Il canneto di Eridu

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#49. Lealtà.

Le due conquiste più alte della mente umana sono i concetti gemelli di “lealtà” e di “dovere”. Quando questi concetti gemelli vengono disprezzati… squagliati in fretta! Magari riuscirai a salvarti, ma è troppo tardi per salvare quella società. È spacciata.
[Robert Anson Heinlein, “Lazarus Long l’Immortale”]

Mi dà sempre un sottile piacere iniziare un post con una citazione di Heinlein. Lo sento quasi come un modo per sdebitarmi con lui per Straniero in terra straniera, o per La luna è una severa maestra. Anzi, non per sdebitarmi, perché le ore di appassionato divertimento e di riflessione che mi ha regalato non potrò mai rendergliele, ma per rendergli l’onore che merita e che spesso non gli è concesso. Tra gli scrittori importanti del secolo tutti si guardano bene dal citarlo, e anche tra gli scrittori di fantascienza è ben lontano, nella fama e nel rispetto, da Asimov o Bradbury. Eppure, nonostante tutto, è stato Heinlein, nel bene e nel male, quello che mi ha dato più da pensare, e questo è un grande risultato: significa che il libro è in grado di andare molto al di là di quel che c’è scritto. Grokkate?

Grokkare è un termine fondamentale di Straniero in terra straniera, forse il più famoso, se non il più bello (sempre che “bello” sia una qualifica ordinabile) dei romanzi di Heinlein. Grokkare significa sostanzialmente “bere”, nella lingua degli enigmatici esseri di Marte. Ma anche, in senso traslato, “essere con qualcuno”, “comprendere” (prendere con sé, assimilare), capire, assorbire. Grokkare è un verbo che indica la piena assimilazione di qualcosa, che dopo fa parte di te integralmente. Potremmo applicare il termine “grokkare” alle cose che apprendiamo nell’infanzia, quell’insieme di valori che vanno a costruire il nostro io al punto che da semplici concetti esterni appresi vanno ad identificarci, a descriverci: quella è la piena assimilazione. Una persona è leale, ad esempio, di indole, di comportamento, in base a elementi appresi nell’infanzia, e che finiscono per definirlo, appunto, “leale”. Uno può tenere dei comportamenti leali anche simulati, o per motivazioni contingentali (tornaconto, denaro, opportunità provvisorie o durature), ma non “è” leale. Non ha grokkato la lealtà.

La lealtà è una qualità poco apprezzata. Se ci pensate, al pensiero della lealtà finirete per collegare, nella cinematografia o nella letteratura contemporanea, figure di secondo piano, spesso non troppo intelligenti, “ma” leali (come Samvise Gamgee nel Signore degli anelli), oppure subalterni dotati di una lealtà spesso mal riposta in personaggi tanto superiori quanto poco degni di tale lealtà, al punto da diventare spesso una virtù negativa, un sinonimo di fanatismo, oppure di cieca devozione.

In realtà la lealtà, piuttosto che nei confronti di una persona, è un atteggiamento generale nei confronti della vita. Un individuo leale non è quello che protegge il suo capo anche a costo di comportarsi in maniera sleale nei confronti degli altri. Quella sarebbe una lealtà contingentata, a una persona, a una situazione, a un’azione. Il “leale”, colui che ha grokkato la lealtà, va cercato in ben altro genere di personaggi.

In particolare vorrei citare due personaggi che camminano sul filo sottile che separa storia, letteratura e leggenda. Galvano e Attilio Regolo. Non mi occuperò delle relative figure storiche o paleo-leggendarie, ma dei personaggi descritti in particolare in due opere.

In Syr Gawayn and the Grene Knight, Galvano, cavaliere che chi mi segue da un po’ avrà imparato a conoscere, è protagonista di un’avventura in cui viene messa a prova la sua lealtà. Attenzione, non la sua “lealtà al re”, ma la lealtà in generale, come atteggiamento nella vita.
Durante la festa di capodanno irrompe alla corte di Artù un gigantesco cavaliere, completamente verde, sia negli abiti che nella pelle e nella chioma. Costui sfida la corte, chiedendo se c’è un cavaliere che ha il coraggio di accettare la sua sfida: il cavaliere verde si farà tagliare la testa dal cavaliere di Artù se questi accetterà, dopo un anno, di farsi tagliare la testa dal cavaliere verde. Per far sì che non venga gettato biasimo sulla corte di Artù, è Galvano che accetta di sottoporsi alla sfida, e taglia la testa al cavaliere, che poi tra lo stupore generale la raccoglie e se ne va.
Dopo un anno Galvano parte alla ricerca della dimora del cavaliere verde per prestar fede alla parola data. Dopo una serie di avventure, raggiunge un castello dove il signore locale, Bertilak, lo ospita, invitandolo ad un gioco: per tre giorni Bertilak andrà a caccia nella foresta e Galvano resterà nel castello, e alla fine della giornata si scambieranno i premi ottenuti.
Nei tre giorni, la moglie di Bertilak mette alla prova la lealtà di Galvano, insidiandolo. Galvano accetta solo dei baci casti (per non tradire la cortesia), sulla guancia, che rende come “premio della giornata” a Bertilak. Alla fine del terzo giorno, però, la dama del castello offre a Galvano una cintura verde che lo salverà dalla decapitazione, a patto che questi non lo riveli a nessuno. Quando si trova a scambiare i premi con Bertilak, Galvano, costretto a scegliere se dare la cintura e tradire la fiducia della dama, o non darla e tradire la fiducia di Bertilak, decide di non dare e dire nulla.
Così, il giorno dopo, quando si presenta il cavaliere verde per tagliargli la testa, Galvano subisce tre tentativi di spiccargli il capo, corrispondenti ai tre giorni: per i primi due l’ascia non arriva a colpirlo, per il terzo lo colpisce facendogli solo un graffio, perché si è comportato slealmente nei confronti dell’uno ma non dell’altro.
Galvano, però, è colpito nell’animo: essendo leale dentro, si sente in colpa per il tradimento di lealtà portato a termine, e porterà sempre indosso quella cintura, per serbare memoria dell’evento. La vicenda si conclude con il chiarimento dell’avventura soprannaturale, con la spiegazione della magia di Morgana dietro la vicenda.

Marco Atilio Regolo, invece, era un console romano del III secolo a.C., nonché comandante in capo dell’esercito romano nella prima guerra punica, che oppose Roma a Cartagine.
La sua leggenda venne ripresa da E narrata da Tito Livio, nel momento in cui a Roma si sentiva un bisogno di un ritorno alle virtù tradizionali romane, quei boni mores dei tempi della repubblica, quelli della cultura romana, non ancora “imbasardita” con quella delle genti conquistate. Quella dei romani contadini e costruttori, gente semplice ma coraggiosa e leale. Gente del sud, direbbero negli Stati Uniti, con la musica dei Lynyrd Skynyrd.
Comunque questo Attilio Regolo, come è più noto, dopo una fase iniziale di successo della sua campagna, fu pesantemente sconfitto a Tunisi dallo stratego spartano Santippo, al soldo dei cartaginesi, e tratto in prigionia. Durante gli anni di prigionia, Attilio Regolo ebbe modo di conoscere meglio la realtà cartaginese, e le difficoltà economiche e strutturali in cui versava.
Secondo la leggenda i cartaginesi mandarono Attilio Regolo a Roma per convincere i suoi compatrioti a firmare la pace con Cartagine, con la promessa che se non fosse riuscito nell’impresa sarebbe dovuto tornare a Cartagine per essere messo a morte. Il console tornò a Roma, quindi, ma, invece di perorare la causa della pace, comunicò le difficili condizioni in cui versava lo stato cartaginese ed esortò i romani a resistere e continuare nella pugna, ché la vittoria avrebbe arriso di lì a poco. Finita la sua ambasciata, fedele alla parola data, oltre che alla patria, tornò a Cartagine per essere messo a morte. Qui venne privato delle palpebre per subire l’abbacinamento, e poi gettato giù da una collina in una botte piena di chiodi. Che si sa, una volta avevano una certa fantasia sul come far finire la vita, un plotone d’esecuzione era una roba da ridere.

Vorrei a questo punto evidenziare la più grossa differenza tra le due leggende, che sta tutta nel finale. Il lieto fine per Galvano, la morte per Attilio Regolo.
Il primo, poema medievale, risente tra le varie cose della morale cristiana: le buone azioni saranno premiate, devi essere fedele ai comandamenti per meritarti il paradiso. Questo schema, figlio di una buona idea di marketing (ok, devi comportarti in un certo modo, ma in cambio vinci qualcosa), ma di fatto crea una insanabile frattura sociale: se non credi nel premio (divino) ecco che te ne puoi sbattere della prescrizione. Niente ti obbliga ad essere leale, a quel punto. Non solo, ma questa idea che il bene viene comunque premiato, dal punto di vista sociale legittima le differenze sociali: se qualcuno è più ricco o più nobile di te e Dio lo permette, ci sarà un motivo.
Nel secondo, invece, prevale l’idea pagana, antica: in te risiede tutto quello che devi cercare, e l’onore, il prestigio sono tali indipendentemente dall’esito. La lealtà, comportamento acontingentato ben esemplificato dalla leggenda, dacché Attilio Regolo è leale sia verso i romani che verso i cartaginesi, senza scegliere come fa invece Galvano con la cintura, va perseguito fino all’estrema conseguenza, e non per evitare la stessa.

In questo l’antico pensiero romano era, in fondo, analizzato dal punto di vista di Lazarus Long l’Immortale (di Heinlein, citato all’inizio), straordinariamente superiore. E più lontana dal crollo la sua società, rispetto a quella cristiana medievale, per cui la lealtà è subordinata.

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#43. Viaggio.

“Gira gira insieme a noi ottanta giorni e poi
Il mondo noi l’avremo visto!
Tutto qui si fermerà aspetteranno solamente noi”
[Oliver Onions, “Il giro del mondo di Willy Fog”]

“And you run and you run to catch up with the sun
but it’s sinking,
racing around, to come up behind you again!
The sun is the same in the relative way,
but you’re older,
and shorter of breath, and one day closer to death.
[Pink Floyd, “Time”]

Il “viaggio” è un concetto straordinario.

Cominciamo col parlare del viaggio più semplice, quello letterale, quello che ci richiama le vacanze, per intenderci. Di fronte alla domanda «Quale posto al mondo vorreste tanto, tanto, tanto visitare, e in che condizioni, in che situazioni, in che tipo di viaggio (da solo, con l’amore, con gli amici, con perfetti sconosciuti, viaggio di lavoro, turistico classico, escursionistico, reportage, in barca, in aereo, in treno, a piedi coi sandali o a dorso di mulo…)», che ho posto agli amici su un social network e dal vivo, mi sono arrivate alcune risposte simpatiche. C’è chi vuole andare in una grande capitale, chi su un’isola esotica, chi vuole visitare grandi spazi o natura selvaggia. C’è anche chi, nella totale indecisione, o forse nella disperazione di non poter includere tutto il mondo (ché tutto il mondo varrebbe la pena di essere visitato), mi ha indicato un clamoroso viaggio che attraverso tre continenti lo porterebbe a vedere una bella fetta di pianeta.
Poi c’è chi ha esteso un po’ il concetto. Cisi, giovin (più o meno) scrittore cremonese che in genere ama ritrarre il mondo underground di operai e giovani in cerca di lavoro, si è staccato di prepotenza dal suo habitat puntando molto in alto: la conquista di un 8000, alla ricerca degli dei. Del resto si sa che gli scrittori sanno volare in alto.

Personalmente, dovendo scegliere uno ed un unico viaggio (la categoricità del linguaggio matematico è impareggiabile), e trovandomi come l’amico di poco sopra in grave difficoltà dovendo scegliere tra i vari posti del mondo, penso che sarei costretto a cercare un viaggio metaforico, un viaggio in grado di portarmi lontano da qui (luogo), ma al contempo profondamente in grado di farmi andare qui in profondità, facendomi scavare dentro me stesso. C’è chi dice che il posto giusto è l’India, anche se io credo che luoghi desolati e spaziosi come la steppa mongolica siano più adatti ad un viaggio interiore. Ma in fondo, se il viaggio deve essere interiore, la destinazione fisica è quasi irrilevante, serve solo un luogo in grado di dare lo spunto, il calcio in culo verso se stessi.

E allora, ecco che ci viene in aiuto ancora una volta la materia di Bretagna. Ci viene in aiuto perché lì il viaggio è sempre l’inizio di un’avventura, e l’approdo dell’avventura può essere raggiunto solo attraverso lo smarrimento. Solo quando si perde, in pratica, l’eroe può fare un incontro speciale, e misurare la sua forza, il suo coraggio, può sentire i suoi stimoli interiori, ed affrontarli. Solo quando si perde l’eroe può inseguire i suoi fantasmi, siano essi la lealtà messa alla prova (Galvano e il Cavaliere verde, nel quale Galvano dopo essersi perso approda ad un castello dove viene messa alla prova la sua lealtà, che egli dimostra), o l’amore (Ivano o il cavaliere del leone, nel quale l’eroe solo perdendosi può trovare l’avventura più grande e l’amore), oppure la morte e l’oltretomba (il Castello delle Pulzelle, misterioso luogo dove gli eroi arturiani incontrano le donne che ritenevano morte).

La morte poi è un concetto strettamente legato al viaggio. In fondo la vita non è il viaggio che tutti percorriamo, e non è identico per tutti solo l’approdo? E quindi non possiamo, attraverso questa metafora, sostenere che quello che conta non è la destinazione, ma il viaggio? Pena la sopravvalutazione della morte rispetto alla vita.

Ebbene, la giusta risposta è, come spesso accade: «dipende dal punto di vista» (ah, maledetto Obi Wan). L’esempio è il viaggio più grande che, per ora, l’umanità possa concepire (o meglio, concepire di realizzare), ovvero la missione per mettere il piede su Marte. Ebbene, in quel caso il viaggio è tutto finalizzato alla meta, e la meta è molto oltre il pianeta rosso. La meta è una nuova umanità, non più legata alla sua Terra natale, un’umanità nuova e vecchia allo stesso tempo, con nuove frontiere, nuove terre da esplorare e rendere umane. È solo un sogno fatto per vendere libri di fantascienza? Non credo, è lo stesso sogno che l’umanità ha sempre avuto. È il vero e più antico sogno americano, in fondo. Quello di un nuovo posto, un nuovo mondo dove costruire una civiltà più libera e più giusta, una civiltà in grado di offrire a tutti un’opportunità. Ma è anche la voglia di conoscere, di conquistare, di raggiungere i confini (connaturata all’uomo, che in quanto finito è costretto a commisurarsi con uno spazio infinito del quale cerca gli inesistenti confini). La voglia che avevano anche i grandi viaggiatori, e i vichinghi, e Alessandro, e i fenici, e i cretesi. La voglia che aveva l’ominide quando se ne andò da Olduvai, o quale che fosse la terra di origine, e si spinse in tutto il mondo e divenne uomo.

Ma il viaggio, comunque, contiene in se il germe del ritorno. E così l’uomo se ne andò dall’Africa un paio di milioni di anni fa, ed è comunissimo ancora oggi per chi ritorna in Africa dall’Europa sentire una specie di richiamo, di mal d’Africa, che lo richiama ancora e ancora…

E così, se il ritorno è contenuto nel viaggio, è interessante anche la domanda posta dall’equipaggio di Mars500 a chi li seguiva su twitter. Intanto dovete sapere che Mars-500 è una straordinaria missione organizzata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) in cooperazione con quella russa, nella quale 6 astronauti hanno simulato, chiusi in una finta astronave, il viaggio Terra-Marte-Terra, registrando le variazioni di stress, del carico ormonale, le risposte del sistema immunitario e altri parametri fisici. Un passaggio importante, in vista della conquista della nuova frontiera.
La domanda, dicevamo, che hanno posto, è sostanzialmente questa: qual è la prima cosa che fareste una volta tornati sulla terra da un viaggio di 520 giorni nello spazio?
La mia risposta (che ha portato un sorriso sull’astronave, mi ha detto l’astronauta italiano Diego Urbina che ha partecipato alla missione) è stata: la pipì contro una pianta, o nel mare giù dagli scogli. Semplicemente non avrei saputo pensare a una cosa più umana e al contempo più terrestre…

#32. Traditori.

«Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,
disse ‘l maestro, «è Giuda Scarïotto,
che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
De li altri due c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
e l’altro è Cassio, che par sì membruto.

[Dante Alighieri, “Inferno”, in “Commedia”]

Siamo alla fine del nono cerchio, quello dei traditori. Un Dante quantomeno inquieto – e vorrei ben vedere – si trova dinnanzi a Lucifero in persona, che tradì Dio ed è quindi qui dannato. È alto come un palazzo, per metà conficcato nel ghiaggio, ed ha tre facce, e le tre anime che con le sue tre fauci maciulla sono i peggiori traditori in assoluto: Giuda che tradì Gesù, Bruto e Cassio che tradirono Giulio Cesare. E così Dante unisce perfettamente in una dissacrata foto di gruppo i due traditori di Dio (padre e figlio) e i due traditori dell’Impero (quasi altrettanto grave, essendo Dante ghibellino).
Il nono cerchio, peraltro, è pieno zeppo di traditori (e ci mancherebbe altro) presi dalla cronaca del tempo, dalla storia (ma è clamorosa l’assenza di Efialte, pastore che con il suo tradimento causò la morte degli spartani di Leonida… ma chissà quanto era nota la vicenda nel Trecento) e dalla mitologia. Anche dalla mitologia arturiana. E se fugacemente vi compare Mordred (ribellatosi contro il padre Artù), tra i traditori della propria famiglia o della patria, è vistosa, vistosissima, l’assenza di due personaggi che – per carità, per amore! – una certa esperienza in tradimento l’hanno messa in campo.

Mi riferisco a Lancillotto e Tristano, con le sodali Ginevra e Isotta.
E sì, stiamo per tuffarci in un altro post a tematica arturiana, ma questo l’avevate già capito.

Intanto diciamo che Dante ci parla di questa gente, in realtà. Non li dimentica. Ci parla di Lancillotto e Ginevra nella vicenda di Paolo e Francesca («galeotto fu il libro e chi lo scrisse», tipo «mortacci loro e di chi non glielo dice con la mano alzata»). Ma soprattutto mette all’inferno Tristano, anche se derubrica il tradimento nei confronti della famiglia (re Marco è suo zio), passandolo dal girone dei traditori ad un più lieve secondo cerchio (tra i lussuriosi, travolti da incessante bufera come in vita furono travolti dalle passioni). Ma vediamo di analizzare i due casi, per capire se i quattro amanti potevano anche fare una fine peggiore, o se sono stati ingiustamente accusati.

Tristano e Isotta

La vicenda di Tristano e Isotta è spesso inserita nel grande corpus della materia di Bretagna, ma ne è originariamente distinta. Nelle storie più antiche Tristano non è un cavaliere della tavola rotonda.

I fatti. Tristano è un giovane valentissimo cavaliere, figlio dei signori di Lyonesse/Leonois Meliadus ed Eliabel, oppure Rivalin e Blanzifleur (secondo Thomas e Goffredo di Strasburgo). La madre, avvertendo prossima la morte per le conseguenze del parto, gli dà il nome di Luke Tristano, dacché avrà un’esistenza triste. E non sa nemmeno quanto. Dopo esser stato educato al combattimento e alla musica dallo scudiero Governale, va a prestare servizio dallo zio, re Marco di Cornovaglia che, diciamolo, è un pezzo di merda. Agli occhi del lettore moderno questa già sarebbe una gigantesca attenuante, se non una giustificazione tous court, ma per il sapore antico non era così. Anzi. Più il signore era stronzo, più ci faceva bella figura l’eroe a prestar fede alla stupida promessa fattagli. Così Eracle fa bene a portare a termine le dodici fatiche invece di spezzare le corna a Euristeo per le sue richieste assurde, e Cu Chulainn fa bene a prestare servizio come cane da guardia a Culann per averne ucciso il cane precedente.
E così il buon Tristano aiuta re Marco, al punto che libera la Cornovaglia da un tributo umano dovuto all’Irlanda, uccidendo il fortissimo e gigantesco guerriero Moroldo (anche Morholt), come ogni anno venuto ad esigerlo (vi ricorda mica qualcosa? tipo Teseo?). In questo combattimento, però, rimane ferito, e l’arma avvelenata di Moroldo gli causa una malattia mortale, e quindi chiede di essere deposto su una scialuppa in balia dei flutti, e la scialuppa lo porta, per la legge del culo jedi destino, proprio in Irlanda, dove viene salvato da Isotta la Bionda, principessa d’Irlanda e pure maestra nell’uso di pozioni. Tralasciando una dozzina di capitoli intermedi, Tristano dopo qualche anno torna in Irlanda e vince, per conto di re Marco, la mano della principessa. La madre di Isotta, anch’essa pozionara, prepara un magicissimo filtro d’amore che farà sì che la figlia si innamorerà della prima persona che vedrà dopo aver bevuto, e le consegna il filtro perché lo beva dopo il matrimonio, in camera con re Marco. La sfiga fa sì che la giovane bevva il filtro in nave con Tristano, e scoppia il casino.

Ysot ma drue, Ysot mamie
en vus ma mort, en vus ma vie
[Thomas, “Tristan”]

A questo punto il bravo Tristano e la brava Isotta sono belli e fottuti, perché non possono fare più nulla per sottrarsi al loro amaro destino. Che li farà amanti incomparabilmente infelici, bastonati dalla sorte, scoperti, costretti a prove drammatiche. Tristano resterà sempre fedele alla regina. In esilio si sposerà con la sorella dell’amico Kahedin, chiamata Isotta dalle Bianche Mani, impegnandosi però a non toccarla per un anno. E l’anno non scadrà mai, perché un giorno Tristano resta avvelenato, e manda un messo a chiamare Isotta la Bionda per aiutarlo. Dà istruzioni al messo che, sulla via del ritorno, metta vele bianche se Isotta lo ama ancora ed ha acconsentito a venire a curarlo, altrimenti nere (vi ricorda mica qualcosa? tipo Teseo?). Guarda caso, Isotta accorre, ma il messo dimentica di cambiare le vele, Tristano vede le vele nere e muore di dispiacere. Isotta arriva, e muore di dispiacere pure lei. Come ci dice Maria di Francia nel “Lai del Caprifoglio”, se si tenta di separare il nocciolo e il caprifoglio, muoiono entrambi.

Mais ki puis les volt desevrer,
Li codres muert hastivement
Et chevrefoil ensemblement
— Bele amie, si est de nus :
Ne vus sanz mei, ne mei sanz vus.
[Marie de France, “Lai du chèvrefeuille”]

Il verdetto: per l’accusa di tradimento, Tristano e Isotta sono assolti perché il fatto è avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà. Per l’accusa di lussuria, Tristano e Isotta sono assolti perché il fatto è avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà.
Sia che prestiamo fede alla versione di Beroul, per la quale è stato solo il filtro a renderli schiavi dell’amore l’uno per l’altra, sia che si segua quella di Thomas, per cui già si amavano, è comunque il filtro a farli agire contro l’onore loro e di re Marco, non la scelta. Finché hanno libera scelta, infatti, seguendo il loro dovere stanno prestando fede ai giuramente fatti e stanno rispettivamente portando allo zio la sposa come promesso, e andando in moglie al re di Cornovaglia obbedendo ai desideri della famiglia. Non hanno ceduto alla lussuria e non hanno tradito. Fino a quando non sono stati costretti dall’elemento soprannaturale. Tristano, dimostrando nei fatti la sua indole di fedeltà, non tradirà mai neppure Isotta la Bionda, nemmeno quando esiliato si troverà a sposare Isotta dalle Bianche Mani.

Quindi possiamo dire che non solo la loro pena non andava commutata in “nono cerchio”, ma che anche il “secondo” è di troppo. E re Marco è comunque un pezzo di merda, e quindi un po’ se l’è anche meritato, e vaffanculo.

Lancillotto e Ginevra

La vicenda di Lancillotto – a prima vista assimilabile – è in realtà molto diversa. Intanto dobbiamo verificarne il contesto storico. La storia di Tristano è di derivazione molto antica (la storia si radica in similitudini con miti che vanno dalle vicende del ciclo celtico dell’Ulster fino alle antiche mitologie dell’antica Grecia e oltre). Al contrario la mancanza di riscontri antecedenti ci porta a ritenere Lancillotto un’invenzione di Chrétien de Troyes, ed è quindi databile al XII secolo. Chrétien scriveva alla corte di Marie de Champagne, una donna viva e brillante, amante delle arti e della letteratura in particolare, figlia di Eleonora d’Aquitania. Pare che Marie fosse una profonda sostenitrice dell’amor cortese (e lasciamo al lettore trarre le conclusioni su cosa questo significasse in pratica). Cosa si intende con amor cortese? Si parte dalla convinzione che l’amore nobiliti il cuore che lo porta, e lo nobiliti a causa della tensione causata dall’equilibrio tra profonda gioia e disperata disperazione, grande fervore, vicina intimità e distanza incolmabile. In pratica, l’amor cortese è impossibile all’interno del matrimonio, ed è adulterino per sua stessa natura. E radicale è la distinzione tra matrimonio e amore. Ovvio quindi che in questa corte nasca il personaggio di Lancillotto (o almeno che prenda la forma a noi più nota), e la relazione adulterina per antonomasia, quella tra il cavaliere e la regina Ginevra.

I fatti. Figlio di re Ban di Benoic, alleato di Artù nell’epoca in cui questi deve unificare il regno contro i baroni ribelli (tra i quali il più acerrimo è re Lot di Orkney, padre di Galvano e marito di Morgause o Morcadès, sorella maggiore di Artù), Lancillotto, a seguito della caduta e morte del padre, viene allevato e cresciuto da un’incantatrice, nota come la Dama del Lago, insieme ai cugini Lionello e Bohors.
La Dama è la stessa che dà Excalibur al re, in cambio della promessa che il re, un giorno, avrebbe esaudito un suo desiderio. E questo desiderio si presenta quando la Dama manda alla corte del re Lancillotto, cresciuto, perché sia armato cavaliere ed entro al suo servizio.
Artù nel frattempo ha unificato e consolidato il regno, ha nominato il suo primo cavaliere – il giovane Galvano, suo nipote (che è anche il primo in linea dinastica per una eventuale successione). Segnamoci questa cosa, perché è importante.
Lancillotto si presenta a corte, viene accolto, e deve essere fatto cavaliere. Nonappena lui e Ginevra si vedono, si innamorano l’uno dell’altra, e così il giovane fa di tutto per riuscire, con un escamotage, a farsi nominare cavaliere dalla regina anziché dal re, e riceve da lei la sua spada. Anche questo è importante, segnamocelo.
Lancillotto non è cavaliere molto presente a corte, tutt’altro. Preferisce camuffarsi e partire errante, e senza farsi riconoscere partecipare a imprese e tornei, nei quali ottiene grandi lodi e onori, e sparisce prima di ritirare il premio per non farsi scoprire.
Dalle Isole Lontane, però, cala Galehaut (Galeotto, lui, non il libro), “figlio della bella gigantessa”, con il suo esercito. Costui – identificato pseudo-storicamente come un invasore vichingo – ha deciso di sottomettere trenta re, e gli manca solo Artù per portare a termine l’impresa. Ma quando Galehaut sembra avere ormai in mano la vittoria, le imprese di Lancillotto cambiano le sorti della battaglia, e lo stesso Galehaut visto il grande coraggio e la prodezza del cavaliere decide di arrendersi a lui, diviene il suo più grande amico e consegna il suo regno ad Artù. Fa anche da internediario e organizza il primo incontro clandestino tra Ginevra e Lancillotto, ed è per insistenza della stessa regina che Galehaut, Lancillotto e il suo fratellastro Estor delle Paludi diventano cavalieri della Tavola Rotonda.
Tralasciando anche qui le mille imprese che costituiscono il corpus del Lancelot en prose e dei mille altri testi che ne descrivono la gloria, ricordiamo solo che è Lancillotto il cavaliere che salva Ginevra, caduta – per imprudenza del re – nelle mani di Meleagant il fellone.

Alla fine di tutta la vicenda, i due amanti vengono scoperti da Agravain, il fratello scarso e poco acuto di Galvano, e da questo si ingenera la fine della tavola rotonda. A seguito della formalizzazione dell’accusa alla regina – episodio al quale Galvano, pur di non prender parte a un’azione tanto orrenda, non partecipa – Lancillotto e il suo clan irrompono per liberare la regina, e in questa azione l’amante di Ginevra, non riconoscendolo, uccide alle spalle un disarmato Gueheriet, fratello di Galvano oltre che uno dei cavalieri più forti ed amati della tavola rotonda. Questa azione scatena l’ira di Galvano, e da qui partirà la guerra tra i due più forti cavalieri del mondo, guerra che condurrà alla fine dell’era arturiana.

Ora, riprendiamo un attimo quei due punti segnalati prima. Galvano e Lancillotto, i due cavalieri più forti, più nobili e più famosi della corte di Artù, non sono assolutamente due personaggi equivalenti o interscambiabili.
Galvano è un personaggio solare, la sua forza cresce all’approssimarsi di mezzogiorno, orario al quale diventa invincibile, non nega mai il suo nome e non si presenta mai sotto false insegne.
E come eroe solare è legato al re (è il primo cavaliere fatto da Artù, ed è anche primo cavaliere e difensore del regno. È il cavaliere del re.
Al contrario Lancillotto è un personaggio lunare, cede alla follia, si presenta spesso mascherando le insegne o nascondendo il nome, sia volontariamente che in episodi come quello della Carretta. E soprattutto è il cavaliere della regina, è da lei fatto cavaliere, da lei riceve la spada, in suo nome compie le proprie imprese e sempre in sua difesa si erge quando ella abbisogna di un campione per un giudizio di Dio.
Anche l’adesione alla tavola rotonda di Lancillotto è richiesta dalla regina.

Il verdetto. Lancillotto è scagionato dall’accusa di tradimento nei confronti di Artù per il cavilloso fatto che in realtà alla regina, e non al re, deve tutto, e della regina è cavaliere. I suoi feudi gli derivano per eredità paterna da Ban di Benoic che non era vassallo di Artù. Sarebbe colpevole di tradimento verso l’amico (Artù, ma anche Galvano), ma qui si va nel fumoso. L’amicizia con il re non è mai chiarissima, è più che altro una certa stima, e pare un po’ poco. E con Galvano c’è amicizia, ma non è Galvano che tradisce, in fondo, e cerca anche di evitare lo scontro finale.
È però colpevole per quanto riguarda l’accusa di lussuria: la passione lo travolge al punto di mettere a repentaglio tutto il regno di Logres. Diciamo che il piazzamento (anche se non direttamente, ma solo per nomina) di Dante è corretto, quindi. Potremmo anche accusarlo di falsa testimonianza, quando difende l’onore della regina in un giudizio di Dio.

Ginevra, viceversa, non è solo colpevole di lussuria, ma anche di tradimento. Lei non ha la scusante di Isotta, non ha bevuto alcun filtro. Decide deliberatamente del suo destino, e la sua scelta condurrà alla tragedia non tanto / non solo lei e Lancillotto (tra i pochi a sopravvivere alla fine di tutto, seppur ritirati in conventi), ma tutto il mondo arturiano

Ma quindi, Lancillotto la sfanga? Si becca solo le accuse minori, mentre Ginevra viene fregata? Eh sì, è furbo il ragazzo. Si è messo a posto la coscienza e con la legge attraverso i magheggi e i trucchetti sul fatto di essere cavaliere della regina, ma ha inguaiato la sua dama. Non sarà traditore, ma resta comunque un pezzo di merda, moralmente…

Il corpus della letteratura arturiana, riguardo i temi trattati, è veramente vasto.

Qui si è parlato delle tre opere su Tristano di Thomas, Beroul e Goffredo di Strasburgo.
La versione di Béroul (giullare normanno del XII secolo) – della quale ci sono rimaste poche migliaia di versi – è considerata la versione più aderente alla leggenda primitiva ed è matrice di molte traduzioni e versioni successive, tra cui il “Tristrant” tedesco di Eilhart d’Oberg e il “Tristano in prosa” (che comprende anche molte altre vicende oltre a quelle di Béroul. In italiano il Tristano di Béroul è pubblicato da Jaca Book.
La versione anglo-normanna di Thomas (anglo-normanno vissuto alla corte di Enrico II ed Eleonora d’Aquitania), altrettanto mutila di quella di Béroul (ne abbiamo sostanzialmente solo la conclusione), è considerata la versione “cortese”, quella che introduce più elementi rispetto al sostrato celtico. In Italia è pubblicato da Garzanti.
La sua versione della vicenda ci è nota anche grazie a Goffredo di Strasburgo, che nel primo decennio del Duecento ne compila una traduzione in tedesco. Anche il suo romanzo (edito in Italia negli Oscar Mondandori) ci è giunto mutilo, ma la benevolenza della sorte fa sì che la parte perduta sia in questo caso proprio il finale che manca in Thomas, per cui con i due testi riusciamo a coprire l’intera storia (peraltro ripresa anche in traduzione norvegese da Frate Roberto, 1226).

Si è poi parlaro si Lancillotto, e di Chrétien che gli ha dedicato il suo “Lancillotto o il cavaliere della carretta”, probabilmente il primo, il più famoso e il più bello dei romanzi che riportano l’intera vicenda degli amori di Lancillotto e Ginevra.
Altro opera fondamentale è l’anonimo “Lancillotto in prosa”, o “Ciclo vulgato”. Corpus estremamente complesso e intrecciato, con le vicende che scorrono parallele intrecciandosi le une alle altre come in un romanzo moderno – ma con un certo disamore verso una cronologicità coerente – il Ciclo vulgato è pienamente godibile per il pubblico moderno anche attraverso la rielaborazione moderna di Jacques Boulenger, versione che mi piace molto.

Un lavoro che prende tutte le storie e le mette insieme, Tristano incluso, è la “Storia di re Artù e dei suoi cavalieri” di Thomas Malory. Ma è opera più recente (XV secolo) e molto interpolata, e anche se bellissimo (e avente il merito di approfondire in maniera originale le vicende di Gareth (Gueheriet), fratello di Galvano, lo amo meno di altre opere. In Italia lo troviamo edito negli Oscar Mondadori.

#2. Tre.

È il mio secondo giorno da blogger (certo che ‘sta parola ha un suono tremendo) e mi sposto avanti di qualche migliaio di anni rispetto al post di ieri.

La letteratura medievale è uno dei miei più grandi amori. Un amore struggente, appassionato. Di quelli che a volte sanno anche far soffrire. E all’interno dello sconfinato mare che i bravi amanuensi ci hanno conservato, ho il vezzo di una predilezione superiore per la Materia di Bretagna.

Ne sont que trois matières a nul home antandant
De France et de Bretaigne et de Rome la grant

Così ci dice il giullare francese Jean Bodel (fine 1100 – inizi 1200), intendendo che se un uomo vuole occuparsi di qualche vicenda, o ascoltare una bella storia, in questi tre calderoni deve andare a cercare.
Questo non può che farmi pensare alle storture del diritto d’autore. Se fosse esistito qualcosa di simile ai tempi di Bodel, oggi non avremo la materia di Bretagna, quel corposo insieme di romanzi, poemi, lais, rappresentazioni, che dal basso medioevo attraverso i secoli si è strutturato così bene e così in grande, fino alle produzioni cinematografiche dei giorni nostri.
Non avremmo personaggi radicati nell’immaginario collettivo come Ginevra, Artù, Tristano, Merlino, e compagnia spadante e amoreggiante.

E inoltre, non potremmo vedere come i cambiamenti nei gusti dell’ambiente in cui le vicende venivano lette e raccontate, e i cambiamenti nella morale della loro epoca, hanno influito sulle alterne fortune dei personaggi.
Per esempio nei testi del 1100-1200 i personaggi più in vista sono spesso i cavalieri del lignaggio di Artù (perché lu re è pur sempre lu re), ovvero Galvano e Ivano, che altro non sono che quei Gawain e Owein di cui già si parla nelle leggende gallesi del Mabinogion. Personaggi quasi pagani, con doti ereditate di certo da mitologie anteriori (si pensi a Galvano come eroe solare, la cui forza aumenta all’avvicinarsi del mezzodì). Personaggi che amano smodatamente la patata, tanto da gustarla ovunque ella si trovi. Personaggi, per finire, soprattutto Galvano, difensore del regno, che anche a costo di incorrere nella sfiga suprema, fa vanto nel non aver mai negato o nascosto il proprio nome (e anche questo è un retaggio arcaico di una civiltà senza scrittura, in cui il nome e l’affermarlo – la parola orale – ha un peso enorme, retaggio forse solo ricordato all’epoca di Chretièn).

Ebbene, passano i decenni, passano i gusti, e le vicende cortesi diventano di certo più interessanti dell’onore del lignaggio reale, per cui Galvano è offuscato da Lancillotto. In Mallory addirittura Galvano diventa un personaggio meschino, un traditore.

E poi anche Lancillotto, l’eroe dell’amore cortese, cade in disgrazia, offuscato dai cavalieri del Graal, i casti, puri, immacolati (e anche un po’ tanto ottusi) Perceval, Bors, Galaad. Che è tempo di pensare a fare delle crociate, mica correr dietro a sottane e pastorelle, che tutti sti cadetti in giro a cazzo per l’Europa a piantar casino devono farsi templari…

Beh, com’è, come non è, tutto questo non lo si potrebbe vedere. E io non potrei commuovermi ogni volta che Galvano e Ivano non si riconoscono di ritorno dalla cerca del Graal, e Ivano muore, e io mi ritrovo ogni volta col magone.

Voi avete qualche punto, di qualche storia, che ogni volta sapete già cosa sta per accadere, eppure ogni volta vi magoneggia assai?

Per l’evoluzione del personaggio di Galvano, vedi:
Gabriella Agrati, M.L. Maggini, (a cura di), “Galvano, il primo cavaliere”

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