Il canneto di Eridu

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#56. Zampe.

Un amico scrittore, una volta, scrisse in un forum: “Preferisco quando i gatti non tornano”. Si riferiva al fatto che piuttosto che vederli morire preferiva immaginarli lontani. Preferiva pensare sempre che da un momento all’altro, girando per la città, avrebbe potuto fare capolino da un angolo il crapone di un suo vecchio gatto scomparso da tempo, dopo aver vissuto chissà quali avventure.

E io gli risposi che, al contrario, preferisco quando tornano. Quando tornano, quando muoiono in casa. Perché un gatto che non torna, in realtà, il più delle volte vede l’asfalto da troppo pochi centimetri di distanza, e sente odore di sangue, e male ai denti, e odore di benzina. E sente un rumore assordante, e vede le luci rosse di un’auto che se ne va. E ha sempre più freddo, e non ha una carezza, e nessuno a fargli compagnia prima dell’ultimo viaggio. Non ha il suo cuscino, la sua ciotola, né quello strano animale scodinzolante che a volte gli fa paura ma non gli ha mai fatto del male, e che lui a volte si diverte a torturare.
E ha paura, non sa perché ma ha paura. Una fottuta paura.

E non è che la mia immaginazione non sia in grado di inventare avventure e strade da esplorare e gatti randagi da sopraffare. Ci riesco. Ma non mi convinco, e vedo l’asfalto. E sento l’odore delle gomme.
Quindi sì, preferisco quando tornano, e preferisco prendermi la mia parte di dolore per un piccolo compagno di viaggio con le zampe.

Ho cani. Ho un gatto. Ho un furetto. E ho avuto contatti con i criceti (la mia compagna li ha avuti per anni, l’ultimo ci ha lasciati oggi, ciao Pico!). Gli animali domestici hanno da tanti anni un ruolo non trascurabile nella mia vita. Con questo non voglio dire che sono uno di quei cazzoni che trattano gli animali come figli e le persone come animali. Non chiamerò mai un chihuahua Fifì e non gli comprerò un cappottino da trecentottanta euro. Ma mi piace avere gente intorno, e allo stesso modo mi piace avere animali intorno.

E quindi ho un occhio di riguardo per gli animali domestici nei film e nei racconti, nella letteratura e nella leggenda, nella storia. Esercitano in me sempre un certo fascino. Mi commuovo sempre con la storia del falcone di Federigo degli Alberighi, nel Decamerone. E trovo sempre esaltante la vicenda dell’animale “domestico” di Ivano, nientemeno che un leone.
E anche nella fiaba popolare, il gatto con gli stivali ha sempre goduto dei miei favori.
E non parliamo di Jack London! Anzi, no, parliamone, perché Zanna Bianca e Buck sono personaggi che sanno dare emozioni fortissime. Fortissime.

E mi piaceva assai Pip, serpente volante di Flinx del Commonwealth galattico, saga di fantascienza di Alan Dean Foster.

Passando poi alla cinematografia, che dire dei quattro bassotti per un danese del film Disney? E il gatto venuto dallo spazio? E poi da piccolo guardavo i film di Beniamino, un cagnolino estremamente intelligente che trovava soluzione a un sacco di problemi, e c’era un film Disney in cui un pastore tedesco, un gatto e un vecchio cane bianco riuscivano a ritrovare la via di casa con un viaggio di centinaia di kilometri attaverso le Montagne Rocciose (se qualcuno ne ricorda il titolo, mi fa un favore…). E di furetti ce ne sono almeno un paio, da quello di “Taron e la Pentola magica” a quello di Schwarzenegger in “Un poliziotto alle elementari”. Di criceto ricordo quello teledipendente in “Bolt”. E Caramello, in Meterra, romanzo di Andrea Cisi, che è poi lo scrittore di quel forum di cui ho scritto all’inizio del post…
Non sono mai stato, invece, un fan di Rin Tin Tin, Lassie o Flipper. Ma se vogliamo considerarlo una specie di animale domestico, beh, Gizmo, diamine, Gizmo sì.
E Garfield, e Isidoro, e Snoopy & Woodstock: eccellenti, sì, eccellenti, ma potrei adare avanti in eterno, così è tempo di fermarsi, di rallentare, di cedere il passo.

A voi, naturalmente. Qual è l’animale domestico che preferite, nella letteratura, nella storia o nella leggenda?

La novella di Federigo degli Alberighi è raccontata da Fiammetta nel quinto giorno, nona novella. Ovviamente mi riferisco al Decamerone del Boccaccio.

La vicenda del leone e di Ivano è narrata in Ivano o il cavaliere del leone, di Chrétièn de Troyes.

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#47. Tesoro.

Mi è capitato uno di quei colpi di fortuna che si raccontano nelle leggende metropolitane. Di quelli tipo che il papà di Billy trova Gizmo dal mercante cinese. Tipo Bilbo che trova l’unico anello. Ma senza gremlins e nazghul attaccati al culo.
Ma procediamo con ordine, che qui si fa confusione e si ingenerano aspettative che saranno poi disattese.

Cominciamo col dire che non ho trovato niente che mi renderà più ricco economicamente. Niente monetina comprata a 5 € che in realtà ne vale 400.000, niente crosta impolverata che si rivela un Van Gogh, niente cartolina con dietro un disegnino a penna di Picasso comprato al mercato delle cartoline pucciose natalizie. Tranquilli. In compenso ciò che ho trovato mi arricchirà in maniera gargantuesca dal punto di vista culturale, e darà modo alla mia anima di edificare torrioni invincibili di tracotante visione della luce superna. Mica pane e merda, insomma.

Un passo indietro. Nel fine settimana, onde sfruttare regalo di vacanzina in scatola regalatoci tempo fa e ormai prossimo alla scadenza, io e la mia compagna ci siamo concessi un giretto nella zona del Delta del Po, abbiamo visitato Adria, abbiamo pucciato le manine nella foce del Po di Tolle, abbiamo attraversato paesini dai nomi curiosi (Gnocca, Donzella, Oca, in sequenza). Infine, prima di andare a vedere un paesino litoraneo dove ero stato in vacanza poco più di trent’anni fa, ecco che facciamo tappa a Comacchio, dove sfoggio il mio “culo da sagra”. Eh sì, perché quando decido di visitare un posto, spesso, cocco l’evento topico stagionale prenotando il giorno quasi a caso. Così per esempio, a Füssen, in Algovia, ho beccato a cazzo l’annuale Kaiserfest (epocale rievocazione storica, tipo che non c’avete idea, colla giostra dei cavalieri, i soldati in armatura, i cani da guerra bardati, le schiave coi serpenti…), a Ravenna la Notte d’oro, a Bolzano sono finito nella settimana della musica e nel mio albergo c’era pieno di giovani musicisti di tutto il mondo. E ieri a Comacchio, cosa poteva esserci? Nientemeno che la “Sagra dell’anguilla”.

Per carità, onore e rispetto per il povero pesce serpentiforme, che in forma di larva si è fatto una gran camminata per arrivare dal mar dei Sargassi fino al delta del Po, ma vi devo dire che fatto arrosto in spiedo è cibo di ottimo pregio, che si gradisce assai con la polenta.

Detto questo, per i comacchiesi è uso in occasione della sagra avere molte bancarelle in giro per la città, e tra queste ve n’erano diverse di libri vecchi e usurati, di audiocassette (sembra quasi sia passata un’eternità, eh?) e financo qualche videocassetta. E mentre curiosavo, la mia compagna – che evidentemente mi conosce – mi fa: “Questo ti può interessare?”. Mah… fa vedere.

Diamine.

Interessava, dannazione, interessava davvero. Un tesoro nascosto in una discarica. Un prezioso avvinto dal fango. Un vecchio libro degli anni Settanta, con una copertina in pelle come si usava all’ora, e piccole scritte in oro. “Dal Nilo all’Eufrate”. E che minchia sarà? E aprilo, idiota…
E tosto apertolo, eccolo rivelarsi per una antologia-compendio di letterature antiche…

Potete (potete?, ma sì, dai, se girate da un po’ su questo blog potete) immaginare il mio crescente stupore quando sfogliandolo ho iniziato a trovarci roba tipo un Inno ad Ishtar del 1600 a.C., altre preghiere, un frammento di canto d’amore sumerico del 2000 a.C..
E poi il Poema di Gilgamesh (del quale, per inciso, ho da poco assistito a una coinvolgente rappresentazione teatrale itinerante all’interno delle mura di Pizzighettone, in provincia di Cremona), forsela più antica composizione epica dell’umanità e, cosa davvero stupefacente, di una attualità e forza sconvolgenti, con il suo confronto tra l’uomo apparentemente invincibile e la paura della morte, ella sì invincibile.
E poi l’Enuma Elish, in molte delle sue parti più interessanti, testo cosmogonico sumerico della prima parte del II millennio a.C., e la storia di Nergal e Ereshkigal, le divinità babilonesi dell’oltretomba, e l’altro grande poema epico sumerico, quello di Enmerkar e il signore di Aratta, del quale ho avuto già modo di parlare. E poi detti, proverbi, testi gnomici, memorie storiche e passi del codice di Hammurapi.

Ma come preannunciato dal titolo, non c’è solo Mesopotamia. Anche letteratura Hittita e Ugaritica. E testi rituali egizi, e fiabe, e la storia di Sinuhe, e poesie d’amore.

Praticamente nel comodissimo spazio di un libro ho tutto quanto ci hanno lasciato le più antiche civiltà della nostra porzione di mondo, ho due millenni di saggezza, di bellezza, di domande, di amore, di truzzismo e di immortalità. Pronti per essere assorbiti. E il tutto a quale prezzo? Alla smodata cifra di un euro, peraltro pagato dalla mia compagna dacché non avevo moneta. Certo che la saggezza dell’umanità costa proprio poco, eh?

Che gran culo.

Il testo è “Dal Nilo all’Eufrate. Letture dell’Egitto dell’Assiria e di Babilonia”, è edito da Edipem ed è il n° 59 della collana “La nostra biblioteca classica in cento volumi”. La scelta dei passi e le note al testo sono a cura di Alfonso Di Nola.

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