Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivio per il tag “Giulio Cesare”

Almanacco, LXXII

Settantaduesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
15 marzo 2013

Ok, siamo arrivati alle “idi di marzo”. Nel 44 a.C. Giulio Cesare viene assassinato da un gruppo di senatori romani, e da questo omicidio il mondo romano inizia a sgretolarsi e mutare, crolla in una nuova guerra civile che porterà dapprima alla fine dei congiurati Bruto e Cassio, e poi alla guerra tra Ottaviano e Marco Antonio e all’Impero.
Nella storia non è il primo né l’ultimo omicidio al vertice che potrebbe aver influito in maniera determinante a cambiare la storia. Un altro, molto più recente e forse meno decisivo, è stato quello del Presidente americano John Fitzgerald Kennedy.
Quando mi trovo di fronte a personaggi storici importanti che di colpo vengono uccisi così mi resta una specie di magone. Cosa avrebbe potuto fare se non fosse stato ucciso? Quale strada avrebbe preso la storia del pianeta?

A voi ora. C’è qualche storico omicidio che quando viene narrato finisce per darvi quello stesso senso di magone? Quella sensazione di «peccato, non sapremo mai come sarebbe andata con lui»?

Almanacco, LV

Cinquantacinquesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
10 gennaio 2013

Certi eventi storici hanno un peso particolare e superano il confine del libro di storia. E non mi riferisco a eventi particolarmente importanti, o i cui effetti perdurano nel presente, ma semplicemente a eventi che entrano nel quotidiano, anche non percepiti.

Un esempio? Benissimo, oggi è il 10 di gennaio, ed è l’anniversario del passaggio del Rubicone da parte di Cesare. Questo evento, di per sé importante per l’epoca, e per i secoli successivi, porta con se una dote importante: il passaggio del fiume in armi, con tutte le conseguenze derivanti da un atto del genere, diviene l’incarnazione dell’atto volontario irrimediabile, le cui conseguenze non sono ancora prevedibili. Il dado è tratto, disse Cesare. E il suo gesto diventa paradigma, e la sua frase diviene modo di dire, riferimento.

Non è facile, lo so. Ma quello che vi chiedo è di trovare altri esempi simili. Di più: vi chiedo quale evento storico è per voi così importante dall’essere riferimento per una vostra decisione nella vita, ispirata, o perlomeno legata da rapporto di analogia.

Almanacco, XXXV

Trentacinquesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
26 novembre 2012

Salto carpiato indietro nel tempo, all’epoca delle guerre civili che nell’arco di un secolo portarono Roma dalla Repubblica all’Impero. Dopo l’esperienza delle guerre tra Mario e Silla si decise che due uomini al comando inevitabilmente erano troppi, e finivano per gonfiarsi di botte, a discapito dello stato. Così, con astuta mossa, si decise di passare a tre, con i famosi triumvirati, nei quali il terzo non contava una fava. Nel primo triumvirato, accanto a Cesare (il divo Giulio, il primo, intendo) e Pompeo (magno), c’è Crasso.

Nel 43 a.C., il 26 di novembre, si forma il secondo triumvirato, che unisce Marco Antonio, Ottaviano e Lepido. Qualcuno dai tempi di scuola o dalle fiction ambientate a Roma ricorda bene chi fosse Lepido? (senza Wikipedia o Google, per favore).
E c’è qualche altro “secondario” che emerge dalle tenebre della storia e che secondo voi avrebbe meritato maggior considerazione? Che ne so, Asdrubale Barca, fratello di Annibale. O Anne Brontë, la terza sorella scrittrice, quella che non ricorda mai nessuno. Oppure Angelo Colombo, l’unico titolare del Milan di Sacchi caduto nell’oblio.

#39. Dozzina.

Il dodici è un numero particolarmente affascinante.
Lungi da me cialtronesche tentazioni numerologiche di stampo occultista, resta comunque innegabile che il dodici ha un certo significato nella struttura del nostro mondo. Intanto sono dodici le lunazioni (i cicli lunari) complete in un anno, e corrispondentemente (troppo perché non ci sia relazione) sono dodici e più o meno della stessa durata i cicli mestruali delle donne.
È chiaro che di fronte a due cose tanto importanti (un astro maggiore del nostro cielo, e il ritmo della fertilità della donna) il dodici non può che essere un numero che fin dall’antichità ha avuto una certa importanza. In fondo il dodici collega la luna, e quindi la notte (metà del tempo) e la donna (metà dell’umanità), è insomma parte integrante della trama del reale percepito dall’uomo.
E se arriviamo anche ai giorni nostri, apparentemente senza alcun motivo le uova, i fiori, le bottiglie si comprano e regalano a mezze dozzine o dozzine: appare chiaro come fino ad oggi il dodici sia rimasto come un numero pesante nell’inconscio collettivo.

Ma di questo, in realtà, non avevo alcuna intenzione di parlare. Sono stato traviato dal titolo. Perché volevo parlare di “dozzina” intesa come “sporca dozzina”, che dal film del ’67 è diventato, indipendentemente dal valore numerico, il miglior termine possibile per indicare una squadra di gente dotata di gran fornimento di maroni, in grado di svolgere un’impresa disperata. Meglio di “Vendicatori”, a dirla tutta, perché quel termine dà l’idea che ormai la frittata sia fatta e ci sia solo voglia di prendersi una rivincita, e alla fine la vendetta è un piatto di merda. Sì, perché l’obiettivo dev’essere evitare di farci sterminare, dopo sai che mi frega.

Ora, a seguito di uno scambio di idee con un affezionato lettore (che tra l’altro ieri ha tagliato il traguardo di tre dozzine di anni, tanto per dire) ho deciso di concedermi il lusso di immaginarmi un pianeta terra in epoca medievale, incasinato già di suo perché si sa che se li chiamavano secoli bui un motivo ci deve pur essere, e di aprire un portale in grado di far giungere sulla terra creature malvagie e mostruose da una terra sconosciuta, al servizio di un feroce individuo con l’obiettivo dichiarato di conquistare il mondo.

Di fronte, però, la possibilità – per una qualche magia, diciamo – di creare una squadra di 12 individui, presi dalla storia, dal folklore, dalla mitologia, in grado di fronteggiare questa mostruosa invasione. Ebbene, avendo questa possibilità, chi sarebbero i dodici? Come comporre questa squadra di avengiatori ante litteram e, soprattutto, ante tragediam?

Cominciamo a strutturare la squadra.

In primis serve un leader. La storia e la letteratura ne sono piene, ma qui serve qualcuno abbastanza carismatico da essere seguito, abbastanza folle da non fermarsi di fronte a niente e nessuno, e abbastanza leale da mettersi al comando di una missione suicida pur di salvare il mondo. Non va bene un Pericle, troppo politico. Né Carlo Magno o Giulio Cesare, spinti da desiderio di potere personale. E nemmeno Artù, che parte bene a inizio vicenda ma poi si spegne (e poivorrei evitare personaggi arturiani, che potrebbero fare una sporca dozzina da soli). Forse Cincinnato, grande dictator romano, ma sempre di politico, non di guerriero, si tratta. L’uomo giusto è un altro, il leader di questa squadra non può che essere un uomo in grado di trascinare la sua squadra al sommo sacrificio, e in grado egli stesso di sacrificarsi: Leonida I di Sparta. Alle Termopili guidò 300 spartani, più 400 tebani e 700 tespiesi, in una battaglia che ancora oggi è sinonimo di coraggio, eroismo, sacrificio e maroni a grappoli, oltre che capacità di comando, per tenere lì inchiodati alla morte quei 1400 uomini. E quando il persiano Serse disse agli spartani di deporre le armi, Μολὼν λαβέ, «venite a prenderle», gridò Leonida. Più, probabilmente, un invito a comparire in retro di fronte alla fava divina per tutti i persiani. E 20.000 se ne portarono nella tomba, prima di morire a causa del tradimento di Efialte. La merda.

E al fianco di Leonida, suo braccio destro e guerriero disposto a morire pur di salvare il mondo, di certo piazzerei Roland. No, non Cristiano Roland, ma semplicemente Roland, che nella medievale Chanson de Roland difende a Roncisvalle le retrovie dell’esercito carolingio contro gli arabi, e riuscirebbe a portare a casa tutti i suoi se non fosse per il tradimento di un’altra merda, Gano di Maganza. Roland è un esempio di grandissimo guerriero («guerra non fa nessuno grande», n.d. Yoda) disposto al sacrificio persino per l’onore della Francia. Di certo non si tirerà indietro se c’è da salvare nientepopodimeno che l’umanità…
Ah, sia chiaro, il Roland della Chanson, non l’Orlando dell’Ariosto che spacca mezzo mondo perché va giù di testa per la patata di Angelica, quello forse non ce lo potremmo permettere.

Di certo poi servono altri combattenti valorosi. Chi meglio di Cú Chulainn, eroe delle saghe irlandesi, al quale le profezie vaticinano grandi imprese e gloria e vita breve (un po’ come Achille, ma molto meno stronzo). A diciassette anni, da solo, difende l’Ulster dall’esercito del Connacht per mesi affrontandone i guerrieri uno ad uno, e fronteggiando al contempo anche la temibile dea guerriera Morrigan. Sì, direi che è una delle scelte migliori per difendere l’umanità da mostri, draghi, eccetera.
Che poi un eroe celtico ci vuole, è sicuramente più oscuro e sporco di uno statuario greco antico e un francese medievale in armatura scintillante. Cioè, non so se mi spiego, a Cú Chulainn quando si incazza si chiude un occhio e l’altro si ingrossa enormemente, bello da vedere non dev’essere.
Bestione sì, bello no. Per niente.

E ci mettiamo anche Eracle, l’incredibile Hulk dell’antichità, bello grezzo. Dodici fatiche ha compiuto (e ancora la dozzina c’è di mezzo, già per questo non può mancare), non vogliamo donargli la possibilità di compierne una tredicesima e salvare il mondo?
Vogliamo, vogliamo.
Eracle non era un eroe brillante, né sveglio, e neppure il classico compagnone. Facilmente raggirabile, ma allo stesso tempo collerico e dalle pessime reazioni in caso di raggiro, è però fedele alla parola data e dotato di senso del dovere. Altrimenti dopo 4 fatiche avrebbe mandato tutti all’Ade, soprattutto quel pezzo di merda di Euristeo.
Sì, è l’uomo (anzi, il semidio) giusto per il posto del bestione buono.

Altro uomo della prima linea è Beowulf, guerriero del popolo dei geati (tribù di ceppo gotico), che attraversa il mare per portare aiuto a Hrothgar, re dei danesi, la cui “casa degli eroi” (più che un palazzo occorre immaginarsi una costruzione megalitica) è straziata dalle incursioni del gigante Grendel, che nella notte divora i guerrieri. Beowulf sconfigge Grendel, e persino la madre, mostro ancora più potente, e chiude la propria vita uccidendo un drago che vessa la sua terra. Insomma, un gran bel curriculum, non vi pare?

Per chiudere la prima linea di guerrieri mettiamoci un cavaliere cristiano. Anzi, il santo patrono dei cavalieri: san Giorgio. Il megalomartire. La sua vicenda, occorre ricordarlo, ricorda in parte quella di Perseo e Teseo, con un tributo di giovani vite richiesto annualmete da un mostro che a un certo punto porta alla condanna il figlio o la figlia del re. In questo caso si trata della principessa. E il cavaliere Giorgio irrompe, fa stramazzare al suolo il drago, e poi (secondo la Leggenda aurea di Iacopo da Varagine) gli mette al collo la cintura della principessa. Da quel momento il drago segue Giorgio come animale mansueto. E a noi un eroe che abbia un drago al suo servizio serve, eccome, se vogliamo davvero salvare il pianeta!

Ci mettiamo poi Perseo, meno grosso, forse, ma con Pegaso al suo servizio svulazza e può colpire dall’alto. Anche perché se no contro i mostri volanti c’è poco da fare, abbiamo solo il drago di san Giorgio, e in più serve assolutamente qualcuno in grado di volare veloce in perlustrazione. E comunque di personaggi come Perseo che hanno affrontato un sacco di mostri ce ne sono pochi (e il mostro marino che doveva sbranare Andromeda, e la gorgone Medusa…). E per di più è intelligente (a differenza di gran parte dei tamarri elencati precedentemente) e pure ben voluto dagli dei, il ché non guasta.

Ci serve poi un gruppo di personaggi meno da impatto, più furbi e dotati di altre risorse rispetto alla forza bruta.

Dopo tutti questi combattenti di prima linea, ad esempio, è buona norma avere qualcuno in grado di colpire a distanza. Di certo il più famoso arciere, conosciuto da tutti, è Robin Hood. Quello delle ballate medievali tradizionali, quello un po’ oscuro, protagonista di vicende inquietanti, a tratti. Un eroe ben poco solare, e soprattutto slegato dalle vicende di Locksley celeberrime di Ivanhoe e Kevin Kostner. Ma comunque un eroe sufficientemente pieno di sé per tuffarsi in un’impresa oltre il limite del mito.

E un mago è indispensabile. Ma non mi tuffo a capofitto su Merlino o i suoi emuli, scelgo Angelica. L’Angelica dell’Orlando Innamorato, figlia del re del Catai (quindi cinese), bellissima e scaltra, dotata di arti magiche. Tutti si innamorano di lei, e per tutti intendo tutti i più cazzuti guerrieri del pianeta, eppure lei se la cava sempre, e alla grande. Potrebbe essere in grado di intrufolarsi nel campo nemico, e raggirare qualcuno. Sì, potrebbe.

Sempre tra le persone in grado di intrufolarsi nel campo nemico, ci serve una persona veloce, velocissima. E chi meglio di Atalanta di Arcadia, la vergine cacciatrice figlia di Zeus (e questo ne fa una sorellastra di Eracle) e protetta da Artemide, invincibile nella corsa. Certo, una volta venne sconfitta con un bieco trucco, ma ormai dovrebbe averlo imparato…

È l’ora di cambiare ambiente mitico, e spostarci dall’Europa. Aladino compare nella redazione francese de Le mille e una notte, è un cialtrone e un ladro, di lui non ci si può fidare granché. Ma un anello di protezione e una lampada magica con un genio lo rendono automaticamente un candidato ideale. Può colpire in volo come Perseo, ha a disposizione magie come Angelica, anzi, di più. E da ottimo ladro, è anche lui indiziato speciale per missioni di infiltraggio.

E infine, serve una creatura non umana, una specie di mascotte. E dal folklore medievale spunta la volpe Renard, che supera in astuzia tutti gli altri animali! Chi meglio di lui per guidare l’intrusione?

E così siamo arrivati a 12. Molti altri avrei voluto mettere, da Teseo a Sindbad, da Gilgamesh a Enkidu, da Davide a Sansone, da Orfeo a Ippolita, regina delle Amazzoni, e per finire Ossian, il bardo che avrebbe potuto narrare le vicende degli eroi.
E voi, chi scegliereste?

Eccoci dunque a parlare delle fonti del testo.
La “Chanson de Roland”, scritta dal sedicente Turoldo, è l’esempio tipico di chanson de geste francese. Qui parte la materia di Francia. L’edizione di cui sono in possesso, ottima, è edita da Mursia e curata da Finoli e Pozzoli.
Di Cú Chulainn potrete leggere in “Saghe e leggende celtiche – la saga irlandese di Cú Chulainn”, a cura delle solite Agrati-Maggini.
Beowulf è protagonista di un omonimo poema sassone, la cui edizione italiana, per i tipi di Carocci, è curata da Giuseppe Brunetti. Ci ha scritto peraltro un saggio Tolkien, saggio che potete trovare nell’antologia tolkeniana “il medioevo e il fantastico”, nella Biblioteca Medievale di Luni.
Per san Giorgio ho già menzionato la “Leggenda aurea”, mentre per il Robin Hood più antico e folklorico consiglio il prezioso e quasi introvabile “Le ballate di Robin Hood”, a cura di Nicoletta Gruppi, in Einaudi.
De “Le mille e una notte” esistono mille e una versioni in mille e una edizioni diverse. Non sono in grado di eleggerne una a mia favorita, se già io e la mia compagna ne abbiamo due diverse.
“Le metamorfosi” di Ovidio ci parlano di Atalanta, mentre per Angelica chi meglio del Boiardo col suo “Orlando innamorato” e dell’Ariosto e il suo “Orlando furioso”? Le mie edizioni sono in Einaudi.
Per concludere, per approfondire il tema del personaggio di Renart, consiglio, di Massimo Bonafin, “Le malizie della volpe. Parola letteraria e motivi etnici nel Roman de Renart”.
Di Ossian torneremo a parlare, lasciamolo lì un momento.

#32. Traditori.

«Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,
disse ‘l maestro, «è Giuda Scarïotto,
che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
De li altri due c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
e l’altro è Cassio, che par sì membruto.

[Dante Alighieri, “Inferno”, in “Commedia”]

Siamo alla fine del nono cerchio, quello dei traditori. Un Dante quantomeno inquieto – e vorrei ben vedere – si trova dinnanzi a Lucifero in persona, che tradì Dio ed è quindi qui dannato. È alto come un palazzo, per metà conficcato nel ghiaggio, ed ha tre facce, e le tre anime che con le sue tre fauci maciulla sono i peggiori traditori in assoluto: Giuda che tradì Gesù, Bruto e Cassio che tradirono Giulio Cesare. E così Dante unisce perfettamente in una dissacrata foto di gruppo i due traditori di Dio (padre e figlio) e i due traditori dell’Impero (quasi altrettanto grave, essendo Dante ghibellino).
Il nono cerchio, peraltro, è pieno zeppo di traditori (e ci mancherebbe altro) presi dalla cronaca del tempo, dalla storia (ma è clamorosa l’assenza di Efialte, pastore che con il suo tradimento causò la morte degli spartani di Leonida… ma chissà quanto era nota la vicenda nel Trecento) e dalla mitologia. Anche dalla mitologia arturiana. E se fugacemente vi compare Mordred (ribellatosi contro il padre Artù), tra i traditori della propria famiglia o della patria, è vistosa, vistosissima, l’assenza di due personaggi che – per carità, per amore! – una certa esperienza in tradimento l’hanno messa in campo.

Mi riferisco a Lancillotto e Tristano, con le sodali Ginevra e Isotta.
E sì, stiamo per tuffarci in un altro post a tematica arturiana, ma questo l’avevate già capito.

Intanto diciamo che Dante ci parla di questa gente, in realtà. Non li dimentica. Ci parla di Lancillotto e Ginevra nella vicenda di Paolo e Francesca («galeotto fu il libro e chi lo scrisse», tipo «mortacci loro e di chi non glielo dice con la mano alzata»). Ma soprattutto mette all’inferno Tristano, anche se derubrica il tradimento nei confronti della famiglia (re Marco è suo zio), passandolo dal girone dei traditori ad un più lieve secondo cerchio (tra i lussuriosi, travolti da incessante bufera come in vita furono travolti dalle passioni). Ma vediamo di analizzare i due casi, per capire se i quattro amanti potevano anche fare una fine peggiore, o se sono stati ingiustamente accusati.

Tristano e Isotta

La vicenda di Tristano e Isotta è spesso inserita nel grande corpus della materia di Bretagna, ma ne è originariamente distinta. Nelle storie più antiche Tristano non è un cavaliere della tavola rotonda.

I fatti. Tristano è un giovane valentissimo cavaliere, figlio dei signori di Lyonesse/Leonois Meliadus ed Eliabel, oppure Rivalin e Blanzifleur (secondo Thomas e Goffredo di Strasburgo). La madre, avvertendo prossima la morte per le conseguenze del parto, gli dà il nome di Luke Tristano, dacché avrà un’esistenza triste. E non sa nemmeno quanto. Dopo esser stato educato al combattimento e alla musica dallo scudiero Governale, va a prestare servizio dallo zio, re Marco di Cornovaglia che, diciamolo, è un pezzo di merda. Agli occhi del lettore moderno questa già sarebbe una gigantesca attenuante, se non una giustificazione tous court, ma per il sapore antico non era così. Anzi. Più il signore era stronzo, più ci faceva bella figura l’eroe a prestar fede alla stupida promessa fattagli. Così Eracle fa bene a portare a termine le dodici fatiche invece di spezzare le corna a Euristeo per le sue richieste assurde, e Cu Chulainn fa bene a prestare servizio come cane da guardia a Culann per averne ucciso il cane precedente.
E così il buon Tristano aiuta re Marco, al punto che libera la Cornovaglia da un tributo umano dovuto all’Irlanda, uccidendo il fortissimo e gigantesco guerriero Moroldo (anche Morholt), come ogni anno venuto ad esigerlo (vi ricorda mica qualcosa? tipo Teseo?). In questo combattimento, però, rimane ferito, e l’arma avvelenata di Moroldo gli causa una malattia mortale, e quindi chiede di essere deposto su una scialuppa in balia dei flutti, e la scialuppa lo porta, per la legge del culo jedi destino, proprio in Irlanda, dove viene salvato da Isotta la Bionda, principessa d’Irlanda e pure maestra nell’uso di pozioni. Tralasciando una dozzina di capitoli intermedi, Tristano dopo qualche anno torna in Irlanda e vince, per conto di re Marco, la mano della principessa. La madre di Isotta, anch’essa pozionara, prepara un magicissimo filtro d’amore che farà sì che la figlia si innamorerà della prima persona che vedrà dopo aver bevuto, e le consegna il filtro perché lo beva dopo il matrimonio, in camera con re Marco. La sfiga fa sì che la giovane bevva il filtro in nave con Tristano, e scoppia il casino.

Ysot ma drue, Ysot mamie
en vus ma mort, en vus ma vie
[Thomas, “Tristan”]

A questo punto il bravo Tristano e la brava Isotta sono belli e fottuti, perché non possono fare più nulla per sottrarsi al loro amaro destino. Che li farà amanti incomparabilmente infelici, bastonati dalla sorte, scoperti, costretti a prove drammatiche. Tristano resterà sempre fedele alla regina. In esilio si sposerà con la sorella dell’amico Kahedin, chiamata Isotta dalle Bianche Mani, impegnandosi però a non toccarla per un anno. E l’anno non scadrà mai, perché un giorno Tristano resta avvelenato, e manda un messo a chiamare Isotta la Bionda per aiutarlo. Dà istruzioni al messo che, sulla via del ritorno, metta vele bianche se Isotta lo ama ancora ed ha acconsentito a venire a curarlo, altrimenti nere (vi ricorda mica qualcosa? tipo Teseo?). Guarda caso, Isotta accorre, ma il messo dimentica di cambiare le vele, Tristano vede le vele nere e muore di dispiacere. Isotta arriva, e muore di dispiacere pure lei. Come ci dice Maria di Francia nel “Lai del Caprifoglio”, se si tenta di separare il nocciolo e il caprifoglio, muoiono entrambi.

Mais ki puis les volt desevrer,
Li codres muert hastivement
Et chevrefoil ensemblement
— Bele amie, si est de nus :
Ne vus sanz mei, ne mei sanz vus.
[Marie de France, “Lai du chèvrefeuille”]

Il verdetto: per l’accusa di tradimento, Tristano e Isotta sono assolti perché il fatto è avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà. Per l’accusa di lussuria, Tristano e Isotta sono assolti perché il fatto è avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà.
Sia che prestiamo fede alla versione di Beroul, per la quale è stato solo il filtro a renderli schiavi dell’amore l’uno per l’altra, sia che si segua quella di Thomas, per cui già si amavano, è comunque il filtro a farli agire contro l’onore loro e di re Marco, non la scelta. Finché hanno libera scelta, infatti, seguendo il loro dovere stanno prestando fede ai giuramente fatti e stanno rispettivamente portando allo zio la sposa come promesso, e andando in moglie al re di Cornovaglia obbedendo ai desideri della famiglia. Non hanno ceduto alla lussuria e non hanno tradito. Fino a quando non sono stati costretti dall’elemento soprannaturale. Tristano, dimostrando nei fatti la sua indole di fedeltà, non tradirà mai neppure Isotta la Bionda, nemmeno quando esiliato si troverà a sposare Isotta dalle Bianche Mani.

Quindi possiamo dire che non solo la loro pena non andava commutata in “nono cerchio”, ma che anche il “secondo” è di troppo. E re Marco è comunque un pezzo di merda, e quindi un po’ se l’è anche meritato, e vaffanculo.

Lancillotto e Ginevra

La vicenda di Lancillotto – a prima vista assimilabile – è in realtà molto diversa. Intanto dobbiamo verificarne il contesto storico. La storia di Tristano è di derivazione molto antica (la storia si radica in similitudini con miti che vanno dalle vicende del ciclo celtico dell’Ulster fino alle antiche mitologie dell’antica Grecia e oltre). Al contrario la mancanza di riscontri antecedenti ci porta a ritenere Lancillotto un’invenzione di Chrétien de Troyes, ed è quindi databile al XII secolo. Chrétien scriveva alla corte di Marie de Champagne, una donna viva e brillante, amante delle arti e della letteratura in particolare, figlia di Eleonora d’Aquitania. Pare che Marie fosse una profonda sostenitrice dell’amor cortese (e lasciamo al lettore trarre le conclusioni su cosa questo significasse in pratica). Cosa si intende con amor cortese? Si parte dalla convinzione che l’amore nobiliti il cuore che lo porta, e lo nobiliti a causa della tensione causata dall’equilibrio tra profonda gioia e disperata disperazione, grande fervore, vicina intimità e distanza incolmabile. In pratica, l’amor cortese è impossibile all’interno del matrimonio, ed è adulterino per sua stessa natura. E radicale è la distinzione tra matrimonio e amore. Ovvio quindi che in questa corte nasca il personaggio di Lancillotto (o almeno che prenda la forma a noi più nota), e la relazione adulterina per antonomasia, quella tra il cavaliere e la regina Ginevra.

I fatti. Figlio di re Ban di Benoic, alleato di Artù nell’epoca in cui questi deve unificare il regno contro i baroni ribelli (tra i quali il più acerrimo è re Lot di Orkney, padre di Galvano e marito di Morgause o Morcadès, sorella maggiore di Artù), Lancillotto, a seguito della caduta e morte del padre, viene allevato e cresciuto da un’incantatrice, nota come la Dama del Lago, insieme ai cugini Lionello e Bohors.
La Dama è la stessa che dà Excalibur al re, in cambio della promessa che il re, un giorno, avrebbe esaudito un suo desiderio. E questo desiderio si presenta quando la Dama manda alla corte del re Lancillotto, cresciuto, perché sia armato cavaliere ed entro al suo servizio.
Artù nel frattempo ha unificato e consolidato il regno, ha nominato il suo primo cavaliere – il giovane Galvano, suo nipote (che è anche il primo in linea dinastica per una eventuale successione). Segnamoci questa cosa, perché è importante.
Lancillotto si presenta a corte, viene accolto, e deve essere fatto cavaliere. Nonappena lui e Ginevra si vedono, si innamorano l’uno dell’altra, e così il giovane fa di tutto per riuscire, con un escamotage, a farsi nominare cavaliere dalla regina anziché dal re, e riceve da lei la sua spada. Anche questo è importante, segnamocelo.
Lancillotto non è cavaliere molto presente a corte, tutt’altro. Preferisce camuffarsi e partire errante, e senza farsi riconoscere partecipare a imprese e tornei, nei quali ottiene grandi lodi e onori, e sparisce prima di ritirare il premio per non farsi scoprire.
Dalle Isole Lontane, però, cala Galehaut (Galeotto, lui, non il libro), “figlio della bella gigantessa”, con il suo esercito. Costui – identificato pseudo-storicamente come un invasore vichingo – ha deciso di sottomettere trenta re, e gli manca solo Artù per portare a termine l’impresa. Ma quando Galehaut sembra avere ormai in mano la vittoria, le imprese di Lancillotto cambiano le sorti della battaglia, e lo stesso Galehaut visto il grande coraggio e la prodezza del cavaliere decide di arrendersi a lui, diviene il suo più grande amico e consegna il suo regno ad Artù. Fa anche da internediario e organizza il primo incontro clandestino tra Ginevra e Lancillotto, ed è per insistenza della stessa regina che Galehaut, Lancillotto e il suo fratellastro Estor delle Paludi diventano cavalieri della Tavola Rotonda.
Tralasciando anche qui le mille imprese che costituiscono il corpus del Lancelot en prose e dei mille altri testi che ne descrivono la gloria, ricordiamo solo che è Lancillotto il cavaliere che salva Ginevra, caduta – per imprudenza del re – nelle mani di Meleagant il fellone.

Alla fine di tutta la vicenda, i due amanti vengono scoperti da Agravain, il fratello scarso e poco acuto di Galvano, e da questo si ingenera la fine della tavola rotonda. A seguito della formalizzazione dell’accusa alla regina – episodio al quale Galvano, pur di non prender parte a un’azione tanto orrenda, non partecipa – Lancillotto e il suo clan irrompono per liberare la regina, e in questa azione l’amante di Ginevra, non riconoscendolo, uccide alle spalle un disarmato Gueheriet, fratello di Galvano oltre che uno dei cavalieri più forti ed amati della tavola rotonda. Questa azione scatena l’ira di Galvano, e da qui partirà la guerra tra i due più forti cavalieri del mondo, guerra che condurrà alla fine dell’era arturiana.

Ora, riprendiamo un attimo quei due punti segnalati prima. Galvano e Lancillotto, i due cavalieri più forti, più nobili e più famosi della corte di Artù, non sono assolutamente due personaggi equivalenti o interscambiabili.
Galvano è un personaggio solare, la sua forza cresce all’approssimarsi di mezzogiorno, orario al quale diventa invincibile, non nega mai il suo nome e non si presenta mai sotto false insegne.
E come eroe solare è legato al re (è il primo cavaliere fatto da Artù, ed è anche primo cavaliere e difensore del regno. È il cavaliere del re.
Al contrario Lancillotto è un personaggio lunare, cede alla follia, si presenta spesso mascherando le insegne o nascondendo il nome, sia volontariamente che in episodi come quello della Carretta. E soprattutto è il cavaliere della regina, è da lei fatto cavaliere, da lei riceve la spada, in suo nome compie le proprie imprese e sempre in sua difesa si erge quando ella abbisogna di un campione per un giudizio di Dio.
Anche l’adesione alla tavola rotonda di Lancillotto è richiesta dalla regina.

Il verdetto. Lancillotto è scagionato dall’accusa di tradimento nei confronti di Artù per il cavilloso fatto che in realtà alla regina, e non al re, deve tutto, e della regina è cavaliere. I suoi feudi gli derivano per eredità paterna da Ban di Benoic che non era vassallo di Artù. Sarebbe colpevole di tradimento verso l’amico (Artù, ma anche Galvano), ma qui si va nel fumoso. L’amicizia con il re non è mai chiarissima, è più che altro una certa stima, e pare un po’ poco. E con Galvano c’è amicizia, ma non è Galvano che tradisce, in fondo, e cerca anche di evitare lo scontro finale.
È però colpevole per quanto riguarda l’accusa di lussuria: la passione lo travolge al punto di mettere a repentaglio tutto il regno di Logres. Diciamo che il piazzamento (anche se non direttamente, ma solo per nomina) di Dante è corretto, quindi. Potremmo anche accusarlo di falsa testimonianza, quando difende l’onore della regina in un giudizio di Dio.

Ginevra, viceversa, non è solo colpevole di lussuria, ma anche di tradimento. Lei non ha la scusante di Isotta, non ha bevuto alcun filtro. Decide deliberatamente del suo destino, e la sua scelta condurrà alla tragedia non tanto / non solo lei e Lancillotto (tra i pochi a sopravvivere alla fine di tutto, seppur ritirati in conventi), ma tutto il mondo arturiano

Ma quindi, Lancillotto la sfanga? Si becca solo le accuse minori, mentre Ginevra viene fregata? Eh sì, è furbo il ragazzo. Si è messo a posto la coscienza e con la legge attraverso i magheggi e i trucchetti sul fatto di essere cavaliere della regina, ma ha inguaiato la sua dama. Non sarà traditore, ma resta comunque un pezzo di merda, moralmente…

Il corpus della letteratura arturiana, riguardo i temi trattati, è veramente vasto.

Qui si è parlato delle tre opere su Tristano di Thomas, Beroul e Goffredo di Strasburgo.
La versione di Béroul (giullare normanno del XII secolo) – della quale ci sono rimaste poche migliaia di versi – è considerata la versione più aderente alla leggenda primitiva ed è matrice di molte traduzioni e versioni successive, tra cui il “Tristrant” tedesco di Eilhart d’Oberg e il “Tristano in prosa” (che comprende anche molte altre vicende oltre a quelle di Béroul. In italiano il Tristano di Béroul è pubblicato da Jaca Book.
La versione anglo-normanna di Thomas (anglo-normanno vissuto alla corte di Enrico II ed Eleonora d’Aquitania), altrettanto mutila di quella di Béroul (ne abbiamo sostanzialmente solo la conclusione), è considerata la versione “cortese”, quella che introduce più elementi rispetto al sostrato celtico. In Italia è pubblicato da Garzanti.
La sua versione della vicenda ci è nota anche grazie a Goffredo di Strasburgo, che nel primo decennio del Duecento ne compila una traduzione in tedesco. Anche il suo romanzo (edito in Italia negli Oscar Mondandori) ci è giunto mutilo, ma la benevolenza della sorte fa sì che la parte perduta sia in questo caso proprio il finale che manca in Thomas, per cui con i due testi riusciamo a coprire l’intera storia (peraltro ripresa anche in traduzione norvegese da Frate Roberto, 1226).

Si è poi parlaro si Lancillotto, e di Chrétien che gli ha dedicato il suo “Lancillotto o il cavaliere della carretta”, probabilmente il primo, il più famoso e il più bello dei romanzi che riportano l’intera vicenda degli amori di Lancillotto e Ginevra.
Altro opera fondamentale è l’anonimo “Lancillotto in prosa”, o “Ciclo vulgato”. Corpus estremamente complesso e intrecciato, con le vicende che scorrono parallele intrecciandosi le une alle altre come in un romanzo moderno – ma con un certo disamore verso una cronologicità coerente – il Ciclo vulgato è pienamente godibile per il pubblico moderno anche attraverso la rielaborazione moderna di Jacques Boulenger, versione che mi piace molto.

Un lavoro che prende tutte le storie e le mette insieme, Tristano incluso, è la “Storia di re Artù e dei suoi cavalieri” di Thomas Malory. Ma è opera più recente (XV secolo) e molto interpolata, e anche se bellissimo (e avente il merito di approfondire in maniera originale le vicende di Gareth (Gueheriet), fratello di Galvano, lo amo meno di altre opere. In Italia lo troviamo edito negli Oscar Mondadori.

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