Il canneto di Eridu

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Almanacco, XIX

Diciannovesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
2 novembre 2012

Il due di novembre nella nostra tradizione e per la religione è dedicato alla commemorazione dei defunti. Personalmente mi piace di più la definizione “giorno dei morti”, è più evocativa, ripone l’idea al centro della cosa: è il giorno dedicato a loro, non alla loro commemorazione. Altrimenti sarebbe come chiamare il mio compleanno “regalo a cestinante e in cambio fetta di torta”. Che potrebbe persino essere esatto, ma depura di tutta una serie di orpelli metafisici che nella festività – di per sé metafisica, dacché nel mondo fisico non accade nulla perché quel giorno sia in qualche modo dedicato a qualcosa – non possono essere elisi.

Ma, ahimè, tutto questo non c’entra una gran mazza imperiale carpiata col tema dell’almanacco, che è… bino. Il 2 novembre del 2000, infatti, sono accaduti due fatti interessanti. Uno nello spazio, uno sulla terra.

Nello spazio il primo equipaggio umano metteva piede sulla Stazione Spaziale Internazionale, il più splendido passo nello spazio dell’umanità dai tempi dell’allunaggio.

Sulla terra uno degli eventi più “robertogiacobbeschi” in assoluto: compare per la prima volta un post a nome TimeTravel_0, è il primo della serie di John Titor, viaggiatore del tempo. Si tratta di uno dei ricorrenti misteri di Voyager più affascinanti, peccato che sia anche probabilmente l’unico bollato come bufala (a dispetto di ufo, alieni, graal, Elvis in vita, McCartney morto).

Veniamo quindi alle domande di oggi:
1) qual è la giacobbata che in fondo in fondo, anche se vi puzza ammetterlo, più v’affascina;
2) avete in cantina una macchina del tempo funzionante e tre “salti” da una decina di giorni a disposizione. Che fate?
3) qual è la storia più bella che vi sia capitato di sentire, leggere in un romanzo o vedere in un film, a proposito di viaggi nel tempo?

#19. Unioni.

Qual è il parassita più resistente? Un batterio? Un virus? Una tenia intestinale? […] Un’idea. Resistente, altamente contagiosa. Una volta che un’idea si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla. Un’idea pienamente formata, pienamente compresa si avvinghia, qui da qualche parte.”
[Dom Cobb / Leonardo Di Caprio, in Inception]

Premetto che l’idea di un’unione politica dell’Europa mi è stato impiantato fin dai tempi delle elementari. Avevo una maestra anziana, una donna d’altri tempi, che con la mia classe ha chiuso la sua carriera. Questa donna di ferro ha vissuto la guerra, ha vissuto il tentato suicidio dell’Europa. Aveva un fratello giornalista a Bruxelles che le inviava un sacco di materiale, tra cui adesivi dell’Unione, e ricordo che vissi quasi come una vittoria l’ingresso nell’allora CEE di Spagna e Portogallo, nel 1986, per quella che diventò l’Europa dei 12. Anche perché ho sempre percepito che quella era la strada giusta per due obiettivi: 1) mai più guerre sul suolo europeo; 2) più peso nel mondo, per spezzare la logica della guerra fredda e della paura dell’inverno nucleare.

Anche se ho avuto momenti di alti e bassi, e un calo di intensità di questo amore europeista negli anni del crollo del dualismo USA-URSS e della rinascita delle ideologie iper-secessioniste in tutta Europa (sulle ali della libertà delle repubbliche baltiche, per esempio), devo dire che in fondo sono europeista da sempre.

Ho esultato nel 92, ho esultato per Maastricht, per Schengen. E sono stato felice fin quasi alle lacrime per l’Euro. Se c’è una sola moneta, ci sarà presto un solo stato, mi dicevo, stolto che non ero altro. Anzi, illuso. Illuso che i popoli della civilissima Europa avessero capito che la divisione porta conflitto, che l’unione dovuta alla sopraffazione porta rivolte, e che invece la condivisione democratica di diritti e doveri porta lontano, lontanissimo, alle stelle. Ero convinto che i passi sarebbero doverosamente seguiti, uno in fila all’altro, da Comunità Economica Europea a Unione Europea, e da Unione Europea ad Europa.

Ero un illuso, non uno stolto. Stolti sono stati i politici europei, che hanno seguito le paure dei loro popoli, o le hanno sfruttate, per una fetta di torta in più. Invece di dipanarle, di spiegare ai popoli cos’è l’Europa. Più facile accusarla dei problemi che riconoscerle i meriti. Più facile affossare il progetto di Costituzione per il mancato inserimento di radici religiose o per non voler “cedere sovranità”. Che è poi una stoltaggine impressionante, perché non si cede una sovranità a qualcun altro, dacché si eleggerebbero gli organismi europei, e quindi si continuerebbe a votare chi poi gestisce quella sovranità.

Un dubbio, però, mi è venuto.
Di fronte alla critica sulle troppe differenze tra gli stati per poterli unire, un dubbio mi è venuto. Di fronte all’ingresso nell’Unione di un sacco di stati prima che l’Unione facesse grossi passi avanti verso l’unificazione dei sistemi economici, legislativi, giudiziari, sociali, prima dell’unificazione della diplomazia e della difesa.

Il dubbio è: è meglio procedere con un’Unione in tantissimi, cercando di andare tutti d’accordo da zero, oppure procedere attraverso Unioni successive?

Non sarebbe stato meglio per esempio che Belgio, Olanda e Lussemburgo si unissero in un unico stato per parlare con un’unica voce e un unico rappresentante? E Spagna e Portogallo? Germania e Austria? Paesi centroeuropei? Repubbliche baltiche? Scandinavia?

E quale sarebbe stata la pre-unione ideale per la nostra Italia?

Ora, lo so, mi prenderete per pazzo. Ma io credo che il nostro partner ideale siano i tradizionalmente e scambievolmente odiati cugini transalpini. Vuoi per la bandiera simile, vuoi per la maglia della nazionale simile…
Ma soprattutto perché siamo due popoli neolatini, e straordinariamente più affini di quanto entrambi desiderebbero ammettere. Non credo sia un caso se Italia e Francia sono entrambe celeberrime nel mondo per la moda, l’arte, per i vini, i formaggi e la cucina in genere. È perché ci piacciono le stesse cose, siamo originali, fantasiosi, sappiamo vivere bene e abbiamo stile. Tutte cose che ci differenziano dai tedeschi, per esempio, e che renderebbero più facile un’unione coll’Oltralpe. Spesso abbiamo avuto interessi in conflitto: la sponda meridionale del Mediterraneo, per esempio, e il ruolo di paese di spicco nel campo dello spazio (la Francia gestisce le basi di lancio dell’ESA a Kourou, in Guyana; l’Italia è stato il terzo paese dopo russi e americani a mandare satelliti in orbita, e ha prodotto la maggior parte delle parti abitabili della ISS).
Francia e Italia hanno straordinarie similitudini anche in altri campi: hanno isole di lingue diverse dalla madrepatria (Corsica e Sardegna) che pure sono parti fondamentali e importanti dei rispettivi stati. Italia e Francia sono state sedi imperiali (romano e franco) e papali (Roma e Avignone).
E hanno anche problemi simili: hanno le macchine burocratiche statali più grosse e invasive d’Europa, e le mafie celebri (siciliani e marsigliesi sono personaggi stereotipati dei film di gangster americani).
Hanno porti importanti sul Mediterraneo.
Hanno le due corse ciclistiche a tappe più importanti, e i circuiti automobilistici più storici.
E l’Abbagnato è étoile a Parigi. E la Fennech è stata abbastanza stellazza in Italia…

E in fondo abbiamo mire di grandeur militare eccessive per i nostri bisogni, se consideriamo che siamo i due paesi rispettivamente con la portaerei più grossa (la Francia) e con più portaerei (l’Italia) d’Europa.

Troppe le similitudini per non riconoscerci, e capire che forse è più facile unirsi tra noi in primis, per poi ridurre le differenze con popoli più lontani come i germanici o gli scandinavi.

Forse è davvero tempo che ci unisca qualcosa di più di una controversa ferrovia, o qualche coppia celebre (Sarkozy-Bruni, Cassel-Bellucci, Accorsi-Casta… per dire, francesi e italiani forse già si piacciono in fondo).

E ho anche già una doppia capitale pronta.

Aosta, città italiana ma bilingue e autonoma, città di montagna tra le vette più alte del continente, e vicino al tunnel più celebre. Città in cui i politici possono concentrarsi sulle prospettive più alte, senza le distrazioni della Ville Lumière o della Dolce Vita.

E Nizza, per gli orizzonti marini e mediterranei. Città francese ma che fu italiana e diede i natali a Garibaldi, e tramite la cui cessione ai transalpini si diede il via all’unificazione italiana.

Troppo tardi per una strada europeista a blocchi. Ormai è stata seguita un’altra strada. Ma chissà se sarebbe andata meglio così.

Vive l’Italie, evviva la Francia!

Nota: secondo post nato da un input, stavolta dal Foggio, che mi ha esortato a spiegare più dettagliatamente un provocatorio messaggio che ho lanciato su un social network.

#11. Meraviglia.

Meraviglia. Come quella che si può provare di fronte a qualcosa che proprio non sembrava possibile. O a qualcosa che sapevamo benissimo possibile, eppure ci stupisce lo stesso.

La prima è la meraviglia dell’incredibile che si fa realtà, il manufatto che va al di là di quanto fa parte dell’esperienza in virtù di misure, proporzioni o bellezza. È la meraviglia di fronte all’opera splendida, o colossale, o inaspettata.

La seconda è la meraviglia di fronte a qualcosa che hai sempre visto, eppure non manca di scioglierti il cuore. Come quande verso le sette e mezza tutti se ne vanno un po’ a strafanculo a prepararsi per l’happy hour e per la prima volta nella giornata vedi il mare. L’hai avuto sotto gli occhi tutto il giorno, ma non importa, hai appena scoperto quanto cazzo è bello. Oppure la cascata che hai appena raggiunto dopo 4 ore di camminata, deve essere bella per forza dopo tutta ‘sta fatica, ma così bella, eh no, non eri pronto, davvero. O il manto di una pantera, ma è davvero così bello? Ma ha davvero quegli occhi? Non è la prima volta che capita nel raggio d’azione dei tuoi dispositivi visivi, eppure…
Ma più ancora, questa è la meraviglia che si prova di fronte a una vita che sboccia, che sembra ogni volta impossibile si possa fare davvero. Sembra una di quelle azioni da divinità, da libri di mitologia, e invece quella donna che hai davanti è la dea che ha compiuto l’impresa, e tu ti senti così inadeguato e trascurabile, e ogni tua impresa non ha più valore al cospetto dell’atto creativo della dea.

Ebbene, non siamo qui per occuparci del secondo tipo di meraviglia, ma del primo. Non dell’atto della divinità, ma dell’uomo.

Da piccoli, tra le prime cose da imparare per esercitare la memoria, ci sono i sette giorni della settimana. Le sette note musicali. I dodici mesi. L’alfabeto. La formazione del Milan.

Io preferisco le sette meraviglie del mondo antico. La piramide di Cheope, i giardini pensili di Babilonia, la statua di Zeus a Olimpia, il tempio di Artemide a Efeso, il Mausoleo di Alicarnasso, il colosso di Rodi, il Faro di Alessandria. Nomi sospesi tra la storia e il mito.

La grande piramide, accompagnata dalle due sorelle e soprattutto dalla sfinge (potremmo in effetti dire che l’intero complesso è un’unica, stupefacente meraviglia) è in effetti l’unica  che, pur soggetta a uno scorrer di tempo maggiore, è ancora lì nel deserto a far mostra dello splendore e della grandezza della quarta dinastia egizia, e dell’abilità del suo artefice, l’architetto Hemiunu cui è tradizionalmente attribuita.
Due meraviglie sono andate perdute, e di esse nulla ci rimane, tanto che ci si chiede ancora se fossero mito o realtà. Il colosso di Rodi, una gigantesca statua bronzea del dio Helios posta all’ingresso del porto dell’isola, dopo 56 anni dalla sua costruzione venne abbattuta da un terremoto, e ancora per 800 anni rimase sdraiata nell’acqua, fino a quando fu fatta a pezzi e “deportata” dagli arabi. I giardini pensili di Babilonia sono stati assorbiti dal tempo e dal mistero. Molte teorie sono state avanzate, e diversi edifici negli scavi dell’antica capitale sono stati identificati con la base dei giardini. Ma al giorno d’oggi gli studiosi non concordano praticamente su nulla, se non sul re babilonese Nabuccodonosor II, sotto il cui regno vennero edificati, a dispetto della tradizione che li attribuisce al volere della regina assira Semiramide.
Solo vestigia ci restano delle rimanenti 4 meraviglie.
Il Mausoleo di Alicarnasso, tomba del satrapo Mausolo, voluta e fatta erigere dalla moglie-sorella Artemisia, doveva suscitare un impressione grandiosa se ancora oggi il termine mausoleo si applica per i monumenti funebri. Il Mausoleo, alla cui realizzazione lavorarono gli artisti più importanti dell’epoca, come Prassitele e Skopas, venne abbattuto da un terremoto. La struttura in rovina venne definitivamente distrutta dai crociati, gente per bene rispettosa del culto e della storia.
Sempre in Asia Minore, ma nella città di Efeso, sorgeva l’Artemision, il grande santuario della dea Artemide. Venne edificato da re Creso, al quale la pecunia non mancava, e poi distrutto da un mitomane nel 356 a.C.… avete capito bene, venne distrutto da un mitomane, che desiderava passare alla storia, e il cui nome non riporterò per non contribuire nel mio piccolo alla perpetuazione della fama di quell’immenso idiota. Possa essere per sempre dimenticato, lui e la sua stirpe. Circostanza piuttosto curiosa, gli dei ci fecero la grazia di un evento in grado di offuscare il misfatto persino tra gli eventi salienti di quel giorno. Infatti in quelle stesse ore nasceva Alessandro Magno, l’uomo che avrebbe riscritto la geografia, la storia, la cultura e quantocazzo altro dell’Occidente e dell’Oriente.
Fidia, forse il più grande scultore greco, fu l’autore della statua di Zeus nel santuario di Olimpia. Un’immensa opera di avorio e oro, che rimase al suo posto per 800 anni prima di trovare l’ennesimo cazzone: in questo caso con buon proposito di conservarla, il funzionario bizantino eunuco Lauso la deportò nella sua collezione di arte pagana in un palazzo di Costantinopoli, che venne distrutto da un incendio portando con sé l’opera.
E finisco questa carrellata, che intendevo più rapida di quanto è stata, con il faro di Alessandria. Anche in questo caso si tratta di un’opera che ha finito per dare il proprio nome a tutta una categoria di oggetti, dacché il faro prende il nome dall’isola di Pharos su cui era posto. Anche qui il colpevole della distruzione fu un terremoto, come per il mausoleo e il colosso, e se parte della sua struttura venne utilizzato per la costruzione di un forte, molte pietre e statue sono state “conservate” per noi dal mare.

Ora, intanto possiamo dire che le sette meraviglie vennero codificate relativamente tardi nella sequenza che poi si è affermata, tanto che in precedenza molti altri elenchi di questo tipo erano stati tentati e mai ebbero una fortuna culturale come l’elenco classico. Possiamo dire che queste furono le meraviglie che erano in piedi tra il 250 e il 226 a.C., dacché solo per quei 25 anni furono tutte in piedi contemporaneamente, e questo è un dato davvero curioso, se pensiamo invece alla durata e al successo dell’idea di “sette meraviglie” e dell’elenco delle stesse.
Nel mondo antico ben altre e molte furono le meraviglie andate distrutte prima o edificate dopo quel venticinquennio, oppure che videro la luce in zone del pianeta troppo lontane. Penso alla porta di Ishtar di Babilonia, alla stessa Etemenanki, poi identificata con la torre di Babele. E poi la ziqqurat di Ur-Nammu ad Ur, le moschee di Samarcanda, Santa Sofia a Costantinopoli, i templi di Abu Simbel, Stonehenge, i moai dell’Isola di Pasqua, il complesso di Chichen Itza, le piramidi del sole e della luna a Teotihuacan, Macchu Picchu, Petra, il colosseo, la muraglia cinese, la città proibita a Pechino, Angkor Vat, il Taj Mahal, San Pietro, la cappella Sistina, i dipinti rupestri delle grotte di Altamira, il palazzo di Cnosso, il tempio di Salomone… tutte opere che destarono chissà quale riverenza e rispetto negli uomini dell’epoca, se ne destano ancora così tanto oggi. E chissà quante altre dobbiamo ancora identificarne, se le fortezze indo-arie dei Veda sono state localizzate solo nell’ultimo trentennio nell’area dell’Oxus.
Negli ultimi anni, poi, il desiderio di codificare altre liste di meraviglie è rispuntato, al punto che in occasione delle Olimpiadi di Atene 2004 fu l’Unesco a proporre una specie di sondaggio globale per scegliere una nuova lista.

Ma cos’è in definitiva una meraviglia? È un’opera che finisce per caratterizzare da sola 3000 anni di civiltà, come la piramide, oppure è semplicemente qualcosa che stupisce, costringendoti a sgranare gli occhi?
E quali opere moderne, degli ultimi centocinquant’anni, insomma, potrebbero a ben diritto essere definite meraviglie? Io vi do una mia lista, di sole sei meraviglie, con motivazioni. Gradirei vostri pareri e proposte, se volete. Perché il concorso dell’Unesco era ancora rivolto al passato, e quello che invece voglio capire io è quali delle opere del nostro tempo saranno ricordate tra duemila anni come le meraviglie dei nostri secoli.

1) La ISS. Di sicuro la Stazione Spaziale Internazionale si presta più di tutte le altre ad entrare nell’elenco. Intanto si tratta di una meraviglia che staziona in cielo, e questo le fa dare della merda a tutte le altre. E poi rappresenta lo spirito di comunità internazionale che permette di raggiungere traguardi incredibili. Poi si tratta di una meraviglia con scopi scientifici. E poi, accidenti, da lassù sì che la vista spacca il fiato.

2) La Tour Eiffel. Niente a che vedere come stupore in grado di suscitare e come meraviglia tecnica con la ISS. Ma è un simbolo. Cosa che la ISS non è riuscita ad essere, anche per questioni puramente estetiche. Rappresenta da sola una città e una nazione, e forse, fuori dall’Europa, è uno dei simboli più riconoscibili dell’intera Europa stessa.

3) La Statua della Libertà. Vale tutto quanto detto per la torre parigina, con in più lo spirito che rappresenta (una gemellanza di intenti e di obiettivi che le democrazie occidentali delle due sponde dell’Atlantico dovrebbero condividere, e non parlo di figa e petrolio).

4) Le Twin Towers del WTC. È vero, non ci sono più. E non erano poi nemmeno tanto belle. Torri alte, torri grosse, moderne, va bene. Allora sono più belle quelle di Kuala Lumpur, e di sicuro nei prossimi anni ne faranno di ancora più belle. Difficilmente, però, esisteranno mai due torri in grado di influenzare più di quelle del WTC, per la loro storia, la loro fine e quello che poi ne è conseguito, la storia del pianeta.

5) Il Nido d’uccello e il Cubo d’acqua. Con i giochi olimpici di Pechino 2008 la Cina, da paese emergente, ha iniziato ad affermarsi come potenza di primo piano del pianeta, iniziando di fatto la rincorsa agli Stati Uniti. Lo stadio e il centro acquatico, con il loro aspetto straordinario, hanno comunicato al mondo che la Cina ha soldi, ha potere, ha forza, ha stile, ha gusto, e non è disposta ad avere un ruolo secondario.

6) La Sagrada Familia di Gaudí. Iniziata a fine Ottocento e ancora in costruzione fino probabilmente al 2026, per un totale di 150 anni, è un’opera d’altri tempi. Anche perché cattedrali, ed opere religiose in generale, che siano state costruite nel nostro tempo e si mettano a sfidare opere di 400 anni fa, che ne sono poche.

Per le sette meraviglie antiche, vedi:
Peter Clayton e Martin Price, “Le sette meraviglie del mondo”

#4. Nave.

He’s in the best selling show
Is there life on Mars?
[David Bowie, “Life on Mars”]

Da piccolo adoravo le navi spaziali.
Intanto ascoltavo il disco della sigla del cartone animato Blue Noah in heavy rotation, e questo poteva già essere un indizio. E sulla valigetta coi dischi avevo incollato gli adesivi di Capitan Harlock. E poi adoravo anche Star Blazers, Starzinger, e mi piaceva molto anche Legoland Spazio.
Ricordo anche che avevo fatto tutta una serie di disegni di navi spaziali, che dovevano essere ciascuna l’ammiraglia della flotta di un pianeta del sistema solare. E siccome all’epoca il mio pianeta preferito era Nettuno, la “Arizona V2”, come avevo battezzato la nave più fica che mi era venuta, era la nave di Nettuno. Non ho idea di che fino abbiano fatto quei disegni, ricordo solo che la “Arizona V2” era una tamarrata colossale, con un cannone frontale stile Argo ma in foggia di testa di tigre, naturalmente tutta tigrata. Era l’equivalente spaziale di una 106 rally leopardata, ribassata, coi cerchi dorati e l’alettone.

Poi sono cresciuto, e ho cominciato a interessarmi dello spazio vero, di astronomia, e di esplorazione spaziale. E di Shuttle.

Come dice Paolini nello splendido spettacolo sulla tragedia del Vajont, esiste un’età in cui tutti i maschi guardano con gli occhi sgranati e ammirati una diga, una portaerei, una centrale nucleare, un qualsiasi prodotto della tecnologia, purché bello grosso. E per me l’età era quella, i dieci anni non ancora compiuti, gli anni in cui leggevo sulle riviste scientifiche di mio papà di shuttle e di acceleratori di particelle. Era l’età in cui avevo la più cieca fiducia nell’uomo e nel fatto che bene o male avrebbe prima o poi passato tutte le frontiere pensabili. E naturalmente restai scioccato il 28 gennaio del 1986, quando il Challenger si trasformò in una palla di fuoco in volo durante il lancio della sua decima missione (un altro duro colpo fu il 26 aprile dello stesso anno, quando i reattori nucleari di Černobyl’ sembravano preannunciare un possibile inverno nucleare, ma è un’altra storia e raccontarla oggi, che è l’anniversario, sarebbe davvero banale).

Sono passati 26 anni e qualche mese e quell’immagine, quei pennacchi di fumo, mi sono rimasti così impressi che ricordo ancora bene quel giorno, quel telegiornale a casa di mia nonna. Ricordo ancora che mi chiesi che cosa poteva significare essere disintegrati, come quegli astronauti (allora non sapevo ancora, l’ho scoperto da poco in verità, che la cabina degli astronauti resse alla rottura del serbatoio esterno e si schiantò, con tre astronauti forse ancora vivi, ma probabilmente incoscienti, a 330 km/h contro il muro d’acqua dell’oceano).

Ciònonostante, dopo un attimo di scoramento, non persi fiducia nella tecnologia e nelle capacità dell’uomo, anche se cominciai a pensare che forse qualche intoppo alla colonizzazione dello spazio prima poi avremmo potuto incontrarlo. Ripresi fiducia con lo splendido progetto della ISS, una stazione spaziale orbitale le cui immagini ancora oggi mi aprono il cuore (forse ho ancora 10 anni, da qualche parte dentro di me). E la ripersi nel 2003, con la tragedia del Columbia, distrutto dalla fallacia di una piastrella di ceramica. Ma confesso che gli ultimi 4 anni sono quelli che più mi hanno demoralizzato.

Soprattutto il 2011.

Soprattutto il 2011, con i cari vecchi space shuttle mandati in pensione, e con la soppressione del progetto destinato a sostituirli, per cui attualmente l’umanità si trova senza una sola navetta capace di raggiungere la sua stazione spaziale orbitante e fare ritorno, ed è costretta ad affidarsi alle provvidenziali, ma vetuste, navette russe Sojuz, che si rifà ancora, per quanto modificata, alla Sojuz 7K-0K del 1967…
Soprattutto il 2011, dicevo, con le continue finte allusioni di potenziali eligendi a cariche importanti circa future colonizzazioni (o almeno basi) lunari, o viaggi su asteroidi o su Marte, autentiche chimere che mi trafiggono il cuore, perché sì, davvero, invidio la generazione che ha visto Armstrong sparpagliare col tallone polvere di luna.

E non credo che togliere pacchi di soldi alla NASA o ai programmi spaziali sia il metodo migliore per organizzarci a piantare una tenda sul pianeta rosso. E che cancellare il Progetto Constellation (una nuova frontiera dell’esplorazione spaziale statunitense, che non vedrà la luce) sia stata una buona idea. E che la decisione del Senato di non seguire Obama nella cancellazione totale dello sviluppo delle nuove navette Orion sia sufficiente ad avere ancora fiducia. E che “tecnologia” sia un iPhone sulla terra e non un piede umano su Marte.

E non credo che costruire portaerei sia un così bel modo di spendere soldi. E che il pianeta migliorerà togliendo fondi ai sogni e alla scienza, per darli agli speculatori e alle banche.

Per approfondire sul disastro del Challenger, in inglese sul sito della NASA:
Il rapporto Kerwin sulla tragedia del Challenger

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