Il canneto di Eridu

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M2 – La parete rupestre

La parete rupestre
Dopo l’imprevista (e per me fortunata!) parentesi con il tema “sfumatura”, grazie a Göbekli Tepe, torniamo all’ultima nata tra le rubriche del canneto di Eridu, il Mausoleo.
Vi ricordo brevemente l’idea: si tratta di costruire un grande mausoleo dedicato all’umanità, in particolare alle persone che in qualche modo, secondo me, hanno contribuito a rendere grande l’umanità (persone reali o inventate, dacché anche le persone reali sono in parte inventate, visto che la loro storia passa attraverso la narrazione della stessa, e le inventate sono in parte reali, perché dalla realtà umana prendono spunto e la narrazione delle loro gesta non è dissimile da quella delle persone reali). È giunta l’ora, quindi, di continuare con la nostra opera architettonica e dunque aggiungiamo un nuovo elemento, dopo l’altare di Omero.

Con Omero abbiamo celebrato la narrazione. La capacità di narrare è uno degli elementi che caratterizza l’animale uomo, forme narrative (non semplicemente comunicative) in altri animali sono ignote. Un’altra delle attività umane più importanti che (al momento…) pare piuttosto caratterizzante è il fare arte, ovvero realizzare qualcosa per la ricerca del bello, senza un fine utilitaristico o di altro piacere immediato che non sia puramente estetico. L’arte come voglia di abbellire il mondo.
È anche vero che questo è sintomo di un’ambizione sconfinata, dacché per pensare di far qualcosa di più bello del Sahara, dei fiordi norvegesi, degli specchi lacustri delle Alpi, delle imponenti pareti innevate dell’Himalaya, o semplicemente dell’immensità del mare (e per tacer del sole!) occorre essere follemente ambiziosi, e follemente superbi.

Ma follemente ambizioso l’uomo lo è. E anche follemente superbo. Non c’è niente di stupefacente, quindi nel fatto che ci provi sempre, spesso con risultati disastrosi (sarebbe più bello il mondo senza l’uomo? ecco una domanda inquietante). Ma a volte invece ci riesce. E ci riesce bene. Non è questo il momento di fare un elenco di opere che a mio modo di vedere hanno abbellito il mondo, ma voglio comunque citare alcune tra le più antiche rinvenute: mi riferisco alle pitture rupestri di Altamira, in Spagna, e di Lascaux, in Francia (purtroppo queste ultime sono al momento in cui scrivo non visitabili, a causa di infestazioni fungine che vengono trattate per restaurare il sito), risalenti ad un periodo compreso tra i 18500 e i 16000 anni fa (circa 5000 anni prima di Göbekli Tepe, una distanza temporale superiore a quella che separa noi dalla costruzione della piramide di Cheope). Al momento la funzione di queste opere resta ignota, non sappiamo se aveva uno scopo cultuale, propiziatorio o semplicemente estetico. Ma che sia arte, in un qualche modo, è indubbio, e che l’uomo sapesse già raffigurare la realtà e riconoscere le pure forme, separandole dall’oggetto reale, è altrettanto evidente.

Per cui celebriamo l’arte, nel canneto di Eridu, e nel grande Mausoleo ecco che a far compagnia all’altare di Omero mettiamo qualcosa che celebri l’arte di un grande assoluto. Un grande di cui non abbiamo un nome, non sappiamo che faccia avesse, nemmeno che lingua parlasse e che suono potesse avere la sua lingua. Ma una parete dipinta con scene rupestri, nel mausoleo del canneto ci sta proprio bene. Non gli do un nome fittizio: qualsiasi nome rifletterebbe pregiudizio o fallacia nel mio pensiero verso quell’antichissimo maestro. E nemmeno gli attribuisco un nome collettivo, per non trasformarlo in un suono privo di significato. Ma lo riconosco come uno dei grandi assoluti della pittura, e gli tributo l’onore che merita.

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#63. Sfumatura.

“Ho capito la sfumatura signore.
Propongo una nuova tattica: c1, fai vincere il wookiee.”
[C3PO/D3BO, Guerre Stellari, ep. IV]

C’è un concetto che fin da piccoli non ti insegnano, ed è quello della sfumatura. Forse è troppo complicato da imparare e te lo lasciano per quando sarai più grande. Anche se a volte ti viene da chiederti se non è più difficile convertire i tuoi colori piatti in sfumature, una volta che li hai già fatti tuoi.

Per esempio, partiamo dall’asilo: cominci a colorare coi pennarelli dentro le righe. Qui ci va il giallo, tutto quello che è dentro è giallo, lo stesso giallo, e fuori ci va il non-giallo. Altro pennarello, altro colore: qui ci va il rosso. E così via. Le sfumature verranno più avanti, sono difficili. E ti abitui a ragionare per compartimenti chiusi, precisi, definiti. Limitati. Stai dentro le righe. Stai dentro il foglio.

E poi vai a scuola, e ti confronti con le materie. Questa è l’ora di geografia, in questa ora si fa solo geografia, ci sono i cazzo di fiumi da imparare. Affluenti di destra e di sinistra (che poi scoprirai che rispetto al Po gli affluenti di sinistra sono a nord, nelle “regioni di destra”, e gli affluenti di destra sono a sud, e percorrono le “regioni di sinistra”, ma lo scoprirai molto dopo, quando avrai capito che persino i concetti di destra e sinistra, così facilmente quantizzabili, sono sfumati…).
Poi c’è l’ora di storia, e si fa solo storia. E l’ora di arte, e a onor del vero non si fa solo arte ma anche un po’ di casino. Ma è normale: in arte si vedono le cose belle, si prova a fare cose belle, e il casino è bello. È difficile scindere casino e arte. Ma mischiare arte e storia, portarle avanti in parallelo, mischiarle con la geografia, e ricordarsi che arte e geometria vanno a braccetto, e geometria e matematica pure, e l’arte è sorella della biologia, e soprattutto che la filosofia è madre di tutto… bah, cose troppo difficili, più avanti. Si dice agli studenti: «dovete fare i collegamenti, i bravi studenti fanno i collegamenti». Certo, i collegamenti con le altre materie. Ma mica ti spiegano come fare. E soprattutto diventa difficile fare collegamenti tra storia che studio in prima e relativa arte che mi insegnerai in quarta. E ancor di più se l’insegnante di storia e quella di arte si reputano scambievolmente due stronze e fanno apposta a ripeterti che l’altra ha detto una cazzata.
E stai dentro le ore. Il ragionamento a compartimenti stagni inizia a cristallizzarsi, le porte che li collegano cigolano sempre più, i tombini si sigillano.

Quando sfogli un libro di storia, già dai titoli ti fai l’idea che l’uomo sia un organismo quantico, e la sua storia lo sia di conseguenza. “Preistoria”, “Egizi”, “Sumeri”… e continui a farti un’idea del mondo quantico. Pensi che i sumeri erano fatti così, vestiti così, e pensavano così, e poi “sono arrivati” gli assiri che invece erano fatti-vestiti-pensavano colà, e poi i babilonesi, e di fianco gli hittiti, e laggiù gli egizi, e tutti nascono, vivono, muoiono. Una concezione “creazionista” dell’umanità, dal punto di vista filosofico, con popoli che compaiono, quasi fossero stati creati.
E invece l’evoluzione dell’uomo, dei suoi costumi, dei suoi pensieri, non è discreta, e non procede a quanti. È fluida e continua, come dire… sfumata. E queste sfumature si allungano come gradienti nel tempo, ma anche nello spazio.

Quando finalmente riesci ad arrivarci, se ci arrivi, capisci che l’universo è effettivamente quantico, che i compartimenti stagni esistono davvero, ma sono a un livello così fine, così tessiturale (parlo di particelli, di quanti energetici per la struttura della realtà, e di singoli individui, non certo di società o popoli, per la struttura sociale e storiografica) che il suo effetto è radicalmente diverso da quello che pensavi. Diventa così facile comprendere che hai sbagliato tutto, diventa evidente che le categorie che hai fin qui usato per descrivere il mondo (le linee all’interno delle quali hai colorato) sono fittizie, che tutto è molto più sfumato e che ai margini tutto si compenetra e si contamina.

Lo capisci, eccome, in politica. Dove le diversità che credevi fondanti scopri che sono invece molto meno reali di quanto immaginavi. Lo scopri nella vita di tutti i giorni, quando – se sei fotunato – puoi assistere allo sgretolamento dei tuoi pregiudizi.
E lo scopri, se hai la fortuna di avere degli amici che ti portano articoli che hanno trovato su una rivista (grazie Sarah & Mauro!), quando ti rendi conto di quello di cui mi sono reso conto io.

Stiamo parlando di una stupefacente scoperta archeologica, effettuata nella Turchia anatolica – non lontano dal confine con la Siria – nel sito di Göbekli Tepe (inserisco qui una piccola notazione: badate bene che sono un fortissimo avversatore dell’archeologia sensazionalistica e scalporistica del tipo “accazzo la sfinge è in realtà di 25000 anni fa e l’hanno costruita gli allllieni”, ecco per dire, questa qui è roba seria).
Il sito è stato “scoperto” negli anni Sessanta, ma scavato metodicamente a partire da metà anni Novanta da gruppi di scavo tedeschi (Istituto archeologico germanico, poi Università di Heidelberg e di Karlsruhe). Il sito è costituito da un vero e proprio santuario megalitico (“Una cattedrale neolitica”, infatti, titola enfaticamente Elena Agudio su Art e Dossier di marzo 2013) risalente, secondo ipotesi confermate da tecniche da datazione al C14, a ben 11.000 (undicimila, cazzo!) anni fa. La struttura è veramente imponente, con pilastri di 15 tonnellate, bassorilievi, sculture raffiguranti animali e un insieme di simboli astratti e zoomorfi che potremmo trovare somiglianti a una primitiva forma di protoscrittura, o comunque di narrazione pittografica. E la cosa stupefacente è che siamo in quella che siamo abituati a considerare piena preistoria: i ritrovamenti di ossa di animali e resti di piante non sembrano lasciare dubbi, la gente che ha edificato questi impressionanti monumenti non aveva ancora vissuto quella che chiamiamo la “rivoluzione neolitica”, erano cacciatori e raccoglitori nomadi. E questo era il loro centro di culto, il santuario cui millenni di generazioni lavorarono e in cui millenni di generazioni confluirono per celebrare i loro riti.

Storia? Preistoria? Civiltà? Neolitico? Mesolitico? Scrittura? Tradizione orale? Religione? Sciamanesimo? Quanti di questi termini corrispondono a termini precisamente identificabili e non sfumati uno nell’altro? Potevano popoli come quelli che chiamiamo egizi, sumeri, greci, nascere dal nulla? Ovviamente no. Affondano in tradizioni anteriori, o coeve ma traslate nello spazio. Lo studio della storia “spot”, intendendo a spot sia spazialmente che temporalmente, non può che risultare dannoso nella formazione di una persona, spingendola a chiudersi nella confortevolezza delle proprie certezze, all’interno delle righe, come il bambino che colora bene.
E le evidenze archeologiche, ogni giorno di più, ci insegnano che il passaggio evolutivo sia fisico che sociale non è stato a spot, ma lento e sfumato, e faremmo meglio ad accettare il prima possibile che l’evoluzione e la contaminazione hanno costruito la civiltà, la storia, l’essere umano moderno.

Segnalo “Una cattedrale neolitici. Gli scavi di Göbekli Tepe in Turchia” di Elena Agudio, su Art e Dossier di marzo 2013, per una prima informazione su questa cultura mesolitica e le sue costruzioni megalitiche, e poi al volume – che devo ancora leggere, ma ho prontamente ordinato – “Costruirono i primi templi”, di Klaus Schmidt.

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