Il canneto di Eridu

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«Estratto da un rapporto sullo stato delle province orientali»

Come dovevano sembrare i culti dell’oriente agli occhi di un pragmatico, ma impressionabile, legato romano? E che dire di un oscuro rituale romano, l’evocatio, con il quale il generale assediante evocava (e-vocava, chiamava fuori) dalla città assediata i suoi dei, spingendoli a passare dalla parte di Roma, dove sarebbero stati evocati? Sarà stato utilizzato anche nella conquista della Giudea? Curioso che poi il dio adorato dagli ebrei abbia avuto come massimo centro mondiale del suo culto proprio Roma…

E per concludere le segnalo uno strano episodio. Non si tratta di un fatto tanto grave da richiedere un suo intervento immediato, tuttavia preferisco che ne sia a conoscenza, anche se questo significa, da parte mia, allungare ulteriormente questo già vasto rapporto. La vicenda è oscura: si tratta di maledizioni, rituali, divinità asiatiche. Lo so, sono sciocchezze di cui l’uomo probo non si dovrebbe occupare, che bene starebbero nel retrobottega di qualche ciarlatano, normalmente. Normalmente: ma questa remota provincia è estrema in tutto, e tutto concorre a intorbidire le acque, ad allentare la ragione. Qui le condizioni non sono mai normali. Se non fossi qui, avvolto da quest’aria affascinante, così calda da sembrare il respiro del mondo, probabilmente collocherei l’episodio in questione nella categoria delle quotidiane brutture dell’uomo. Ma io sono qui, e ci vuole la freddezza di chi è lontano per separare la verità dalla suggestione, per cancellare le finte maledizioni e smascherare i tradimenti che nascondono, per dissipare i misteri e far luce su vaneggiamenti e superstizione.

So che lei, come me, ha sempre amato lo studio dei popoli delle province di confine e, probabilmente, le avranno già detto delle religioni di questa parte del mondo. Le trovo strane, per certi versi oscure. Ricorda quando parlammo dei culti di Galli e Germani, e di come i loro dei fossero facilmente sovrapponibili ai nostri? Qui non è così. Baal, Melqart e Astarte, adorati nella regione più a nord, sono divinità diverse, difficili da definire, più simili ai crudeli idoli dei barbari cartaginesi. Nella zona più a sud, l’odierna provincia di Giudea, la situazione è ancora più anomala: adorano un dio di nome Jahvè e non lo considerano semplicemente il più potente, ma addirittura l’unico esistente. I giudei, inoltre, concepiscono la religione in maniera quantomeno restrittiva: consideri che qui parlare in modo improprio di materie religiose è considerato un reato. E qui arriviamo alla nostra vicenda: proprio per questo reato, infatti, una cinquantina di giorni fa è stato giustiziato un predicatore definito dai suoi adepti “figlio di Jahvè”. La portata della cosa, per i locali, è molto più seria di quanto possa sembrare a un romano.

Il primo evento inquietante legato a questa vicenda riguarda il delatore che ha permesso l’arresto, un uomo che risulta registrato come Giuda. Si tratta di uno dei seguaci più stretti del predicatore. Alcuni giorni dopo l’esecuzione è stato trovato impiccato. Secondo alcuni si tratta di suicidio, per altri di una vendetta dei vecchi compagni. La tesi del suicidio ci offre una risposta semplice, ma poco probabile. Credo di più che qualcuno abbia deciso di farlo tacere per sempre. Forse i compagni, o forse qualcuno che si è servito di lui per poter arrestare “questo figlio di Jahvè”.
O forse entrambe le cose.

Se la condanna del predicatore ha comunque una giustificazione riconducibile, agli occhi dei locali, alla divinità, è evidente che l’omicidio dell’informatore ha uno scopo ben meno celeste: qualcosa andava nascosto, e ad ogni costo. Ma cosa? Forse qualcosa che stava per venire a galla a proposito di culti molto meno innocenti di quanto potessero sembrare. Forse alcuni adepti avevano deciso di far fuori il predicatore, affidando a Giuda l’incarico di consegnarlo. Giuda, portato a termine il compito, si è trovato nella condizione di poterli ricattare. Una sola la soluzione possibile: ucciderlo.

O c’è davvero una divinità dietro tutto questo? A Roma nessuno crederebbe mai alla storia di Jahvè che si è vendicato del responsabile della morte di suo figlio, ma qui qualcuno comincia ad esserne convinto. Anche tra i romani. Alcuni di noi, infatti, sono rimasti molto colpiti dalla vicenda. Longino, il centurione incaricato di verificare la morte dei condannati, ha trafitto il costato del predicatore e subito dopo, e io l’ho bene inteso, ha esclamato sconvolto che in quell’uomo crocifisso riconosceva il figlio di Javhè. Quindi ha raccolto un pugno di terra inzuppata dal sangue che colava dalla lancia. Il sangue… il sangue è di certo uno degli elementi cruciali della vicenda, e mi permette di aggiungere altri particolari raccapriccianti. Un giudeo ha raccolto in un vaso il sangue che colava dal corpo del predicatore in croce. Ancora: io stesso ho udito alcuni seguaci affermare di essersi nutriti del corpo e del sangue del loro signore. E il cadavere di quell’uomo è stato trafugato dal sepolcro alcuni giorni dopo la morte. Chi è stato? Perché? Dobbiamo davvero credere che vengano praticati riti cannibalici? I trafugatori non hanno lasciato traccia. Gli adepti sostengono che il predicatore sia tornato dal mondo dei morti.

Ma la domanda più importante, per noi, è di certo questa: quanto è esteso questo strano culto che già fa proseliti tra i romani, come evidenzia il caso di Longino? Per ora mi accomiato senza risposte, ma con un’ulteriore riflessione. Che ci siano un dio o solo degli uomini dietro questo caso, e lo appurerò molto presto, si tengano pronte le legioni. E giunti alle porte di Gerusalemme credo sia prudente, almeno per dare coraggio alle truppe, compiere l’antico rituale con cui già l’Africano chiamò gli dei fuori da Cartagine, portandoli dalla parte di Roma.

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#32. Traditori.

«Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,
disse ‘l maestro, «è Giuda Scarïotto,
che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
De li altri due c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
e l’altro è Cassio, che par sì membruto.

[Dante Alighieri, “Inferno”, in “Commedia”]

Siamo alla fine del nono cerchio, quello dei traditori. Un Dante quantomeno inquieto – e vorrei ben vedere – si trova dinnanzi a Lucifero in persona, che tradì Dio ed è quindi qui dannato. È alto come un palazzo, per metà conficcato nel ghiaggio, ed ha tre facce, e le tre anime che con le sue tre fauci maciulla sono i peggiori traditori in assoluto: Giuda che tradì Gesù, Bruto e Cassio che tradirono Giulio Cesare. E così Dante unisce perfettamente in una dissacrata foto di gruppo i due traditori di Dio (padre e figlio) e i due traditori dell’Impero (quasi altrettanto grave, essendo Dante ghibellino).
Il nono cerchio, peraltro, è pieno zeppo di traditori (e ci mancherebbe altro) presi dalla cronaca del tempo, dalla storia (ma è clamorosa l’assenza di Efialte, pastore che con il suo tradimento causò la morte degli spartani di Leonida… ma chissà quanto era nota la vicenda nel Trecento) e dalla mitologia. Anche dalla mitologia arturiana. E se fugacemente vi compare Mordred (ribellatosi contro il padre Artù), tra i traditori della propria famiglia o della patria, è vistosa, vistosissima, l’assenza di due personaggi che – per carità, per amore! – una certa esperienza in tradimento l’hanno messa in campo.

Mi riferisco a Lancillotto e Tristano, con le sodali Ginevra e Isotta.
E sì, stiamo per tuffarci in un altro post a tematica arturiana, ma questo l’avevate già capito.

Intanto diciamo che Dante ci parla di questa gente, in realtà. Non li dimentica. Ci parla di Lancillotto e Ginevra nella vicenda di Paolo e Francesca («galeotto fu il libro e chi lo scrisse», tipo «mortacci loro e di chi non glielo dice con la mano alzata»). Ma soprattutto mette all’inferno Tristano, anche se derubrica il tradimento nei confronti della famiglia (re Marco è suo zio), passandolo dal girone dei traditori ad un più lieve secondo cerchio (tra i lussuriosi, travolti da incessante bufera come in vita furono travolti dalle passioni). Ma vediamo di analizzare i due casi, per capire se i quattro amanti potevano anche fare una fine peggiore, o se sono stati ingiustamente accusati.

Tristano e Isotta

La vicenda di Tristano e Isotta è spesso inserita nel grande corpus della materia di Bretagna, ma ne è originariamente distinta. Nelle storie più antiche Tristano non è un cavaliere della tavola rotonda.

I fatti. Tristano è un giovane valentissimo cavaliere, figlio dei signori di Lyonesse/Leonois Meliadus ed Eliabel, oppure Rivalin e Blanzifleur (secondo Thomas e Goffredo di Strasburgo). La madre, avvertendo prossima la morte per le conseguenze del parto, gli dà il nome di Luke Tristano, dacché avrà un’esistenza triste. E non sa nemmeno quanto. Dopo esser stato educato al combattimento e alla musica dallo scudiero Governale, va a prestare servizio dallo zio, re Marco di Cornovaglia che, diciamolo, è un pezzo di merda. Agli occhi del lettore moderno questa già sarebbe una gigantesca attenuante, se non una giustificazione tous court, ma per il sapore antico non era così. Anzi. Più il signore era stronzo, più ci faceva bella figura l’eroe a prestar fede alla stupida promessa fattagli. Così Eracle fa bene a portare a termine le dodici fatiche invece di spezzare le corna a Euristeo per le sue richieste assurde, e Cu Chulainn fa bene a prestare servizio come cane da guardia a Culann per averne ucciso il cane precedente.
E così il buon Tristano aiuta re Marco, al punto che libera la Cornovaglia da un tributo umano dovuto all’Irlanda, uccidendo il fortissimo e gigantesco guerriero Moroldo (anche Morholt), come ogni anno venuto ad esigerlo (vi ricorda mica qualcosa? tipo Teseo?). In questo combattimento, però, rimane ferito, e l’arma avvelenata di Moroldo gli causa una malattia mortale, e quindi chiede di essere deposto su una scialuppa in balia dei flutti, e la scialuppa lo porta, per la legge del culo jedi destino, proprio in Irlanda, dove viene salvato da Isotta la Bionda, principessa d’Irlanda e pure maestra nell’uso di pozioni. Tralasciando una dozzina di capitoli intermedi, Tristano dopo qualche anno torna in Irlanda e vince, per conto di re Marco, la mano della principessa. La madre di Isotta, anch’essa pozionara, prepara un magicissimo filtro d’amore che farà sì che la figlia si innamorerà della prima persona che vedrà dopo aver bevuto, e le consegna il filtro perché lo beva dopo il matrimonio, in camera con re Marco. La sfiga fa sì che la giovane bevva il filtro in nave con Tristano, e scoppia il casino.

Ysot ma drue, Ysot mamie
en vus ma mort, en vus ma vie
[Thomas, “Tristan”]

A questo punto il bravo Tristano e la brava Isotta sono belli e fottuti, perché non possono fare più nulla per sottrarsi al loro amaro destino. Che li farà amanti incomparabilmente infelici, bastonati dalla sorte, scoperti, costretti a prove drammatiche. Tristano resterà sempre fedele alla regina. In esilio si sposerà con la sorella dell’amico Kahedin, chiamata Isotta dalle Bianche Mani, impegnandosi però a non toccarla per un anno. E l’anno non scadrà mai, perché un giorno Tristano resta avvelenato, e manda un messo a chiamare Isotta la Bionda per aiutarlo. Dà istruzioni al messo che, sulla via del ritorno, metta vele bianche se Isotta lo ama ancora ed ha acconsentito a venire a curarlo, altrimenti nere (vi ricorda mica qualcosa? tipo Teseo?). Guarda caso, Isotta accorre, ma il messo dimentica di cambiare le vele, Tristano vede le vele nere e muore di dispiacere. Isotta arriva, e muore di dispiacere pure lei. Come ci dice Maria di Francia nel “Lai del Caprifoglio”, se si tenta di separare il nocciolo e il caprifoglio, muoiono entrambi.

Mais ki puis les volt desevrer,
Li codres muert hastivement
Et chevrefoil ensemblement
— Bele amie, si est de nus :
Ne vus sanz mei, ne mei sanz vus.
[Marie de France, “Lai du chèvrefeuille”]

Il verdetto: per l’accusa di tradimento, Tristano e Isotta sono assolti perché il fatto è avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà. Per l’accusa di lussuria, Tristano e Isotta sono assolti perché il fatto è avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà.
Sia che prestiamo fede alla versione di Beroul, per la quale è stato solo il filtro a renderli schiavi dell’amore l’uno per l’altra, sia che si segua quella di Thomas, per cui già si amavano, è comunque il filtro a farli agire contro l’onore loro e di re Marco, non la scelta. Finché hanno libera scelta, infatti, seguendo il loro dovere stanno prestando fede ai giuramente fatti e stanno rispettivamente portando allo zio la sposa come promesso, e andando in moglie al re di Cornovaglia obbedendo ai desideri della famiglia. Non hanno ceduto alla lussuria e non hanno tradito. Fino a quando non sono stati costretti dall’elemento soprannaturale. Tristano, dimostrando nei fatti la sua indole di fedeltà, non tradirà mai neppure Isotta la Bionda, nemmeno quando esiliato si troverà a sposare Isotta dalle Bianche Mani.

Quindi possiamo dire che non solo la loro pena non andava commutata in “nono cerchio”, ma che anche il “secondo” è di troppo. E re Marco è comunque un pezzo di merda, e quindi un po’ se l’è anche meritato, e vaffanculo.

Lancillotto e Ginevra

La vicenda di Lancillotto – a prima vista assimilabile – è in realtà molto diversa. Intanto dobbiamo verificarne il contesto storico. La storia di Tristano è di derivazione molto antica (la storia si radica in similitudini con miti che vanno dalle vicende del ciclo celtico dell’Ulster fino alle antiche mitologie dell’antica Grecia e oltre). Al contrario la mancanza di riscontri antecedenti ci porta a ritenere Lancillotto un’invenzione di Chrétien de Troyes, ed è quindi databile al XII secolo. Chrétien scriveva alla corte di Marie de Champagne, una donna viva e brillante, amante delle arti e della letteratura in particolare, figlia di Eleonora d’Aquitania. Pare che Marie fosse una profonda sostenitrice dell’amor cortese (e lasciamo al lettore trarre le conclusioni su cosa questo significasse in pratica). Cosa si intende con amor cortese? Si parte dalla convinzione che l’amore nobiliti il cuore che lo porta, e lo nobiliti a causa della tensione causata dall’equilibrio tra profonda gioia e disperata disperazione, grande fervore, vicina intimità e distanza incolmabile. In pratica, l’amor cortese è impossibile all’interno del matrimonio, ed è adulterino per sua stessa natura. E radicale è la distinzione tra matrimonio e amore. Ovvio quindi che in questa corte nasca il personaggio di Lancillotto (o almeno che prenda la forma a noi più nota), e la relazione adulterina per antonomasia, quella tra il cavaliere e la regina Ginevra.

I fatti. Figlio di re Ban di Benoic, alleato di Artù nell’epoca in cui questi deve unificare il regno contro i baroni ribelli (tra i quali il più acerrimo è re Lot di Orkney, padre di Galvano e marito di Morgause o Morcadès, sorella maggiore di Artù), Lancillotto, a seguito della caduta e morte del padre, viene allevato e cresciuto da un’incantatrice, nota come la Dama del Lago, insieme ai cugini Lionello e Bohors.
La Dama è la stessa che dà Excalibur al re, in cambio della promessa che il re, un giorno, avrebbe esaudito un suo desiderio. E questo desiderio si presenta quando la Dama manda alla corte del re Lancillotto, cresciuto, perché sia armato cavaliere ed entro al suo servizio.
Artù nel frattempo ha unificato e consolidato il regno, ha nominato il suo primo cavaliere – il giovane Galvano, suo nipote (che è anche il primo in linea dinastica per una eventuale successione). Segnamoci questa cosa, perché è importante.
Lancillotto si presenta a corte, viene accolto, e deve essere fatto cavaliere. Nonappena lui e Ginevra si vedono, si innamorano l’uno dell’altra, e così il giovane fa di tutto per riuscire, con un escamotage, a farsi nominare cavaliere dalla regina anziché dal re, e riceve da lei la sua spada. Anche questo è importante, segnamocelo.
Lancillotto non è cavaliere molto presente a corte, tutt’altro. Preferisce camuffarsi e partire errante, e senza farsi riconoscere partecipare a imprese e tornei, nei quali ottiene grandi lodi e onori, e sparisce prima di ritirare il premio per non farsi scoprire.
Dalle Isole Lontane, però, cala Galehaut (Galeotto, lui, non il libro), “figlio della bella gigantessa”, con il suo esercito. Costui – identificato pseudo-storicamente come un invasore vichingo – ha deciso di sottomettere trenta re, e gli manca solo Artù per portare a termine l’impresa. Ma quando Galehaut sembra avere ormai in mano la vittoria, le imprese di Lancillotto cambiano le sorti della battaglia, e lo stesso Galehaut visto il grande coraggio e la prodezza del cavaliere decide di arrendersi a lui, diviene il suo più grande amico e consegna il suo regno ad Artù. Fa anche da internediario e organizza il primo incontro clandestino tra Ginevra e Lancillotto, ed è per insistenza della stessa regina che Galehaut, Lancillotto e il suo fratellastro Estor delle Paludi diventano cavalieri della Tavola Rotonda.
Tralasciando anche qui le mille imprese che costituiscono il corpus del Lancelot en prose e dei mille altri testi che ne descrivono la gloria, ricordiamo solo che è Lancillotto il cavaliere che salva Ginevra, caduta – per imprudenza del re – nelle mani di Meleagant il fellone.

Alla fine di tutta la vicenda, i due amanti vengono scoperti da Agravain, il fratello scarso e poco acuto di Galvano, e da questo si ingenera la fine della tavola rotonda. A seguito della formalizzazione dell’accusa alla regina – episodio al quale Galvano, pur di non prender parte a un’azione tanto orrenda, non partecipa – Lancillotto e il suo clan irrompono per liberare la regina, e in questa azione l’amante di Ginevra, non riconoscendolo, uccide alle spalle un disarmato Gueheriet, fratello di Galvano oltre che uno dei cavalieri più forti ed amati della tavola rotonda. Questa azione scatena l’ira di Galvano, e da qui partirà la guerra tra i due più forti cavalieri del mondo, guerra che condurrà alla fine dell’era arturiana.

Ora, riprendiamo un attimo quei due punti segnalati prima. Galvano e Lancillotto, i due cavalieri più forti, più nobili e più famosi della corte di Artù, non sono assolutamente due personaggi equivalenti o interscambiabili.
Galvano è un personaggio solare, la sua forza cresce all’approssimarsi di mezzogiorno, orario al quale diventa invincibile, non nega mai il suo nome e non si presenta mai sotto false insegne.
E come eroe solare è legato al re (è il primo cavaliere fatto da Artù, ed è anche primo cavaliere e difensore del regno. È il cavaliere del re.
Al contrario Lancillotto è un personaggio lunare, cede alla follia, si presenta spesso mascherando le insegne o nascondendo il nome, sia volontariamente che in episodi come quello della Carretta. E soprattutto è il cavaliere della regina, è da lei fatto cavaliere, da lei riceve la spada, in suo nome compie le proprie imprese e sempre in sua difesa si erge quando ella abbisogna di un campione per un giudizio di Dio.
Anche l’adesione alla tavola rotonda di Lancillotto è richiesta dalla regina.

Il verdetto. Lancillotto è scagionato dall’accusa di tradimento nei confronti di Artù per il cavilloso fatto che in realtà alla regina, e non al re, deve tutto, e della regina è cavaliere. I suoi feudi gli derivano per eredità paterna da Ban di Benoic che non era vassallo di Artù. Sarebbe colpevole di tradimento verso l’amico (Artù, ma anche Galvano), ma qui si va nel fumoso. L’amicizia con il re non è mai chiarissima, è più che altro una certa stima, e pare un po’ poco. E con Galvano c’è amicizia, ma non è Galvano che tradisce, in fondo, e cerca anche di evitare lo scontro finale.
È però colpevole per quanto riguarda l’accusa di lussuria: la passione lo travolge al punto di mettere a repentaglio tutto il regno di Logres. Diciamo che il piazzamento (anche se non direttamente, ma solo per nomina) di Dante è corretto, quindi. Potremmo anche accusarlo di falsa testimonianza, quando difende l’onore della regina in un giudizio di Dio.

Ginevra, viceversa, non è solo colpevole di lussuria, ma anche di tradimento. Lei non ha la scusante di Isotta, non ha bevuto alcun filtro. Decide deliberatamente del suo destino, e la sua scelta condurrà alla tragedia non tanto / non solo lei e Lancillotto (tra i pochi a sopravvivere alla fine di tutto, seppur ritirati in conventi), ma tutto il mondo arturiano

Ma quindi, Lancillotto la sfanga? Si becca solo le accuse minori, mentre Ginevra viene fregata? Eh sì, è furbo il ragazzo. Si è messo a posto la coscienza e con la legge attraverso i magheggi e i trucchetti sul fatto di essere cavaliere della regina, ma ha inguaiato la sua dama. Non sarà traditore, ma resta comunque un pezzo di merda, moralmente…

Il corpus della letteratura arturiana, riguardo i temi trattati, è veramente vasto.

Qui si è parlato delle tre opere su Tristano di Thomas, Beroul e Goffredo di Strasburgo.
La versione di Béroul (giullare normanno del XII secolo) – della quale ci sono rimaste poche migliaia di versi – è considerata la versione più aderente alla leggenda primitiva ed è matrice di molte traduzioni e versioni successive, tra cui il “Tristrant” tedesco di Eilhart d’Oberg e il “Tristano in prosa” (che comprende anche molte altre vicende oltre a quelle di Béroul. In italiano il Tristano di Béroul è pubblicato da Jaca Book.
La versione anglo-normanna di Thomas (anglo-normanno vissuto alla corte di Enrico II ed Eleonora d’Aquitania), altrettanto mutila di quella di Béroul (ne abbiamo sostanzialmente solo la conclusione), è considerata la versione “cortese”, quella che introduce più elementi rispetto al sostrato celtico. In Italia è pubblicato da Garzanti.
La sua versione della vicenda ci è nota anche grazie a Goffredo di Strasburgo, che nel primo decennio del Duecento ne compila una traduzione in tedesco. Anche il suo romanzo (edito in Italia negli Oscar Mondandori) ci è giunto mutilo, ma la benevolenza della sorte fa sì che la parte perduta sia in questo caso proprio il finale che manca in Thomas, per cui con i due testi riusciamo a coprire l’intera storia (peraltro ripresa anche in traduzione norvegese da Frate Roberto, 1226).

Si è poi parlaro si Lancillotto, e di Chrétien che gli ha dedicato il suo “Lancillotto o il cavaliere della carretta”, probabilmente il primo, il più famoso e il più bello dei romanzi che riportano l’intera vicenda degli amori di Lancillotto e Ginevra.
Altro opera fondamentale è l’anonimo “Lancillotto in prosa”, o “Ciclo vulgato”. Corpus estremamente complesso e intrecciato, con le vicende che scorrono parallele intrecciandosi le une alle altre come in un romanzo moderno – ma con un certo disamore verso una cronologicità coerente – il Ciclo vulgato è pienamente godibile per il pubblico moderno anche attraverso la rielaborazione moderna di Jacques Boulenger, versione che mi piace molto.

Un lavoro che prende tutte le storie e le mette insieme, Tristano incluso, è la “Storia di re Artù e dei suoi cavalieri” di Thomas Malory. Ma è opera più recente (XV secolo) e molto interpolata, e anche se bellissimo (e avente il merito di approfondire in maniera originale le vicende di Gareth (Gueheriet), fratello di Galvano, lo amo meno di altre opere. In Italia lo troviamo edito negli Oscar Mondadori.

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