleppo era capitale di Yamkhad, ha visto gli hittiti fare guerra agli egizi. Ha visto nascere la scrittura. Cioè rendiamoci conto, la scrittura non c’era, e Aleppo c’era già.

Lo so, lo so. La guerra è tragedia ovunque sia. Persino a Milano2, dice il Pino, e ha ragione. Non c’è una guerra bella anche se fa male. Non c’è una guerra meno grave. Ma queste città hanno visto il piedi assiro, il giogo babilonese, e hittita, e persiano, e macedone, e romano. Hanno visto arrivare gli arabi, con la loro fiammante conquista, e poi i crociati. Hanno visto i turchi, i mongoli, gli inglesi.

Evidentemente non basta ancora. Oggi per le strade di Aleppo si ammazzano.
E a Londra ci sono le Olimpiadi.
E io non posso fare a meno di pensare a Eracle che misura lo stadio, e agli elleni che difendono la tregua olimpica dai facinorosi spartani.
E non molto distante, ai commerci nei mercati di Aleppo, con i colori delle stoffe fenice e delle spezie dell’India. E non posso fare a meno di esser triste.

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