Il canneto di Eridu

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«Rutilanza di un matto abbondantemente fuori tempo massimo»

Vivo un periodo di affanno, sempre un paio d’ore in ritardo su dove e quando dovrei essere. E in questa confusione spazio-temporale mi è riaffiorato tra le mani questo vecchio racconto, che mi dà la sensazione di essere estremamente simbolico e pregno, epperò neppure io a distanza di qualche anno riesco ad appianarne tutte le pieghe, a scioglierne i nodi, a capirci una semi-fava, insomma. A voi. Se vi garba. Se ci capite.

Rido! Erutto scagliando lapilli di tracotanza. Vomito sorsi di mondo contorto e distorto nelle orecchie di chi mi guarda. Ridete con me, non curatevi di chi vi flagella: vedrete, smetterà.
Non seguite come topi il suono dei miei campanelli, ma le parole, perché possano, in questo inverno fluviale, asciugare le vostre ginocchia, e il vostro capo possa volgersi al cielo e non solo al truogolo.
Dicono che ho lasciato cervello e fegato nel fagotto che porto legato a un bastone. Lì dentro tengo rinchiuse le stronzate dei maghi e dei mistici, la loro via, le loro formule e sante meditazioni: sentenzio per loro un’oscura cattività lontana dalla mia testa che, così, farfuglia molto meglio i suoi intendimenti.
Dicono che sono uno stolto, cui la favilla della ragione è fuggita urlando. Piuttosto che essere coccolato da soli altrui, preferisco crescere i miei sogni di nascosto, nella notte.
Non consegnate il vostro intelletto a chi vi spiega il mondo da una torre, sia essa incrostata di metallici lumi o fondata su libri e solti arcani. Guardate i miei piedi: cosa vedete se non scarpe come le vostre?
Cosa vedete se non la stessa acqua con cui il fiume lecca anche la vostra rogna?
Mille canzoni non fanno un padre, ma voi affidate i vostri figli a una canzone… e non dovrei ridere? Non dovrei torcermi i lineamenti in un riso deformante quando vi vedo dare ai vostri figli, che crescono storti, non un padre ma una canzone che puzza di candeggina, depurata dalle bestemmie del vostro tempo?
Rido di voi che mi guardate e non ridete, che pur immersi nelle mie confusioni non riuscite a capirle.
Rido di chi, con le caviglie bagnate, porta il suo sguardo sconsolato verso dio, accusandolo di malvagità. È proprio lì, nell’accusa, che la malvagità nasce e cresce: il povero uomo si contrista contorcendosi, temendo la malevolenza di tutti perché conosce la propria, e non può far altro che cercare goffamente di coprire con foglie sempre più grandi, sempre più spesse, le proprie abominevoli nudità.
Mi accartoccio in una risata che lacera lo stomaco e straccia le interiora, pensando a chi si guarda intorno gridando che il mondo è impazzito. E rido di chi reclama aiuto, di chi prega il re di tendergli la mano… sei tu il re, sei tu il comando, la città, lo stato, il mondo! Dove vuoi che sia il re? È in casa tua, e quando dormi con tua moglie lei dorme con lui: allungati la mano quando non ne hai bisogno, non quando Caronte vuole il suo.
Pisciate in faccia agli alfieri che vi vogliono piantare sul cranio luminescenti vessilli, rifiutate di esser reclusi in scatole d’oro. Prendete badili, forbici, sassi e tibie, fate a pezzi ogni tassonomia che vi includa.
Che bello, poi, svoraginare gli occhi e lasciarsi invadere dall’immagine dei dottori che piangono le loro rovine di pergamena, sparse nel loro stesso detrimento.
Che bello deriderli, deridere le tessere, le maglie e i cappelli colorati che vi stavano imponendo a tradimento; e se, ridendo, finalmente avrete smesso di sentire frustate, non potrete, anche col più ottuso impegno, ignorare il fatto che vostra era la mano col flagello.
Cos’è ora quell’espressione inebetita?
I vostri occhi fissano l’acqua che sale e iniziano a farvi intuire la metafora, l’atterrente segreto: non è questa la vera acqua, non è questo il fango che abbatte le vostre case e si insinua nei vostri spiriti.
Correte a spostare i vostri amori, salvate le vostre poche idee! Rinforzate gli argini del vostro vecchio modo di pensare, prima che tutto sia spazzato via…
Non fate come me, che resto qui, mentre l’acqua sale e trasforma in bolle il mio inquieto ridere.

«Bramosia»

E mentre i giorni di ferie scivolano troppo rapidamente verso sera, a fagiuolo ho recuperato questo racconto che vi piazzo lì, sperando di far cosa gradita, mentre medito il prossimo tema!

Non ho tempo. Non abbastanza. Lastricherei l’Asia se le cose che ho da fare fossero cubetti di porfido. Se fossero bambù il panda dominerebbe il mondo. Troppe, e non voglio farle di fretta. E non posso neppure accettare che la mia comprensione dell’universo si riduca a dare un’occhiata da una finestra e vedere una pioggia, una stagione, un anno o una vita. Bramo tutto: ho perso l’inizio, ormai è andato. Ma alla fine ci voglio, ci devo essere. Voglio vedere i titoli di coda dell’universo.

Obiettivo: diventare immortale. Poi avrò tutto il tempo. Abbatterò il concetto di limite. Ecco il senso della vita: renderla eterna. Ma qual è il punto di partenza di una simile impresa? Quale la strada?
Ci fu un re, Gilgamesh di Uruk, che, come me, voleva diventare immortale. Andò a Dilmun, oltre la foce dei fiumi, sul limitare dell’oltretomba sumerico. Là incontrò Ziusudra, il sopravvissuto al diluvio, divenuto immortale. Devo trovare Ziusudra.
Pochi preparativi, nessuna compagnia: mi lancio a capofitto tra secoli e deserti, nell’anima l’odore delle antiche gesta degli eroi. Riposo poco, solo per godere dell’ombra dei monti di pietra eretti dai discendenti di Gilgamesh. A Eridu bevo l’acqua dell’abisso, l’acqua della creazione. Infine energico il mio pugno percuote le porte di Dilmun, liberandole da cinque millenni di polvere e silenzio.
– Vattene – ecco la voce lamentosa di Ziusudra. Che avrà da lamentarsi, lui che è già immortale.
– Mi aprirai – rispondo arrogante – e mi dirai come diventare immortale!
– Non puoi diventare immortale, uomo. Lo sono gli dei.
– Tu non sei un dio, eppure sei immortale!
– È un dono degli dei, hanno scelto me. Vai via. Triste strada questa, che ti conduce contro un muro.

Non mi arrendo, Ziusudra. Se l’uomo deve morire non voglio più essere uomo. Me ne vado, devo cercare altre informazioni, non può finire così. Non può finire. Ma l’infinito (per diventare immortali bisogna farci l’abitudine) è tale in tutte le direzioni. Forse per essere immortali occorre esserci sempre stati, ecco perché l’uomo non può esserlo: essendo finito a ritroso, deve esserlo anche in avanti… a questo non c’è rimedio.
Devo approfondire. Animato da nuovo coraggio parto alla ricerca del primo uomo, ne saprà certamente di più. È fiducioso il passo che mi porta davanti all’oltretomba.
– Benvenuto – mi si rivolge uno con le ali di plastica – anche se non ti aspettavamo, non ancora.
– No, tranquillo, resto poco. Devo parlare con Adamo, poi me ne vado. Poche storie – e faccio per aggirarlo.
– Se entri non potrai più uscire. Non esiste ritorno. Quando entri è per sempre.
– Ma io voglio diventare immortale, non entrerò mai, allora!
– Ma tu sei immortale – dice – o almeno lo è la tua anima. Una volta finita la vita sulla terra qui ce n’è pronta per te una che non avrà mai fine.
– Lascia perdere. Non voglio un’altra vita, voglio questa. Non mi interessano mondi che non vedo, mondi del dopo. Voglio immortalità terrena. Chiama Adamo. Ne parlerò con lui, tu non puoi capire.
Aspetto Adamo. Si fa attendere… ha tempo, lui.
– So perché sei qui – dice – ma non troverai la risposta che speri. L’umanità è immortale, anche se ogni singolo uomo deve morire. All’inizio c’ero io, tu no. Non ci sarai neppure alla fine, la vedranno i tuoi discendenti. Puoi diventare eterno nella tua discendenza.
– Anche tu che sei mio avo non fai che gettarmi parole negli occhi per confondermi. Non voglio che qualcuno sia eterno al mio posto. Voglio esserci io, non qualche ignoto discendente. Io, vivo, di carne e di mente, davanti all’ultimo protone che annichilisce nell’entropia finale! Voglio gustarmi tutta la storia e tutte le storie, tutte le vittorie e le sconfitte, voglio vedere come ogni persona, ogni popolo, ogni sole, va a finire. Voglio essere io a chiudere il libro, a dire «per questo universo può bastare».

Il primo uomo non è una risposta, come non lo sono l’angelo e l’unico immortale. Perché l’uomo non dovrebbe essere immortale? Ma soprattutto, perché non dovrei esserlo io? Devo capire, serve calma, concentrazione. Speculazione. Non è più il tempo delle eroiche imprese. Invecchio: è tempo di un gradevole simposio con ospite filosofo e tartine da Antico Testamento. Qui troverò le tracce dell’immortalità e il mio intelletto, segugio astuto, seguirà la pista e stanerà la preda.
Intercetto il filosofo alla prima occasione.
– Voglio essere immortale – dico, con incipit perentorio, scardinando ogni forma di cortesia.
– Non puoi – mi risponde, ancora più secco.
– Perché gli dei possono e io no?
– Gli dei sono pensiero. Il pensiero può essere immortale, l’uomo no. Sii grande nel tuo pensiero, spingilo oltre i confini del tuo tempo. Solo così sarai immortale.

Non mi basta rendere eterno il mio pensiero. Per quanto grande sia non sarà mai completo, io voglio tutti i pensieri della storia. Non posso fermarmi. Ci vuole altra ricerca, c’è ancora speranza: non è finita, mi resta un po’ di tempo, scavando nell’affanno ho ancora voglia di farcela. Il ragionamento è figlio della calma, della meditazione. Al contrario, l’ispirazione è figlia del momento, è un’esplosione, deve essere scatenata, meglio se dalla pressione, dalla disperazione. Ormai sono al limite della pressione, guardo dall’orlo la mia fine. Ed ecco una grande ispirazione: devo sapere cosa cercavano i grandi uomini del passato, cercare nella loro gloria una scintilla di immortalità. Alessandro, il grande per eccellenza, il fulmine che ha incendiato il mondo. Ecco chi potrebbe dirmi qualcosa.
Cosa cercavi, Alessandro, nessun limite oltrepassato ti bastava, dovevi conquistare mondi, affrancarti dall’essere semplicemente un uomo! Immortale, dio, ecco cosa volevi essere, infinito nel tempo e nello spazio. Ma la tua frenesia si è spenta, i limiti sono risorti ad arginare la tua ispirazione. E fine di tutto: la morte.

E la vita finisce senza essere vissuta. Il senso estremo della vita non può essere funzione della vita stessa. “Eternizzare la vita è il senso della vita” è definizione ricorsiva, non si approda a nulla. E alla fine di una vita a cercare l’immortalità, l’unico approdo è la morte.

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