Il canneto di Eridu

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#12. Tramonto.

I’ve seen things you people wouldn’t believe,
attack ships on fire off the shoulder of Orion,
I watched the c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gates.
All those moments will be lost in time,
like tears in rain. Time to die. »
[Rutger Hauer / Roy Batty, in Blade Runner]

Il tramonto è una condizione dell’anima. È quello stato del pensiero romantico, disposto al declino, che si strugge per una rovina.

Il tramonto chiude una storia. E ne apre un’altra.
È la partenza degli elfi per l’occidente, la fine del libro rosso dei confini occidentali, e l’inizio dell’era degli uomini. È il ritrovo dei cavalieri dopo la quest del graal, che prelude alla fine della leggenda e all’inizio della storia: non ci sono più magie e meraviglie, solo guerre. È il crepuscolo degli idoli, il Ragnarok. È la fine dell’era mitica. È la morte dell’ultimo drago. È il crollo dell’impero romano, la fine dell’antichità, che dà il via alla nascita dell’Europa moderna.

La voglia di guardare il tramonto è un racconto dei tempi della scuola, è il desidero di restare attaccati a quell’età dell’oro in cui tutto è possibile, quell’età della giovinezza che scivola via, con i suoi sogni e le sue folli speranze. Gli occhi restano fissi sul disco solare, che diviene arco, che diviene sottile striscia e poi sparisce. E ci lascia un presente buio. E ci lascia uno sguardo fisso verso un punto in cui non c’è più niente.

Il film più tramontizio che mi sia capitato di vedere è Un mercoledì da leoni, di John Milius. Qualcosa di più di un film sul surf: è un film su una generazione, quella dei giovanissimi dei primi anni ’60, quella che ha cantato Will you still love me tomorrow (che dice non a caso: “ok, stanotte è tutto bellissimo, ma domani mi amerai ancora?”… come dire che questo periodo scanzonato di ragazzi che si divertono in spiaggia è splendido, ma come sarà il domani?). La generazione che poi si è svegliata partendo per il Viet Nam, che ha sofferto la perdita dei miti giovanili, e si è poi trovata poi adulta, sulle stesse spiagge da cui è partita, per cercare di far pace con la voglia di aggrapparsi al tramonto.

Ma nel tramonto c’è anche il sottile piacere della rovina, il vedere che in fondo è bello anche se va tutto a rotoli. C’è Into the wild, c’è la fine più “romantica” – nel senso originale del termine – che si possa immaginare, e che pure ci sta così bene. C’è il non-lieto fine di King Arthur, con i funerali. E che pure ci sta così bene.

E se ci sta così bene è forse perché in fondo la nostra è stata una generazione che è vissuta al tramonto. Abbiamo visto il tramonto del comunismo, ora il tramonto del capitalismo occidentale, e – gli dei non vogliano – anche il tramonto del sogno europeo. Forse ce l’abbiamo dentro che le cose non possano poi funzionare, in fondo in fondo. Forse ce l’abbiamo dentro il germe della rovina, essendo creature che alla fine, dopo tutto, pur con tutte le rabbie, lotte, paure e disperazioni, sono destinate a morire.

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