Il canneto di Eridu

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Bestiario, IX

Nona pagina del Bestiario del Canneto di Eridu
Il lupo

Se ci fosse qualcosa come un “senso dell’universo”, sono sicuro che dipenderebbe, tra poche altre cose, dallo sguardo del lupo. L’armonia delle forme e dei colori, l’inclinazione delle linee, l’inquietudine, la viva intelligenza, la curiosità, l’attenzione. Lo sguardo degli dei, mi verrebbe da dire. È tutto in quegli occhi, in quel muso, in quell’espressione.

Se l’uomo è in qualche modo centrale nell’universo, lo è di certo anche il suo alter ego, il lupo. Il rapporto tra le due creature è incredibilmente stretto: intanto sono creature che fanno branco, con una struttura sociale complessa e gerachizzata, e che condividono territori simili. Sono pressoché onnivori, sono cacciatori, hanno una suddivisione dei compiti all’interno della loro società.
Non poteva che essere un lupo il primo animale ad avvicinarsi all’uomo e a divenirne compagno di viaggio e di caccia (e non creatura allevata per cibarsene): la più antica traccia che ci è giunta di questa simbiosi è di dodicimila anni fa: in Israele abbiamo trovato una tomba di un uomo con il suo cane, ascrivibile alla cultura natufiana.

E così, mentre la controparte “buona” del lupo, quella più vicina all’uomo che percorreva la strada della civiltà, dell’agricoltura, dell’allevamento, delle città, rafforzava il suo legame con il nuovo branco, fino a essere riconosciuto come “il migliore amico dell’uomo”, veniva via via esiliata la controparte “cattiva”, quella non addomesticata e più coerente con la sua natura, quella più simile all’uomo selvaggio nella sua fase pre-civile. Il lupo come bestia selvatica suprema, come opposto alla civiltà e per questo suo più grande nemico, diveniva così il cattivo delle fiabe, per atterrire i bambini. Diventava al contempo esempio di ciò che l’uomo non doveva essere (ammonimento per i bambini: fuori dalla civiltà, fuori dalle regole da essa portate, c’è la ferocia, il caos, il male) e ciò che aveva perduto.

Nel mito sumerico è un uomo dei boschi, un uomo selvaggio, Enkidu, che viene mandato a uccidere Gilgamesh, l’uomo civilizzato, il re di Uruk talmente forte, fiero e arrogante da irritare gli dei. Ma Enkidu conosce la civiltà (tramite l’incontro con la prostituta sacra) e viene “addomesticato”, e come il lupo addomesticato diviene il migliore amico dell’uomo, anche Enkidu, una volta civilizzato, diviene l’inseparabile amico di Gilgamesh. Vista l’antichità del mito sumerico – a un’epoca nella quale la città non era cosa scontata, e la popolazione nomade che sopravviveva di razzia era ancora normalità – possiamo credere che questo motivo epico fosse chiaramente percepito dall’uditore, anche sotto la stratificazione di elementi culturali e filosofici (il rispetto per gli dei e il potere, e soprattutto il confronto dell’uomo con i propri limiti e la propria mortalità).

Il tema dell’uomo dei boschi, dell’uomo lupo, si mantenne forte nelle leggende europee. Due lupi (Skoll e Hati) alla fine dei giorni raggiungeranno e sbraneranno la luna e il sole nella mitologia nordica.
E arriviamo al medioevo, con il fiorire delle leggende sui licantropi (e gli altri mutaforme), portatori dell’elemento del doppio, dell’uomo-bestia. Del conflitto interiore tra la natura e il caos, e l’ordine e la civiltà. Dell’ordine sociale garantito dai freni inibitori che non sono propri dell’animale selvaggio. In pratica, nel mito del licantropo confluiscono tutti i pensieri dell’uomo su ciò che lo differenzia dall’animale.

#47. Tesoro.

Mi è capitato uno di quei colpi di fortuna che si raccontano nelle leggende metropolitane. Di quelli tipo che il papà di Billy trova Gizmo dal mercante cinese. Tipo Bilbo che trova l’unico anello. Ma senza gremlins e nazghul attaccati al culo.
Ma procediamo con ordine, che qui si fa confusione e si ingenerano aspettative che saranno poi disattese.

Cominciamo col dire che non ho trovato niente che mi renderà più ricco economicamente. Niente monetina comprata a 5 € che in realtà ne vale 400.000, niente crosta impolverata che si rivela un Van Gogh, niente cartolina con dietro un disegnino a penna di Picasso comprato al mercato delle cartoline pucciose natalizie. Tranquilli. In compenso ciò che ho trovato mi arricchirà in maniera gargantuesca dal punto di vista culturale, e darà modo alla mia anima di edificare torrioni invincibili di tracotante visione della luce superna. Mica pane e merda, insomma.

Un passo indietro. Nel fine settimana, onde sfruttare regalo di vacanzina in scatola regalatoci tempo fa e ormai prossimo alla scadenza, io e la mia compagna ci siamo concessi un giretto nella zona del Delta del Po, abbiamo visitato Adria, abbiamo pucciato le manine nella foce del Po di Tolle, abbiamo attraversato paesini dai nomi curiosi (Gnocca, Donzella, Oca, in sequenza). Infine, prima di andare a vedere un paesino litoraneo dove ero stato in vacanza poco più di trent’anni fa, ecco che facciamo tappa a Comacchio, dove sfoggio il mio “culo da sagra”. Eh sì, perché quando decido di visitare un posto, spesso, cocco l’evento topico stagionale prenotando il giorno quasi a caso. Così per esempio, a Füssen, in Algovia, ho beccato a cazzo l’annuale Kaiserfest (epocale rievocazione storica, tipo che non c’avete idea, colla giostra dei cavalieri, i soldati in armatura, i cani da guerra bardati, le schiave coi serpenti…), a Ravenna la Notte d’oro, a Bolzano sono finito nella settimana della musica e nel mio albergo c’era pieno di giovani musicisti di tutto il mondo. E ieri a Comacchio, cosa poteva esserci? Nientemeno che la “Sagra dell’anguilla”.

Per carità, onore e rispetto per il povero pesce serpentiforme, che in forma di larva si è fatto una gran camminata per arrivare dal mar dei Sargassi fino al delta del Po, ma vi devo dire che fatto arrosto in spiedo è cibo di ottimo pregio, che si gradisce assai con la polenta.

Detto questo, per i comacchiesi è uso in occasione della sagra avere molte bancarelle in giro per la città, e tra queste ve n’erano diverse di libri vecchi e usurati, di audiocassette (sembra quasi sia passata un’eternità, eh?) e financo qualche videocassetta. E mentre curiosavo, la mia compagna – che evidentemente mi conosce – mi fa: “Questo ti può interessare?”. Mah… fa vedere.

Diamine.

Interessava, dannazione, interessava davvero. Un tesoro nascosto in una discarica. Un prezioso avvinto dal fango. Un vecchio libro degli anni Settanta, con una copertina in pelle come si usava all’ora, e piccole scritte in oro. “Dal Nilo all’Eufrate”. E che minchia sarà? E aprilo, idiota…
E tosto apertolo, eccolo rivelarsi per una antologia-compendio di letterature antiche…

Potete (potete?, ma sì, dai, se girate da un po’ su questo blog potete) immaginare il mio crescente stupore quando sfogliandolo ho iniziato a trovarci roba tipo un Inno ad Ishtar del 1600 a.C., altre preghiere, un frammento di canto d’amore sumerico del 2000 a.C..
E poi il Poema di Gilgamesh (del quale, per inciso, ho da poco assistito a una coinvolgente rappresentazione teatrale itinerante all’interno delle mura di Pizzighettone, in provincia di Cremona), forsela più antica composizione epica dell’umanità e, cosa davvero stupefacente, di una attualità e forza sconvolgenti, con il suo confronto tra l’uomo apparentemente invincibile e la paura della morte, ella sì invincibile.
E poi l’Enuma Elish, in molte delle sue parti più interessanti, testo cosmogonico sumerico della prima parte del II millennio a.C., e la storia di Nergal e Ereshkigal, le divinità babilonesi dell’oltretomba, e l’altro grande poema epico sumerico, quello di Enmerkar e il signore di Aratta, del quale ho avuto già modo di parlare. E poi detti, proverbi, testi gnomici, memorie storiche e passi del codice di Hammurapi.

Ma come preannunciato dal titolo, non c’è solo Mesopotamia. Anche letteratura Hittita e Ugaritica. E testi rituali egizi, e fiabe, e la storia di Sinuhe, e poesie d’amore.

Praticamente nel comodissimo spazio di un libro ho tutto quanto ci hanno lasciato le più antiche civiltà della nostra porzione di mondo, ho due millenni di saggezza, di bellezza, di domande, di amore, di truzzismo e di immortalità. Pronti per essere assorbiti. E il tutto a quale prezzo? Alla smodata cifra di un euro, peraltro pagato dalla mia compagna dacché non avevo moneta. Certo che la saggezza dell’umanità costa proprio poco, eh?

Che gran culo.

Il testo è “Dal Nilo all’Eufrate. Letture dell’Egitto dell’Assiria e di Babilonia”, è edito da Edipem ed è il n° 59 della collana “La nostra biblioteca classica in cento volumi”. La scelta dei passi e le note al testo sono a cura di Alfonso Di Nola.

#39. Dozzina.

Il dodici è un numero particolarmente affascinante.
Lungi da me cialtronesche tentazioni numerologiche di stampo occultista, resta comunque innegabile che il dodici ha un certo significato nella struttura del nostro mondo. Intanto sono dodici le lunazioni (i cicli lunari) complete in un anno, e corrispondentemente (troppo perché non ci sia relazione) sono dodici e più o meno della stessa durata i cicli mestruali delle donne.
È chiaro che di fronte a due cose tanto importanti (un astro maggiore del nostro cielo, e il ritmo della fertilità della donna) il dodici non può che essere un numero che fin dall’antichità ha avuto una certa importanza. In fondo il dodici collega la luna, e quindi la notte (metà del tempo) e la donna (metà dell’umanità), è insomma parte integrante della trama del reale percepito dall’uomo.
E se arriviamo anche ai giorni nostri, apparentemente senza alcun motivo le uova, i fiori, le bottiglie si comprano e regalano a mezze dozzine o dozzine: appare chiaro come fino ad oggi il dodici sia rimasto come un numero pesante nell’inconscio collettivo.

Ma di questo, in realtà, non avevo alcuna intenzione di parlare. Sono stato traviato dal titolo. Perché volevo parlare di “dozzina” intesa come “sporca dozzina”, che dal film del ’67 è diventato, indipendentemente dal valore numerico, il miglior termine possibile per indicare una squadra di gente dotata di gran fornimento di maroni, in grado di svolgere un’impresa disperata. Meglio di “Vendicatori”, a dirla tutta, perché quel termine dà l’idea che ormai la frittata sia fatta e ci sia solo voglia di prendersi una rivincita, e alla fine la vendetta è un piatto di merda. Sì, perché l’obiettivo dev’essere evitare di farci sterminare, dopo sai che mi frega.

Ora, a seguito di uno scambio di idee con un affezionato lettore (che tra l’altro ieri ha tagliato il traguardo di tre dozzine di anni, tanto per dire) ho deciso di concedermi il lusso di immaginarmi un pianeta terra in epoca medievale, incasinato già di suo perché si sa che se li chiamavano secoli bui un motivo ci deve pur essere, e di aprire un portale in grado di far giungere sulla terra creature malvagie e mostruose da una terra sconosciuta, al servizio di un feroce individuo con l’obiettivo dichiarato di conquistare il mondo.

Di fronte, però, la possibilità – per una qualche magia, diciamo – di creare una squadra di 12 individui, presi dalla storia, dal folklore, dalla mitologia, in grado di fronteggiare questa mostruosa invasione. Ebbene, avendo questa possibilità, chi sarebbero i dodici? Come comporre questa squadra di avengiatori ante litteram e, soprattutto, ante tragediam?

Cominciamo a strutturare la squadra.

In primis serve un leader. La storia e la letteratura ne sono piene, ma qui serve qualcuno abbastanza carismatico da essere seguito, abbastanza folle da non fermarsi di fronte a niente e nessuno, e abbastanza leale da mettersi al comando di una missione suicida pur di salvare il mondo. Non va bene un Pericle, troppo politico. Né Carlo Magno o Giulio Cesare, spinti da desiderio di potere personale. E nemmeno Artù, che parte bene a inizio vicenda ma poi si spegne (e poivorrei evitare personaggi arturiani, che potrebbero fare una sporca dozzina da soli). Forse Cincinnato, grande dictator romano, ma sempre di politico, non di guerriero, si tratta. L’uomo giusto è un altro, il leader di questa squadra non può che essere un uomo in grado di trascinare la sua squadra al sommo sacrificio, e in grado egli stesso di sacrificarsi: Leonida I di Sparta. Alle Termopili guidò 300 spartani, più 400 tebani e 700 tespiesi, in una battaglia che ancora oggi è sinonimo di coraggio, eroismo, sacrificio e maroni a grappoli, oltre che capacità di comando, per tenere lì inchiodati alla morte quei 1400 uomini. E quando il persiano Serse disse agli spartani di deporre le armi, Μολὼν λαβέ, «venite a prenderle», gridò Leonida. Più, probabilmente, un invito a comparire in retro di fronte alla fava divina per tutti i persiani. E 20.000 se ne portarono nella tomba, prima di morire a causa del tradimento di Efialte. La merda.

E al fianco di Leonida, suo braccio destro e guerriero disposto a morire pur di salvare il mondo, di certo piazzerei Roland. No, non Cristiano Roland, ma semplicemente Roland, che nella medievale Chanson de Roland difende a Roncisvalle le retrovie dell’esercito carolingio contro gli arabi, e riuscirebbe a portare a casa tutti i suoi se non fosse per il tradimento di un’altra merda, Gano di Maganza. Roland è un esempio di grandissimo guerriero («guerra non fa nessuno grande», n.d. Yoda) disposto al sacrificio persino per l’onore della Francia. Di certo non si tirerà indietro se c’è da salvare nientepopodimeno che l’umanità…
Ah, sia chiaro, il Roland della Chanson, non l’Orlando dell’Ariosto che spacca mezzo mondo perché va giù di testa per la patata di Angelica, quello forse non ce lo potremmo permettere.

Di certo poi servono altri combattenti valorosi. Chi meglio di Cú Chulainn, eroe delle saghe irlandesi, al quale le profezie vaticinano grandi imprese e gloria e vita breve (un po’ come Achille, ma molto meno stronzo). A diciassette anni, da solo, difende l’Ulster dall’esercito del Connacht per mesi affrontandone i guerrieri uno ad uno, e fronteggiando al contempo anche la temibile dea guerriera Morrigan. Sì, direi che è una delle scelte migliori per difendere l’umanità da mostri, draghi, eccetera.
Che poi un eroe celtico ci vuole, è sicuramente più oscuro e sporco di uno statuario greco antico e un francese medievale in armatura scintillante. Cioè, non so se mi spiego, a Cú Chulainn quando si incazza si chiude un occhio e l’altro si ingrossa enormemente, bello da vedere non dev’essere.
Bestione sì, bello no. Per niente.

E ci mettiamo anche Eracle, l’incredibile Hulk dell’antichità, bello grezzo. Dodici fatiche ha compiuto (e ancora la dozzina c’è di mezzo, già per questo non può mancare), non vogliamo donargli la possibilità di compierne una tredicesima e salvare il mondo?
Vogliamo, vogliamo.
Eracle non era un eroe brillante, né sveglio, e neppure il classico compagnone. Facilmente raggirabile, ma allo stesso tempo collerico e dalle pessime reazioni in caso di raggiro, è però fedele alla parola data e dotato di senso del dovere. Altrimenti dopo 4 fatiche avrebbe mandato tutti all’Ade, soprattutto quel pezzo di merda di Euristeo.
Sì, è l’uomo (anzi, il semidio) giusto per il posto del bestione buono.

Altro uomo della prima linea è Beowulf, guerriero del popolo dei geati (tribù di ceppo gotico), che attraversa il mare per portare aiuto a Hrothgar, re dei danesi, la cui “casa degli eroi” (più che un palazzo occorre immaginarsi una costruzione megalitica) è straziata dalle incursioni del gigante Grendel, che nella notte divora i guerrieri. Beowulf sconfigge Grendel, e persino la madre, mostro ancora più potente, e chiude la propria vita uccidendo un drago che vessa la sua terra. Insomma, un gran bel curriculum, non vi pare?

Per chiudere la prima linea di guerrieri mettiamoci un cavaliere cristiano. Anzi, il santo patrono dei cavalieri: san Giorgio. Il megalomartire. La sua vicenda, occorre ricordarlo, ricorda in parte quella di Perseo e Teseo, con un tributo di giovani vite richiesto annualmete da un mostro che a un certo punto porta alla condanna il figlio o la figlia del re. In questo caso si trata della principessa. E il cavaliere Giorgio irrompe, fa stramazzare al suolo il drago, e poi (secondo la Leggenda aurea di Iacopo da Varagine) gli mette al collo la cintura della principessa. Da quel momento il drago segue Giorgio come animale mansueto. E a noi un eroe che abbia un drago al suo servizio serve, eccome, se vogliamo davvero salvare il pianeta!

Ci mettiamo poi Perseo, meno grosso, forse, ma con Pegaso al suo servizio svulazza e può colpire dall’alto. Anche perché se no contro i mostri volanti c’è poco da fare, abbiamo solo il drago di san Giorgio, e in più serve assolutamente qualcuno in grado di volare veloce in perlustrazione. E comunque di personaggi come Perseo che hanno affrontato un sacco di mostri ce ne sono pochi (e il mostro marino che doveva sbranare Andromeda, e la gorgone Medusa…). E per di più è intelligente (a differenza di gran parte dei tamarri elencati precedentemente) e pure ben voluto dagli dei, il ché non guasta.

Ci serve poi un gruppo di personaggi meno da impatto, più furbi e dotati di altre risorse rispetto alla forza bruta.

Dopo tutti questi combattenti di prima linea, ad esempio, è buona norma avere qualcuno in grado di colpire a distanza. Di certo il più famoso arciere, conosciuto da tutti, è Robin Hood. Quello delle ballate medievali tradizionali, quello un po’ oscuro, protagonista di vicende inquietanti, a tratti. Un eroe ben poco solare, e soprattutto slegato dalle vicende di Locksley celeberrime di Ivanhoe e Kevin Kostner. Ma comunque un eroe sufficientemente pieno di sé per tuffarsi in un’impresa oltre il limite del mito.

E un mago è indispensabile. Ma non mi tuffo a capofitto su Merlino o i suoi emuli, scelgo Angelica. L’Angelica dell’Orlando Innamorato, figlia del re del Catai (quindi cinese), bellissima e scaltra, dotata di arti magiche. Tutti si innamorano di lei, e per tutti intendo tutti i più cazzuti guerrieri del pianeta, eppure lei se la cava sempre, e alla grande. Potrebbe essere in grado di intrufolarsi nel campo nemico, e raggirare qualcuno. Sì, potrebbe.

Sempre tra le persone in grado di intrufolarsi nel campo nemico, ci serve una persona veloce, velocissima. E chi meglio di Atalanta di Arcadia, la vergine cacciatrice figlia di Zeus (e questo ne fa una sorellastra di Eracle) e protetta da Artemide, invincibile nella corsa. Certo, una volta venne sconfitta con un bieco trucco, ma ormai dovrebbe averlo imparato…

È l’ora di cambiare ambiente mitico, e spostarci dall’Europa. Aladino compare nella redazione francese de Le mille e una notte, è un cialtrone e un ladro, di lui non ci si può fidare granché. Ma un anello di protezione e una lampada magica con un genio lo rendono automaticamente un candidato ideale. Può colpire in volo come Perseo, ha a disposizione magie come Angelica, anzi, di più. E da ottimo ladro, è anche lui indiziato speciale per missioni di infiltraggio.

E infine, serve una creatura non umana, una specie di mascotte. E dal folklore medievale spunta la volpe Renard, che supera in astuzia tutti gli altri animali! Chi meglio di lui per guidare l’intrusione?

E così siamo arrivati a 12. Molti altri avrei voluto mettere, da Teseo a Sindbad, da Gilgamesh a Enkidu, da Davide a Sansone, da Orfeo a Ippolita, regina delle Amazzoni, e per finire Ossian, il bardo che avrebbe potuto narrare le vicende degli eroi.
E voi, chi scegliereste?

Eccoci dunque a parlare delle fonti del testo.
La “Chanson de Roland”, scritta dal sedicente Turoldo, è l’esempio tipico di chanson de geste francese. Qui parte la materia di Francia. L’edizione di cui sono in possesso, ottima, è edita da Mursia e curata da Finoli e Pozzoli.
Di Cú Chulainn potrete leggere in “Saghe e leggende celtiche – la saga irlandese di Cú Chulainn”, a cura delle solite Agrati-Maggini.
Beowulf è protagonista di un omonimo poema sassone, la cui edizione italiana, per i tipi di Carocci, è curata da Giuseppe Brunetti. Ci ha scritto peraltro un saggio Tolkien, saggio che potete trovare nell’antologia tolkeniana “il medioevo e il fantastico”, nella Biblioteca Medievale di Luni.
Per san Giorgio ho già menzionato la “Leggenda aurea”, mentre per il Robin Hood più antico e folklorico consiglio il prezioso e quasi introvabile “Le ballate di Robin Hood”, a cura di Nicoletta Gruppi, in Einaudi.
De “Le mille e una notte” esistono mille e una versioni in mille e una edizioni diverse. Non sono in grado di eleggerne una a mia favorita, se già io e la mia compagna ne abbiamo due diverse.
“Le metamorfosi” di Ovidio ci parlano di Atalanta, mentre per Angelica chi meglio del Boiardo col suo “Orlando innamorato” e dell’Ariosto e il suo “Orlando furioso”? Le mie edizioni sono in Einaudi.
Per concludere, per approfondire il tema del personaggio di Renart, consiglio, di Massimo Bonafin, “Le malizie della volpe. Parola letteraria e motivi etnici nel Roman de Renart”.
Di Ossian torneremo a parlare, lasciamolo lì un momento.

«Bramosia»

E mentre i giorni di ferie scivolano troppo rapidamente verso sera, a fagiuolo ho recuperato questo racconto che vi piazzo lì, sperando di far cosa gradita, mentre medito il prossimo tema!

Non ho tempo. Non abbastanza. Lastricherei l’Asia se le cose che ho da fare fossero cubetti di porfido. Se fossero bambù il panda dominerebbe il mondo. Troppe, e non voglio farle di fretta. E non posso neppure accettare che la mia comprensione dell’universo si riduca a dare un’occhiata da una finestra e vedere una pioggia, una stagione, un anno o una vita. Bramo tutto: ho perso l’inizio, ormai è andato. Ma alla fine ci voglio, ci devo essere. Voglio vedere i titoli di coda dell’universo.

Obiettivo: diventare immortale. Poi avrò tutto il tempo. Abbatterò il concetto di limite. Ecco il senso della vita: renderla eterna. Ma qual è il punto di partenza di una simile impresa? Quale la strada?
Ci fu un re, Gilgamesh di Uruk, che, come me, voleva diventare immortale. Andò a Dilmun, oltre la foce dei fiumi, sul limitare dell’oltretomba sumerico. Là incontrò Ziusudra, il sopravvissuto al diluvio, divenuto immortale. Devo trovare Ziusudra.
Pochi preparativi, nessuna compagnia: mi lancio a capofitto tra secoli e deserti, nell’anima l’odore delle antiche gesta degli eroi. Riposo poco, solo per godere dell’ombra dei monti di pietra eretti dai discendenti di Gilgamesh. A Eridu bevo l’acqua dell’abisso, l’acqua della creazione. Infine energico il mio pugno percuote le porte di Dilmun, liberandole da cinque millenni di polvere e silenzio.
– Vattene – ecco la voce lamentosa di Ziusudra. Che avrà da lamentarsi, lui che è già immortale.
– Mi aprirai – rispondo arrogante – e mi dirai come diventare immortale!
– Non puoi diventare immortale, uomo. Lo sono gli dei.
– Tu non sei un dio, eppure sei immortale!
– È un dono degli dei, hanno scelto me. Vai via. Triste strada questa, che ti conduce contro un muro.

Non mi arrendo, Ziusudra. Se l’uomo deve morire non voglio più essere uomo. Me ne vado, devo cercare altre informazioni, non può finire così. Non può finire. Ma l’infinito (per diventare immortali bisogna farci l’abitudine) è tale in tutte le direzioni. Forse per essere immortali occorre esserci sempre stati, ecco perché l’uomo non può esserlo: essendo finito a ritroso, deve esserlo anche in avanti… a questo non c’è rimedio.
Devo approfondire. Animato da nuovo coraggio parto alla ricerca del primo uomo, ne saprà certamente di più. È fiducioso il passo che mi porta davanti all’oltretomba.
– Benvenuto – mi si rivolge uno con le ali di plastica – anche se non ti aspettavamo, non ancora.
– No, tranquillo, resto poco. Devo parlare con Adamo, poi me ne vado. Poche storie – e faccio per aggirarlo.
– Se entri non potrai più uscire. Non esiste ritorno. Quando entri è per sempre.
– Ma io voglio diventare immortale, non entrerò mai, allora!
– Ma tu sei immortale – dice – o almeno lo è la tua anima. Una volta finita la vita sulla terra qui ce n’è pronta per te una che non avrà mai fine.
– Lascia perdere. Non voglio un’altra vita, voglio questa. Non mi interessano mondi che non vedo, mondi del dopo. Voglio immortalità terrena. Chiama Adamo. Ne parlerò con lui, tu non puoi capire.
Aspetto Adamo. Si fa attendere… ha tempo, lui.
– So perché sei qui – dice – ma non troverai la risposta che speri. L’umanità è immortale, anche se ogni singolo uomo deve morire. All’inizio c’ero io, tu no. Non ci sarai neppure alla fine, la vedranno i tuoi discendenti. Puoi diventare eterno nella tua discendenza.
– Anche tu che sei mio avo non fai che gettarmi parole negli occhi per confondermi. Non voglio che qualcuno sia eterno al mio posto. Voglio esserci io, non qualche ignoto discendente. Io, vivo, di carne e di mente, davanti all’ultimo protone che annichilisce nell’entropia finale! Voglio gustarmi tutta la storia e tutte le storie, tutte le vittorie e le sconfitte, voglio vedere come ogni persona, ogni popolo, ogni sole, va a finire. Voglio essere io a chiudere il libro, a dire «per questo universo può bastare».

Il primo uomo non è una risposta, come non lo sono l’angelo e l’unico immortale. Perché l’uomo non dovrebbe essere immortale? Ma soprattutto, perché non dovrei esserlo io? Devo capire, serve calma, concentrazione. Speculazione. Non è più il tempo delle eroiche imprese. Invecchio: è tempo di un gradevole simposio con ospite filosofo e tartine da Antico Testamento. Qui troverò le tracce dell’immortalità e il mio intelletto, segugio astuto, seguirà la pista e stanerà la preda.
Intercetto il filosofo alla prima occasione.
– Voglio essere immortale – dico, con incipit perentorio, scardinando ogni forma di cortesia.
– Non puoi – mi risponde, ancora più secco.
– Perché gli dei possono e io no?
– Gli dei sono pensiero. Il pensiero può essere immortale, l’uomo no. Sii grande nel tuo pensiero, spingilo oltre i confini del tuo tempo. Solo così sarai immortale.

Non mi basta rendere eterno il mio pensiero. Per quanto grande sia non sarà mai completo, io voglio tutti i pensieri della storia. Non posso fermarmi. Ci vuole altra ricerca, c’è ancora speranza: non è finita, mi resta un po’ di tempo, scavando nell’affanno ho ancora voglia di farcela. Il ragionamento è figlio della calma, della meditazione. Al contrario, l’ispirazione è figlia del momento, è un’esplosione, deve essere scatenata, meglio se dalla pressione, dalla disperazione. Ormai sono al limite della pressione, guardo dall’orlo la mia fine. Ed ecco una grande ispirazione: devo sapere cosa cercavano i grandi uomini del passato, cercare nella loro gloria una scintilla di immortalità. Alessandro, il grande per eccellenza, il fulmine che ha incendiato il mondo. Ecco chi potrebbe dirmi qualcosa.
Cosa cercavi, Alessandro, nessun limite oltrepassato ti bastava, dovevi conquistare mondi, affrancarti dall’essere semplicemente un uomo! Immortale, dio, ecco cosa volevi essere, infinito nel tempo e nello spazio. Ma la tua frenesia si è spenta, i limiti sono risorti ad arginare la tua ispirazione. E fine di tutto: la morte.

E la vita finisce senza essere vissuta. Il senso estremo della vita non può essere funzione della vita stessa. “Eternizzare la vita è il senso della vita” è definizione ricorsiva, non si approda a nulla. E alla fine di una vita a cercare l’immortalità, l’unico approdo è la morte.

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