Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivio per il tag “Heinlein”

Almanacco, XV

Quindicesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
29 ottobre 2012

Nella città americana di Cincinnati, Ohio, il 29 ottobre del 1906 nasce un grande. Si tratta dello scrittore Fredric Brown, famoso soprattutto per i suoi racconti di fantascienza e il romanzo “Assurdo Universo”.
Devo dire che è uno scrittore che sento particolarmente vicino, per la predilezione per il testo breve o brevissimo, arguto, spesso con finale a sorpresa (e il famosissimo “La sentinella” ne è il τυπος). In pratica dovrebbe essere il mio scrittore ideale, quello da cui prendo ispirazione. Paradossalmente non è così, ho letto pochissimo di Brown. Tra gli scrittori dell’età d’oro della fantascienza – che va a costituire quasi un genere, anche se al suo interno ha migliaia di genere – ho letto tantissimo Asimov (Fondazione soprattutto) da ragazzino, ho amato i romanzi della legione dello spazio di Jack Williamson (space opera all’ennesima potenza), ho gradito molti lavori di Clarke. Ma soprattutto Heinlein, amato però non da giovane, ma riscoperto quando ero pronto.

E voi? Tra di voi sicuramente ci sono un sacco di lettori di fantascienza, e fantascienza pulp in particolare. Chi è il vostro preferito?

#49. Lealtà.

Le due conquiste più alte della mente umana sono i concetti gemelli di “lealtà” e di “dovere”. Quando questi concetti gemelli vengono disprezzati… squagliati in fretta! Magari riuscirai a salvarti, ma è troppo tardi per salvare quella società. È spacciata.
[Robert Anson Heinlein, “Lazarus Long l’Immortale”]

Mi dà sempre un sottile piacere iniziare un post con una citazione di Heinlein. Lo sento quasi come un modo per sdebitarmi con lui per Straniero in terra straniera, o per La luna è una severa maestra. Anzi, non per sdebitarmi, perché le ore di appassionato divertimento e di riflessione che mi ha regalato non potrò mai rendergliele, ma per rendergli l’onore che merita e che spesso non gli è concesso. Tra gli scrittori importanti del secolo tutti si guardano bene dal citarlo, e anche tra gli scrittori di fantascienza è ben lontano, nella fama e nel rispetto, da Asimov o Bradbury. Eppure, nonostante tutto, è stato Heinlein, nel bene e nel male, quello che mi ha dato più da pensare, e questo è un grande risultato: significa che il libro è in grado di andare molto al di là di quel che c’è scritto. Grokkate?

Grokkare è un termine fondamentale di Straniero in terra straniera, forse il più famoso, se non il più bello (sempre che “bello” sia una qualifica ordinabile) dei romanzi di Heinlein. Grokkare significa sostanzialmente “bere”, nella lingua degli enigmatici esseri di Marte. Ma anche, in senso traslato, “essere con qualcuno”, “comprendere” (prendere con sé, assimilare), capire, assorbire. Grokkare è un verbo che indica la piena assimilazione di qualcosa, che dopo fa parte di te integralmente. Potremmo applicare il termine “grokkare” alle cose che apprendiamo nell’infanzia, quell’insieme di valori che vanno a costruire il nostro io al punto che da semplici concetti esterni appresi vanno ad identificarci, a descriverci: quella è la piena assimilazione. Una persona è leale, ad esempio, di indole, di comportamento, in base a elementi appresi nell’infanzia, e che finiscono per definirlo, appunto, “leale”. Uno può tenere dei comportamenti leali anche simulati, o per motivazioni contingentali (tornaconto, denaro, opportunità provvisorie o durature), ma non “è” leale. Non ha grokkato la lealtà.

La lealtà è una qualità poco apprezzata. Se ci pensate, al pensiero della lealtà finirete per collegare, nella cinematografia o nella letteratura contemporanea, figure di secondo piano, spesso non troppo intelligenti, “ma” leali (come Samvise Gamgee nel Signore degli anelli), oppure subalterni dotati di una lealtà spesso mal riposta in personaggi tanto superiori quanto poco degni di tale lealtà, al punto da diventare spesso una virtù negativa, un sinonimo di fanatismo, oppure di cieca devozione.

In realtà la lealtà, piuttosto che nei confronti di una persona, è un atteggiamento generale nei confronti della vita. Un individuo leale non è quello che protegge il suo capo anche a costo di comportarsi in maniera sleale nei confronti degli altri. Quella sarebbe una lealtà contingentata, a una persona, a una situazione, a un’azione. Il “leale”, colui che ha grokkato la lealtà, va cercato in ben altro genere di personaggi.

In particolare vorrei citare due personaggi che camminano sul filo sottile che separa storia, letteratura e leggenda. Galvano e Attilio Regolo. Non mi occuperò delle relative figure storiche o paleo-leggendarie, ma dei personaggi descritti in particolare in due opere.

In Syr Gawayn and the Grene Knight, Galvano, cavaliere che chi mi segue da un po’ avrà imparato a conoscere, è protagonista di un’avventura in cui viene messa a prova la sua lealtà. Attenzione, non la sua “lealtà al re”, ma la lealtà in generale, come atteggiamento nella vita.
Durante la festa di capodanno irrompe alla corte di Artù un gigantesco cavaliere, completamente verde, sia negli abiti che nella pelle e nella chioma. Costui sfida la corte, chiedendo se c’è un cavaliere che ha il coraggio di accettare la sua sfida: il cavaliere verde si farà tagliare la testa dal cavaliere di Artù se questi accetterà, dopo un anno, di farsi tagliare la testa dal cavaliere verde. Per far sì che non venga gettato biasimo sulla corte di Artù, è Galvano che accetta di sottoporsi alla sfida, e taglia la testa al cavaliere, che poi tra lo stupore generale la raccoglie e se ne va.
Dopo un anno Galvano parte alla ricerca della dimora del cavaliere verde per prestar fede alla parola data. Dopo una serie di avventure, raggiunge un castello dove il signore locale, Bertilak, lo ospita, invitandolo ad un gioco: per tre giorni Bertilak andrà a caccia nella foresta e Galvano resterà nel castello, e alla fine della giornata si scambieranno i premi ottenuti.
Nei tre giorni, la moglie di Bertilak mette alla prova la lealtà di Galvano, insidiandolo. Galvano accetta solo dei baci casti (per non tradire la cortesia), sulla guancia, che rende come “premio della giornata” a Bertilak. Alla fine del terzo giorno, però, la dama del castello offre a Galvano una cintura verde che lo salverà dalla decapitazione, a patto che questi non lo riveli a nessuno. Quando si trova a scambiare i premi con Bertilak, Galvano, costretto a scegliere se dare la cintura e tradire la fiducia della dama, o non darla e tradire la fiducia di Bertilak, decide di non dare e dire nulla.
Così, il giorno dopo, quando si presenta il cavaliere verde per tagliargli la testa, Galvano subisce tre tentativi di spiccargli il capo, corrispondenti ai tre giorni: per i primi due l’ascia non arriva a colpirlo, per il terzo lo colpisce facendogli solo un graffio, perché si è comportato slealmente nei confronti dell’uno ma non dell’altro.
Galvano, però, è colpito nell’animo: essendo leale dentro, si sente in colpa per il tradimento di lealtà portato a termine, e porterà sempre indosso quella cintura, per serbare memoria dell’evento. La vicenda si conclude con il chiarimento dell’avventura soprannaturale, con la spiegazione della magia di Morgana dietro la vicenda.

Marco Atilio Regolo, invece, era un console romano del III secolo a.C., nonché comandante in capo dell’esercito romano nella prima guerra punica, che oppose Roma a Cartagine.
La sua leggenda venne ripresa da E narrata da Tito Livio, nel momento in cui a Roma si sentiva un bisogno di un ritorno alle virtù tradizionali romane, quei boni mores dei tempi della repubblica, quelli della cultura romana, non ancora “imbasardita” con quella delle genti conquistate. Quella dei romani contadini e costruttori, gente semplice ma coraggiosa e leale. Gente del sud, direbbero negli Stati Uniti, con la musica dei Lynyrd Skynyrd.
Comunque questo Attilio Regolo, come è più noto, dopo una fase iniziale di successo della sua campagna, fu pesantemente sconfitto a Tunisi dallo stratego spartano Santippo, al soldo dei cartaginesi, e tratto in prigionia. Durante gli anni di prigionia, Attilio Regolo ebbe modo di conoscere meglio la realtà cartaginese, e le difficoltà economiche e strutturali in cui versava.
Secondo la leggenda i cartaginesi mandarono Attilio Regolo a Roma per convincere i suoi compatrioti a firmare la pace con Cartagine, con la promessa che se non fosse riuscito nell’impresa sarebbe dovuto tornare a Cartagine per essere messo a morte. Il console tornò a Roma, quindi, ma, invece di perorare la causa della pace, comunicò le difficili condizioni in cui versava lo stato cartaginese ed esortò i romani a resistere e continuare nella pugna, ché la vittoria avrebbe arriso di lì a poco. Finita la sua ambasciata, fedele alla parola data, oltre che alla patria, tornò a Cartagine per essere messo a morte. Qui venne privato delle palpebre per subire l’abbacinamento, e poi gettato giù da una collina in una botte piena di chiodi. Che si sa, una volta avevano una certa fantasia sul come far finire la vita, un plotone d’esecuzione era una roba da ridere.

Vorrei a questo punto evidenziare la più grossa differenza tra le due leggende, che sta tutta nel finale. Il lieto fine per Galvano, la morte per Attilio Regolo.
Il primo, poema medievale, risente tra le varie cose della morale cristiana: le buone azioni saranno premiate, devi essere fedele ai comandamenti per meritarti il paradiso. Questo schema, figlio di una buona idea di marketing (ok, devi comportarti in un certo modo, ma in cambio vinci qualcosa), ma di fatto crea una insanabile frattura sociale: se non credi nel premio (divino) ecco che te ne puoi sbattere della prescrizione. Niente ti obbliga ad essere leale, a quel punto. Non solo, ma questa idea che il bene viene comunque premiato, dal punto di vista sociale legittima le differenze sociali: se qualcuno è più ricco o più nobile di te e Dio lo permette, ci sarà un motivo.
Nel secondo, invece, prevale l’idea pagana, antica: in te risiede tutto quello che devi cercare, e l’onore, il prestigio sono tali indipendentemente dall’esito. La lealtà, comportamento acontingentato ben esemplificato dalla leggenda, dacché Attilio Regolo è leale sia verso i romani che verso i cartaginesi, senza scegliere come fa invece Galvano con la cintura, va perseguito fino all’estrema conseguenza, e non per evitare la stessa.

In questo l’antico pensiero romano era, in fondo, analizzato dal punto di vista di Lazarus Long l’Immortale (di Heinlein, citato all’inizio), straordinariamente superiore. E più lontana dal crollo la sua società, rispetto a quella cristiana medievale, per cui la lealtà è subordinata.

#9. Luna.

Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna.
[Ludovico Ariosto, “Orlando furioso”, canto 34]

And if your head explodes with dark forebodings too
I’ll see you on the dark side of the moon.

[Pink Floyd, “Brain Damage”]

Un mio amico qualche giorno fa si era lamentato di alcuni post senza citazione iniziale, quindi per portarmi in pari qui ne ho messe due, provenienti da campi completamente diversi (letteratura rinascimentale e musica rock), da periodi lontani (quattro secoli e mezzo), ma in qualche modo legati.

Legati, esatto. Intanto perché si nomina la luna. E poi perché la si nomina collegata alla follia: nell’Orlando Furioso– peraltro opera alla quale il fantasy moderno deve molto, molto e ancora un paio di molto – infatti sulla luna finiscono le cose che vengono smarrite sulla terra, e il prode paladino Astolfo, lì si reca, grazie a un ippogrifo e al carro di Elia, a recuperare il senno perduto da Orlando (uscito di sé per gelosia).
La canzone dei Pink Floyd, invece, fa parte di The dark side of the moon, concept album del 1973 dedicato a tutte le cose che possono condurre alla follia, tema caro al gruppo toccato dalle vicende del primo leader Syd Barrett (vedi il mio post #3. Diamante.). In particolare da notare il titolo della canzone, Brain damage, che dice già tutto.

Ma come si è arrivati ad un collegamento così persistente tra luna e pazzia, se dopo 4 secoli e mezzo dei personaggi centrali della produzione artistica del loro periodo lo avvertono come un paragone naturale e condiviso?

Partiamo a monte. La luna nelle culture antiche è collegata alla fertilità, il suo ciclo è infatti identico a quello femminile, e non è un caso se la gran parte delle divinità lunari è donna (Selene, Artemide, Diana), spesso connessa alla prima età della donna, ovvero alla prima funzione della dea-madre: la vergine cacciatrice intoccabile.

In altri casi, in virtù del ciclo lunare che porta l’astro, in cielo, a comparire, crescere, e poi calare e scomparire, la luna è stata collegata alla morte, e divinità lunari come il dio frigio Men sono anche divinità dell’Oltretomba.

Nel folklore medievale, poi, il ciclo lunare è responsabile di quelle che sono viste come bizzarrie o maledizioni, come il sonnambulismo e la licantropia. In quest’ultimo caso forse per l’abitudine dei lupi di ululare alla luna… e anche qui ci sarebbe molto da dire, visto che questa idea del lupo che ulula alla luns piena fa parte dell’immaginario collettivo di moltissimi popoli anche lontani tra loro, eppure non è ancora stata chiarita dalla scienza. Davvero i lupi ululano alla luna? Gli esseri umani ne sono convinti, ma pare sia solo una leggenda.

Ma andiamo avanti, che c’è altro da dire: la luna ha rappresentato e rappresenta molto altro ancora. È stata una delle prime frontiere extraterrestri, una volta esaurite quelle terrestri: lo è stata per Verne, con i suoi romanzi Dalla terra alla luna e Intorno alla luna, lo è stata per Georges Méliès con il suo film Voyage dans la Lune. E lo è stata soprattutto per russi e americani negli anni ’60 del Novecento, fino a quando il 20 luglio del 1969 Neil Armstrong (no, non quello che suonava la tromba) ne calpestò il suolo, primo terrestre a farlo.

E, forse, un po’ folli bisognava esserlo davvero per lanciare il mondo all’inseguimento di un sogno così grande e lontano.

E poi arriviamo al futuro, da quello immaginato (penso a Spazio 1999 –il telefilm in cui una grande esplosione nucleare sposta il nostro satellite dalla sua orbita facendolo diventare, per gli abitanti della Base lunare, una sorta di gigantesca astronave a bordo della quale esplorare il cosmo – ma anche a La luna è una severa maestra, romanzo di Heinlein tra i miei preferiti che costruisce una ribellione degli abitanti della Luna contro la madrepatria terrestre, opera eccellente, davvero), a quello reale o verosimile, con la nostra Luna che potrebbe venire sfruttata come miniera di elio-3, isotopo dalle mille proprietà, come nel romanzo Limit di Schätzing, o nel film Moon, ma anche come recentemente i cinesi hanno dichiarato di voler fare per combattere una ventura crisi energetica.

Luna da venerare, luna da temere, luna come simbolo, e infine luna da esplorare e sfruttare.

E luna da disegnare, anche, come ha fatto il buon talamax nel suo blog RondiniHF, in un disegno in cui immagina allunare un nostro amico, un ingegnere abile nei giochi di strategia ma dalla drammatica tendenza a dilatare all’infinito la durata delle sue mosse…

E per finire, Luna da rispettare, e giacché il dio sumerico della luna si chiamava Nanna, e io lo rispetto, visto che l’ora è ormai tarda e non sono folle mi precipito a rispettare il comandamento insito nel suo nome.

Non prima, però, di aver avuto la possibilità di indulgere in un ricordo d’infanzia:
Se pensi al tuo regno sulla Luna che non c’è più
Sul tuo bel viso una lacrima vien giù.
[I Superobots, “Starzinger”]

Per l’evoluzione della divinizzazione della luna, consiglio i primi capitoli di:
G. Filoramo, M. Massenzio, M. Raveri, P. Scarpi, “Manuale di storia delle religioni”

#8. Alieni.

Sono atterrati duecento milioni
di Gothamiani, Blue Noah.
[I Superobots, “Blue Noah”]

Qui non troverete né risposta, né tantomeno domanda, sulla possibilità o meno dell’esistenza di alieni. Non troverete testimonianze, e nemmeno sbucherà improvvisamente Giacobbo con un filmato girato a Caracas con un cellulare che mostra un alieno di caucciù che cerca di ghermire dei passanti. E non troverete nemmeno un malassortito gruppo di modelli e modelle della Compagnia delle Indie che, con verve da settimana santa – e con la guida difficilmente intelligibile di Raz Degan o Paola Barale – cerca di dissertare di teorie parascientifiche con lo stesso sguardo competente che potrebbero vantare dei fisici nucleari al minchiacesimo giro di uischi parlando di cicli di lavastoviglie.

No, niente di tutto ciò.

E quindi mi par già di sentire quelli che sono capitati qui per caso, sfruttando le tags che wordpress infila in google, dopo che io le ho infilate a tradimento in lui. Mi par di sentire quelli che dicono «Ecco, un altro sito stronzo che mette tags di roba di cui non parla per attirare qui i gonzi». E li vedo che stanno già cambiando sito. E sbagliano.

Sbagliano.

Sbagliano innanzitutto perché questoqquà è un signor blog, e il bloggante medesimo qui sottoscritto (sempre alla ricerca di alternative umanamente audibili dei neologismi a matrice bloggistica) si fa in quattro pur di cavar fuori sempre un argomento interessante su cui pontificare ad minchiam. E sbagliano perché poi, alla fin fine, davvero in questo post si parlerà di alieni, e davvero nel senso di creature senzienti provenienti da altri mondi. Solo che gli altri mondi sono quelli della fantasia.

Intanto possiamo notare come più l’inventore di alieni è autorevole, più l’alieno inventato è interessante. Per cui se si parla di cazzoni in preda ad allucinazione e manie persecutorie l’alieno è quasi sempre umanoide (quasi che l’universo non avesse abbastanza fantasia per trovare forme diverse, ma forse è l’essere umano che non può concepire niente di intelligente e molto diverso da sé…) e soprattutto dimostra di aderire sempre a una buona serie di cliché. Che sia perché esistono davvero e quindi gli alieni vengono descritti così perché sono così, oppure se l’immaginario collettivo ha elaborato questi archetipi, lo lascio dire agli ufologi e ai [loro] psichiatri. Qui mi limiterò a descriverne qualcuno.

Il “grigio”, ovvero l’ometto ignudo magrolino coi grandi occhioni neri, da “Roswell”, diciamo. Ovvero quello che si vede nel famoso filmato “Santilli” (dal nome della persona che disse di averlo acquistato) mentre viene sottoposto ad autopsia dopo il millantato incidente di Roswell, New Mexico. A scanso di equivoci, prima di far sbrodolare gli appassionati, diciamo subito che il filmato è un falso, per la stessa ammissione dell’autore, girato a Londra nel ’95. Il grigio è anche detto nell’ambiente degli ufologi “reticuliano”, da Z Reticuli, loro mondo di provenienza.
I grigi compaiono in molti film di fantascienza. Sono presenti in Incontri ravvicinati del terzo tipo, tanto per dire. E sono molto somiglianti agli alieni di Signs. A questo proposito, in questo film gli alieni sono una razza avanzatissima tecnologicamente pronta a razziare il pianeta terra, che fa cerchi nel grano per segnare i punti di atterraggio (eh, queste razze avanzatissime che non hanno Google Maps), caratterizzata da un piccolissimo difetto: sono maledettamente allergici all’acqua. E attaccano un pianeta ricoperto per 2/3 d’acqua. Senza neanche una tutina isolante, così, gnudi come mammaliena li ha fatti. Cioè, con un monsone era un genocidio. Probabilmente era allergico all’acqua anche lo sceneggiatore, e per questo era dedito ad un abuso compulsivo di liquidi fermentati ad alto tenore alcoolico. Altre spiegazioni io non ne trovo.

Oltre ai grigi sono diffusamente riportati incontri con alieni detti “nordici”. Provenienti dalle Pleiadi, questi alieni ricordano molto gli svedesi, o gli elfi, e i loro avvistamenti sono molto comuni in Europa (in Svezia, direte voi… e lo direi anch’io, e invece pare li vedano spesso in Gran Bretagna). Voglio dare una coltellata agli amici che hanno letto con interesse i post su sumeri e età del bronzo: siccome non ci facciamo mancare niente, Zecharia Sitchin, complottista russo, sostiene che gli Annunaki (gli dei sumerici Anunna, passati poi in accadico) altro non sarebbero che alieni nordici provenienti dal pianeta Nibiru. Che s’ha’dda fa pe’campà.

Tra gli alieni più avvistati ci sono anche i rettiliani. E siccome ibridi uomo-rettile ci sono un po’ in tutte le mitologie, ovvio che la spiegazione sia esogena per tutti i complottisti del pianeta. Che ci siano ibridi uomo-qualsiasi-altro-animale-di-cui-vogliamo-assorbire-le-caratteristiche, ovviamente, per i complottisti non sembra importante. Meglio pensare che su un altro pianeta si sia formata una razza intelligente casualmente composta da caratteristiche di due specie differenti terrestri. Tipo “suca teoria del caos”, ecco. E “suca statistica”. Del resto si sa che, appena si hanno due dadi in mano, la statistica è una puttana.

Devo però dire che tra gli alieni sauromorfi, in un racconto del buon dottore Isaac Asimov ne ho incontrati di interessanti. Si trattava dei “Kloro”, creature che, guarda un po’, venivano da un pianeta dove invece di acqua e carbonio i mattoni della vita erano cloro e ammoniaca. Almeno lo sforzo di immaginare una struttura molecolare di base diversa Asimov l’ha fatta. Del resto non parliamo dell’ultimo dei cazzoni, anche se non è famoso per le sue storie di alieni. In un altro romanzo, per esempio, dal titolo Neanche gli dei, Asimov – tra altre intuizioni basate sul fatto che si sta parlando di uno scienziato e non di un cazzone – immagina una razza aliena piuttosto eterea, composta da tre “sessi”, che si devono fondere per avere un rapporto sessuale, e quando si fondono definitivamente creano un “duro”, ovvero una creatura concreta, che unisce le caratteristiche diverse dei tre sessi (razionale, emotiva, paterno). Di sicuro più difficile da immaginare rispetto a un grigio, e forse proprio per questo molto più interessante.

Robert Anson Heinlein, un altro scrittore di fantascienza che ha fatto la storia del genere, ci presenta gli alieni insettoidi chiamati «ragni» in Fanteria dello spazio (romanzo che nel 1959 postula l’esistenza nel futuro di due blocchi: anglo-russo-americani e blocco cinese…), che svolgono un po’ la funzione di nemici alieni con cui non bisogna empatizzare, con caratteristiche di mente collettiva poi riprese – e approfondite assai – da O.S. Card con la serie di romanzi de “Il gioco di Ender” e la razza degli Scorpioni, in cui la regina è la mente centrale e i vari operai, guerrieri, eccetera, altro non sono che “appendici” sacrificabili. Col proseguio della serie incontreremo un’altra razza aliena veramente particolare, i pequeniños, che hanno un complesso ciclo vitale durante il quale attraversano lo stadio di larve, di piccoli esseri umanoidi simili a maiali, di vegetali di tipo arboreo, e che questo sistema sta in piedi grazie a un virus che agisce sul patrimonio genetico.

Tornando a Heinlein, molto più interessanti dei ragni sono di certo i marziani di Straniero in terra straniera, un libro che, secondo me, tutti dovrebbero leggere. Anche tu. E lo stesso protagonista, Michael Valentine Smith, è umano ma cresciuto su Marte, ed è forse l’alieno più interessante della letteratura, per il suo sguardo veramente alieno con cui guarda e cerca di capire il nostro mondo. Anzi, di grokkare il nostro mondo. Per cui assume una funzione che sempre la fantascienza di qualità tende ad assumere, quella di usare l’altro per capire qualcosa in più sul noi.

Ed eccoci alla fine di questo viaggio su mondi immaginati, talvolta da grandi scrittori, talvolta da oscuri psicopatici. Molti altri ce ne sarebbero da descrivere, ma per fare un testo che parla di così tanti libri servirebbe un libro a sua volta, e sarebbe decisamente poco pratico. E forse anche fuori dalla mia portata.

Difficile riportare fonti, stavolta. Ho tratto un po’ di notizie da Wikipedia, più che altro per non incorrere in errori circa le razze aliene identificate negli incontri ravvicinati. Per quelle di letteratura e cinematografia ho attinto dalla mia memoria, e non posso far altro che rimandare ai romanzi e film citati nel post.

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